DUE MILIONI DI IMMIGRATI PER DARE UN FUTURO ALL’ITALIA

Capita purtroppo sempre più spesso di dover assistere alle manifestazioni della schizofrenia di quella che è a tutti gli effetti una delle classi politiche più demagogiche e inette del mondo.

Da settimane ormai gli europei sono costretti a sopportare i quotidiani piagnistei senza fine di Maroni, mentre assiste al naufragio delle idee che hanno ispirato la politica criminale di contenimento dei flussi migratori, che lui ha costruito per anni insieme al suo governo.

Era lampante che leggi inique, come la Bossi-Fini sull’immigrazione e alleanze indecenti con regimi dittatoriali corrotti, come quella con Gheddafi non potevano essere altro che soluzioni palliative. Era evidente che considerare il fenomeno dei flussi migratori un “problema di sicurezza”, era quantomeno riduttivo se non addirittura controproducente.

Così,  proprio mentre il crollo del regime di Gheddafi e l’ondata di profughi che ne è seguita dimostrano in maniera incontrovertibile l’inefficacia della strategia di contrasto dei flussi migratori del governo italiano, un rapporto del ministero del welfare (e quindi non certo di qualche covo di radical-chic anti-italiani) ne mette in luce l’assurdità anche sul piano pratico, dicendo che, per garantire un futuro al nostro paese, serviranno 2 milioni di immigrati entro i prossimi dieci anni.

Il dato è stato inserito in un rapporto dal titolo “L’immigrazione per lavoro in Italia”, presentato ieri dal dicastero del ministro Sacconi (ministero che tra l’altro fu proprio di Maroni dal 2001 al 2006), ed è frutto dell’elaborazione di dati che annunciano da tempo per i prossimi anni un calo del 6% della popolazione in età lavorativa nel nostro paese. Risultato: per riuscire a mantenere la stessa popolazione produttiva, nel nostro paese, avremo bisogno di 2 milioni di immigrati in più.

Il dato non è di per sé una grande novità, ma il fatto che a dirlo sia proprio un ministero (e non la CIGL o la Sinistra Ecologia e Libertà o l’Espresso della situazione) dovrebbe far riflettere la nostra classe politica, visto che per quasi dieci anni ha alimentato ad arte l’intolleranza nei confronti dei migranti, criminalizzando proprio coloro che adesso sono chiamati a garantire un futuro al nostro paese .

E dovrebbe suscitare degli interrogativi anche in tutti i cittadini.

Ha forse fatto il bene del paese una classe di governo che, -per miopia o ottusità- ha cavalcato l’onda della paure degli elettori anziché fare scelte coraggiose? Come sarebbe oggi il nostro paese se avesse saputo adottare politiche lungimiranti in grado di valorizzare gli stranieri e di promuovere una sana integrazione? Come si può pensare di chiedere proprio a coloro che sono stati disprezzati e criminalizzati fino a ieri di fare la loro parte per il futuro dell’Italia?

Alla luce del rapporto del ministero del Welfare la risposta a queste, ma anche ad altre domande, non può essere più considerata una questione secondaria o differibile. A questo punto non si tratta più di essere favorevoli o contrari ad una società multiculturale, perché ad essere in gioco è ora il futuro del nostro paese.

La verità è che tanti immigrati sono molto più italiani di noi, perché hanno scelto di esserlo. Molti di loro hanno lasciato tutto quello che avevano e messo a rischio la propria vita in viaggi, spesso disumani, nella speranza di potersi costruire un futuro nel nostro paese. Molti di loro hanno conosciuto e affrontato il deserto, la sete, le violenze e le umiliazioni non solo dei trafficanti di esseri umani, ma anche di quei soldati che abbiamo armato e finanziato affinché gestissero i centri di detenzione nel deserto libico. Questi immigrati hanno lottato duramente per venire a vivere in questo paese ed hanno pagato a caro prezzo la scelta di diventare Italiani.

Oggi, alla luce dei dati del ministero del Welfare, accoglierli nel nostro paese e aiutarli a cercarsi un posto nella nostra società, non è più soltanto un segno di civiltà e rispetto nei confronti della loro dignità di persone e del loro vissuto, ma anche una scelta intelligente per il futuro del nostro paese!

WELFARE: VERSO LA COMUNITA’ CHE HA CURA DI SE’

Mettere al centro dell’intervento assistenziale non tanto l’erogazione di un servizio, quanto piuttosto la ricerca di una risposta ai bisogni della persona. Questa è la direzione in cui vanno gli interventi legislativi degli ultimi anni in materia di sanità e sociale, descritti dal consigliere provinciale Mattia Civico in una serata di approfondimento a Padergnone.

Alla base di questo lungimirante disegno politico c’è l’obiettivo di garantire un benessere in senso ampio che si ispiri a quella bellissima definizione di salute, intesa come uno “stato di completo benessere psichico, fisico e sociale”, inserita nello statuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, già nel 1948.

Quindi un’idea di salute unica, ma con tre dimensioni, che va oltre la semplice assenza di malattia e che mette al centro la persona con i bisogni che manifesta dal punto di vista psichico, fisico e sociale.

Promuovere e garantire il benessere come dirittio, significa quindi trovare risposte a bisogni di tipo complesso che da un lato gli operatori sanitari non sono preparati ad affrontare, ma che neppure il sociale riesce a gestire da solo.

Bisogni complessi che chiamano a raccolta le risorse messe in campo da una comunità responsabile e solidale, e che richiedono la collaborazione tra professionalità e competenze diverse tra loro nel progettare un intervento integrato di assistenza e cura alla persona.

Due i passi fondamentali, fatti sinora dal Consiglio Provinciale in questa direzione: l’approvazione dela legge provinciale sulle politiche sociali (l.p.13/2007) e di quella sulla tutela della salute (l.p. 16/2010).

Queste due leggi, che hanno modificato in maniera incisiva il quadro normativo in materia di welfare, hanno attribuito un ruolo centrale nella scelte e nella programmazione proprio alle Comunità di Valle, che sono ora chiamate ad esercitare con responsabilità questa delicata competenza.

Molti sono gli strumenti messi in campo dal legislatore a questo scopo.

Il Piano Sociale di Comunità è un documento di programma, che dovrà essere predisposto in ciascuna comunità, sulla base di linee guida che garantiscano i livelli minimi fissati dall’amministrazione provinciale. Questo documento dovrà essere frutto di un processo di progettazione partecipata e verrà elaborato da un apposito tavolo di lavoro in cui amministratori, professionisti e operatori del sociale saranno chiamati a confrontarsi per individuare le strategie migliori per integrare i servizi di assistenza sanitaria e socio assistenziale, tenendo conto delle caratteristiche, delle esigenze e delle esperienze già attive sul territorio.

Il Punto di Accesso Unico rappresenta invece un cambiamento radicale nel modo di concepire l’assistenza alla persona e dovrà essere isitutito in ogni comunità. Sarà formato da un’equipe multidisciplinare (composta da sanitari, professionisti del sociale, ma anche figure nuove come psicologi di comunità) e avrà il compito di fornire risposte concrete e adeguate a bisogni che per la loro complessità richiedono un’approccio integrato tra le varie professionalità dell’assistenza.

Nonostante le criticità siano numerose, a partire dalla gestione della difficile fase di transizione, questo disegno politico appare come un tentativo innovativo di affrontare con responsabilità le sfide che una società complessa pone. Al di là della bellezza di principi come “solidarietà”, “benessere” e “persona”, a cui quest’idea si ispira, la lungimiranza di questo modello sta soprattutto nella sua capacità di mettere al centro e valorizzare la responsabilità del territorio, per creare davvero una comunità che sappia aver cura di sé.

L’AIDS che non fa notizia – Net Generation

A inizio novembre il settimanale l’Espresso ha pubblicato un’approfondita inchiesta, che evidenziava una preoccupante diminuizione nell’utilizzo del preservativo, in particolare tra i giovani. Un calo della guardia sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili che dovrebbe far riflettere tutti.

Colpa dell’eccessiva superficialità con cui viene vissuta la sessualità, come vorrebbero i teorici del “sesso solo dopo il matrimonio”? oppure del fatto che utilizzare il condom non è più abbastanza trasgressivo, ora che anche Ratzinger ha manifestato qualche timido segnale di apertura sul suo utilizzo? Oppure ancora è colpa del fatto che di preservativo si è parlato sempre troppo poco nelle campagne di prevenzione dell’AIDS, come sostengono gli attivisti della LILA (lega italiana lotta all’AIDS)?

Queste sono solo tre delle molte ipotesi che, con un po’ di fantasia, si potrebbero formulare per spiegare il calo dell’appeal del preservativo sui giovani, ma a prescindere dalle proprie opinioni personali in tema di libertà sessuali, sarebbe meglio provare a trovare delle risposte efficaci a questo problema, piuttosto che concentrarsi solo sulle sue cause.

Sempre in novembre l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato  le stime sulla diffusione dell’AIDS in Italia e c’è un dato tra i tanti che vale la pena di citare: oggi quasi nella metà dei casi, l’infezione da HIV viene scoperta quando si manifestano i primi sintomi gravi della malattia, anni dopo il primo contatto con il virus.

Questo significa che ci sono migliaia di persone in tutta Italia che non si considerano a rischio e non si sottopongono al test pur avendo rapporti sessuali non protetti. Uomini e donne che scoprono di essere sieropositive solo anni dopo aver contratto l’HIV, quando ormai le possibilità a livello terapeutico iniziano a ridursi… e soprattutto dopo aver infettato molte altre persone!

Pare proprio a questo punto che purtroppo in Italia non sia ancora passato il messaggio che oggi non ha più senso parlare di “gruppi” a rischio., perché ad essere a rischio è qualsiasi persona abbia rapporti sessuali non protetti, a prescindere da religione, orientamento sessuale e stato civile. Proprio quest’ignoranza di fondo porta a considerare AIDS un problema lontano, a sottovalutare i rischi e a continuare questa catena di infezioni che si diffonde al ritmo di quasi 11 nuovi contagi al giorno.

Forse non è mettendo distributori gratuiti di preservativi nelle scuole superiori che si può pensare di risolvere  il problema, ma certo è che predicare l’astinenza non aiuterà ad otterre risultati migliori. Quello che servirebbe è una maggiore consapevolezza ed un’informazione equilibrata, perché attorno all’AIDS e alle persone sieropositive c’è purtroppo ancora forte pregiudizio, alimentato anche dall’ignoranza sia sulle modalità di trasmissione che sulle prospettive terapeutiche. Questo non aiuta certo neppure i sieropositivi che vivono come un segreto di cui vergognarsi il fatto di aver contratto l’HIV, per paura di essere vittima del pregiudizio, per paura di discriminazioni sul posto di lavoro, in famiglia, con gli amici. Addirittura sembra che alcuni sieropositivi in Trentino scelgano di affidarsi a centri fuori dalla provincia proprio per cercare di nascondere la propria malattia.

Cambiare la mentalità della gente non è facile, ma la sfida nelle campagne informative sulla prevenzione dell’AIDS sta oggi proprio nel passare dal tutti all’ognuno, per far sì che tutti si sentano chiamati in causa personalmente. La conoscenza è e deve essere la prima arma della prevenzione.

Articolo scritto per il primo numero di Net Generation, giornalino del Gruppo Giovani di Terlago  – dicembre 2010. Clicca qui per leggere gli altri articoli del servizio sulla prevenzione dell’HIV.

IL VALORE DELLA PARTECIPAZIONE – Vezzano7

Con l’elezione diretta del presidente e di tre quinti dei componenti dell’assemblea , il 24 ottobre si è alzato il sipario sulla storia della Comunità della Valle dei Laghi.È l’inizio di un nuovo, importante capitolo della storia della nostra valle, che vede, per la prima volta, il territorio artefice e protagonista del proprio futuro e delle proprie scelte.

Approfitto delle pagine di Vezzano7 non solo per ringraziare per la fiducia e il sostegno che ho ricevuto in queste elezioni e augurare a tutti buone feste, ma anche per riprendere un tema che credo importante: quello della partecipazione. Le Comunità di Valle sono uno strumento per i territori di esercizio dell’autonomia, tuttavia il successo di questa riforma, e l’efficacia di questo Organo, dipendono strettamente dalla misura in cui i cittadini avranno un ruolo attivo in questa narrazione politica. Nei prossimi anni, la Comunità di Valle sarà la sede in cui verranno prese le decisioni che delineeranno un modello di sviluppo in senso ampio, per permettere al nostro territorio, preso nel suo insieme, di affrontare nel modo migliore le sfide che il futuro pone. Personalmente posso dire di essere felice di essere parte di questo processo e cercherò di spendermi affinché i cittadini siano davvero i protagonisti delle scelte della Comunità di Valle, perché sono convinto che l’autonomia, senza la partecipazione sia infatti un’autonomia solo per metà.

Intervento scritto per il numero 3/2010 notiziario comunale Vezzano7 del Comune di Vezzano – dicembre 2010