11 SETTEMBRE, DIECI ANNI DOPO.

come trovare la giusta collocazione nella coscienza collettiva per una tragedia che ha segnato in negativo con le sue conseguenze il primo decennio del nuovo millennio.

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In questi giorni mi è capitata in mano una rassegna stampa di articoli raccolti nei giorni successivi all’11 settembre e fa uno strano effetto rileggerli adesso a dieci anni di distanza. Quelle pagine piene di immagini shockanti trasmettono anche a dieci anni di distanza la difficoltà di raccontare quella che prima di tutto è stata una tragedia in cui ciascuno di noi si è sentito coinvolto dal punto di vista emotivo.

In quelle ore di incertezza in cui vedevamo. stupiti e spaventati, le immagini in diretta dal cuore di Manhattan, abbiamo capito che martedì 11 settembre non sarebbe stata una data qualunque tra un lunedì 10 e un mercoledì 12. Mentre guardavamo le torri cadere abbiamo capito che l’11 settembre avrebbe segnato per molto tempo una linea di demarcazione: che ci sarebbe stato un prima e un dopo. E la domanda fissa che sorgeva spontanea dentro ognuno di noi non era “perché è successo” ma “che cosa succederà ora?”.

Tre articoli fra i tanti pubblicati il 12 settembre credo abbiano qualcosa di importante da dire, anche a dieci anni di distanza.

Purtroppo molte dei timori di quelle ore si sono concretizzati e hanno segnato in profondità il primo decennio del nuovo millennio, con ferite che sono ancora aperte. Quello di oggi pertanto non è un anniversario qualunque perché è impossibile ricordare le vittime dell’11 settembre senza tenere conto di tutto quello che è venuto dopo. La guerra in Iraq e in Afghanistan pesano su questo anniversario come macigni e offuscano quello che avrebbe dovuto e potuto essere un momento per ricordare senza retorica le tante persone innocenti (di ogni nazionalità e ceto sociale) morte a Manhattan l’11 settembre 2001. A loro e a tutte le altre vittime delle guerre combattute dopo l’11 settembre dovrebbe andare oggi il nostro pensiero.

Sei articoli fra i tanti pubblicati in questi giorni in occasione del decimo anniversario dell’11 settembre descrivono secondo me al meglio la difficoltà con cui l’occidente ha celebrato questo anniversario.

L’eredità dell’11 settembre – Paul Kennedy

Dieci anni fa, grazie a un piano ben congegnato, un gruppo di terroristi riuscì a dirottare quattro voli di linea e a sferrare un attacco micidiale agli Stati Uniti, con gravissime perdite umane. La reazione del governo americano fu rapida, decisa e brutale. Prima l’attacco all’Afghanistan dei taliban legati ad Al Qaeda. Due anni dopo, nel 2003, le forze armate statunitensi si riversarono in massa in Iraq per la seconda volta dal 1991, deponendo Saddam Hussein e il suo odioso regime. Fu una impressionante dimostrazione di forza militare. Ma quanto poteva durare? E quanto avrebbe aiutato gli Stati Uniti a mantenere la loro posizione di forza? Con il passare degli anni, le guerre in Iraq e specialmente in Afghanistan sono diventate sempre più sanguinose e meno comprensibili agli occhi dell’opinione pubblica americana. Tutti pensano che la Casa Bianca e il congresso dovrebbero smetterla di litigare per concentrarsi invece sui problemi interni del paese.

Siamo dunque di fronte a un nuovo isolazionismo? Certo che sì. Negli Stati Uniti nessuno parla dell’ascesa della Cina, a parte gli intellettuali e le scuole militari. A nessuno importa niente della Russia di Putin. L’America Latina e l’Africa, a meno che non si tratti di aiutare i bambini che muoiono di fame, non sono nei pensieri di nessuno. C’è una consapevolezza solo parziale dell’importanza dell’India. Il Medio Oriente è un ginepraio da cui tutti pensano che sarebbe meglio tirarsi fuori.

L’Europa non interessa: nessuno sapeva chi fosse Dominique Strauss-Kahn fino a quando non è stato tirato giù da quel famoso volo in prima classe dell’Air France. Alla domanda “per quale paese straniero sareste disposti a combattere”, la maggioranza degli americani risponderebbe “la Gran Bretagna”, ma solo perché sono convinti che sia l’unico paese che ha combattuto a fianco degli Stati Uniti in un mondo in cui la superpotenza si sente sempre più sola e stanca di occuparsi di tutto. Per l’americano medio, sono pochi i paesi per cui vale la pena di combattere.

Il giorno del decimo anniversario dell’11 settembre, le cerimonie organizzate dalla Casa Bianca saranno certamente commoventi, intelligenti e appropriate. Qualcuno di noi, tuttavia, cercherà di fare un passo indietro e si farà qualche domanda sul posto dell’America nel mondo rispetto a dieci anni fa. Gli Stati Uniti si sono indeboliti o rafforzati? E come è cambiata la loro politica internazionale? L’effetto più importante della tragedia dell’11 settembre è stato quello di distrarre gli Stati Uniti. In primo luogo, l’America ha trascurato molti altri fatti avvenuti nel mondo e inoltre non si è preoccupata dell’erosione della sua forza economica e della sua competitività internazionale.

Concentriamoci per un attimo sul primo punto. A sud degli Stati Uniti sta emergendo, in modo diseguale ma visibile, una nuova America Latina. Ci sono la catastrofe umanitaria di Haiti e l’incerto futuro di Cuba, le idiozie del regime di un malconcio Chávez in Venezuela e la guerra della droga e della criminalità dalla Bolivia al Messico. Ma assistiamo anche alla straordinaria trasformazione del Brasile, all’affermazione del Cile, alla silenziosa ripresa dell’Argentina. Gli Stati Uniti hanno una strategia chiara per l’America Latina? Ovviamente no. L’Africa, a parte poche luci di speranza, è sull’orlo della catastrofe ambientale e demografica, ma Washington scarica il problema sulla Banca mondiale. Il declino dell’Europa continua.

Nessuno si occupa della Russia. L’attuale politica indopachistana degli Stati Uniti è, francamente, difficile da descrivere. La posizione nei confronti della Cina varia dall’entusiasmo più incondizionato all’invocazione della marina militare. A tutto questo si aggiunge l’indifferenza per le avventure in Afghanistan e in Iraq, da dove ci stiamo progressivamente ritirando. Tra cinquant’anni sarà difficile spiegare queste cose agli studenti di storia.

Ancora più preoccupanti sono i dieci anni in cui si è trascurato il common wealth, il “bene comune” dell’America e dei suoi cittadini. A causa delle dispendiose operazioni militari all’estero e degli ingiustificabili tagli fiscali a beneficio dei ricchi, l’amministrazione Bush ha inferto un colpo micidiale al bilancio del paese e al futuro del dollaro: gli Stati Uniti sono sempre più dipendenti dall’estero. Inoltre, il tessuto sociale si sta sgretolando, i poveri sono in aumento e la scuola pubblica è a pezzi. L’effetto dei mancati investimenti nelle reti stradali, ferroviarie ed energetiche è sotto gli occhi di tutti. E, se non fosse abbastanza, ecco il Tea party con una serie di proposte che peggiorerebbero ulteriormente la situazione.

Questa, forse, dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalle alture dell’Hindu Kush, in Afghanistan, è la vera eredità dell’11 settembre. In questo decennio, gli Stati Uniti hanno distolto l’attenzione dai loro problemi interni e dalla necessità di avere una strategia più ampia per affrontare i cambiamenti globali.

Traduzione di Fabrizio Saulini.

Internazionale, numero 914, 9 settembre 2011

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C’era un’alternativa alla guerra? – Noam Chomsky

È il decimo anniversario delle spaventose stragi dell’11 settembre 2001, che a detta di tutti hanno cambiato il mondo. Le conseguenze di quegli attentati sono indiscutibili. Tanto per limitarci all’Asia occidentale e centrale, diremo che da allora l’Afghanistan sopravvive a stento, l’Iraq è stato devastato e il Pakistan è sempre più sull’orlo di una crisi che potrebbe rivelarsi catastrofica.

Il 1 maggio di quest’anno Osama bin Laden è stato assassinato proprio in Pakistan, e in quel paese si sono registrate anche le conseguenze più significative dell’11 settembre. A febbraio uno dei massimi specialisti di questioni pachistane, lo storico militare britannico Anatol Lieven, ha scritto sulla rivista The National Interest che la guerra in Afghanistan “sta destabilizzando e radicalizzando il Pakistan, e questo comporta, per gli Stati Uniti e per il resto del mondo, il rischio di una catastrofe geopolitica che farebbe impallidire qualsiasi cosa possa mai accadere in Afghanistan”.

A tutti i livelli della società pachistana, scrive ancora Lieven, si registrano consensi nei confronti dei taliban afgani: non perché i pachistani li amino, ma perché li considerano “una legittima forza di resistenza contro l’occupazione straniera”, proprio come venivano visti i mujahidin afgani negli anni ottanta, quando lottavano contro i sovietici.

Questi sentimenti sono condivisi dai militari pachistani, che detestano Washington perché li ha coinvolti nella guerra contro i taliban. In Pakistan le forze armate sono un’istituzione stabile, quella che tiene insieme il paese. Gli interventi statunitensi rischiano, scrive ancora Lieven, “di provocare rivolte in alcuni settori dell’esercito”. Se dovesse succedere, “lo stato pachistano si disgregherebbe rapidamente, con tutte le disastrose conseguenze del caso”. Aggravate dal fatto che il Pakistan possiede un arsenale nucleare enorme e che nel paese esiste un forte movimento jihadista. Nel suo libro, Lieven sintetizza così la sua tesi: “Si può dire che i militari americani e britannici vanno a morire in Afghanistan per rendere il mondo più pericoloso per il popolo americano e per quello britannico”.

Più di un analista ha osservato che nella sua guerra contro gli Stati Uniti, Osama bin Laden ha ottenuto alcuni importanti successi. Per esempio, nel numero di maggio di The American Conservative, Eric S. Margolis scrive: “Osama ha ripetutamente affermato che l’unico modo per cacciare gli Stati Uniti dal mondo musulmano è attirare gli americani in una serie di guerre piccole ma costose, che alla fine li mandino in fallimento”. E subito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 si è capito che Washington era decisa a realizzare gli obiettivi di Bin Laden. Michael Scheuer è un analista della Cia che ha seguito le tracce di Bin Laden dal 1996.

Nel suo libro del 2004, Imperial hubris, Scheuer scrive: “Bin Laden è stato chiarissimo quando ha spiegato all’America per quali motivi ci fa la guerra. Vuole modificare la politica degli Stati Uniti, e di tutto l’occidente, verso il mondo islamico”, e in larga misura è riuscito a farlo. Prosegue Scheuer: “Le scelte politiche statunitensi stanno causando la radicalizzazione del mondo islamico, cosa che Osama bin Laden aveva tentato di fare con un successo relativo, fin dai primi anni novanta. Quindi mi sembra lecito concludere che Washington rimane l’unico alleato indispensabile di Osama bin Laden”. E si può dire che continui a esserlo anche dopo la sua morte.

La sequenza di orrori che ha segnato questi dieci anni fa sorgere una domanda: c’era un’alternativa alla reazione dell’occidente agli attentati dell’11 settembre? Dopo le stragi del 2001, il movimento jihadista, in gran parte critico verso Bin Laden, si sarebbe potuto dividere e neutralizzare se il “crimine contro l’umanità” – come quegli attentati sono stati giustamente definiti – fosse stato affrontato appunto come un crimine, cioè con un’operazione internazionale per catturare i presunti responsabili. Ma nella fretta di fare la guerra quest’idea non è stata neanche presa in considerazione. Anche se Osama bin Laden era stato condannato in gran parte del mondo arabo per gli attentati.

Al momento della sua uccisione Bin Laden era da tempo una figura sempre più sbiadita, e negli ultimi mesi era stato eclissato anche dalla primavera araba. Il suo peso è stato ben descritto dal titolo di un articolo pubblicato sul New York Times da Gilles Kepel, noto specialista di questioni mediorientali: “Bin Laden era già morto”. Quel titolo avrebbe potuto essere fatto molto tempo prima, se gli Stati Uniti, con il loro attacco per rappresaglia contro l’Afghanistan e l’Iraq, non avessero mobilitato il movimento jihadista. Certo, nei gruppi jihadisti Osama bin Laden era venerato come un simbolo, ma ormai non sembra che avesse più un ruolo di primo piano all’interno di Al Qaeda, divisa in sezioni che agiscono spesso in modo indipendente.

Insomma, anche i dati di fatto più evidenti e più elementari di questo decennio ci spingono a riflessioni amare nel momento in cui valutiamo l’11 settembre, le sue conseguenze e le ipotesi sul futuro.

Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 913, 2 settembre 2011

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Le regole di Obama per un 11 settembre “inclusivo”

“Ricordiamo che l’11 settembre nelle Torri gemelle morirono cittadini di 90 nazioni. Che da allora il terrorismo ha fatto stragi in ogni parte del mondo. Citiamo il meno possibile Al Qaeda”. Ecco i consigli su come celebrare il decimo anniversario, “politically correct”. Firmati: Barack Obama. Fra dieci giorni la tragica ricorrenza vedrà impegnato il presidente e tante altre autorità americane, qui negli Stati Uniti e all’estero. Obama vuole evitare eccessi di patriottismo, gaffe verso i popoli stranieri, forzature che potrebbero trasformare la ricorrenza in un autogol per gli interessi strategici e la sicurezza dell’America. Ecco perciò i “consigli per l’uso”, diramati in due circolari della Casa Bianca: una rivolta a tutte le autorità federali impegnate nell’evento; l’altra alle ambasciate e consolati Usa nel mondo. La preoccupazione principale: “Il tono della narrazione deve essere positivo e deve proiettarci verso il futuro”, si legge nel documento della Casa Bianca. Inoltre andrà sottolineato che l’11 settembre “non fu solo una tragedia nostra”. Obama ricorda quanto fu vasta e profonda la solidarietà internazionale verso le vittime di quell’attacco; e quanto rapidamente venne dilapidata dagli errori successivi: le bugie su Saddam Hussein, la guerra in Iraq, gli abusi contro i diritti umani ad Abu Graib. Il patrimonio di simpatia, simboleggiato dal celebre titolo di Le Monde “Siamo tutti americani”, durò poco e presto subentrarono nuovi risentimenti. “Durante le celebrazioni – avverte Benjamin Rhodes che è consigliere del presidente per la sicurezza nazionale – dovremo rivolgerci ad un ampio ventaglio di audience, l’anniversario le riguarda tutte”. Il decalogo delle regole da seguire è particolarmente dettagliato nella versione recapitata alle ambasciate. “Quel giorno – si legge nel documento inviato ai diplomatici Usa – noi commemoriamo i cittadini di oltre 90 nazioni che morirono negli attacchi dell’11 settembre. Onoriamo e celebriamo la resistenza di famiglie e comunità su ogni continente, a New York e Nairobi, Bali e Belfast, Mumbai e Manila, Lahore e Londra”. L’elenco dei luoghi citati è tutt’altro che casuale. Vi figurano tutte le città che prima e dopo l’11 settembre hanno subito gravi attacchi terroristici. Ne fanno parte le capitali di paesi storicamente alleati nella Nato (Inghilterra, Spagna), potenze emergenti in prima fila nella lotta al terrorismo come l’India, grandi nazioni islamiche come Indonesia e Pakistan. Essenziale è ricordare che tanti altri popoli hanno versato e continuano a versare pesanti tributi di sangue; perché il decennale non si riduca in un’esibizione di patriottismo a stelle e strisce. Evitando di dipingere l’11 settembre come una “tragedia americana”, si può valorizzare il contributo dato da tante nazioni alleate nella lotta al terrorismo. La direttiva di “minimizzare i riferimenti ad Al Qaeda” nasce da un’altra considerazione. A dieci anni dall’attacco che fu voluto da Osama Bin Laden, la Casa Bianca potrebbe menar vanto perché l’uccisione di Bin Laden è avvenuta sotto questa Amministrazione mentre era sfuggita a George Bush. Ma il tema del castigo, della vendetta o della “missione compiuta”, è fuorviante in una fase in cui varie popolazioni islamiche lottano per la libertà, e Al Qaeda è apparsa irrilevante nella “primavera araba”. E’ più importante quindi sottolineare com’è cambiato il vento rispetto al 2001: “Al Qaeda rappresenta il passato, i pacifici manifestanti di Tunisi e del Cairo rappresentano il futuro”. Lo stesso spirito ha spinto Obama a prendere quella che qui a New York è la decisione più controversa: a Ground Zero la celebrazione avrà un carattere laico, senza il coinvolgimento ufficiale di autorità religiose. Molte chiese hanno già protestato. La preoccupazione del presidente è evitare di rievocare i toni da crociata e lo spirito dello “scontro tra civiltà” che prevalsero per gran parte della presidenza Bush. Infine, c’è la raccomandazione a esercitare la massima vigilanza: perché per quanto questa America si sforzi di celebrare il decennale in modo “inclusivo”, sarà fortissima la tentazione di organizzare “attentati terroristici proprio attorno all’anniversario”. Anche su questo pericolo l’Amministrazione Obama non vuole essere unilaterale, memore di Oklahoma City e di Oslo ricorda che gli attacchi possono essere “di matrice internazionale o domestica”.

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