Il Predellino due: e ora Forza Silvio

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Tutta la parte destra dell’emiciclo è in piedi, grida Sil-vio Sil-vio. Tutti i deputati del Pdl e della Lega ritmano il nome di Berlusconi, Nicola Cosentino si spella le mani, Niccolò Ghedini in piedi, in mezzo a loro Giulia Bongiorno seduta e immobile, Manuela Repetti, la compagna del ministro Bondi, si sbraccia per farsi vedere. Allora il presidente del Consiglio fa un gesto incredibile, mai visto a memoria nell’aula di Montecitorio. Si alza, estrae il sorriso più stereotipato del suo repertorio, solleva il braccio destro. E resta così uno, due, tre interminabili minuti mentre i deputati che gli sono rimasti fedeli battono le mani ancora più forte. E’ questo il Predellino due di Berlusconi: in tutto identico al Predellino uno di piazza San Babila, novembre 2007, quando il Cavaliere lanciò il nuovo partito. Solo che ora è il Parlamento a essere trasformato nel tettuccio di una macchina. E il Pdl non esiste più, ora che finalmente è stato espulso il dissenso può ritornare a quello che doveva essere da sempre nella mente del fondatore: Forza Silvio. Un partito dove non si discute, non si fanno i congressi, non si decidono insieme le candidature, non si deve far altro che gridare Silvio-Silvio. Pronto ad affrontare la prossima campagna elettorale che dopo questo voto si fa più vicina.

Finisce così la seduta parlamentare più drammatica di questa legislatura, la votazione sulle mozioni di sfiducia sul sottosegretario alla Giustizia Antonio Caliendo, indagato per i suoi rapporti intimi con la cricca della P3. Per tutta la giornata di ieri e di oggi il tam tam del Palazzo segnala in modo insistente che Berlusconi potrebbe decidere di salire al Quirinale per dimettersi se alla prova la coalizione governativa dovesse mancare quota 316 voti, quanti ne servono per fare maggioranza. Nelle stesse ore anche il presidente della Camera Gianfranco Fini è impegnato sui numeri, deve tenere uniti i suoi all’esordio nell’aula e dimostrare che con la sua astensione il governo Berlusconi non ha più la maggioranza.

A pochi minuti dall’inizio la vasca del Transatlantico è strapiena, come mai si è vista il 4 agosto. Fini esorcizza la tensione scherzando con il deputato Paglia, eroe della Somalia che ha perso l’uso delle gambe e gira in sedia a rotelle: “Tu almeno non hai problemi di poltrone…”. Dentro è già una bolgia. Il ministro della Giustizia Alfano ha appena lanciato il suo anatema contro le opposizioni che voteranno le mozioni e contro gli astensionisti di Fini, Casini e Rutelli: “State attenti, questo voto resterà nel curriculum della vostra vita pubblica e vi si ritorcerà contro”. Quando parte la diretta televisiva succede di tutto: spintoni e insulti tra il deputato ex finiano Marco Martinelli (un professionista: il papà era l’uomo incaricato da Almirante di accendere le risse nei congressi del Msi) e il neo-finiano Di Biagio, con il bolognese Raisi che cerca di mettere pace. Tra i seggi del governo c’è il finiano viceministro Urso, unico senza cravatta, accidenti che anticonformismo. L’altro ministerial-finiano Ronchi si mette accanto a La Russa. I due si danno la schiena, giochicchiano con gli occhiali, spolverano il nulla. Fini richiama all’ordine “i banchi di destra”, un luogo che lui non frequenta più. A nome del suo gruppo appena nato, infatti, parla Benedetto Della Vedova, radicale pacato, quanto di più lontano dai reduci di via della Scrofa. Tocca a lui annunciare che il gruppo Futuro e Libertà presto diventerà anche un partito autonomo: “Siamo un gruppo di deputati che avrebbero voluto restare nel Pdl. Ci hanno risposto in modo categorico che il Pdl non poteva tollerare la normale dialettica che caratterizza tutti i partiti in Occidente”. E con l’intervento di Casini si materializza finalmente il fantasma che ha rovinato il sonno a una generazione di cronisti, il terzo polo. Anche se Pier ci tiene a precisare che il diritto di primogenitura tocca a lui: “Nel 2008 eravamo soli, ora la compagnia è più folta. Ma non c’è grande centro o nostalgia della Dc. Fatti nuovi devono produrre strade nuove”.

Di Pietro non ci sta e attacca brutalmente: “Chi oggi si astiene è un pavido”. Il capogruppo del Pd Dario Franceschini imbrocca il tono giusto, mentre fuori nei corridoi i suoi compagni di partito discutono di surreali governi Tremonti. “Berlusconi si chieda perché nel ‘94 accanto aveva Fini e Casini e ora è rimasto da solo cacciando con l’arroganza del padrone chi disubbisce”. E avverte: “La maggioranza non c’è più, è residuale. Comincia la seconda parte della legislatura, sarà molto diversa dalla prima. E fate attenzione a non portarci a nuove elezioni anticipate: ridotti come siete, a brandelli, le perdereste!”. Una botta di coraggio che i deputati del Pd accolgono come una liberazione da larghe intese e transizioni varie, con una standing ovation per Dario il guerriero.

Il capogruppo Pdl Cicchitto pensa di essere l’ultimo a parlare. E si produce nel suo numero preferito: l’attacco alla stampa, alla magistratura, al partito Repubblica-Espresso, al giustizialismo che pretende “ogni mese un sacrificio umano” e costruisce “una società del sorvegliare e punire che elimina ogni libertà, la libertà economica, la libertà di sesso…”. Mentre l’ex piduista Cicchitto difende la P3 e grida “sesso libero” nell’aula della Camera due file sopra di lui un’esile donna sta terminando di limare il suo interventio di dissenso a sorpresa. Non è più la ragazza che era quando il papà Sergio Moroni, segretario lombardo del Psi, si tolse la vita dopo aver scritto una lettera per protestare contro il clima di linciaggio all’epoca di Mani Pulite. Finisce Cicchitto, tocca alla deputata Chiara Moroni, la figlia di Sergio, che del gruppo Pdl fino a oggi è stata vicecapogruppo e tesoriera, levare ai berlusconiani anche l’ultimo alibi: “La mia storia personale e familiare è profondamente garantista. Ma non posso tollerare che questa battaglia sia confusa con l’impunità”. Uno strappo che fa male, perché la Moroni non può essere isolata come una forcaiola, uno strumento nelle mani delle Procure, anzi. E’ un altro pezzetto di identità del Pdl viene a cadere. Berlusconi, appena arrivato, abbassa la testa e finge di non ascoltare. Come sempre, quando c’è una verità che lo infastidisce.

Ma che importa? Tanto per lui c’è il trionfo preparato al castello di Tor Crescenza da Mariarosaria Rossi, la deputata “major” nuova pupilla del Capo. “L’unico dubbio”, racconta pochi minuti dopo, “era se battere le mani gridando Silvio o Berlusconi”, e poi dicono che nel Pdl non c’è la dialettica. Ma quando si vota si vede che la maggioranza di Silvio non c’è più. I voti di Pdl più Lega si bloccano a 299, ben lontani da 316, le 75 astensioni più Pd e Idv possono far cadere il governo. E’ la partita di domani. I deputati sciamano via, verso le vacanze. Quelli della Lega si fermano a farsi le foto davanti alla fontana del cortile di Montecitorio. Festeggiano l’arrivo di un neo-deputato marchigiano. Il deputato leghista Massimo Polledri dietro la cravatta ostenta un cornetto rosso, “sono cattolico e nordista ma anche scaramantico”, ma sa bene che la legislatura è vicina all’epilogo. Sul grande schermo c’è l’avviso con la prossima convocazione della Camera: mercoledì 8 settembre alle ore 17. Data e orario perfetto per organizzare il tutti a casa.

Articolo tratto da: LOST IN POLITICS

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