11 settembre: rafforzare il pensiero

Cosa accadde il day after l’11 settembre? Bush, con una straordinaria capacità di sintesi, disse: “non preoccupatevi; continuate a far shopping. Il nostro stile di vita non cambia”. Ed è qui la chiave di volta. La preoccupazione massima è che si stoppi di un sol giorno l’ipermercato mondo: il Pil. E’ la destra? Non solo. Sullo stesso credo è sintonizzato anche il pensiero riformatore o progressista che sembra in ogni dove (Italia – Europa – Mondo) incapace di proporre altro. Resto è poesia. Se non bastasse anche il sindacato dà la stessa indicazione: crescita, crescita e crescita.

La litania delle percentuali, delle 2 o 3 + delle agenzie di Rating, dell’approvazione dei mercati è sempre più un disco rotto. La valutazione passa sempre e solo per la quantità e mai per la qualità.

Ma, anche qui, il problema siamo noi. Non altri. Qual’è il pensiero altro che abbiamo da mettere sul piatto? Siamo sinceri: alcuno. Forse siamo orfani di Alexander Langer (lentius profundius suavius) ma non mi sembra di intravvedere novità alcuna.

Certo. Alla crescita si può opporre, anche nella morfologia grammaticale stessa, il concetto di decrescita. Ma siamo sinceri…ci convince? Chi va a dirlo alle moltitudine di cassintegrati o disoccupati? Crescere è poi nella natura delle cose. Dimostrare a se stessi che le performance degli anni passati sono peggiori degli anni presenti è un fondamento che non vige solo ove v’è parassitismo o assistenzialismo.

Un paio d’esempi. Sono amministratore di una delle più grandi cooperative di commercio equo italiane; se mi presento all’Assemblea annuale dimostrando un fatturato inferiore l’anno precedente mi viene ipso facto tolta la fiducia. Lo stesso vale per questo portale. Se il numero di lettori decresce di anno in anno vengo defenestrato. E per fortuna mi trovo al piano terra.

Ma ciò che vale per la finanza solidale, il commercio equo e tutti i 130 temi a noi cari per i quali ci auguriamo una crescita esponenziale vale anche per gli “altri”. Ed ecco che per l’armatore vendere un cacciatorpediniere in più dello scorso anno è un traguardo. Per i generali italiani, probabilmente, è sacrosanto mantenere un budget di 30 miliardi di euro per la Difesa mentre non è rilevante tagliarne 8 per la scuola.

Chi ha il compito di discernere? La politica. Ed è qui che ci meravigliamo. Va bene che la sinistra sul tema della crescita è fotocopia della destra ma perché mai, per dirla con Zanotelli, non riesce a dire una sola parola per la riduzione delle spese militari? Per la riconversione delle industrie di morte? Qui serve un pensiero forte, idee, orizzonti da contrapporre al tifo, alle fazioni, al bianco e nero.

E vorrei scusarmi con i molti amici che partecipano alla “forse ultima” Perugia Assisi. Perché tantissime persone alla marcia e poche alle giornate di studio che la precedono? Non rischiamo anche noi la semplificazione del pensiero? A proposito di pacifismo non mi convincono nemmeno gli scritti né di Marinella Correggia e né di Mao Valpiana riguardo la guerra in Libia. Al di là dell’accusa gratuita e generalista di non esserci occupati della cosa (decine di articoli tutti ritrovabili on line più un nostro inviato a Misurata ed una ricerca che ha dato il “la” alle news di TG3 che riguardano l’export di armi italiane in Libia) ci sembra irresponsabile tagliare il conflitto in due. Una semplificazione del pensiero. Certo. La Nato ha fatto decine di morti, ma il regime di Tripoli ha sterminato come provano le fosse comuni e gli eccidi che emergono in questi giorni. Dovevamo rimanere a guardare come stiamo facendo per Damasco?

Può essere la risposta la guerra? No. Certo. Ma credo che gli Assad, i Bin Laden, gli Hussein ed i Gheddafi non conoscano molti altri linguaggi. Peccato che, una volta catturati, non vengano consegnati ad un Tribunale Internazionale come accaduto per i Milosevic, Karagic, Mladic ma facciano sempre la fine dei Ceausescu. Peccato che con la Siria non si possano sperimentare alcune misure “ferme, immediate e nonviolente” come l’immediato blocco dei beni al dittatore ed entourage (l’Italia ha tardato nel blocco per interessi di bottega) l’invio di una forza sovranazionale d’interposizione sotto l’egida dell’Onu, la chiusura progressiva di ambasciate e consolati, l’espulsione progressiva di ambasciatori da tutti gli organismi sovranazionali ed il rafforzamento di tutte le politiche regionali d’area che dissuadano il dittatore nel proseguire nell’eccidio del proprio popolo che manifesta pacificamente come noi nella Perugia Assisi.

Ed allora? Proseguiamo nel rafforzare il nostro pensiero debole. Alimentiamo le nostre conoscenze. Diffidiamo dei luoghi comuni e dei pregiudizi che sono cibo per i partiti xenofobi. E va bene. Continuiamo a fare shopping, ma non per questo ci comporteremo come dei decerebrati. Anzi. Ci preoccuperemo. Acquisteremo “meno e meglio”. Abiteremo i piccoli negozi e le grandi biblioteche. Il nostro stile di vita dovrà pur cambiare.

Fabio Pipinato

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