MAURO ROSTAGNO – L’ULTIMA VITTORIA DI UN UTOPISTA

MauroRostagno_mod 15 maggio 2014 – giustizia per Mauro Rostagno: a 26 anni dall’omicidio, il tribunale di Trapani condanna mandante ed esecutore.

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A 26 anni dall’omicidio di Mauro Rostagno, il tribunale di Trapani, al termine di un processo durato quasi tre anni, ha condannato all’ergastolo Vito Mazzara, come esecutore materiale, e Vincenzo Virga, come mandante. Questo pone la parola fine ad una storia fatta di calunnie, silenzi e depistaggi.

Mauro Rostagno, vittima della mafia, era stato una delle anime del movimento studentesco nel 1968, di Lotta Continua e nella seconda parte della sua vita dopo aver fondato una comunità di riabilitazione per tossicodipendenti a Trapani, si era impegnato nella lotta alla criminalità organizzata.

Maddalena Rostagno, sua figlia lo ricordava un anno fa dicendo: “Lui faceva le cose in maniera seria senza prendersi sul serio. Tutte le cose che ha fatto le ha fatte con un grande piacere e godimento per la sua vita e sul presente. Oggi sempre più spesso le persone che si occupano di certe cose si impostano molto, si mettono un’aria greve, seriosa, di credibilità. Lui non dava alcuna importanza al giudizio degli altri e ad avere un’aria credibile. Lui era credibile per le cose che faceva.

Per ricordarlo vi propongo un video del 1988, in occasione del ventennale del 1968 e un ritratto scritto da Enrico Deaglio nel giugno 2008 per la rivista Diario, quando è stata riaperta l’inchiesta sull’omicidio di Rostagno.

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PER NON DIMENTICARE SABRA E SHATILA

16-18 settembre 2012 –  Trenta anni fa, centinaia di civili disarmati, che vivevano nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila in Libano, furono massacrati dai soldati delle milizie cristiane, sotto gli occhi dei soldati israeliani. Leggi la testimonianza di Robert Fisk.

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Robert Fisk è un giornalista britannico che ha lavorato e lavora tuttora come corrispondente dal medio oriente per il quotidiano the Independent. Nel 1982 fu uno dei primi giornalisti ad arrivare nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, dopo che si era consumato il massacro. Il racconto che segue è tratto dal libro “Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra”, pubblicato in Italia da il Saggiatore.

 

Furono le mosche a farcelo capire.Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione, quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Per lo più giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti.Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa.Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la peste nera.

All’inizio non usammo la parola massacro.Parlammo molto poco, perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostre bocche.Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per “spazzare via i terroristi” – se ne erano appena andati.In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra.In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene.Dappertutto trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento. Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il caldo (…).

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle 10 di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico.C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone.

Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati.Era stato uno sterminio di massa, una atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola “episodio” in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica.

Era stato un crimine di guerra. 

 

L’immagine è tratta da “Valzer con Bashir” del regista israeliano Ari Folman.

“IL MIO LAVORO AD OGNI COSTO”

7 ottobre 2011 – quinto anniversario dell’omicidio di Anna Politkovskaja, giornalista russa di Novaja Gazeta. 

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Cinque anni dopo l’omicidio di Anna Polikvoskaja ho deciso di ricordare questa grande giornalista russa con questo pezzo scritto da lei alcune settimane prima di morire per Another Sky, un’antologia curata dall’associazione English Pen. In queste righe ritroviamo le difficoltà quotidiane e l’impegno di testimoniare giorno dopo giorno l’orrore e le barbarie di una guerra scomoda. Una guerra di cui nessuno  vuol sentir parlare.

 

Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.

Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto.

È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci: erano queste le condizioni in cui lavoravo durante la seconda guerra in Cecenia, scoppiata nel 1999. Mi nascondevo dai soldati federali russi, ma grazie ad alcuni intermediari di fiducia riuscivo comunque a stabilire dei contatti segreti con le singole persone. In questo modo proteggevo i miei informatori.

Dopo l’inizio del piano di “cecenizzazione” di Putin (ingaggiare i ceceni “buoni” e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni “cattivi” ostili a Mosca), ho usato la stessa tecnica per entrare in contatto con i funzionari ceceni “buoni”. Molti di loro li conoscevo da tempo dato che, prima di diventare “buoni”, mi avevano ospitato a casa loro nei mesi più duri della guerra.

Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da “rieducare”. Non sto scherzando. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell’amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev’essere “ripulita” da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me.

 

L’imboscata

Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza centrale di Kurchaloj, un villaggio ceceno grigio e polveroso. Portavo una sciarpa arrotolata sulla testa come fanno molte donne locali della mia età. La sciarpa non copriva completamente il capo ma non lo lasciava neanche scoperto. Era fondamentale non essere identificata, altrimenti mi sarebbe potuto succedere di tutto. Su un lato della piazza, appesa al gasdotto che attraversa Kurchaloj, c’era una tuta da uomo intrisa di sangue. La testa, invece, non c’era più. L’avevano portata via.

Nella notte tra il 27 e il 28 luglio due guerriglieri ceceni sono caduti in un’imboscata tesa alla periferia di Kurchaloj da alcuni uomini fedeli all’alleato del Cremlino, Ramzan Kadyrov, il primo ministro ceceno. Adam Badaev è stato catturato mentre Hoj-Ahmed Dushaev, originario di Kurchaloj, è stato ucciso. Verso l’alba una ventina di Zhiguli piene di uomini armati hanno raggiunto il centro del villaggio dove si trova il commissariato di polizia. Portavano la testa di Dushaev. Due uomini l’hanno fissata al gasdotto al centro del villaggio e sotto hanno appeso i pantaloni macchiati di sangue. Poi hanno trascorso le due ore successive a fotografare la testa con i cellulari.

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11 SETTEMBRE, DIECI ANNI DOPO.

come trovare la giusta collocazione nella coscienza collettiva per una tragedia che ha segnato in negativo con le sue conseguenze il primo decennio del nuovo millennio.

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In questi giorni mi è capitata in mano una rassegna stampa di articoli raccolti nei giorni successivi all’11 settembre e fa uno strano effetto rileggerli adesso a dieci anni di distanza. Quelle pagine piene di immagini shockanti trasmettono anche a dieci anni di distanza la difficoltà di raccontare quella che prima di tutto è stata una tragedia in cui ciascuno di noi si è sentito coinvolto dal punto di vista emotivo.

In quelle ore di incertezza in cui vedevamo. stupiti e spaventati, le immagini in diretta dal cuore di Manhattan, abbiamo capito che martedì 11 settembre non sarebbe stata una data qualunque tra un lunedì 10 e un mercoledì 12. Mentre guardavamo le torri cadere abbiamo capito che l’11 settembre avrebbe segnato per molto tempo una linea di demarcazione: che ci sarebbe stato un prima e un dopo. E la domanda fissa che sorgeva spontanea dentro ognuno di noi non era “perché è successo” ma “che cosa succederà ora?”.

Tre articoli fra i tanti pubblicati il 12 settembre credo abbiano qualcosa di importante da dire, anche a dieci anni di distanza.

Purtroppo molte dei timori di quelle ore si sono concretizzati e hanno segnato in profondità il primo decennio del nuovo millennio, con ferite che sono ancora aperte. Quello di oggi pertanto non è un anniversario qualunque perché è impossibile ricordare le vittime dell’11 settembre senza tenere conto di tutto quello che è venuto dopo. La guerra in Iraq e in Afghanistan pesano su questo anniversario come macigni e offuscano quello che avrebbe dovuto e potuto essere un momento per ricordare senza retorica le tante persone innocenti (di ogni nazionalità e ceto sociale) morte a Manhattan l’11 settembre 2001. A loro e a tutte le altre vittime delle guerre combattute dopo l’11 settembre dovrebbe andare oggi il nostro pensiero.

Sei articoli fra i tanti pubblicati in questi giorni in occasione del decimo anniversario dell’11 settembre descrivono secondo me al meglio la difficoltà con cui l’occidente ha celebrato questo anniversario.