La realtà di Gaza e le illusioni israeliane

In seguito al rapimento e all’uccisione di tre ragazzi israeliani nei Territori occupati, Israele ha arrestato in maniera indiscriminata circa cinquecento palestinesi, tra cui alcuni parlamentari e decine di ex detenuti già scarcerati che non avevano alcun legame con il sequestro. L’esercito israeliano ha seminato il terrore in tutta la Cisgiordania con retate e arresti di massa allo scopo dichiarato di “schiacciare Hamas”.

Su internet ha imperversato una campagna razzista in seguito alla quale un adolescente palestinese è stato bruciato vivo. Tutto questo dopo che Israele aveva intrapreso un’offensiva contro il tentativo di creare un governo di unità palestinese che il mondo era pronto a riconoscere, aveva violato l’impegno a scarcerare dei detenuti, aveva congelato la via diplomatica e aveva rifiutato di proporre un piano alternativo per continuare il dialogo.

Pensavamo davvero che i palestinesi avrebbero accettato tutto questo in modo remissivo, obbediente e calmo, e che nelle città israeliane avrebbero continuato a regnare la pace e la tranquillità?

Cosa credevamo, noi israeliani? Che Gaza sarebbe vissuta per sempre all’ombra dell’arbitrio di Israele (e dell’Egitto), alternando momenti di lieve allentamento delle restrizioni imposte ai suoi abitanti a momenti di penoso inasprimento? Che il carcere più vasto del mondo sarebbe continuato a essere un carcere? Che centinaia di migliaia di residenti a Gaza sarebbero rimasti tagliati fuori per sempre? Che sarebbero state bloccate le esportazioni e decretate limitazioni alla pesca? Ma di cosa deve vivere un milione e mezzo di persone? Qualcuno sa spiegare perché prosegue il blocco, benché parziale, di Gaza? Qualcuno sa spiegare perché del suo futuro non si discute mai? Credevamo davvero che tutto sarebbe andato avanti come prima e che Gaza l’avrebbe accettato passivamente? Chiunque lo abbia creduto è stato vittima di un pericoloso delirio, e adesso il prezzo lo stiamo pagando tutti.

Però, per favore, non mostratevi stupiti. Non ricominciate a gridare che i palestinesi fanno piovere missili sulle città israeliane senza motivo: certi lussi non sono più ammissibili. Il terrore che provano adesso i cittadini israeliani non è più grande del terrore che hanno provato le centinaia di migliaia di palestinesi vissuti per settimane nell’attesa che nel bel mezzo della notte i soldati gli sfondassero le porte e gli invadessero le case per perquisire, smantellare, distruggere, umiliare e poi magari portarsi via un membro della famiglia.

La paura che stiamo vivendo noi israeliani non è più grande di quella vissuta dai bambini e dagli adolescenti palestinesi, alcuni dei quali sono stati uccisi inutilmente in queste ultime settimane dall’esercito d’Israele. La trepidazione che provano gli israeliani è sicuramente minore di quella che provano gli abitanti di Gaza, che non hanno allarmi rossi né rifugi né un sistema antimissile come Iron dome che li salvi, ma soltanto centinaia di terrificanti incursioni dell’aviazione militare israeliana che si concludono con la devastazione e la morte di innocenti, compresi anziani, donne e bambini: ne sono già stati uccisi durante l’operazione in corso, come durante tutte quelle che l’hanno preceduta.

Quest’operazione ha già un nome puerile, Protective edge, Margine di protezione. Ma l’operazione Protective edge è cominciata e si concluderà come tutte le precedenti, cioè senza assicurarci né la protezione né il margine. I mezzi d’informazione e l’opinione pubblica israeliani esigono il sangue dei palestinesi e la loro distruzione, e il centrosinistra è d’accordo, naturalmente, così come è sempre d’accordo all’inizio. Il seguito, però, è già scritto da un pezzo nelle cronache di tutte le operazioni insensate e sanguinarie condotte a Gaza in ogni epoca. Stupisce, semmai, che da un’operazione militare all’altra sembra che nessuno impari niente. L’unica cosa che cambia sono le armi impiegate.

È vero che inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu ha reagito con moderazione, e per questo è stato debitamente elogiato, ma certo neanche lui poteva starsene fermo davanti ai missili sparati da Gaza. Comunque tutti sanno che Netanyahu non aveva alcun interesse a questo scontro.

Ma le cose stanno proprio così? Se davvero lo scontro non gli interessava, avrebbe dovuto perseguire seriamente delle trattative diplomatiche. Invece non l’ha fatto, quindi è chiaro che in realtà gli interessava eccome. Il suo quotidiano, Israel Hayom (“Israele oggi”), è uscito con titoli strillati: “Vai fino in fondo”. Ma Israele non raggiungerà mai il pazzesco “fondo” auspicato da Israel Hayom, e comunque non certo con la forza.

“Non c’è modo di sfuggire al castigo per ciò che sta succedendo qui da quasi cinquant’anni”, ha dichiarato lo scrittore David Grossman in occasione della Conferenza israeliana sulla pace, che si è aperta a Tel Aviv l’8 luglio. Queste parole sono state pronunciate solo poche ore prima che l’ultimo castigo nella lunga catena di delitti e castighi si abbattesse sui civili israeliani, così innocenti e senza colpa.

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Da oggi l’America ha un Pil alternativo (e doppio), il GO

Nasce oggi l’alternativa al Prodotto interno lordo (Pil), una nuova statistica che privilegia “l’economia del fare”. Si chiama Gross Output, si può tradurre in Produzione lorda, e dunque la sua abbreviazione inglese ha il suono ottimistico di Go (verbo andare, usato come esclamazione esortativa, per esempio negli stadi, ha lo stesso senso del nostro “forza!”). Il battesimo ufficiale del nuovo indicatore avviene in questo 25 aprile negli Stati Uniti, l’economia più ricca del mondo. Non è un dato “alternativo” elaborato da economisti dissidenti, a pubblicarlo è il Bureau of Economic Analysis, arbitro ufficiale della congiuntura. Tra le prime conseguenze di questo nuovo misuratore: l’economia americana appare quasi due volte più ricca di quanto risulti dal Pil; e meno dipendente dai consumi. Una delle conseguenze dell’introduzione di questo nuovo strumento dovrebbe essere proprio quello di contrastare la cultura “iperconsumistica” degli americani, sfatando il mito che i risparmi sono “improduttivi”. A spiegare cosa c’è dietro questa innovazione, la prima riforma statistica così profonda dal dopoguerra, è uno degli studiosi che l’hanno voluta, Mark Skousen, Presidential Fellow alla Chapman University e autore dello studio “The Structure of Production”. Skousen definisce la Produzione lorda “il primo utensile macroeconomico nuovo a entrare regolarmente in funzione da quando si diffuse l’uso del Pil negli anni 40”. Il direttore del Bureau of Economic Analysis, Steven Lansfeld, è convinto che sarà un “potente strumento di analisi, in grado di offrire prospettive nuove”.
La Produzione lorda misura la totalità di vendite in tutte le fasi dell’attività economica, cioè dalle materie prime ai semilavorati al prodotto finito. A differenza del Pil, che elimina volutamente le “duplicazioni” intermedie per rilevare il valore finale, questa statistica alternativa vuole includere appositamente tutti i passaggi. Perciò un’economia come quella americana, che oggi ha un Pil di 17.000 miliardi di dollari, ha una Produzione lorda che supera i 30.000. Di per sé questa potrebbe essere considerata come una pura illusione ottica, o una chirurgia estetica che cambia le statistiche senza cambiare la realtà sottostante. Ma i numeri che noi scegliamo per capire l’economia hanno una loro “vita” autonoma, nel senso che influiscono sulle percezioni, entrano nel gioco delle dottrine e delle ideologie. I numeri non sono neutrali, la politica li usa come obiettivi.
Il concetto di Produzione lorda in realtà non è nuovo, lo stesso Skousen ne attribuisce la paternità agli studi di Wassily Leontieff, economista di origine russa, naturalizzato americano, premio Nobel nel 1973, deceduto nel 1999 all’età di 93 anni. Leontieff lo aveva proposto fin dagli anni ’30. I suoi seguaci come Skousen da almeno vent’anni conducono la battaglia a favore della Produzione lorda, sostenendo che “è un indicatore più fedele dell’attività economica totale”. Il Pil, proprio perché “elide” i passaggi intermedi, porta a una sottovalutazione della “produzione di cose”, quindi sottostima l’importanza dell’industria manifatturiera. Il Pil ha contribuito secondo Skousen a generare l’illusione che “i consumi sono il vero settore trainante dell’economia, poiché ne rappresentano oltre i due terzi”. Di qui anche quella particolare cultura del consumismo che in America è dominante. George W. Bush subito dopo la tragedia dell’11 settembre 2001 esortò gli americani a “uscire, andare negli shopping mall, ricominciare a spendere”, come un gesto addirittura “patriottico” per rilanciare l’economia e contrastare il terrorismo. Ma anche Barack Obama davanti alla recessione del 2008-2009, dopo avere varato degli sgravi fiscali alle famiglie, invitò gli americani a spendere quei soldi. Come se il risparmio fosse controproducente. Mentre invece un problema dell’America da anni è proprio l’insufficiente propensione a risparmiare, che ha contribuito ai disavanzi della bilancia dei pagamenti con Germania e Cina. Tra le conseguenze immediate dell’adozione della Produzione lorda – che da oggi affianca e completa il Pil nelle statistiche ufficiali – si scopre che la recessione del 2008-2009 è stata assai più grave (meno 8% di Produzione lorda, rispetto al modesto meno 2% del Pil), ma anche che la ripresa dopo il 2009 è stata più vigorosa di quanto non si creda.
Quali potrebbero essere le conseguenze su altre economie, come quella italiana, se l’esempio Usa venisse generalizzato? Come auspicava Leontieff, ed anche l’altro premio Nobel Robert Solow, la Produzione lorda valorizzando “l’economia del fare” accentua l’attenzione sull’innovazione tecnologica, l’imprenditorialità, la formazione di capitale e il risparmio produttivo. E’ dunque un indicatore che spinge a riscoprire anche la vocazione manifatturiera di un paese come l’Italia. E premia quelle nazioni, Italia inclusa, dove tradizionalmente le famiglie hanno avuto capacità di risparmio elevata (anche se questa è stata ridimensionata pesantemente dalla crisi). Non è tuttavia una riforma radicale come quella della Felicità Interna Lorda, l’indicatore proposto fra gli altri da Joseph Stiglitz e Amartya Sen, che sposterebbe l’attenzione sulla qualità della vita anziché sulle componenti materiali della ricchezza.

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L’errore madornale di Israele

L’elemento nuovo rispetto al passato sono le critiche sempre più esplicite rivolte dagli Stati Uniti a Israele, a cui Washington rimprovera di ostacolare il processo di pace rilanciato a luglio. Al momento gli americani, gli israeliani e soprattutto i palestinesi non hanno alcuna intenzione di prendere l’iniziativa e abbandonare il tavolo delle trattative, ma resta il fatto che il negoziato è chiaramente bloccato. Se le cose non cambieranno Israele perderà l’occasione di trovare una soluzione definitiva, mentre i palestinesi rischiano di ritrovarsi in un’impasse politica totale che potrebbe portare a una nuova esplosione di violenza.

Dopo mesi di esitazioni, la situazione ha cominciato a precipitare lo scorso 29 marzo, quando gli israeliani si sono rifiutati di rispettare gli impegni presi e liberare il quarto e ultimo contingente di prigionieri palestinesi. L’obiettivo di Israele era quello di fare pressione sul presidente palestinese Abu Mazen per spingerlo ad accettare un prolungamento della trattativa che dovrebbe concludersi alla fine di aprile, ma Abu Mazen ha risposto chiedendo l’inclusione della Palestina, riconosciuta dall’Onu come stato osservatore nel 2012, in una quindicina di convenzioni e trattati internazionali nonostante in precedenza si fosse impegnato a non farlo in cambio dell’apertura dei negoziati in corso.

La contro reazione israeliana è stata quella di congelare tutti i contatti con i palestinesi al di fuori del processo di pace. Il 10 aprile Israele ha improvvisamente deciso di sospendere la consegna ai palestinesi dei diritti doganali che riscuote per suo conto, circa 80 milioni di euro al mese essenziali per pagare i funzionari palestinesi.

Siamo evidentemente arrivati al punto di rottura. Mentre si continua a cercare un compromesso, martedì il segretario di stato statunitense John Kerry ha sottolineato le responsabilità israeliane per il degrado della situazione.

Mai prima d’ora gli Stati Uniti si erano mostrati così irritati dal comportamento del loro alleato israeliano, a cui continuano a fornire aiuti militari per oltre tre miliardi di dollari all’anno. I rapporti tra i due paesi sono ai minimi storici, anche perché la destra israeliana al potere ha deciso di correre i rischi legati a un isolamento crescente, convinta che la creazione di uno stato palestinese costruirebbe una minaccia inaccettabile per la sicurezza del paese.

È un punto di vista, ma allo stesso tempo se il negoziato dovesse davvero fallire Israele diventerebbe di fatto uno stato binazionale al cui interno gli israeliani rappresenterebbero presto una minoranza. Si tratta di un rischio più che ipotetico, ma la destra israeliana continua per la sua strada anche se al momento i palestinesi sono indeboliti dal fermento del mondo arabo e dunque Israele potrebbe facilmente imporre un accordo alle sue condizioni.

Difendendo questa linea suicida Israele sta commettendo un errore storico enorme che potrebbe avere conseguenze pericolose anche nell’immediato. Se gli americani non riusciranno in qualche modo a salvare il dialogo, infatti, potremmo assistere a una nuova esplosione di violenza e all’ascesa degli estremisti palestinesi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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Carissime stupidaggini

Qualche giorno fa in Inghilterra e Galles sono diventati legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Il tutto si è svolto senza drammi: la grande maggioranza della popolazione era già d’accordo con l’introduzione di questa norma, appoggiata perfino dal premier conservatore David Cameron con lo slogan: “Sostengo il matrimonio gay perché sono un conservatore”.

In Francia le cose sono andate diversamente: cavalcando il malcontento per la politica del presidente Hollande, l’anno scorso i gruppi e le associazioni che si opponevano al matrimonio per tutti sono riusciti a provocare una stupefacente mobilitazione di piazza.

Una volta che il parlamento ha definitivamente approvato il matrimonio gay il conflitto si è spostato nelle scuole, dove gli oppositori dei diritti civili hanno creato una campagna di terrore tra i genitori, soprattutto via sms e email, presagendo l’imminente introduzione dell’insegnamento della cosiddetta “théorie du genre”.

Ho chiesto al mio amico Eric, professore in una scuola superiore di Parigi, di spiegarmi di che cosa si trattasse. Mi ha risposto così:

C’è un programma didattico del governo per promuovere l’uguaglianza tra maschi e femmine. Ma quelli che parlano di “Théorie du genre” hanno fatto girare via sms la voce secondo cui ci sarebbero state lezioni pratiche per imparare a masturbarsi (impartite da militanti gay) o che i ragazzi sarebbero stati obbligati a vestirsi da ragazza. Insomma hanno fatto circolare l’idea che si volessero trasformare i ragazzi in ragazze o forzarli a diventare tutti gay. Un’assurdità.

Ora che ho illustrato in grandi linee la situazione, vi faccio una domanda: secondo voi in Italia quale modello abbiamo seguìto, quello inglese o quello francese?

Ma è chiaro: quello d’oltralpe. La Rivoluzione Francese non ci pensiamo neanche a rifarla qui da noi, ma la mobilitazione omofoba non ce la facciamo sfuggire.

Così è cominciato anche in Italia lo spauracchio dell’insegnamento a scuola della masturbazione gay, e di tutti i suoi derivati, con l’aggravante che in Francia almeno si tratta di una reazione a un grande passo avanti nella conquista dei diritti civili, mentre in Italia ci becchiamo la reazione senza neanche l’ombra di una legge sui matrimoni gay!

Vi riporto un esempio di una di queste lettere che girano tra i genitori delle elementari (e di cui l’autrice ha chiesto massima divulgazione):

Carissima, ti scrivo perché io ed altre mamme siamo preoccupate per l’educazione sessuale che l’Unione europea vuole imporre ai nostri figli attraverso la scuola di ogni ordine e grado a partire dai piccolissimi della scuola materna.

Il nemico è subito chiaro, ed è quello più gettonato del momento: la terribile Unione Europea.

Purtroppo la situazione è grave perché con la scusa di insegnare il rispetto per gli altri (e credo che ai nostri figli abbiamo già insegnato a rispettare gli altri) viene imposta ai bambini, attraverso lezioni di educazione sessuale, l’EDUCAZIONE DI GENERE (teoria del gender).

Dunque questa madre ritiene che il suo lavoro di insegnamento del rispetto degli altri si sia concluso, e sia andato a buon fine, prima ancora che suo figlio finisca le elementari. Temo che in casa loro l’adolescenza non sarà una passeggiata per nessuno.

Cioè vengono indotti a credere che il genere maschile e femminile non abbia alcun valore e che è normale se un bambino ha una famiglia con due mamme (lesbiche) o due papà (gay). Ora con tutto il rispetto che posso avere per queste persone

Di solito frasi come “anche se io non ho niente contro di loro” o “con tutto il rispetto che posso avere per queste persone” preannunciano dettami contro la dignità del genere umano. Vediamo:

non intendo che la scuola educhi i miei figli a vedere tutto ciò come normale ed ad essere invitati a fare lo stesso. Credo che la diversità uomo-donna sia una grande ricchezza. Vi immaginate una famiglia i cui genitori sono due uomini? Poveri bambini!!!

Infatti. E poi la lettera comincia l’elenco degli orrori, cioè le misure che l’Unione Europea starebbe per imporre a tutte le scuole, di ogni ordine e grado, di tutti gli stati membri:

Solo alcuni esempi: in una materna di Perugia obbligano i bambini a scambiarsi i vestiti con le bambine in modo che imparino ad essere “genericamente elastici”, visto che prima o poi dovranno scegliere come sentirsi. In altre scuole materne hanno introdotto il gioco del dottore dove i bambini sono costretti a spogliarsi e a esplorare il proprio corpo e quello degli altri. In una scuola superiore di Padova hanno fatto andare due gay a testimoniare il loro amore.

Costringere dei bambini a giocare al dottore. Ma sul serio signora? Per non parlare poi dell’ignobile scempio che si è consumato a Padova.

I Giuristi per la Vita ogni giorno ricevono segnalazioni e domande di aiuto.

I Giuristi per la Vita. E non dico altro.

Le locuzioni apparentemente neutre di: contrasto al bullismo, educazione alla diversità, alla affettività e alla sessualità, nascondono programmi di autentico sovvertimento delle categorie logiche e naturali su cui si fonda da sempre la società umana. Ovviamente dietro a tutto ciò ci sono gli interessi economici.

Ed ecco che il finale complottistico raggiunge il suo apice: carissime, è tutta una mafia! Anzi, non mi stupirebbe se dietro tutto questo ci fossero le multinazionali del petrolio.

Carissime, vorrei aggiungere io, dormite pure sonni tranquilli: è chiaro che nessun militante gay farà corsi di masturbazione nelle scuole e nessuna maestra obbligherà i bambini a giocare al dottore.

Pensavamo che la diffusione di internet e le altre tecnologie di comunicazione servissero a combattere l’ignoranza e invece sms o email come queste sono perfetti veicoli di ignoranza della più bassa specie. Una sorta di catena di Sant’Antonio per genitori facilmente impressionabili.

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