BERLINO, AVERE VENT’ANNI… STORIA DI UN SUCCESSO – da Qui Berlino

Avete notato che le foto di Berlino sono sempre mosse? Non è colpa del tempo d’esposizione, né della vostra mano poco ferma. Il fatto è che una delle caratteristiche più evidenti di questa capitale d’Europa è il suo essere in continuo movimento.

Per dirlo con le parole di Jack Lang, ex ministro della cultura francese tornato a visitare la città nel 2001, “Parigi è sempre Parigi, mentre Berlino non è mai Berlino”. Dal secondo dopoguerra ad oggi – tralasciando quel che ne fu prima – la capitale tedesca si è dovuta reinventare almeno tre volte. Rinata divisa dalle macerie del nazionalsocialismo, Berlino assunse un volto diverso nell’agosto del 1961 per via di quel serpentone di cemento che ne ha deformato l’essenza per ventotto anni prima di lasciare il posto a un terzo tempo, quello dell’unità, voluta da una parte e troppo accelerata dall’altra. Nel 1910, in tempi non sospetti dunque, lo scrittore Karl Scheffler scrisse con innegabile acume che “Berlino è una città condannata per sempre a diventare, e mai ad essere”. Condannata a cancellare i segni di passati rinnegati, a volta con una foga controproducente.

Indubbiamente gli ultimi 20 anni – dalla caduta del Muro, il nove novembre del 1989, a oggi – hanno prodotto una trasformazione radicale. Demografica prima di tutto: non sono cambiati solo gli edifici ma gli uomini e le donne che li abitano. Dal 1991 più di un milione e settecentomila persone hanno lasciato la città, e nello stesso arco di tempo sono arrivati un milione e ottocentomila nuovi berlinesi. Un cambiamento di volti notevole per una capitale che conta tre milioni e quattrocentomila abitanti: la metà.

In parte questo piccolo esodo in uscita e in entrata ha contribuito a sciogliere i nodi nella mentalità degli abitanti dell’ex est e ovest, per descrivere i quali sono state coniate anche due parole ad hoc, Ossis e Wessis, simboli fonetici di due universi abitudinari distanti anni luce. Eppure, nonostante le differenze e le lamentele nostalgiche di quegli abitanti dell’est che reclamano la loro Ddr, dal punto di vista sociale a Berlino non vale – a differenza del resto della Germania – la classica rappresentazione della forbice tra il ricco ovest e il povero est. Per ricchezza, educazione e sanità, i quartieri più poveri sono Neukölln, Kreuzberg e Wedding, tutti e tre dell’ovest, insieme a Marzahn ed Hellersdorf, dell’est. Stesso discorso per quelli più ricchi, tra cui ci sono Köpenick e Pankow, dell’est, insieme a Zehlendorf, a ovest.

Tra i nuovi arrivati, si vede camminando per le strade, molti sono giovani. Le analisi dei trend più recenti dicono che i berlinesi degli ultimi anni sono soprattutto francesi. Ci sono anche molti, moltissimi giovani italiani che tentano la fortuna lontano dalle paludi di casa. Ma la tradizione migratoria della città è più datata: sempre per rimanere alla seconda metà del Novecento, Berlino è stata popolata da una forte migrazione turca dalla seconda metà degli anni ’50 a ovest, e da una ancora visibile ondata di arrivi dall’Asia a est – dal Vietnam, in particolare -, oltreché da alcuni stati africani vicini al regime della Ddr. Negli anni ’80 arrivarono i russo-tedeschi, seguiti, dopo la riunificazione, dagli ebrei dalla Russia e dall’Ucraina, dai polacchi, gli slavi e tanti altri. Oggi Berlino tra i suoi abitanti conta cittadini da 190 stati diversi, una marmellata di culture e religioni dal sapore unico, celebrata ogni anno dal 1996 nell’affollatissima sfilata del Carnevale delle culture, durante il fine settimana di Pentecoste.

Cristiani protestanti e cattolici, musulmani, buddisti, ebrei. Ma soprattutto “senza dio”: nella capitale tedesca circa il 60% della popolazione non segue alcuna confessione. Molti di quei “senza dio”, con poca patria nella testa, arrivarono anche prima della caduta del Muro, contribuendo significativamente all’onda di energia dinamica che ha cambiato così in fretta il volto della città. Prima dell’89 a Berlino ovest si era infatti raccolta una comunità di antimilitaristi e pacifisti, gay, attivisti della sinistra extraparlamentare, artisti, tutti attirati dal basso costo della vita e dagli incentivi statali elargiti dalla Germania federale: aumenti di stipendio dell’8%, traslochi e viaggi di ritorno all’ovest ogni sei settimane pagati. Alla fine degli anni ’80 circa la metà dei berlinesi dell’ovest erano sovvenzionati dal governo di Bonn. E poi chi aveva la residenza era esentato dal servizio militare: Berlino era città demilitarizzata – persino la Ddr aveva il suo ministero della difesa a Straußberg -, e non governata dalla Repubblica federale.

Dal 1989, per far spazio ai nuovi berlinesi i quartieri hanno cambiato volto, assumendo quello dei nuovi arrivati. Intere parti della città si sono trasformate e continuano a trasformarsi. Ne sono esempi il recentissimo, e controverso, cosiddetto “quartiere dei media” – ancora in parte in costruzione lungo la Sprea, il fiume che attraversa Berlino – e due quartieri simbolo della città: Prenzlauerberg, a nord del centro, e Kreuzberg, poco a sud.

Partiamo da quest’ultimo. Negli ultimi venti anni Berlino è anche diventata qualcos’altro, oltre a quello che abbiamo già scritto: «La più grande città turca fuori dalla Turchia», come ebbe a dire l’allora ministro degli esteri dei Verdi Joschka Fischer. Oggi i turco-berlinesi sono circa 200mila. Molti sono arrivati prima dell’89. Molti dopo, arrivati anche nel senso di nati, qui a Berlino. Kreuzberg è la quintessenza della Turchia tedesca, contaminata però dai “senza patria, né dio” di cui si è scritto sopra. Il risultato è un concentrato di cultura, passione politica, innovazione e tradizione, low-cost e low-budget. Kreuzberg è popolata per il 40% da immigrati, e la disoccupazione è al 20%.

Prenzlauerberg ha un’altra storia, e un altro futuro. Refugium di artisti, letterati, intellettuali, anticonformisti e asociali di ogni genere già prima dell’89, da allora è stata letteralmente ripopolata da giovani “alternativi”. In 20 anni il quartiere ha subito un evidente processo di gentrificazione, visibile già dalle facciate dei palazzi e dai prezzi nei negozi dalle vetrine patinate, che abbondano. I ragazzi “alternativi” degli anni ’90 sono infatti oggi cresciuti, hanno iniziato a fare figli e a guadagnare con le loro “creative industries”. E il quartiere sta crescendo con loro, sviluppandosi secondo le loro necessità.

Berlino, dicevamo, è sempre in movimento. Il suo volto cambia continuamente. Il tempo non sembra segnarla come fa con le altre città. I palazzi, le strade, le piazze. Il suo particolare processo di mutazione la porta nel tempo che ancora non c’è, invece di farne la testimonianza di epoche che non ci sono più. Con la caduta del Muro il cielo sopra la capitale si è riempito di gru. Le infrastrutture, oltreché le abitazioni, erano da ricostruire, o riunire. E così in pochi anni il debito pubblico del Land Berlino è salito – e rimasto – intorno agli attuali 60 miliardi di euro.

Grandi opere avveniristiche hanno segnato la città: da Potsdamerplatz alla Hauptbahnhof, la stazione centrale, ultima delle grandi opere pubbliche finora realizzate. E l’intero quartiere governativo, certo, reinventato dopo che il governo della Germania riunificata di Bonn decise, nel 1991, di tornare a lavorare nella capitale. Da allora con i politici, i dipendenti pubblici, i consulenti, a Berlino sono tornati anche i lobbisti, i media – che dopo la guerra erano finiti tra Monaco e Amburgo -, le banche – tornate da Francoforte -, le assicurazioni – da Colonia -, il settore della moda e del design – da Düsseldorf -, e qualcuna delle industrie che avevano iniziato a lasciare la capitale già per scelta del Reich millenario di Hitler.

Con loro è tornato il cosiddetto potere d’acquisto, che ha dato una spinta all’economia della città – ancora debole, ai livelli di Budapest, Praga o Varsavia. Berlino, e questo non è immediatamente visibile, ha saputo anche ricostruire un tessuto di piccole e medie imprese – statalizzate durante la Ddr – ad alta tecnologia e orientate all’esportazione. Insieme al vicino Brandeburgo, la nuova capitale ha puntato con successo sul finanziamento di istituti di ricerca universitari e non, pubblici e non. Per merito della ricerca scientifica è rinato un intero quartiere, Adlershof, a sudovest, oggi il più grande parco tecnologico tedesco, con l’università e 750 imprese, che danno lavoro a 13mila persone.

Come abbiamo visto c’è una sola eccezione in quel passato che scorre senza lasciar segni sulla città: il Novecento, l’unico secolo, per quanto breve, che ha solcato profondamente Berlino. Ma che quando se ne è andato ha avuto il buonsenso di portar via il suo lascito peggiore. Il Muro. Dei 167 chilometri di blocchi di cemento prefabbricati, mattoni, filo spinato, torrette di avvistamento oggi rimane poca cosa. Una paio di chilometri lungo la Sprea, tra Friedrichshain e Kreuzberg – la famosa e appena restaurata, East Side Gallery -, il tratto Muro di fronte all’ottimo centro di documentazione di Bernauerstrasse, e poco altro ancora. Forse nemmeno abbastanza per onorare la memoria delle persone – tra 125 e 206, a seconda delle stime – che persero la vita nel tentativo di superarlo.

Uscito sul domenicale di Liberazione (fonte: quiberlino)

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