11.9.2011

Questo secolo aveva già un anno quando è cominciato. Gli attacchi terroristici a New York e Washington dell’11 settembre 2011 hanno inaugurato una nuova epoca geopolitica nella quale gli Stati Uniti si sono concentrati a fondo sul'”arco di crisi” che va dal Medio Oriente all’Asia meridionale passando per il Golfo persico. Una nuova era è iniziata anche per le nostre società, focalizzate sulla minaccia terrorista e sullo shock migratorio di popoli che sono approdati nei nostri paesi in pieno sconvolgimento demografico.

Tuttavia, come ha ricordato Timothy Garton Ash, i dieci anni passati da quel fatidico 11 settembre sono stati segnati anche da un movimento tettonico a lungo termine che ha finito col modificare radicalmente gli equilibri planetari: la crescita della Cina e dell’Asia, l’indebolimento dell’Occidente accelerato dalla crisi.

Dove si posiziona l’Europa in questo contesto? Porsi la domanda significa in un certo senso dare già una risposta. Il nostro continente sembra ormai incapace di orientare il cammino del mondo. Gli ultimi dieci anni, però, ci hanno insegnato molto.

Nel 2001 i membri dell’Ue erano ancora 15. L’allargamento a 25 e poi a 27 è stato compiuto seguendo un filo conduttore che dopo l’11 settembre è diventato ancora più chiaro: a determinare l’ingresso nell’Ue è stato sempre di più il rapporto con gli Stati Uniti dei paesi candidati. Nel 2003 l’asse Parigi-Berlino-Mosca, contraria all’intervento in Iraq, è stata contrastata dall’asse Londra-Roma-Madrid, appoggiato dai paesi dell’ex blocco sovietico che si apprestavano a entrare nell’Unione. Se la politica estera dell’Europa fosse stata decisa a maggioranza, come vorrebbe la logica comunitaria, la bandiera dell’Europa avrebbe sventolato in Iraq accanto a quella a stelle e strisce.

L’11 settembre ha inoltre accelerato la perdita di interesse degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa. È stata rimessa in discussione l’esistenza stessa dell’Alleanza atlantica, in cui i ventisette non sono ancora in grado di presentarsi con una visione strategica comune appoggiata da una solida politica di difesa. Per rendersene conto basta pensare al modo in cui Washington è riuscita a imporre il suo scudo antimissile sul suolo europeo senza nemmeno consultarsi con l’Ue, o all’astensione tedesca sull’intervento in Libia.

Il 2001 – qualcuno se lo ricorda? – è anche l’anno in cui i quindici hanno creato la Convenzione per il futuro dell’Europa. Dieci anni dopo, con un progetto di costituzione nato morto e un trattato di Lisbona approvato con immense difficoltà, siamo costretti ad ammettere che l’Europa non parla ancora con una sola voce e che nessuno, tantomeno i leader politici europei, è ancora in grado di trovare una strategia per accrescere il peso dell’Europa nel nuovo scacchiere globale. Sono considerazioni interessanti, in un momento in cui c’è chi vuole reagire alla crisi finanziaria con un nuovo trattato. (traduzione di Andrea Sparacino)

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