Qualcosa di sinistra

gridodangosciapn5«Dì qualcosa di sinistra . Dì qualcosa anche non di sinistra, qualcosa di civiltà. D’Alema dì qualcosa, reagisci!». Sono passati dodici anni dal grido di dolore di Nanni Moretti davanti alla tv, il faccia a faccia tra il segretario della Quercia con i capelli ancora neri e Berlusconi che immancabilmente attaccava i giudici politicizzati. È passato un bel po’ di tempo, ma, alla fine, D’Alema ha reagito. Preso dall’entusiasmo del neofita, ha spiegato che c’è il conflitto di interessi e che tutti i giornalisti del “Giornale” sono servi di Berlusconi. Sembrava Furio Colombo, sembrava Paolo Flores d’Arcais. Sembrava Marco Travaglio.

Ma sono tutti i leader del Pd che da qualche tempo hanno cambiato copione. Prima della sfuriata di D’Alema a Ballarò con Sallusti c’era stato lo sfogo di Bersani ad Annozero. In pochi minuti, con la voce rotta dall’emozione, il segretario del Pd è riuscito a dire quello che tanti suoi elettori volevano ascoltare da anni: che la Costituzione non si tocca perché è la più bella del mondo, che il Pd è il partito dei lavoratori e vuole stare accanto agli operai, che la legalità è un valore supremo. Due giorni fa, poi, ha fatto di più: è andato a Porto Torres a incontrare i cassintegrati che lottano contro lo smantellamento delle loro aziende a opera delle multinazionali, costretti a barricarsi sull’Asinara e inventarsi un anti-reality (L’Isola dei cassintegrati) per bucare il muro dell’indifferenza. E qui Bersani ha riesumato qualche altra bandiera antica: «Basta cazzate, vogliamo parlare di cose reali. E le cose reali stanno qui». Ha rassicurato i presenti: «La parola compagno esiste». Ha ripescato l’icona di sempre: Enrico Berlinguer. E ha fatto come Aretha Franklin: «Hey Baby, all I’m askin’ is for a little respect when you come home». Solo un po’ di rispetto.

aretha-franklin-artbersaniIl revival scatena la curva dei militanti, interpretati magistralmente dal mio amico Diego Bianchi Zoro: daje, Giggi, daje. Ma, c’era da aspettarselo, ha incassato la gelida reazione di Walter Veltroni al convegno della minoranza di Cortona. E questo, sinceramente, è un problema tutto loro, dei dirigenti del Pd, delle loro correnti, dei loro equilibri.

Resta invece totalmente inevasa una domanda. Cosa è successo in questi dodici anni, tra la sfogo di Moretti in “Aprile” e il gladiatorio D’Alema che manda a farsi fottere il giornalista berlusconiano? Non è un caso che la riesumazione di toni, stili, parole d’ordine, bandiere e colori di sinistra coincida con la fine elettorale della lunga era del New Labour in Inghilterra che a lungo ha rappresentato il modello e il miraggio dei riformisti di casa nostra. «Il New Labour non era un’etichetta per coprire il vuoto ideologico, non è stato la continuazione del thatcherismo sotto diverse spoglie», difende quell’esperienza Anthony Giddens che ne è stato il teorico. Sarà. Ma qui da noi il blairismo è stato interpretato in quel modo. L’inseguimento della moda della Cool Britannia cui Antonio Polito dedicò un libro giusto nel ‘98, ben prima di diventare direttore del “Riformista” che di questa sinistra light, liberale, spensierata, spregiudicata si proponeva di diventare il foglio di riferimento. Post-comunisti con la bombetta, come Alberto Sordi in “Fumo di Londra”. E vai con la rivoluzione liberale invocata da D’Alema in visita alla City. E vai con i nostri principi delle tenebre, Claudio Velardi, molto più simpatico di Mandelson in verità, impegnati in tortuose strategie anglo-partenopee. E la-sinistra-che-è-un-male, come mi disse D’Alema in un’intervista all’Espresso nel 2003 («solo l’esistenza della destra rende questo male sopportabile»). E Ikarus, i buffet del cuoco Vissani, la bella modernità. L’adeguamento al pensiero unico: l’economia solo finanziaria, la politica come pura gestione del potere. Il dogma della New Left: contrordine, compagni, arricchirsi si può, anzi, si deve, e senza più tanti sensi di colpa. E le scelte conseguenti: la privatizzazione della Telecom, letteralmente regalata ai capitani coraggiosi Colaninno e Gnutti, e si è visto poi com’è andata. E addio alla politica industriale, che orrore, addio all’intervento pubblico in economia, tutta roba da imbalsamare nel museo delle cere. Accanto agli operai e a Berlinguer.

«Finiremo per rappresentare solo quelli che stanno in mezzo», avvertiva D’Alema al congresso di Roma del Pds nel ‘97, in quello che resta il suo migliore discorso. Esattamente quello che è successo: una sinistra prima abbagliata dal mito della flessibilità e ora precipitosamente tornata a corteggiare quel che resta della fabbrica fordista. Si ripescano dall’armadio le vecchie parole. Per tornare a scaldare i cuori, perché quando si è a corto di identità e i voti scarseggiano bisogna almeno far sventolare le belle bandiere. Il rosso antico Bersani cui Veltroni contrappone il Pd modello Lingotto. La gara a chi è più anti-berlusconiano dell’altro, dopo che tutti hanno fatto a gara a imitare il Cavaliere. E intanto la sinistra italiana, in tutte le sue anime, resta senza parole e senza pensieri, disarmata di fronte alla sfida epocale: la richiesta di un ritorno della politica, resa drammaticamente necessaria dal crollo delle Borse, dalla tempesta finanziaria, dalla speculazione che manda in rovina gli Stati nazionali. Dire qualcosa di sinistra non significa galvanizzare le tifoserie, è un trucco consolatorio che si impara da piccoli alle feste dell’Unità, ma non funziona più. Non significa rispolverare la nostalgia del passato: né quello remoto, né quello recente. Non serve il modello emiliano e neppure il pullman, il solido e il liquido, il rosso e il verde. Serve dire qualcosa di nuovo. Di sinistra, appunto.

A conferma di quanto scritto, arriva pagina 5 del “Corriere” di oggi, catenaccio su Bersani: «L’iniziativa del leader Ds..». Sbadati o maliziosi i titolisti di via Solferino, d’accordo. Però la confusione è lecita.

Articolo tratto da: LOST IN POLITICS

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