La svolta africana della Francia

La Francia ha deciso di investire in Africa con un nuovo progetto dalle grandi ambizioni. Mentre si prepara a intervenire in Repubblica Centrafricana al fianco delle truppe panafricane e sotto mandato dell’Onu, Parigi riunisce 500 uomini d’affari francesi e africani per parlare di cooperazione economica, prima di accogliere quaranta leader politici di un continente in crescita per un vertice dedicato alla sicurezza.

Questa settimana, insomma, l’Africa è in visita nella capitale francese. I due appuntamenti rappresentano un successo eclatante per la Francia, la cui immagine sull’altra sponda del Mediterraneo è stata a lungo negativa. Per anni (e non a torto) la Francia è stata infatti considerata dai paesi africani come una potenza neocoloniale, i cui soldati proteggevano dittatori fedeli agli interessi di Parigi o contribuivano a sostituirli con altri vassalli quando diventavano indifendibili. La presenza della Francia in Africa ha poggiato su una rete occulta di connivenze inconfessabili, ma la situazione è cambiata radicalmente lo scorso gennaio.

L’intervento francese in Mali, organizzato in meno di tre giorni, ha segnato una rottura evidente. Auspicato da tutto il paese, l’aiuto dei francesi ha salvato il Mali dalle mire dei jihadisti che volevano impadronirsi della capitale, ha permesso l’organizzazione di elezioni libere a tempo di record e ha scongiurato la destabilizzazione del Sahel. Per questo motivo l’azione di Parigi è stata applaudita da tutto il continente e dall’Unione africana. I paesi francofoni, anglofoni e lusofoni hanno prontamente ringraziato la Francia, che ha subito capito di potersi giocare nuovamente le sue carte nel continente nero.

Più di ogni altra potenza esterna, la Francia ha una conoscenza profonda dell’Africa, con cui non ha mai tagliato i ponti dopo la decolonizzazione. Grazie all’evoluzione demografica del continente, il francese è sempre più parlato, e le élite politiche, economiche e culturali dell’Africa francofona continuano a prestare molta attenzione a ciò che accade a Parigi. Dopo le continue ingerenze del passato, oggi i soldati francesi di stanza nel continente hanno la possibilità di ricoprire un nuovo ruolo nella stabilizzazione e nella risoluzione delle crisi.

In un momento in cui l’Unione africana tende a dotarsi di forze panafricane d’intervento rapido e tutela della pace, la Francia ha scelto di mettere i suoi soldati a disposizione non più dei capi di stato ma di tutto il continente, della sua Unione e delle organizzazioni regionali, con compiti di formazione, addestramento ed eventualmente di appoggio sul campo.

Questo nuovo approccio è stato accolto con entusiasmo, anche perché finora nessun altro paese ha proposto niente del genere. Anche per questo la Francia può diventare l’alleato non più di un suo protettorato ma di un continente intero, il cui tasso di crescita medio è del 5 per cento. In Africa c’è molto da fare, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture, campo in cui le imprese francesi eccellono.

Il piano di Parigi è chiaro: proteggere la sicurezza dell’Europa garantendo quella dell’Africa, e nel frattempo stringere legami politici dalle ripercussioni economiche estremamente proficue per il mercato del lavoro francese.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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La corsa alla terra continua

Lavoratori cinesi e mozambicani nelle risaie cinesi di Xai-Xai, in Mozambico. (Isacco Chiaf)

Jacopo Ottaviani per Internazionale

nQuesto reportage fa parte di un progetto di data journalism realizzato nell’ambito del programma Innovation in development reporting, organizzato dal Centro di giornalismo europeo.

“Stavamo meglio prima che arrivassero i cinesi”, dicono senza troppi giri di parole i contadini di un villaggio nella provincia di Xai-Xai, una città nel sud del Mozambico che ai tempi del colonialismo portoghese si chiamava João Belo. In questa zona del paese, ventimila ettari di risaie cinesi hanno preso il posto di alcuni campi coltivati delle comunità locali ai margini del fiume Limpopo. “Abbiamo visto arrivare i trattori cinesi”, ricordano le donne della comunità di Dlhovukaze. “Hanno rimosso le nostre machambas (piccoli campi coltivati con metodi tradizionali), drenato i canali d’acqua e occupato le nostre terre”.

Parlando degli ottocento mozambicani assunti dall’azienda per lavorare sui terreni, gli abitanti della comunità locale riconoscono che ci sono degli effetti positivi. “L’investimento porterà lavoro agli abitanti dei villaggi”, afferma Mhula, avvocato della Lega mozambicana dei diritti umani, “ma il governo, prima di firmare l’accordo con gli investitori, avrebbe dovuto consultare la popolazione locale per accordarsi sulle modalità di trasferimento, invece di avvisarli a cose fatte”.

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Quello delle risaie cinesi ai margini del fiume Limpopo è solo uno dei 902 contratti transnazionali firmati in tutto il mondo tra governi e investitori per la cessione di terre, per un totale di circa 33 milioni di ettari. Ma quello degli investimenti per comprare porzioni di terra è un fenomeno che comprende molti aspetti, che è difficile da quantificare e che cambia di nome in base al contesto: il mondo accademico sceglie l’espressione neutrale di “acquisizione di terre su larga scala”, la società civile ne dà una connotazione negativa parlando di land grabbing(accaparramento delle terre), gli investitori preferiscono locuzioni ottimistiche come “opportunità di sviluppo” o “prospettiva win-win”.

Comunque si decida di chiamarla, la corsa alla terra comporta delle conseguenze che si ripercuotono sulla vita quotidiana delle comunità e influenzano gli equilibri geopolitici dei paesi, generando un dibattito che coinvolge governi, banche, investitori privati, società civile, sindacati e – non ultime – le comunità rurali.

Questo dibattito dimostra che il crescente interesse per l’acquisto di porzioni di terra è dettato da problemi estremamente attuali, come l’aumento della popolazione mondiale e la crisi dei prezzi degli alimenti, avvenuta nel 2007-2008. Questi fenomeni hanno condotto alcuni paesi – soprattutto quelli arabi, che non dispongono di aree coltivabili – ad acquisire terre per rafforzare la loro sicurezza alimentare. Poi c’è il timore legato al riscaldamento globale, che ha motivato le politiche sulle energie rinnovabili di Stati Uniti e Unione europea e di conseguenza ha fatto crescere la domanda di terre da destinare alla produzione di biocarburanti. Timore a cui si aggiunge il crescente fabbisogno di materie prime del mondo industrializzato, soprattutto da parte di paesi emergenti come Cina e India, che ha sollecitato l’acquisizione di vaste superfici di terra da destinare all’esplorazione e all’estrazione mineraria.

Astronavi

A volte le terre acquisite dagli investitori stranieri sono marginali, disabitate, ma potenzialmente produttive. In altri casi si tratta di terre fertili abitate da comunità rurali che, nel caso in cui venga accordata la concessione, devono cedere il posto all’investitore, dando luogo al fenomeno descritto con il termine vagamente burocratico di displacement(trasferimento).

Non esistono stime sul numero di displacements. Esistono storie drammatiche, come quella delle comunità di Tete, una provincia nel centro del Mozambico. In questa zona le multinazionali del carbone hanno ottenuto i diritti di estrazione su un’area di 3,4 milioni di ettari, causando il trasferimento di più di 1.300 famiglie in zone talvolta prive di accesso al cibo e all’acqua. “I nostri campi non producono niente”, racconta Joia, abitante del nuovo villaggio di Mwaladzi, in una delle testimonianze incluse nel rapporto di Human rights watch. “Ci hanno dato delle case, ma non abbiamo da mangiare.”

Tutto questo succede nonostante la costituzione del Mozambico (articolo 109) sancisca che “l’uso della terra spetta al popolo mozambicano”. Inoltre, la legge del paese prevede che si svolgano tre consultazioni popolari per decidere le modalità di trasferimento della terra a un investitore privato. Ma come spiega Gizela Zunguze, ricercatrice di Justiça ambiental, un’organizzazione non governativa mozambicana per la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità locali, le “consultazioni non sempre avvengono come dovrebbero”, perché non coinvolgono le comunità nel processo decisionale. “Gli investimenti potrebbero essere un fatto positivo per le comunità rurali” sostiene Gizela, “ma solo a patto che si applichi la legge, discutendo i progetti con le comunità locali e ottenendo il loro consenso”.

Di solito gli investitori cercano di convincere le popolazioni locali – e la società civile mondiale – che questi progetti favoriscono il benessere e riducono la povertà. Ma secondo Oxfam, una rete di organizzazioni non governative, “il 60 per cento dei soggetti privati che comprano porzioni di terra ha come obiettivo esportare tutto quello che produce”. Il Cirad, l’istituto di ricerca francese per l’agricoltura e lo sviluppo, rileva che la metà delle coltivazioni avviate non produce cibo (alcune, per esempio, producono biocarburanti). Quindi resta ben poco per sfamare le popolazioni locali, anche considerando che le terre sono spesso cedute a prezzi irrisori (sono stati registrati alcuni casi in cui l’affitto di un ettaro costa all’investitore tra i 70 centesimi di dollaro e i cento dollari all’anno, per contratti di leasing di cinquanta o cento anni). E a volte questi soldi sono versati direttamente nei conti delle élite governative.

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Poi ci sono gli effetti collaterali che colpiscono le zone limitrofe ai terreni oggetto degli investimenti. È il caso di Boane, nella provincia di Maputo. In quella regione Bananalandia, un’azienda sudafricana che ha preso in concessione 1.500 ettari di terra, ha reso più difficile l’accesso al fiume Umbelúzi, secondo gli abitanti dei villaggi. “Prima era facile per la comunità raggiungere il fiume a piedi, ora le distanze sono più lunghe e per le donne è complicato arrivarci”, racconta Lino Pita Nassone, sindacalista dell’Unac (Unione nazionale dei contadini). L’impresa fa il possibile per limitare gli effetti negativi causati dalla sua presenza. “Noi facciamo del nostro meglio per andare incontro alle esigenze dei villaggi circostanti”, afferma Peter Gouws, amministratore delegato di Bananalandia, azienda che dà il suo contributo all’economia locale dando lavoro a più di 2.500 persone del posto e pagando circa 10 milioni di meticais (250mila euro) di salari al mese. “Ma è impossibile accontentare sempre tutti”, aggiunge il manager. La responsabilità, infatti, è del governo, a cui gli abitanti dei villaggi hanno segnalato il problema senza ricevere risposta.

Ma anche quando si assume manodopera locale ci sono dei problemi. “Quello delle differenze culturali è un dilemma che mi affligge sempre, ogni volta che incontro il capo villaggio”, racconta Michele Sammartini, imprenditore italiano che guida una virtuosa azienda agricola di duemila ettari nella provincia di Xai-Xai. “Non possiamo negare che con questi progetti irrompiamo nelle tradizioni delle comunità locali, sconvolgendo la vita delle persone”, dice Sammartini, accostando l’agricoltura industriale all’immagine di un’astronave che atterra nei villaggi, abituati ai ritmi lenti del modello di sussistenza. E aggiunge: “È qui che dobbiamo cercare di dare qualcosa in cambio, non solo dal punto di vista economico ma dando alle persone gli strumenti tecnici in modo che un giorno possano farcela da soli”. Un approccio costruttivo dettato da scelte personali e che sta dando i suoi frutti: l’azienda di Sammartini non è mai stata contestata dalle associazioni locali.

Grandi attori

Spesso l’anello debole della catena degli investimenti sulla terra è il governo dello stato concessionario. I governi locali dovrebbero mediare tra le aziende e la popolazione, limitare gli effetti negativi degli investimenti e imporre misure di controllo che tutelino gli interessi delle comunità rurali. Ma questo avviene raramente. Non è un caso se gran parte delle acquisizioni si concentra in paesi che registrano indici di corruzione molto preoccupanti. E questo rischia di compromettere il valore dei progetti di investimento. Progetti in cui le istituzioni internazionali credono molto. A cominciare dalla Banca mondiale, che nel 2008 ha prestato quattro miliardi di dollari per sviluppare l’agricoltura nei paesi in via di sviluppo, e che ha intenzione di aumentare entro il 2015 questa cifra fino a dieci miliardi di dollari all’anno.

Finanziamenti che non convincono Oxfam. Nell’ottobre del 2012, la rete di organizzazioni non governative ha elencato “ventuno progetti della Banca mondiale che hanno causato proteste formali delle comunità locali, che hanno denunciato la violazione dei loro diritti” e hanno chiesto il congelamento dei prestiti. Una richiesta che è stata raccolta solo in minima parte: la Banca mondiale ha aderito alle “linee guida volontarie sui regimi fondiari” (una sorta di galateo per chi opera nel business delle terre), mentre i finanziamenti continuano, anche sostenuti dalla convinzione che gli investimenti in terra e agricoltura siano la chiave per combattere la povertà.

“Nel 2050 nel mondo ci saranno due miliardi di persone in più da sfamare, e per riuscire a soddisfare i loro bisogni sarà necessario aumentare del 70 per cento la produzione agricola globale”, sostiene la Banca mondiale. Uno slogan, quello del “feed the world”, ripreso da colossi del settore alimentare come Monsanto e Cargill. Ma se è vero che la Fao rileva una crescita della domanda globale di alimenti dovuta all’aumento demografico, è vero anche che, come spiega Jean Ziegler, ex relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, oggi “si produce una quantità di cibo sufficiente a sfamare 12 miliardi di persone, a fronte di una popolazione mondiale di 7 miliardi”. A mancare quindi non è il cibo ma una distribuzione efficiente e il reddito per accedere alle risorse.

Piovono dati

Ma quanti ettari di terra sono stati acquisiti, in tutto il mondo, da quando è cominciata la corsa alla terra? Descrivere numericamente il fenomeno significa affrontare una moltitudine di cifre contraddittorie. La Banca mondiale ha parlato di 56 milioni di ettari acquistati solo tra il 2008 al 2009, dopo la crisi dei prezzi degli alimenti. L’International food policy research institute e l’Oakland institute hanno fatto una stima di 15-20 milioni di ettari tra il 2006 e il 2009. Nel 2011 Land matrix, un database che raccoglie le acquisizioni di terra in tutto il mondo e a cui collaborano cinque centri di ricerca internazionali, ha stimato che dal 2000 in poi sono state acquisite terre per 227 milioni di ettari. Una cifra enorme calcolata sulla base di fonti non sempre attendibili, e che nel 2013 è stata ridimensionata a 33 milioni. Una stima effettuata a partire dai contratti firmati, e descrive un’area grande otto volte i Paesi Bassi.

“È difficile dire con ragionevole certezza quale sia il dato reale”, sostiene Andrea Fiorenza, ricercatore di International land coalition e autore degli studi sulle “pressioni commerciali sulla terra”. Fiorenza spiega che “alcuni progetti cominciano, poi incontrano problemi di varia natura e si interrompono, sono sospesi, oppure al contrario si espandono oltre le superfici legalmente concordate”. E la scarsa trasparenza dei governi dei paesi in via di sviluppo, che tendono a nascondere gli accordi presi con gli investitori, non permette di avere un quadro cristallino della situazione. Tuttavia, l’obiettivo di Land matrix non è fornire un dato assoluto ma, come spiega Fiorenza, “monitorare l’andamento di questo fenomeno, attingendo a più fonti e cercando di aggiornarsi costantemente”.

Ma se i dettagli si perdono in un dibattito ricco di sfaccettature, la tendenza attuale è chiara: la corsa alla terra continua. Va avanti sotto una pioggia di numeri contraddittori, tra i solchi delle ruspe cinesi nella provincia di Xai-Xai e le decisioni prese negli uffici della Banca mondiale. Una corsa che prosegue a ritmi frenetici, neppure paragonabili a quelli della vita delle comunità ai margini del fiume Limpopo, o ai confini delle cave della provincia di Tete. Che di questa corsa sono il traguardo, o il punto di partenza.

Jacopo Ottaviani è giornalista specializzato nella produzione d’inchieste di data journalism. Collabora con testate nazionali e internazionali, tra cui The Guardian, Die Zeit e Al Jazeera International. È su twitter: @jackottaviani

Lo sviluppo del progetto è stato possibile grazie al programma Innovation in development reporting, organizzato dal Centro di giornalismo europeo. Al progetto e alle ricerche sul campo hanno partecipato anche Andrea Fama, Cecilia Anesi e Isacco Chiaf.

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Hollande rimette l’elmetto, pronto alla guerra in Repubblica centrafricana

di Rita Plantera

Cape Town, 27 novembre 2013, Nena News – Dopo il Mali, la Francia si prepara a intervenire militarmente – per la seconda volta in un anno – in un’altra delle sue ex colonie dell’impero africano annunciando il dispiegamento di almeno 1200 soldati nella Repubblica centrafricanaper un periodo di 6 mesi a sostegno dei battaglioni regionali dell’Unione africana (Ua) e della Comunità economica degli stati dell’Africa centrale (Eccas). Ad annunciarlo sono stati ieri i suoi Ministri della Difesa e degli Esteri Jean Yves Le Drian e Laurent Fabius. La notizia, confermata anche dal primo ministro della Repubblica centrafricana, Nicolas Tiangaye, era già nell’aria da settimane e a dare il via libero definitivo si attende ora solo l’investitura ufficiale dell’Onu la cui risoluzione è ormai in dirittura d’arrivo per la prossima settimana.

Circa dieci giorni fa era stato lo stesso Ban Ki-moon ad annunciare il dispiegamento di nuovi battaglioni e la possibilità di una ridistribuzione di quelli presenti nei Paesi vicini nel caso in cui la situazione fosse ulteriormente precipitata in tempi ancor più rapidi.

Tanto alti funzionari dell’Onu quanto i ministri francesi confermano una situazione «sull’orlo del genocidio». Secondo fonti Onu, nella sola zona di Bossangoa, una delle zone più colpite – circa 300 chilometri a nord della capitale Bangui – diverse centinaia di persone sono state uccise nelle prime due settimane di settembre. Mentre circa 460.000 – il 10% su una popolazione di 4,6 milioni di abitanti – hanno abbandonato le case, e più di un milione necessita di aiuti alimentari.

Due giorni fa il Vice Segretario Generale dell’Onu Jan Eliasson, parlando al Consiglio di sicurezza, aveva esplicitamente chiesto alla comunità internazionale interventi immediati a fronte di una situazione che sta «scivolando nel caos completo».

Senza sbocco sul mare, isolata ed estremamente povera, nonostante le sue riserve di oro, legname, uranio e diamanti di qualità gemma, la Repubblica Centrafricana è devastata da una spirale di violenze che da più di un decennio l’ha trascinata in un baratro infernale, una voragine che litanie di stupri, uccisioni, fame e quant’altro perpetuano giorno dopo giorno sotto gli occhi indifferenti sia dell’Occidente che delle economie emergenti.

Il Paese è piombato nell’anarchia più totale dopo la débâcle di Bangui a marzo scorso, quando i ribelli Seleka hanno rovesciato il Presidente François Bozizé e insediato al potere il leader della coalizione Michel Djotodia, formalmente insediatosi come Presidente ad interim nel mese di agosto con un mandato di transizione di 18 mesi.

Da allora, il dissolvimento di Seleka non è bastato ad arginare gli scontri con le milizie di autodifesa locali, i cosiddetti «anti- Balaka» o anti-machete, mentre i casi di esecuzioni sommarie, stupri e saccheggi ad opera dei combattenti ex Seleka ancora all’indomani del colpo di Stato hanno alimentato tensioni tra musulmani e cristiani nella ex colonia francese dove la popolazione è per l’80% cristiana. La situazione è già da tempo fuori controllo nella Repubblica Centrafricana, un tempo considerata la Cenerentola dell’ex impero coloniale francese in Africa poi diventata lo Stato fantasma dell’era postcoloniale dove la Francia conta un considerevole numero di interventi militari a difesa di non pochi interessi locali. Nena News

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Africa sempre più armata

di Giorgia Grifoni

Roma, 18 settembre 2013, Nena News – Dimentichiamo il Sud America, il Medio Oriente e il Sud Est asiatico: il mercato delle armi ora guarda al Continente nero. Le compagnie internazionali di difesa, sempre più dipendenti dalle esportazioni a causa dei tagli alle spese militari in Occidente, si sono create un nuovo orizzonte in una terra in cui, di guerra, non ce n’è mai abbastanza. E dove nuove risorse vengono continuamente scoperte. Secondo le proiezioni del settimanale statunitense Defense News, la spesa militare in Africa nel prossimo decennio supererà i 20 miliardi di dollari.

Le ragioni di un tale boom, secondo un approfondimento dell’UPI, sono molteplici. In primis, il potenziamento degli eserciti del Continente nero, che costituisce il 20 per cento delle terre emerse: dal processo di decolonizzazione che ha avuto il suo culmine negli anni ’60, infatti, l’Africa ha visto avvicendarsi sul suo territorio più ribellioni, colpi di stato e guerre civili di ogni altra regione al mondo. Secondo il programma di ricerca statunitense Correlates of War, negli ultimi 60 anni sono state contate circa 25 conflitti armati e 127 guerre civili, per un totale di 20 milioni di morti, decine di milioni di feriti e un numero incalcolabile di sfollati. Molti di questi conflitti, sconosciuti ai più – e chiamati quindi “guerre dimenticate” – continua ad aver luogo proprio in Africa.

La mano delle ex-potenze coloniali, per 60 anni, ha armato questa o quella guerriglia a seconda del ritorno più fruttuoso garantito. La situazione sembra aver subito una svolta dopo l’11 settembre: gli sforzi occidentali si sono quindi concentrati sul potenziamento dei deboli eserciti nazionali africani per contrastare il terrorismo internazionale che, forte del caos nel continente più ricco di risorse al mondo, vi trova terreno fertile per le proprie azioni. Le zone privilegiate da Stati Uniti ed Europa di strategia antiterroristica sono il Corno d’Africa e il Sahel, entrambi basi di al-Qaeda, entrambi in una zona sensibile dove la presenza di gas e petrolio fa’ la differenza.

“Le Nazioni africane- spiega un analista di mercato citato da Defense News – dicono di aver bisogno di potenza di fuoco, forze modernizzate e migliore mobilità delle armi per combattere i militanti che sono diventati il flagello degli stati da est a ovest”. In un articolo della rivista Oxford Analytica si nota come questo sia un periodo di straordinaria espansione per la maggior parte degli eserciti dell’Africa sub-sahariana, nonostante una crescente diffusione della povertà. Questo, secondo la rivista, è dovuto alle vaste operazioni di mantenimento della pace finanziate dai donatori esteri: “Dal 2001 gli eserciti africani hanno goduto di supporto esterno a livelli mai visti dall’apice della Guerra Fredda”, con particolare riferimento a Uganda, Etiopia, Kenya e Nigeria. “I programmi europei e statunitensi – si legge ancora nell’analisi – hanno finanziato varie iniziative volte alla ‘stabilizzazione’ e ‘consolidazione democratica’: purtroppo questi schemi sembrano aver avuto un successo molto limitato sul campo”.

Il bisogno delle nazioni africane di essere addestrate meglio e armate fino ai denti nasce, secondo l’analisi, dalle “percezioni di alti rischi per la sicurezza”. La ragione si trova soprattutto nelle risorse recentemente scoperte. Somalia, Kenya, Mozambico, Sudafrica – ma anche l’Uganda all’interno – devono ora fare i conti con i giacimenti di gas e petrolio che punteggiano le loro coste. “La corsa africana al mercato della difesa – spiega il colonnello Joseph Sibanda, un ufficiale dell’esercito dello Zimbabwe in pensione e ora analista militare – è appena cominciata, e continuerà per tutto il prossimo decennio”. Secondo Sibanda, paesi come il Mozambico, un’ex colonia portoghese impoverita che ora è il centro di un boom del gas africano assieme alla vicina Tanzania, l’Uganda e il Kenya, hanno bisogno di ricalibrare le proprie esigenze di difesa per proteggere i nuovi giacimenti. “Velivoli militari, mezzi corazzati, sistemi d’artiglieria avanzati, assieme a controllo marittimo aereo, droni e pattuglie navali saranno in cima alla lista dal momento in cui gli eserciti dovranno modernizzarsi per affrontare le nuove minacce alla sicurezza”.

In questo mercato così appetibile sguazza il Sudafrica, l’unico stato del continente a possedere un’industria militare: la sua sopravvivenza e la sua forza si devono a un “gemellaggio” di armi portato avanti con Israele almeno fino al 1994, anno della fine del dominio dei bianchi. Anche l’Egitto, un tempo partner militare privilegiato di Pretoria, dopo gli accordi di pace del 1979 con Israele si è allontanato dal Sudafrica orientandosi verso gli aiuti militari statunitensi. Pretoria ha quindi guardato e agito a lungo all’interno del continente e, come conclude Sibanda, cavalca ora l’onda del rinnovato interesse occidentale per la difesa degli stati africani: “Le società sudafricane sono soprattutto in una posizione migliore per trarre il meglio da questa opportunità di business, data la loro eccellente esperienza nel soddisfare le esigenze di difesa continentali”. Nena News

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