PER NON DIMENTICARE SABRA E SHATILA

16-18 settembre 2012 –  Trenta anni fa, centinaia di civili disarmati, che vivevano nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila in Libano, furono massacrati dai soldati delle milizie cristiane, sotto gli occhi dei soldati israeliani. Leggi la testimonianza di Robert Fisk.

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Robert Fisk è un giornalista britannico che ha lavorato e lavora tuttora come corrispondente dal medio oriente per il quotidiano the Independent. Nel 1982 fu uno dei primi giornalisti ad arrivare nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, dopo che si era consumato il massacro. Il racconto che segue è tratto dal libro “Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra”, pubblicato in Italia da il Saggiatore.

 

Furono le mosche a farcelo capire.Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione, quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Per lo più giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti.Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa.Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la peste nera.

All’inizio non usammo la parola massacro.Parlammo molto poco, perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostre bocche.Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per “spazzare via i terroristi” – se ne erano appena andati.In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra.In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene.Dappertutto trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento. Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il caldo (…).

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle 10 di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico.C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone.

Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati.Era stato uno sterminio di massa, una atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola “episodio” in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica.

Era stato un crimine di guerra. 

 

L’immagine è tratta da “Valzer con Bashir” del regista israeliano Ari Folman.

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