Sud Africa: Atroiza, una compressa a basso costo contro l’HIV

Cape Town, 11 aprile 2013, Nena News – Una monocompressa per semplificare il regime di trattamento terapeutico per i malati di Aids. Atroiza, questa la denominazione della nuova capsula introdotta dal Dipartimento della Salute sudafricano, è la combinazione di tre farmaci antiretrovirali: il tenofovir, l’emtricitabine e l’efavirenz. A confermarne la distribuzione negli ospedali pubblici a partire da questo mese è stato il Ministro della Salute, Aaron Motsoaledi , lunedì in vista al Phedisong Community Health Centre di GaRankuwa, a nord di Pretoria.

Si tratta di una pillola salvavita monodose che presa quotidianamente una sola volta va a sostituire l’attuale somministrazione di più farmaci più volte al giorno. Una confezione di 28 capsule costerà alle tasche dello stato circa 8 euro mensili per paziente contro gli attuali 34. Un risparmio notevole considerando che sono circa 1,7 milioni i Sudafricani sotto trattamento antiretrovirale, in gran parte nelle strutture sanitarie pubbliche, su un totale si stima di circa 5,6 milioni di Hiv positivi, il più grande a livello mondiale. A beneficiarne per ora saranno solo i nuovi pazienti, le donne in gravidanza sieropositive e quelle in allattamento.

Circa 390,000 le unità di Atroiza in distribuzione a livello nazionale per circa 180,000 pazienti previsti nella prima fase. A lanciarlo sul mercato e a distribuirlo negli ospedali a partire da aprile l’americana Mylan che, insieme ad altre due case farmaceutiche, l’anno scorso ha vinto l’appalto di più di 400 milioni di euro per la fornitura del farmaco monodose fino al 2014. Il presidente nazionale del Treatment Action Campaign, Nonkosi Khumalo, ha accolto con favore l’iniziativa, ma ha espresso critiche sui criteri di distribuzione che in questa fase privilegeranno solo i pazienti sotto trattamento antiretrovirale da questo mese.

Secondo quanto dichiarato dall’economista Anban Pillay, del Dipartimento della Salute, il basso costo del farmaco, che al momento risulta essere quello monodose antiretrovirale più economico al mondo, permetterà al governo di estendere il trattamento terapeutico a molti più malati da Hiv. Inoltre, come sostenuto dal capo dipartimento degli appalti pubblici, Gavin Steel, “la combinazione a dose fissa è più facile da prendere e occupa meno spazio sugli scaffali delle farmacie e delle cliniche. E questo permetterà lo stoccaggio di una quantità maggiore di farmaci per volta”.

Grazie all’introduzione di questa nuova compressa, il Dipartimento della Salute stima di poter estendere il trattamento a 500,000 nuovi pazienti all’anno per i prossimi tre anni, in un Paese che ha impiegato circa 10 anni per mettere sotto trattamento circa 1,7 milioni di malati da Hiv. Secondo Steel, i costi più bassi di questo tipo di farmaci permetterà di risparmiare circa 170 milioni di euro grazie ai quali sarà possibile curare così tanti nuovi pazienti in tempi più brevi rispetto al passato.

Peraltro, secondo quanto detto da Pillay, è vero che al momento ci sono solo tre case farmaceutiche autorizzate alla fornitura del farmaco in Sud Africa – Aspen Pharmacare, Cipla Medpro e Mylan Pharmaceuticals – ma altre due hanno fatto richiesta per ottenere la licenza. Questo significa che nel giro di poco tempo la competizione sul mercato potrebbe portare a un calo ulteriore dei costi.

Il South African National AIDS Council ha notato come l’introduzione di un unico farmaco semplifichi notevolmente la somministrazione riducendo il numero di compresse giornaliere e questo si spera incoraggi i malati da HIV a restare in regime di trattamento terapeutico.

Il Sud Africa è attualmente, a differenza dei tempi passati, il Paese con il più esteso programma di trattamento antiretrovirale al mondo. La nuova monocompressa, che a partire dalla fine di settembre sarà accessibile a tutti coloro che ne avranno bisogno, verrà introdotta in sei fasi per garantire i tempi necessari alla produzione. Nena News

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Salute materna, istruzione e lotta all’Aids: Obiettivi ancora lontani

Gli Obiettivi di sviluppo stabiliti nel settembre del 2000 durante il Millennium Summit delle Nazioni Unite che dovrebbero migliorare entro il 2015 le condizioni di vita delle popolazioni più povere del Sud del mondo sono ancora lontani soprattutto a causa della diminuzione di fondi da parte dei paesi donatori. Lo si apprende da tre importanti rapporti diffusi in questi giorni da diverse ong attivamente impegnate nei paesi dell’emisfero Sud del pianeta.

In occasione della Festa della mamma, Save the Children ha presentato il 12esimo Rapporto sullo stato delle madri nel mondo (in .pdf) nel quale segnala le “abissali distanze che ancora separano i paesi industrializzati da quelli in via di sviluppo” per quanto riguarda la salute materna e il parto. “1.000 donne e 2.000 bambini continuano a morire ogni giorno per complicazioni al momento del parto, facilmente evitabili e risolvibili se ad assistere alla nascita ci fosse anche una sola ostetrica. Ma così non è ancora per 48 milioni di donne nel mondo, di cui 2 milioni partoriscono in totale solitudine, senza neanche un familiare” – si legge nella nota della Ong. Si tratta cioè di 358mila donne nel mondo che ogni anno perdono la vita in conseguenza della gravidanza o del parto e di circa 800mila bambini che muoiono alla nascita per esempio per difficoltà respiratorie, asfissia o sepsi. Ad essi si aggiungono coloro che perdono la vita entro il primo mese, per un totale di oltre 3 milioni di morti nel breve arco di tempo che va dalla nascita al trentesimo giorno. “A guardare i dati e le classifiche si rischia di farsi prendere dallo sconforto perché, da un anno all’altro, la scala di alcuni problemi rimane grande soprattutto in molti paesi subsahariani e asiatici – per esempio Niger, Chad, Eritrea, Sudan, Afganistan, Yemen – dove l’esperienza della maternità e della nascita restano una sfida, a volte mortale, per madre e bambino” – ha commentato Valerio Neri, direttore generale Save the Children Italia.

La Campagna Globale per l’Educazione ricorda che nel mondo, 69 milioni di bambini non hanno ancora accesso alla scuola primaria e di questi più della metà (il 54%) sono bambine. La disparità di istruzione di genere si aggrava col crescere dell’età: dei 759 milioni di adulti analfabeti, due terzi sono donne. La coalizione di associazioni che ha dato vita alla campagna globale ha promosso la scorsa settimana la Global Action Week, una settimana di mobilitazione globale durante la quale sono state coinvolte migliaia tra organizzazioni e associazioni,rappresentanti istituzionali e della società civile, studenti e insegnanti. La Coalizione ha realizzato anche un Dossier sull’accesso all’istruzione e la discriminazione di genere intitolatoEducazione per tutti e per tutte. La dimensione di genere nelle scuole del Sud del mondo(in .pdf). “Un bambino che nasce da una donna istruita ha il 50% di possibilità in più di sopravvivere” – ha spiegato Elena Avenati, coordinatrice della Coalizione Italiana della Campagna Globale per l’Educazione. “Garantire un’istruzione alle bambine a partire dai cinque anni potrebbe aumentare i tassi di sopravvivenza infantile fino al 40%. Inoltre, secondo uno studio condotto su cento paesi, educare le ragazze e favorire la riduzione del divario di genere può promuovere la democrazia”.

La Coalizione Italiana ricorda che l’Italia deve allocare nel prossimo triennio una quota di almeno 10 milioni di euro al principale meccanismo di finanziamento all’istruzione, l’Education for All – Fast Track Initiative (EFA-FTI), per rispondere agli impegni annunciati e assicurare risorse alla neonata agenzia delle Nazioni Unite UN Women in linea con quelle degli altri paesi che con l’Italia fanno parte del consiglio di amministrazione dell’agenzia. A livello nazionale, la Coalizione Italiana chiede al Governo di promuovere la partecipazione alla vita lavorativa, imprenditoriale e politica delle donne e, più in generale, di migliorare le politiche di genere.

Il tema dei finanziamenti alle iniziative decise nell’assemblea del Millennio dell’Onu è cruciale anche per quanto riguarda la lotta all’Aids. “Lo scarso sostegno dei paesi donatori sta mettendo a rischio i progressi di molti paesi nella lotta all’Aids” – afferma Medici senza Frontiere (MSF) in un comunicato diffuso ieri alla presentazione del rapporto Getting ahead of the wave” (in .pdf). Il rapporto fornisce una panoramica dell’attuale risposta alla pandemia, guardando alle politiche messe in atto in 16 paesi che insieme costituiscono il 52% del bacino di HIV/AIDS a livello globale. “Diversi paesi come il Malawi e lo Zimbabwe, avevano pianificato di rendere effettivi dei protocolli di cura migliori, ma non possono a causa della diminuzione dei fondi: ciò significa curare le persone con farmaci di minore qualità o soltanto quando il loro sistema immunitario è troppo debole per reagire” – spiega Tido von Schoen-Angerer di MSF.

All’inizio di giugno, i governi si riuniranno presso le Nazioni Unite con l’obiettivo di impegnarsi nel piano d’azione per la lotta all’Aids dei prossimi deici anni. Il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha chiesto ai governi di arrivare a curare almeno 13 milioni di persone entro il 2015, mentre altri hanno parlato di 15 milioni di persone. “Tuttavia, durante gli incontri a porte chiuse, gli Stati Uniti e alcuni governi europei, tra cui il Regno Unito, si sono opposti. Solo se tutti i governi assumeranno un impegno comune, si potrà mettere in atto una risposta globale contro la pandemia” – afferma Tido von Schoen-Angerer. “Abbiamo imparato molto negli scorsi decenni su come fornire le cure al maggior numero di persone e il più rapidamente possibile. Con le giuste politiche, potremmo triplicare il numero di pazienti trattati senza triplicare i costi. Ma se i governi donatori non sostengono un obiettivo di cura, inviano il chiaro messaggio che non intendono nemmeno affrontare la pandemia”. [GB]

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L’AIDS che non fa notizia – Net Generation

A inizio novembre il settimanale l’Espresso ha pubblicato un’approfondita inchiesta, che evidenziava una preoccupante diminuizione nell’utilizzo del preservativo, in particolare tra i giovani. Un calo della guardia sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili che dovrebbe far riflettere tutti.

Colpa dell’eccessiva superficialità con cui viene vissuta la sessualità, come vorrebbero i teorici del “sesso solo dopo il matrimonio”? oppure del fatto che utilizzare il condom non è più abbastanza trasgressivo, ora che anche Ratzinger ha manifestato qualche timido segnale di apertura sul suo utilizzo? Oppure ancora è colpa del fatto che di preservativo si è parlato sempre troppo poco nelle campagne di prevenzione dell’AIDS, come sostengono gli attivisti della LILA (lega italiana lotta all’AIDS)?

Queste sono solo tre delle molte ipotesi che, con un po’ di fantasia, si potrebbero formulare per spiegare il calo dell’appeal del preservativo sui giovani, ma a prescindere dalle proprie opinioni personali in tema di libertà sessuali, sarebbe meglio provare a trovare delle risposte efficaci a questo problema, piuttosto che concentrarsi solo sulle sue cause.

Sempre in novembre l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato  le stime sulla diffusione dell’AIDS in Italia e c’è un dato tra i tanti che vale la pena di citare: oggi quasi nella metà dei casi, l’infezione da HIV viene scoperta quando si manifestano i primi sintomi gravi della malattia, anni dopo il primo contatto con il virus.

Questo significa che ci sono migliaia di persone in tutta Italia che non si considerano a rischio e non si sottopongono al test pur avendo rapporti sessuali non protetti. Uomini e donne che scoprono di essere sieropositive solo anni dopo aver contratto l’HIV, quando ormai le possibilità a livello terapeutico iniziano a ridursi… e soprattutto dopo aver infettato molte altre persone!

Pare proprio a questo punto che purtroppo in Italia non sia ancora passato il messaggio che oggi non ha più senso parlare di “gruppi” a rischio., perché ad essere a rischio è qualsiasi persona abbia rapporti sessuali non protetti, a prescindere da religione, orientamento sessuale e stato civile. Proprio quest’ignoranza di fondo porta a considerare AIDS un problema lontano, a sottovalutare i rischi e a continuare questa catena di infezioni che si diffonde al ritmo di quasi 11 nuovi contagi al giorno.

Forse non è mettendo distributori gratuiti di preservativi nelle scuole superiori che si può pensare di risolvere  il problema, ma certo è che predicare l’astinenza non aiuterà ad otterre risultati migliori. Quello che servirebbe è una maggiore consapevolezza ed un’informazione equilibrata, perché attorno all’AIDS e alle persone sieropositive c’è purtroppo ancora forte pregiudizio, alimentato anche dall’ignoranza sia sulle modalità di trasmissione che sulle prospettive terapeutiche. Questo non aiuta certo neppure i sieropositivi che vivono come un segreto di cui vergognarsi il fatto di aver contratto l’HIV, per paura di essere vittima del pregiudizio, per paura di discriminazioni sul posto di lavoro, in famiglia, con gli amici. Addirittura sembra che alcuni sieropositivi in Trentino scelgano di affidarsi a centri fuori dalla provincia proprio per cercare di nascondere la propria malattia.

Cambiare la mentalità della gente non è facile, ma la sfida nelle campagne informative sulla prevenzione dell’AIDS sta oggi proprio nel passare dal tutti all’ognuno, per far sì che tutti si sentano chiamati in causa personalmente. La conoscenza è e deve essere la prima arma della prevenzione.

Articolo scritto per il primo numero di Net Generation, giornalino del Gruppo Giovani di Terlago  – dicembre 2010. Clicca qui per leggere gli altri articoli del servizio sulla prevenzione dell’HIV.

COSA VUOL DIRE ESSERE SIEROPOSITIVI IN TRENTINO OGGI?

A. è una signora di 46 anni, sieropositiva di Trento e chiarisce subito che ogni sieropositivo ha un vissuto diverso e ha anche un modo diverso di convivere con l’HIV.

A che età e come hai contratto l’infezione?

Era il 1986 allora avevo 19 anni e da 5 stavo con un ragazzo. Dopo 2 anni che ci frequentavamo ha iniziato a fare uso di sostanze stupefacenti per via endovenosa. È passato un po’ di tempo prima che mi accorgessi di quello che stava succedendo, ma poi ho iniziato a capire, o meglio a vedere. Ho cercato di stargli vicino, convinta che prima o poi avrebbe smesso, ma nulla. Così, per paura di perderlo, ho cominciato anch’io. All’inizio “tiravo” poi un giorno la “roba” era bagnata e così ho iniziato a bucarmi, o meglio a farmi bucare,visto che non avevo il coraggio di farlo da sola. Ancora oggi non saprei se attribuire la mia infezione allo scambio di siringhe o a rapporti sessuali non protetti, perché in quel periodo avevo entrambi questi comportamenti.

Hai scoperto di essere sieropositiva per caso oppure ti sottoponevi regolarmente al test?

All’epoca, il test veniva proposto regolarmente a chi frequentava il Ser.T. (servizio tossicodipendenze ndr). Io non lo frequentavo, ma il mio ragazzo sì e quando lui risultò positivo gli dissero che avrei dovuto farlo anch’io in quanto avevamo rapporti sessuali non protetti.

Quanto e com’è cambiata la tua vita sociale, in particolare sul lavoro e nell’amicizia? Ti sei mai sentita discriminata?

Nel 1986 questa malattia era ancora poco conosciuta e quindi alla gente comune il nome AIDS diceva molto poco. Ho scelto con attenzione le persone a cui dire di essere sieropositiva. Ricordo ancora una datrice di lavoro che mi disse: “è una perla che doni a qualcuno e quindi, come dice il proverbio, “non si danno perle ai porci perché non sarebbero in grado di apprezzarle””. Ricordo anche la paura che avevo quando, molti anni fa, decisi di dirlo ad un’amica. Ero ricoverata nel reparto di malattie infettive, quindi era abbastanza evidente, e lei era venuta a trovarmi. Ci tenevo tanto a dirglielo e lei, con le lacrime agli occhi, mi ha abbracciata, mi disse che non era assolutamente un problema e mi chiese cosa fosse questa malattia. Fu un atteggiamento saggio, perché conoscerla meglio per non temerla è proprio l’atteggiamento con il quale l’affronto anch’io tutti i giorni da anni.

Come vivi il tuo rapporto con la sessualità? Hai paura di contagiare il tuo partner?

In questi anni ho avuto più relazioni e alcune “storielle”, sia con persone sieropositive che non. Alle persone con cui non ho iniziato una storia, non ho nemmeno detto della mia situazione: ho usato il preservativo e mi son sentita apposto così. Con le altre persone direi che la consapevolezza è stata l’unica “arma” che mi ha permesso di vivere serenamente nel rispetto reciproco. Certo il virus c’è, però se si assumono le terapie regolarmente, si riesce a tenerlo sotto controllo e diventa meno infettante. Se si conoscono quali sono i liquidi attraverso cui si trasmette il virus, si cerca di fare in modo di evitare il contatto diretto. Ancora una volta la consapevolezza dà sicurezza e serenità.

In che cosa ti limita maggiormente il fatto di essere sieropositiva?

Quando all’età di 21 anni mi è stato detto che non avrei potuto aver figli, ho sentito tutto il peso che comportava. Ormai da alcuni anni, per fortuna, non è più così: una donna sieropositiva può avere figli senza il timore che l’infezione si trasmetta anche a loro. Fortunatamente, grazie al mio carattere e tutto sommato ottimista, non mi sento più di tanto limitata. Certo, bisogna assumere medicine tutti i giorni, ma il mio fisico risponde bene alla terapia. Oggi ho 43 anni…in fondo ho vissuto più della metà della mia vita con il virus in corpo.

Dal tuo punto di vista, credi che in Italia l’informazione sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili sia sufficiente? Credi ci sia una consapevolezza dei risch?o c’è disinformazione?

Purtroppo la società parla poco dell’HIV. Le istituzioni, condizionate dalla Chiesa, si guardano bene dal promuovere campagne informative e dal realizzare una giusta e corretta educazione sessuale, anche e soprattutto nelle scuole. Ho la sensazione che oggi si torni indietro piuttosto che andare avanti e su molti temi. È triste pensare che un tempo negli istituti superiori era possibile portare preservativi ed oggi non più e anche sul fronte della discriminazione la situazione non è rosea. Credo sia proprio la paura di essere visti come degli “appestati” che spinge molte persone sieropositive a nascondersi o addirittura a non volersi neppure sottoporre al test per non sapere se hanno contratto il virus. Oggi sappiamo che l’HIV non fa distinzioni di razza, sesso, età, religione o orientamento sessuale: è una malattia che riguarda l’intera società e prorio per questo vorrei sottolineare ancora il concetto che la consapevolezza e la conoscenza, sono gli strumenti che possono più aiutare sia chi convive con l’HIV, che chi deve proteggersi.

Articolo scritto per il primo numero di Net Generation, giornalino del Gruppo Giovani di Terlago  – dicembre 2010. Clicca qui per leggere gli altri articoli del servizio sulla prevenzione dell’HIV.