La macchia e la faccia

La Macchia e la Faccia sono i protagonisti nascosti della prima direzione Pd dell’era Renzi, aperta dal segretario in maniche di camicia con un elenco di “avvisi parrocchiali”, come li chiama lui (che contengono, come se nulla fosse, l’adesione del Pd al Partito socialista europeo, tema poco appassionante su cui i democratici sono riusciti ad accapigliarsi per anni) e conclusa molte ore dopo da don Matteo con un rinvio a lunedì, per un’altra direzione che voterà sulla legge elettorale. Ed è la prima sorpresa: il sindaco che non partecipava alle assemblee di partito e che si dichiarava a disagio di fronte allo spettacolo della nomenklatura affollata al microfono, l’uomo solo al comando, ringrazia la struttura tecnica di largo del Nazareno, tutta riconfermata (”visto? non sono arrivati gli Unni!”) e convoca a ruota un’altra riunione, un’altra direzione…

La seconda sorpresa, forse anche per i renzi-entusiasti che si annidano nella giovane segreteria del Pd, è che non è una direzione trionfale, non può esserlo, al nuovo leader l’esercizio del potere piace eccome, ma più forte è la preoccupazione di finire stritolato nelle manovre, nelle trappole, nel “fallimento” della classe politica precedente, come lo definisce Renzi. La Macchia del passato, quello che è sempre stato promesso e mai realizzato, che rischia di travolgere anche il sindaco 39enne che non porta responsabilità del ventennio precedente. “Io mi gioco il tutto per tutto”, ammette nella replica. L’ombra del flop, che colora di qualche lampo bianco la chioma ancora nera e allegra del sindaco-segretario. “O portiamo a casa qualche risultato da qui a quattro mesi o ci sarà una devastante campagna elettorale per le europee in cui Berlusconi e Grillo ci incastreranno”, si spinge a prevedere. “O c’è questa consapevolezza o saremo spazzati via”. Nella replica è ancora più tagliente e cupo: “Non c’è Renzi, Civati o Cuperlo. Senza questa svolta è l’intero Pd che muore il 25 maggio”.

E mai si è sentito un segretario appena eletto da milioni di persone, con il vento nei sondaggi, conteso dai media, lasciarsi andare a presagi così drammatici. Qualcosa di più della preoccupazione del giocatore che sa che sta per cominciare la mano decisiva, oppure della scelta tattica di drammatizzare il passaggio per tenere unite le truppe. La diversità di Renzi dagli altri animali partitici è nel fattore tempo, la percezione quasi tragica che game is over, il tempo è scaduto per la classe politica e che solo l’irruzione rapida di un fatto nuovo, qualcosa di simile all’arrivano i nostri di un film, può consentire al sistema di sopravvivere, stabilire se Renzi sarà il primo a inaugurare la nuova fase o l’ultima stella cadente che svanisce, come una meteora, come Mario Segni, si è quasi augurato sul “Foglio” il novantenne Emanuele Macaluso. Il tempo è breve, ne sono certi il più giovane e il più vecchio della politica italiana, il presidente Giorgio Napolitano.

La macchia, la scottatura. E’ quella evocata da Roberto Formigoni con un tweet malizioso che Renzi legge in diretta, con l’i-phone in mano, “anzi, guardate, lo ritwitto davanti a voi”. La scottatura, la possibilità di un tradimento a voto segreto, l’avvertimento: il segretario non controlla le truppe, vedete cosa succederà quando la legge elettorale arriverà nell’aula parlamentare… “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore…”, dice Nathan Zuckerman ovvero Philip Roth in “La macchia umana”, storia di segreti custoditi per decenni destinati a deflagrare. I 101 di Prodi sono la macchia umana del Pd, il peccato originale di questa legislatura, sono ancora tutti lì, con il loro carico di sospetti e di veleni. Renzi non li nomina ma li evoca: “Discuteremo e voteremo”, replica a Formigoni. “E se qualcuno del Pd si presterà al gioco a voto segreto, in questa legislatura, con questi gruppi parlamentari, sappia che si aprirà una discussione non nel partito ma davanti al Paese, con conseguenze che vi faccio immaginare”. Con l’eliminazione di Prodi i franchi tiratori immaginavano di salvare la legislatura, con un affossamento della legge elettorale si condannerebbero al voto anticipato.

Una minaccia spuntata? Un’ammissione di improvvisa debolezza? Di certo quello della prima direzione è il Renzi più freddo e più cauto dell’ultimo mese, il più prudente e felpato sul governo. Su Enrico Letta e i ministri piovono battute e provocazioni, dalle “figure barbine” sullo stipendio degli insegnanti o sull’Imu fino al parallelo tra la dichiarazione di Letta sulla sua relazione e il telegramma che il sovietico Krusciov spedì a Kennedy durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962. Due blocchi contrapposti, per l’appunto, due fronti, due schieramenti avversari, due nemici. Stava per scoppiare un conflitto mondiale, ma con Palazzo Chigi sono cannoncini verbali, furbizie, aggiramenti. Perché esaurito l’estremismo verbale appare evidente che Renzi ha rinunciato a ogni prospettiva di voto anticipato, se mai ne ha avuto l’illusione.

Con l’Ncd di Angelino Alfano invece sono siluri veri, sparati fuori e dentro il partito. La minoranza interna, da Gianni Cuperlo a Stefano Fassina a Alfredo D’Attorre, difendono il partitino del vice-premier, chiedono la legge elettorale a doppio turno che gli alfaniani prediligono, si ergono a sentinelle del governo. Anzi, Cuperlo si spinge a ipotizzare un nuovo governo, un Letta-bis, azzeccando la battuta più ferocemente colta del pomeriggio, la citazione del Giulio Cesare di William Shakespeare, il discorso di Marco Antonio contro Bruto, “Brutus is an honourable man”, non si può dire che Bruto è un uomo d’onore, che il governo Letta deve andare avanti, e poi sparargli addosso dalla mattina alla sera…

“Alfano non è uno dei nostri”, attacca Renzi in conclusione. O forse vorrebbe gridare quello che ha detto in un’intervista alla “Stampa” a Federico Geremicca alla fine dell’anno: “Io non ho niente in comune con Alfano. E con Letta”. Ma non oggi, non in questa sede. Non alla vigilia dell’intervento del ministro Nunzia De Girolamo alla Camera e dell’incontro con Silvio Berlusconi. Renzi chiederà al Cavaliere un patto completo su legge elettorale, eliminazione del Senato elettivo, riforma del titolo quinto. A esplorazione finita tornerà lunedì nella direzione del Pd per chiedere un voto sulla sua proposta di legge elettorale. Da quello che si capisce oggi sarà un mix di spagnolo con l’eventualità del doppio turno. Ma questi sono tecnicismi. L’ultimo appunto della serata sta ancora nell’ultima preoccupazione di Renzi: “Non perdere la sfida della dignità e della faccia”. Già, la faccia. Il fattore faccia, che in politica si può perdere o ritrovare, tenere nel cassetto, stampare sui manifesti, usurare in televisione. La faccia che può una risorsa. O che può essere irrimediabilmente sporcata, scottata, macchiata. A pensarci bene, il dilemma del giovane Renzi è tutto qua.

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