COSA VUOL DIRE ESSERE SIEROPOSITIVI IN TRENTINO OGGI?

A. è una signora di 46 anni, sieropositiva di Trento e chiarisce subito che ogni sieropositivo ha un vissuto diverso e ha anche un modo diverso di convivere con l’HIV.

A che età e come hai contratto l’infezione?

Era il 1986 allora avevo 19 anni e da 5 stavo con un ragazzo. Dopo 2 anni che ci frequentavamo ha iniziato a fare uso di sostanze stupefacenti per via endovenosa. È passato un po’ di tempo prima che mi accorgessi di quello che stava succedendo, ma poi ho iniziato a capire, o meglio a vedere. Ho cercato di stargli vicino, convinta che prima o poi avrebbe smesso, ma nulla. Così, per paura di perderlo, ho cominciato anch’io. All’inizio “tiravo” poi un giorno la “roba” era bagnata e così ho iniziato a bucarmi, o meglio a farmi bucare,visto che non avevo il coraggio di farlo da sola. Ancora oggi non saprei se attribuire la mia infezione allo scambio di siringhe o a rapporti sessuali non protetti, perché in quel periodo avevo entrambi questi comportamenti.

Hai scoperto di essere sieropositiva per caso oppure ti sottoponevi regolarmente al test?

All’epoca, il test veniva proposto regolarmente a chi frequentava il Ser.T. (servizio tossicodipendenze ndr). Io non lo frequentavo, ma il mio ragazzo sì e quando lui risultò positivo gli dissero che avrei dovuto farlo anch’io in quanto avevamo rapporti sessuali non protetti.

Quanto e com’è cambiata la tua vita sociale, in particolare sul lavoro e nell’amicizia? Ti sei mai sentita discriminata?

Nel 1986 questa malattia era ancora poco conosciuta e quindi alla gente comune il nome AIDS diceva molto poco. Ho scelto con attenzione le persone a cui dire di essere sieropositiva. Ricordo ancora una datrice di lavoro che mi disse: “è una perla che doni a qualcuno e quindi, come dice il proverbio, “non si danno perle ai porci perché non sarebbero in grado di apprezzarle””. Ricordo anche la paura che avevo quando, molti anni fa, decisi di dirlo ad un’amica. Ero ricoverata nel reparto di malattie infettive, quindi era abbastanza evidente, e lei era venuta a trovarmi. Ci tenevo tanto a dirglielo e lei, con le lacrime agli occhi, mi ha abbracciata, mi disse che non era assolutamente un problema e mi chiese cosa fosse questa malattia. Fu un atteggiamento saggio, perché conoscerla meglio per non temerla è proprio l’atteggiamento con il quale l’affronto anch’io tutti i giorni da anni.

Come vivi il tuo rapporto con la sessualità? Hai paura di contagiare il tuo partner?

In questi anni ho avuto più relazioni e alcune “storielle”, sia con persone sieropositive che non. Alle persone con cui non ho iniziato una storia, non ho nemmeno detto della mia situazione: ho usato il preservativo e mi son sentita apposto così. Con le altre persone direi che la consapevolezza è stata l’unica “arma” che mi ha permesso di vivere serenamente nel rispetto reciproco. Certo il virus c’è, però se si assumono le terapie regolarmente, si riesce a tenerlo sotto controllo e diventa meno infettante. Se si conoscono quali sono i liquidi attraverso cui si trasmette il virus, si cerca di fare in modo di evitare il contatto diretto. Ancora una volta la consapevolezza dà sicurezza e serenità.

In che cosa ti limita maggiormente il fatto di essere sieropositiva?

Quando all’età di 21 anni mi è stato detto che non avrei potuto aver figli, ho sentito tutto il peso che comportava. Ormai da alcuni anni, per fortuna, non è più così: una donna sieropositiva può avere figli senza il timore che l’infezione si trasmetta anche a loro. Fortunatamente, grazie al mio carattere e tutto sommato ottimista, non mi sento più di tanto limitata. Certo, bisogna assumere medicine tutti i giorni, ma il mio fisico risponde bene alla terapia. Oggi ho 43 anni…in fondo ho vissuto più della metà della mia vita con il virus in corpo.

Dal tuo punto di vista, credi che in Italia l’informazione sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili sia sufficiente? Credi ci sia una consapevolezza dei risch?o c’è disinformazione?

Purtroppo la società parla poco dell’HIV. Le istituzioni, condizionate dalla Chiesa, si guardano bene dal promuovere campagne informative e dal realizzare una giusta e corretta educazione sessuale, anche e soprattutto nelle scuole. Ho la sensazione che oggi si torni indietro piuttosto che andare avanti e su molti temi. È triste pensare che un tempo negli istituti superiori era possibile portare preservativi ed oggi non più e anche sul fronte della discriminazione la situazione non è rosea. Credo sia proprio la paura di essere visti come degli “appestati” che spinge molte persone sieropositive a nascondersi o addirittura a non volersi neppure sottoporre al test per non sapere se hanno contratto il virus. Oggi sappiamo che l’HIV non fa distinzioni di razza, sesso, età, religione o orientamento sessuale: è una malattia che riguarda l’intera società e prorio per questo vorrei sottolineare ancora il concetto che la consapevolezza e la conoscenza, sono gli strumenti che possono più aiutare sia chi convive con l’HIV, che chi deve proteggersi.

Articolo scritto per il primo numero di Net Generation, giornalino del Gruppo Giovani di Terlago  – dicembre 2010. Clicca qui per leggere gli altri articoli del servizio sulla prevenzione dell’HIV.