MAURO ROSTAGNO – L’ULTIMA VITTORIA DI UN UTOPISTA

MauroRostagno_mod 15 maggio 2014 – giustizia per Mauro Rostagno: a 26 anni dall’omicidio, il tribunale di Trapani condanna mandante ed esecutore. 

***

A 26 anni dall’omicidio di Mauro Rostagno, il tribunale di Trapani, al termine di un processo durato quasi tre anni, ha condannato all’ergastolo Vito Mazzara, come esecutore materiale, e Vincenzo Virga, come mandante. Questo pone la parola fine ad una storia fatta di calunnie, silenzi e depistaggi.

Mauro Rostagno, vittima della mafia, era stato una delle anime del movimento studentesco nel 1968, di Lotta Continua e nella seconda parte della sua vita dopo aver fondato una comunità di riabilitazione per tossicodipendenti a Trapani, si era impegnato nella lotta alla criminalità organizzata.

Maddalena Rostagno, sua figlia lo ricordava un anno fa dicendo: “Lui faceva le cose in maniera seria senza prendersi sul serio. Tutte le cose che ha fatto le ha fatte con un grande piacere e godimento per la sua vita e sul presente. Oggi sempre più spesso le persone che si occupano di certe cose si impostano molto, si mettono un’aria greve, seriosa, di credibilità. Lui non dava alcuna importanza al giudizio degli altri e ad avere un’aria credibile. Lui era credibile per le cose che faceva.

Per ricordarlo vi propongo un video del 1988, in occasione del ventennale del 1968 e un ritratto scritto da Enrico Deaglio nel giugno 2008 per la rivista Diario, quando è stata riaperta l’inchiesta sull’omicidio di Rostagno.

L’ultima vittoria di Mauro Rostagno
di Enrico Deaglio

La notizia è di quelle che meritano la prima pagina. Ma potrebbe anche finire in un trafiletto: a distanza di vent’anni, il pm Antonio Ingroia, della Direzione distrettuale Antimafia di Palermo, ha individuato mandanti, esecutori e moventi dell’omicidio di Mauro Rostagno, il giornalista ucciso a Trapani la sera del 26 settembre 1988.Antonio Ingroia c’è riuscito sul filo di lana, all’ultima proroga concessa dopo dodici anni di inchiesta, dopodiché ci sarebbe stata l’archiviazione tombale. Fa piacere immaginare che lo sforzo finale – l’acquisizione di perizie che indicano la firma di Cosa Nostra sul delitto – sia stato sospinto da una petizione pubblica, più di seimila firme raccolte da una lettera che implorava che l’inchiesta giudiziaria non venisse chiusa. E fa piacere apprendere che la procura di Palermo abbia raggiunto, proprio in virtù dell’ultima proroga, la «prova decisiva» che stava cercando.

Gli assassini di Mauro Rostagno saranno chiamati a difendersi nei prossimi mesi di fronte alla Corte d’assise di Trapani. L’accusa porterà prove che riguardano l’organizzatore dell’agguato, Vincenzo Virga (su ordine di Salvatore Riina); il suo gruppo fidato di killer; le loro tecniche omicide; i loro motivi per uccidere Rostagno; il contesto di grandi affari e grandi traffici in cui il delitto maturò.

Ma l’idea del trafiletto e del disinteresse è un’angoscia sottile. Sono passati troppi anni: vent’anni sono una delle quattro grandi spanne in cui è divisa la vita, e la memoria tende a concentrarsi più sulla spanna presente e su quella iniziale (l’età dell’oro dell’infanzia), tralasciando quelle di mezzo perché troppo confuse. E poi i tempi di allora sono molto diversi da quelli di oggi e in questa storia riemergono troppe cose.

Ma almeno, nel discorso delle spanne della vita, qualcosa è stato ritualmente rispettato. Mauro Rostagno era un’icona del ’68 e venne ucciso mentre dei fatti di quell’anno si celebrava il ventennale. Denigrato e offeso da morto da una raffinata operazione mediatico-mafiosa nel trentennale, una vittoria postuma se la prende adesso, nella triste occasione del quarantennio. La classica vittoria a tempo scaduto, una frase che non sarebbe piaciuta a Mauro, che odiava il calcio. Ma c’è un detto, in Sicilia, quando muore una persona buona: «I vermi non l’hanno a mangiare», che è come dire che un morto buono rimane nel ricordo. Questa, credo, gli sarebbe piaciuta.

Il diritto all’oblio oggi in Italia è molto considerato: la televisione ogni sera ti rimbocca le coperte e ti augura una buona notte da cui tutti i cattivi ricordi sono stati cancellati. Tutti gli uomini di oggi fanno a gara per non avere un passato. Quando venne ucciso, all’età di 46 anni, Mauro Rostagno, invece, un passato ce l’aveva. E il percorso che l’aveva portato a prendersi otto proiettili nella schiena in una stradina sterrata siciliana è di quelli oggi considerati irripetibili.

Torinese, figlio di dipendenti della Fiat (lui dice «con il ritratto di Stalin in salotto», ma era un po’ per fare colpo), è un giraeuropa col sacco a pelo; studente di sociologia a Trento, dove diventa leader del Movimento (linea politica: Marx-Freud-Mao-sesso-rock’n’roll); tra i fondatori di Lotta Continua e segretario della stessa a Palermo agli inizi degli anni Settanta – quando occupa la Cattedrale invocando il diritto alla casa degli abitanti dei «catoi», le spelonche del centro storico –; autore di ricerche sull’abnorme consumo di zucchero per portare a gradazione il vino bianco di Alcamo; rifiuta una carriera da accademico e una da pubblicitario; apre a Milano il locale Macondo in cui si può fumare uno spinello, due ragazzi gay possono fare l’amore senza andare nel cesso, i beat americani recitano le loro poesie e la buona borghesia fa una capatina; lo arrestano e un saggio giudice lo scarcera, una discreta folla, sventolando fiori, applaude il giudice; diventa «arancione» e va in India a «pulire i cessi» del guru Bhagwan Rajneesh nell’ashram di Poona, insieme alla moglie Chicca, alla figlia Maddalena e a Francesco Cardella, un tipo che si era inventato nel 1970 un giornale della sera, L’Ora, non si legge si divora , e lo lanciò, nella Galleria del Duomo, con ragazze in hot pants sui pattini. Sul secondo numero scrisse che il ministro Mariano Rumor era «frocio» e andò per alcuni giorni in galera.

Quando tornarono dall’India, all’inizio degli anni Ottanta, erano stati dimenticati. Si sistemarono in un baglio di proprietà di Cardella alle porte di Trapani e cominciarono a ospitare tossicodipendenti e alcolisti da curare. A differenza delle comunità gestite da preti, la Saman agiva con sistemi laici. Vestivano tutti rigorosamente di bianco.

Nel 1987 Mauro entrò per la prima volta nei locali di una televisione privata di Trapani, la Rtc, che aveva avuto dei guai perché uno dei due fratelli proprietari, impresari edili, era stato arrestato per mafia e la proprietà era rimasta all’altro. In un anno Rostagno, che si era portato in tv un’inedita squadra di ragazzi ospiti della comunità da trasformare in giornalisti, la rivoluzionò e divenne il personaggio televisivo più popolare della città. Ogni giorno occupava il teleschermo denunciando mafia, sprechi, traffico di droga, affari sporchi della massoneria. Si parlava di lui come possibile nuovo sindaco di Trapani, a capo di una lista civica, quando venne ucciso il 26 settembre 1988.

Ora voi direte: ma se era così importante, se rischiava così tanto, se era così popolare, come mai non andava sulla tv nazionale, come mai non lo proteggevano? Aveva una scorta?

A quest’ultima domanda posso solo rispondere che Mauro non l’avrebbe mai accettata, ma che comunque nessuno gliela offrì, anche se i suoi rapporti con la polizia (che andava in genere una volta alla settimana a visionare i programmi che erano andati in onda e ad acquisire le cassette) erano molto buoni. In realtà era un giornalista che, scoprendo e denunciando, faceva grandi favori allo Stato con il suo lavoro, ma lo Stato lo considerava una specie di nemico, un disturbatore. Un po’ come era successo dieci anni prima con Peppino Impastato, che dal paese di Cinisi, da una piccola radio, denunciava la mafia del suo consanguineo don Tano Badalamenti e venne ammazzato (lo stesso giorno in cui le Brigate rosse uccisero Aldo Moro) e poi descritto come un terrorista.

Questo per ripetere, semplicemente, che allora, trent’anni fa, i tempi erano diversi e Trapani era una città che non voleva pubblicità. Oggi un giovane scrittore, Roberto Saviano, è riuscito a far conoscere al mondo Casal di Principe, che non è neppure una città, e tutti sappiamo quanto la sua denuncia sia stata importante per svegliare lo Stato.

Ma proviamo, con quello che sappiamo adesso, a descrivere la Trapani di vent’anni fa, come se gli dei la guardassero dall’Olimpo. Ecco una punta estrema dell’Italia, ultimo confine prima dell’Africa. Ecco i suoi maestosi palazzi di tufo, tra cui svetta la dimora del barone D’Alì. Ecco uno sterminato numero di sportelli bancari e di agenzie finanziarie che non hanno alcun senso secondo i fondamentali della buona economia.

Osservate la miseria della popolazione, i rifiuti non raccolti, i topi che prendono possesso del folkloristico mercato del pesce, le case diroccate. E poi entrate nei palazzi, dentro le segrete logge massoniche che governano tutti gli affari. Poco più in là c’è Alcamo, dove è appena stata scoperta la più grande raffineria di eroina di tutta Europa: produce da sola i soldi che servono a mandare avanti mezza Italia. In provincia c’è Mazara del Vallo, con il suo porto tunisino, c’è Castellammare del Golfo, dove la mafia è al potere da ben prima dell’unità d’Italia, sulle colline c’è Salemi, dove vivono i cugini Salvo, che raccolgono le tasse dei siciliani e sono gli uomini più ricchi d’Italia. Poi c’è un aeroporto civile, a Birgi, e vicino c’è un aeroporto militare, molto segreto. E c’è lo straordinario amore che i democristiani dedicano a Giulio Andreotti: se non fosse per le tessere che la provincia di Trapani, la più devota di tutta la Sicilia, assicura alla sua corrente politica, il Divo potrebbe contare solo sulla Ciociaria.

Su tutto questo ben di Dio, nel 1988, governa un contadino di Corleone, che in dieci anni ha vinto la guerra del potere con il prezzo, per lui insignificante, di cento morti ammazzati nella sola provincia. Totò Riina si considera il vero Stato nella provincia di Trapani e non ha tutti i torti. In mezzo alla città, nel cortile del nuovo palazzo di giustizia, c’è un simbolo architettonico che gli piace: il relitto della macchina blindata su cui viaggiava il giudice Carlo Palermo, semidistrutta da una bomba. Era il 2 aprile 1985, lui si salvò ma morirono Barbara Asta (che aveva appena sorpassato, con la sua utilitaria, l’auto del magistrato e fece da scudo) e i suoi due piccoli figli gemelli, Salvatore e Giuseppe. Nessuno ha mai capito perché quella macchina sia rimasta per ben dieci anni così in bella mostra a palazzo di giustizia, ma molti pensavano che fosse una specie di monito.

Riina passa qualche volta dal trapanese, ma non vi risiede. Qui, però, ha fidati luogotenenti, gente in grado di far rispettare il suo ordine: Mariano Agate a Mazara del Vallo, la famiglia Messina Denaro (prima il padre e poi il figlio, vecchi campieri del barone D’Alì) e Vincenzo Virga, anche lui un ex contadino diventato uno dei più apprezzati imprenditori della città. Le logge massoniche gli hanno fatto atto di sottomissione, diversi giudici e uomini politici sono stati fin troppo zelanti, dichiarando a più riprese che «a Trapani la mafia non esiste», ma qualcun altro bisogna pure ucciderlo. Il sostituto procuratore Giacomo Ciaccio Montalto, per esempio, che si è spinto fino in Emilia per cercare notizie dello zio di Riina e di una potente fabbrica di materassi. Eccolo, al ritorno dalla trasferta, morto ammazzato a Erice.

Ed ecco comparire una strana figurina con la barba nera e vestita di bianco, che viene dal «bagghiu di fimmine nure» (il «baglio delle donne nude», così viene chiamata la comunità di Saman) e comincia a lavorare alla televisione Rtc.

La giornata tipo di Rostagno alla televisione Rtc di Trapani dovrebbe essere insegnata nelle scuole di giornalismo, se queste non fossero macchine mangiasoldi per insegnare come meglio servire (e come evitare di farsi ammazzare).

– Si comincia a lavorare alle otto di mattina. Lettura dei giornali.

– Si esce con le telecamere. Per primo si fa il «giro della monnezza» per raccontare dei cumuli di rifiuti che non vengono raccolti.

– Si va al mercato del pesce e si fanno vedere le frotte di topi che convivono con i banchi di vendita.

– Si dà notizia delle attività del Comune, delle denunce dei cittadini, delle inchieste giudiziarie. Dalla scoperta delle logge massoniche, alle malversazioni amministrative.

– Si fanno interviste per la strada, che si mandano in onda integralmente. Domande, a mo’ di esempio: «Che cosa pensa dell’infedeltà coniugale?», «Quando ha dato il suo primo bacio?».

– Si leggono con cura tutte le inchieste della magistratura e se ne dà notizia. Si intervistano i magistrati più impegnati, per esempio Paolo Borsellino, che è procuratore a Marsala.

– E se c’è un processo di cui non si vuole parlare, si fa il massimo sforzo organizzativo per documentare tutto quello che succede.

E questa è stata l’occasione della prima condanna a morte di Mauro. Alla sbarra c’era Mariano Agate, accusato dell’omicidio dell’ex sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ucciso il 13 agosto del 1980. Un omicidio per cui vennero fermati a un posto di blocco Nitto Santapaola, il capomafia di Catania, e alcuni suoi accoliti. Nel bagagliaio avevano i fucili ancora caldi. Spiegarono che avevano fatto trecento chilometri per una battuta di caccia e furono rilasciati. Rostagno, per ore e ore, mandò in onda tutto il dibattimento: la requisitoria del pubblico ministero Francesco Messina, le urla e gli insulti dalle gabbie degli imputati contro la televisione che riprendeva.

In Sicilia non era mai successo prima, l’audience fu altissima. Rostagno commentava le immagini invitando i cittadini a ribellarsi contro il potere mafioso e pure lo irrideva. Ed era diretto, convincente. Diceva cose che adesso sono slogan importanti, come «Yes, we can!», che a Trapani suonava come: «Possiamo vincere, non deleghiamo, prendiamo il nostro futuro in mano, non limitiamoci alle lettere anonime».

Poi Mauro tornava a Saman e scriveva al suo vecchio amico della facoltà di sociologia di Trento, il capo delle Brigate rosse Renato Curcio: «Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania, ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno mentre i fatti succedono. Sociologicamente si chiama “primato dell’esistenza sul teorico”. E già questo a Trapani è profondamente antimafioso».

(E poi successe che alla sede della televisione Rtc cominciarono anche ad arrivare scolaresche in visita e i ragazzini «volevanovederemauro» e le insegnanti glielo indicavano dietro la porta a vetri della sua stanza mentre scriveva a macchina).

Ma tutto questo tumulto – minacce, simpatia popolare, la sensazione che quell’uomo «andasse troppo veloce» – rimase chiuso a Trapani e i suoi servizi televisivi non vennero presi in considerazione da nessuno, tanto meno dalla Rai. Rostagno prendeva il caffè e tutti lo salutavano e lo chiamavano Mauro. E poi dopo dicevano: «Ma che tipo è? È vero che si droga? Non ha paura di nessuno, gliele sa cantare a tutti!» Ma spesso la frase finale era: «Quarchi vota ch’attuppanu ’u mussu» (prima o poi gli tappano la bocca).

Era cominciata l’«aura». Che è diversa dalla «cronaca di una morte annunciata». Aura è un termine della medicina dell’ottocento che descrive una serie di sintomi – lievi, transitori, qualche volta reversibili – che precedono il «grande male», l’attacco epilettico, che insorge all’improvviso, di cui il malato si accorge e non si accorge.

L’aura, per Mauro Rostagno, si comincia a manifestare nella primavera del 1988. Ha appena fatto uno scoop, che si è tenuto segreto: con una piccola telecamera dietro le dune di una pista di decollo e atterraggio, a Kinisia (allora aeroporto militare e ora pista per go-kart, non lontano da Marsala), ha filmato, nella luce debole del tramonto, un C 130 dell’aeronautica italiana che scarica casse di medicinali e carica casse di armi dirette in Somalia. È convinto di aver aggiunto un grande tassello all’ipotesi che da Trapani mafia e servizi segreti gestiscano il traffico di armi e droga. Ne parla a un suo vecchio amico che vive in America, va a Palermo per informare Giovanni Falcone, cerca contatti con il Pci e in particolare con Giancarlo Pajetta.

L’aura, per Mauro Rostagno, arriva quando sente aumentare le telefonate di minaccia, che cerca di registrare su un magnetofono. In quei giorni Angelo Siino, il fiduciario di Cosa Nostra che ogni giorno tratta con Confindustria la percentuale che spetta alla mafia su tutti gli appalti dell’isola, sa già che contro Rostagno c’è una condanna a morte. Ma essendo un businessman, valuta anche il danno che può venire dall’omicidio di una persona così conosciuta. E allora va dal proprietario di Rtc consigliandogli di farlo smettere («Ho cercato di non farlo uccidere», dichiarerà, rispondendo a un magistrato).

Un freddissimo segnale arriva a Rostagno dalla cassetta delle lettere, all’inizio di agosto. Apprende di essere indagato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, in quanto all’epoca «membro dell’esecutivo di Lotta Continua». Il colonnello dei carabinieri Bonaventura, in settimane di colloqui informali, ha raccolto la testimonianza del pentito Leonardo Marino. Oltre ai nomi di Bompressi (il killer), di Sofri e di Pietrostefani (i mandanti), Marino fa i nomi di Marco Boato, di Roberto Morini e di Mauro Rostagno. Nessuno dei tre sarà mai interrogato e l’accusa contro di loro sarà subito archiviata. Ma per Rostagno, a Trapani, come si capisce bene, è un colpo durissimo: capisce di essere diventato molto vulnerabile e ha tra le mani la cassetta molto scottante. Anche per Cosa Nostra Rostagno diventa sempre più ingombrante, l’inchiesta per il delitto Calabresi lo ha fatto diventare un personaggio nazionale, i giornali vengono a intervistarlo e lui spiega quello che fa a Trapani.

Sono giorni in cui Cosa Nostra è in piena effervescenza omicida. Il 14 settembre uccide a Trapani, senza apparente motivo, un giudice in pensione, Alberto Giacomelli, di 69 anni. Il 25 settembre uccide, sulla statale tra Canicattì e Caltanissetta il giudice Antonino Saetta e suo figlio Stefano, disabile. Antonino Saetta avrebbe presieduto la Corte d’appello di un importante processo di mafia di lì a poco.

Cosa Nostra commissiona l’omicidio di Rostagno al capomafia di Trapani, Vincenzo Virga. Virga dispone di un gruppo di fuoco, di un deposito di armi, di un tiratore scelto che ha già utilizzato e utilizzerà in altre occasioni. Il gruppo usa, come farà in altri delitti, una Fiat Uno. Questa volta la macchina viene da Palermo, dove è stata rubata mesi prima e tenuta a disposizione. La data prescelta è il 26 settembre, primo giorno di ritorno dell’ora solare. Alle 21 è già buio e ancora più buio è il tratto di strada sterrata nella contrada Lenzi che Rostagno, alla guida di una Fiat Duna deve percorrere per tornare dalla televisione al baglio della comunità Saman. Vicino a lui è seduta Monica Serra, una ragazza della comunità che lavora con lui a Rtc.

Un tecnico dell’Enel, Vincenzo Mastrantonio, che di secondo lavoro svolge l’attività di autista del capomafia Virga, ha provveduto a manomettere una centralina elettrica per spegnere l’illuminazione nella zona. La Fiat Uno tampona la Duna. I killer scendono e sparano con due fucili calibro 12 e una pistola. Rostagno viene colpito da otto colpi sparati da vicino al capo e alla schiena. Si butta su Monica Serra che si è rannicchiata davanti al sedile. La passeggera rimane illesa, la borsa poggiata sul sedile posteriore viene aperta e frugata. I killer se ne vanno con calma con la Fiat Uno, lasciando però sul terreno il copricanna di uno dei fucili che si è scardinato nell’azione. Monica Serra scappa verso la vicina comunità e dà l’allarme. Arrivano i carabinieri, istituiscono posti di blocco nei quali la Fiat Uno non incappa. Sarà trovata bruciata alcune ore dopo in una cava. All’obitorio di Trapani, dove è stato portato il cadavere, i carabinieri diffondono la notizia che in macchina Mauro aveva un grosso rotolo di dollari e due siringhe da eroina. Chicca Roveri, la moglie di Mauro, infuriata, impone loro di smettere. Ma la voce era di quelle che più circolavano a Trapani la mattina dopo.

I funerali di Mauro Rostagno nella cattedrale furono la più grande manifestazione che la città abbia mai vissuto. Padre Antonino Adragna, che aveva chiesto ai familiari di Mauro (non credente) di poterlo salutare in cattedrale («eravamo amici, quando ci incontravamo mi dava un bacino sul collo»), pronunciò una forte e commovente eulogia. Accusò apertamente la mafia, lodò il lavoro di Mauro e il suo coraggio, ricordò la sua barba che lo faceva assomigliare a Gesù Cristo. La chiesa era stracolma, da tutta Italia erano arrivati gli amici di Rostagno nelle sue diverse vite, fuori erano assiepate migliaia di persone e dai balconi vennero gettati petali di rosa sulla bara. Il vicequestore Rino Germanà, uno dei migliori investigatori della provincia, fece sapere fin da subito ai suoi superiori che c’erano piste importanti che potevano portare agli autori del delitto di mafia: la macchina, il buio improvviso, le armi usate, oltre alle sue fonti. Il questore Antonio Zummo definì il delitto «di alta mafia». Claudio Martelli, che di Rostagno era stato amico a Milano, unico politico presente a Trapani, indicò anche lui la pista mafiosa.

I carabinieri, invece, imboccarono subito un’altra strada: un delitto di dilettanti che si erano fatti scoppiare il fucile in mano, forse balordi, forse legati allo spaccio intorno alla comunità, forse a una delle precedenti vite dell’ucciso.

E poi sono passati vent’anni. Durante i quali, ad alcune persone fin qui citate sono successe cose importanti.

Vincenzo Mastrantonio, l’incensurato tecnico dell’Enel e autista di Virga, viene trovato ucciso nelle campagne di Lenzi il primo maggio del 1989: «Parlava troppo». Il 12 giugno Rino Germanà chiede al procuratore Messina di riesumare la sua salma per confrontare le impronte digitali con quelle trovate sul pezzo di fucile rimasto sul luogo dell’agguato. Nelle carte processuali compare un foglio firmato da Germanà che allega i rilievi dattiloscopici eseguiti sulla salma, anche se diversi articoli di giornale riferiscono che la tomba del tecnico dell’Enel non è mai stata riaperta.

Il 1990 è un anno importante per la Trapani sportiva. La squadra di pallacanestro, per la prima volta, è arrivata in serie A1. Il suo presidente, Vincenzo Garraffa, senatore del partito repubblicano, vuole, naturalmente, investire. Si affida a Publitalia, di cui è presidente Marcello Dell’Utri, e questa gli procura come sponsor da mettere sulle magliette la Birra Messina, del gruppo Dreher, la stessa di cui è testimonial Totò Schillaci, la star dei mondiali di Italia ’90. Valore, un miliardo e mezzo. Commissione a Publitalia, come da accordi, il 10 per cento. Ma Garraffa viene convocato da Dell’Utri che vuole imporgli il pagamento di altri 500 milioni, in nero. Al rifiuto di Garraffa, Dell’Utri lo avverte di avere amici molto convincenti. Poco dopo, a Trapani, riceve alle sette di mattina la visita di Vincenzo Virga che, garbatamente, gli chiede di pagare in nome del «comune amico». Rifiuta, con il risultato che la sua squadra di basket non troverà più un solo sponsor in tutto il mercato pubblicitario. Per ragioni di sicurezza, Garraffa abbandona la Sicilia.

(Per tentata estorsione Dell’Utri e Virga sono stati condannati in assise e in appello. La Cassazione, due mesi fa, ha ordinato di rifare il processo di appello.).

Nel 1992 Leoluca Bagarella (il cognato di Totò Riina) viene incaricato di uccidere il poliziotto Rino Germanà. Lo aspetta sul lungomare di Mazara del Vallo armato di kalashnikov, insieme ad altri due gentiluomini che si chiamano Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. Germanà si accorge dell’agguato e si butta in mare. Bagarella spara, ma riesce solo a ferirlo di striscio. Germanà risponde al fuoco, Bagarella fugge, Germanà viene trasferito la sera stessa al Nord con tutta la famiglia. Oggi è questore a Forlì.

Il 1992 è un anno importante anche per Vincenzo Virga, questa volta in versione di uomo politico. È tra i fondatori del movimento Sicilia Libera (che nelle intenzioni deve prendere il posto di Dc e Psi, travolti da Tangentopoli). Si dimostra molto convincente e arruola i più importanti imprenditori trapanesi. L’anno dopo, Marcello Dell’Utri, che invece lavora alla creazione di Forza Italia, lo convince ad aderire alla nuova formazione, cosa che Virga fa entusiasticamente. Il capomafia di Trapani ha il vento in poppa: è miliardario, ha solidi agganci nella politica che conta, le case si costruiscono con il cemento della sua Calcestruzzi Ericina, la buona società della città è cliente della sua grande gioielleria. Ma la rispettabilità sociale dura poco. Avvisato di un ordine di arresto, si butta latitante il 24 marzo 1994 e tale resta fino al suo arresto, il 21 febbraio 2001. In sette anni colleziona molte brutte notizie: il suo killer preferito, tale Vito Mazzara, viene condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto, uccisione di cui lui è il mandante. È accusato di essere anche il mandante dell’omicidio del vecchio giudice Alberto Giacomelli e in diversi altri processi per mafia. Numerosi pentiti parlano di lui e del suo ruolo: appena sotto la «primula rossa» Matteo Messina Denaro, provenzaniano.

Il 1996 è invece l’anno di uno scandalo giudiziario. Il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo convoca, gioioso e spavaldo, una conferenza stampa per annunciare la risoluzione del «caso Rostagno». Il delitto, secondo la sua inchiesta, è maturato dentro la comunità per gelosie, adulteri, traffico di droga, ammanchi finanziari. Sostiene che Monica Serra (scampata al delitto) è in realtà una complice, e la mette in galera; che Chicca Roveri ha ordito l’omicidio del suo compagno, e la mette in galera; che Francesco Cardella ha loschi traffici con il Psi; che Claudio Martelli, indicando la pista mafiosa, ha voluto depistare le indagini; ordina l’arresto, come esecutori del delitto, di cinque ragazzi della comunità; afferma di avere due testimoni che tiene segreti; annuncia che svolgerà indagini anche riguardo al delitto Calabresi e che scaverà nel passato comune di Renato Curcio e di Mauro Rostagno. E alla fine dichiara ufficialmente quello che forse gli preme di più: «Bisognava capirlo fin dall’inizio. Si doveva poter escludere il coinvolgimento di Cosa Nostra che, del delitto, non voleva, e soprattutto non doveva, essere gratuitamente incolpata».

Parole forti per un procuratore in terra di mafia. Altri suoi predecessori nel palazzo avevano negli anni spiegato che la mafia a Trapani non esisteva. Questa volta invece si dice che Cosa Nostra non deve essere «gratuitamente incolpata».

L’inchiesta del procuratore Garofalo crolla in pochi giorni: errori grossolani e testimoni inattendibili portano, dopo pochi giorni, alla scarcerazione di tutti gli arrestati. E si scopre che già nel 1988 il capitano dei carabinieri Elio Dell’Anna, mandato da Trapani a Milano, era tornato con un rapporto informativo in cui si sosteneva che i magistrati milanesi erano convinti che Rostagno fosse stato ucciso da ex di Lotta Continua perché «voleva vuotare il sacco sul delitto Calabresi». I magistrati milanesi, quando venne reso noto il rapporto, negarono indignati di essere loro la fonte del capitano Elio Dell’Anna.
A gettare una luce fosca sulla gioiosa sicurezza del procuratore Garofalo arrivano poi diversi pezzi grossi di Cosa Nostra che collaborano con i magistrati. Pezzi grossi, come Vincenzo Sinacori e Giovanni Brusca, che attribuiscono alla mafia l’organizzazione del delitto, rappresentanti locali che aggiungono particolari. Per «competenza», i 34 faldoni dell’inchiesta – disordinati, incompleti con tantissimi reperti che non si trovano più – passano alla Direzione distrettuale di Palermo, nell’ufficio del dottor Antonio Ingroia. Questo avveniva dieci anni fa, quando ormai quasi tutto era stato dimenticato e spento: Trapani, il giornalismo di Mauro, l’idea che una televisione possa servire a cambiare le cose, l’idea che Trapani potesse ricordarlo con una strada. Come dicono i telefilm: cold case.
Ingroia ha ripreso tutto in mano, dall’inizio. Il luogo dell’agguato, la cabina dell’Enel, il pezzo di fucile rotto. Ha riascoltato testimoni entrati e usciti dall’inchiesta, rivisto i filmati (quelli che non sono andati distrutti), studiato il «contesto». Per esempio, quel Sergio Di Cori, un vecchio amico di Rostagno di cui nessuno conosceva l’esistenza, venuto apposta da Los Angeles per scagionare Chicca Roveri e gli altri arrestati dell’inchiesta Garofalo. Giornalista freelance, aveva raccontato della famosa cassetta e asseriva di averla vista: alcune immagini di un C 130 che scambia medicinali con armi sulla pista aerea di Kinisia. Sembra un mitomane, o fantapolitica. Ma, dove lo si tocca, si trovano riscontri. Dice di aver collaborato con l’Fbi nelle indagini su Giancarlo Parretti, lo sconosciuto finanziere italiano che nel 1990 aveva scalato la Metro-Goldwyn-Mayer. Ed è vero, l’Fbi lo conferma. Si parla di operazioni militari segrete sulla pista di Kinisia e il Sismi, molto a denti stretti, è costretto ad ammettere che ci furono «esercitazioni militari» nella primavera del 1988. Di Cori racconta che Mauro andò da Falcone, ed è vero, la scorta del giudice ucciso se lo ricorda entrare nel suo ufficio al palazzo di giustizia di Palermo. E tutto questo porta il magistrato a concludere che Rostagno sia stato ucciso «non solo» per l’attività televisiva. Molto probabilmente c’era dell’altro. Tra le ultime carte che ha messo nei faldoni, anche un articolo dello scrittore catanese Alfio Caruso, pubblicato su La Stampa due estati fa, dove si sceneggia la decisione di uccidere Mauro in un incontro tra L’Eccellenza, il Generale e l’Onorevole. Motivo: «Quello che sa e che potrebbe usare».
Il magistrato investigatore per dieci anni, lentamente, ha raccolto indizi. E a ogni scadenza dell’indagine (o si va a processo o si archivia) ha ottenuto una proroga (la vita, dopo la morte di Mauro Rostagno, fino al suo ventennale, è stata appesa alle proroghe). Il magistrato sapeva, però, che a processo le possibilità di ottenere condanne erano labili.
L’ultima proroga la chiese sei mesi fa, per compiere una sofisticata perizia balistica, affidata alla polizia scientifica sotto la guida del capo della squadra mobile di Trapani, Giuseppe Linares. Si è saputo che si è trovato quello che si cercava, e il giornalista Rino Giacalone, su articolo 21, ha anticipato qualcosa. Si sono presi i tantissimi proiettili esplosi nei tantissimi delitti di mafia della provincia di Trapani, prima e dopo il delitto Rostagno. Non è stato facile averli: i carabinieri, che da alcuni anni li conservano in un database canadese chiamato Ibis, sono piuttosto restii a concederli, ma alla fine sono arrivati. La polizia scientifica sapeva quello che cercava, le precedenti indagini non avevano fatto praticamente nulla su questo terreno.
I proiettili (accompagnati dalla cronologia e dalle specifiche caratteristiche dei delitti di mafia a Trapani) sono stati fatti passare sotto un buon stereomicroscopio a scansione e lì hanno rivelato il loro segreto. Una firma comune li lega, un segno sul bossolo dovuto a un’astuta abitudine del gruppo di fuoco di Vincenzo Virga. È una prova. Quella che mancava.
In occasione del ventesimo anniversario della sua morte, il pm Antonio Ingroia si appresta a rinviare a giudizio mandanti ed esecutori di Cosa Nostra per il delitto Rostagno. Chi non è morto nel frattempo sarà alla sbarra. Molti saranno chiamati a rispondere sul «contesto». Il processo di svolgerà davanti alla Corte d’assise di Trapani.
Mauro ci avrebbe mandato le telecamere e trasmesso tutto. Pazzo che era.
Tra le carte che ho consultato, ho trovato la cronaca di una commemorazione di due anni fa dell’omicidio del giudice Giacomo Ciaccio Montalto, ucciso a Trapani nel 1983. Partecipava Giuseppe Linares, capo della squadra mobile di Trapani, un posto in cui aveva lavorato Rino Germanà. Disse: «Io oggi vivo blindato, ma non rinnego la mia vocazione. Nel 1983 frequentavo il liceo classico. Quando Giacomo Ciaccio Montalto fu assassinato chiesi al preside di parlarne in assemblea. Non mi fu permesso. Ora faccio il commissario e parlo agli studenti. Qualcosa è già cambiato.»

Verso l’Italia giusta

16 marzo 2013 – Laura Boldrini e Pietro Grasso eletti alla presidenza di Camera e Senato. Una scelta di rinnovamento, vero l’Italia giusta.

***

 Laura Boldrini e Pietro Grasso presidenti di Camera e Senato rappresentano una scelta di discontinuità compiuta dal centro sinistra per un segnale forte, per porre al centro del dibattito il tema della giustizia.

Un tema, quello della giustizia sociale, che non è certo una novità per il centro sinistra, che per queste elezioni ha messo in campo forze nuove, prese dall’Italia migliore: quella che lotta per il rispetto dei diritti umani e contro la criminalità organizzata.

In queste settimane si sono sprecati i commenti e le analisi sui risultati delle elezioni del 24-25 febbraio: qualcuno ha persino provato a formulare un’interpretazione biologico-evolutiva per spiegare quello che è uno scenario politico che non ha precedenti nella travagliata storia democratica del nostro paese.

Nella preoccupazione e nell’incertezza di questi giorni – tra manifestazioni di gruppi parlamentari sulle gradinate dei tribunali e richiami alla sottomissione dei deputati alla volontà dei movimenti che li hanno eletti – questa elezione non può che rappresentare un segnale positivo per il paese. Un segnale di speranza e un segnale di distinzione, per sottolineare una volta di più che i partiti politici non sono tutti uguali.

Una speranza, un impegno per la giustizia e un segnale di discontinuità che emergono con forza dai discorsi di insediamento dei due neoeletti presidenti.

Leggi il discorso di insediamento di Laura Boldrini

Leggi il discorso di insediamento di Pietro Grasso

PER NON DIMENTICARE SABRA E SHATILA

16-18 settembre 2012 –  Trenta anni fa, centinaia di civili disarmati, che vivevano nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila in Libano, furono massacrati dai soldati delle milizie cattoliche, sotto gli occhi dei soldati israeliani. Leggi la testimonianza di Robert Fisk.

***

Robert Fisk è un giornalista britannico che ha lavorato e lavora tuttora come corrispondente dal medio oriente per il quotidiano the Independent. Nel 1982 fu uno dei primi giornalisti ad arrivare nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, dopo che si era consumato il massacro. Il racconto che segue è tratto dal libro “Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra”, pubblicato in Italia da il Saggiatore.

Furono le mosche a farcelo capire.Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione, quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Per lo più giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti.Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa.Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la peste nera.

All’inizio non usammo la parola massacro.Parlammo molto poco, perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostre bocche.Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per “spazzare via i terroristi” – se ne erano appena andati.In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra.In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene.Dappertutto trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento. Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il caldo (…).

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle 10 di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico.C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone.

Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati.Era stato uno sterminio di massa, una atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola “episodio” in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica.

Era stato un crimine di guerra. 

L’immagine è tratta da “Valzer con Bashir” del regista israeliano Ari Folman.