La rabbia di Gaza per la morte di Arrigoni – Amira Hass

L’assassinio di Vittorio Arrigoni è stato il terzo di una serie che ha sconvolto i palestinesi. Fra i tre omicidi, è sicuramente quello che ha suscitato più proteste e indignazione. Le forze di sicurezza di Hamas sono state rapide nel rintracciare i presunti rapitori e ucciderne due. Invece la polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese non è stata altrettanto veloce nell’individuare i responsabili dell’omicidio dell’attore e regista ebreo-palestinese Juliano Mer Khamis, ucciso il 4 aprile a Jenin, in Cis­giordania.

Mer Khamis e Arrigoni avevano deciso di vivere tra i palestinesi come segno di solidarietà, di sostegno e di resistenza alle politiche di Israele. Mer Khamis, che era palestinese, criticava direttamente quella che considerava l’arretratezza della Palestina. Per questo aveva ricevuto minacce e il suo teatro era stato incendiato. Dopo la sua morte, qualcuno ha fatto capire ai suoi parenti e ai colleghi che non devono riaprirlo.

L’Autorità Nazionale Palestinese non sembra aver fretta di trovare il suo assassino, anche se ha infranto la legge e ha sfidato la pretesa del governo di aver ristabilito l’ordine pubblico. Forse le autorità temono che l’assassinio sia indice di un sentimento di forte ostilità popolare nei confronti dell’attività e del messaggio lanciato da Mer Khamis e che un eventuale processo potrebbe scoperchiare un imbarazzante vaso di Pandora.

L’omicidio di Arrigoni, invece, non rientra in nessuna categoria socialmente accettata. Va contro tutte le logiche e i sentimenti di questa società assediata. È una sfida al potere e all’orgoglio di Hamas. Resta da chiarire se la morte di Arrigoni sia dovuta a un tentativo di mandare a monte i negoziati o se si sia voluto colpire un occidentale, colpevole di non essere musulmano. Le società dilaniate e assediate, come l’Iraq e il Libano, tendono a produrre questi gesti autolesionisti. Che si tratti di pura follia o di un cinico calcolo politico-religioso, il risultato non cambia: il pericolo è che giovani frustrati, mai usciti dalla gabbia, indottrinati da oscure interpretazioni delle sacre scritture, finiscano per imitare questi gesti. Se Israe­le non rinuncerà al ventennale assedio di Gaza, siamo sicuri che Hamas riuscirà a fermare gli eventuali imitatori?

C’è anche un terzo omicidio. Il 17 aprile i servizi segreti israeliani hanno reso noti i nomi di due persone sospettate di aver ucciso una famiglia di coloni nell’insediamento di Itamar. L’annuncio arriva dopo un mese di raid notturni, coprifuoco, perquisizioni, arresti e abusi nel villaggio palestinese di Awarta, a sud di Nablus, in Cisgiordania, da dove provengono i due sospetti. In precedenza molti palestinesi avevano creduto alle voci secondo cui l’assassino era un immigrato tailandese. Ma non ci sono tailandesi a Itamar.

Gli omicidi di Arrigoni e Mer Khamis sono stati condannati sia dalle ong vicine ai palestinesi sia dalle autorità locali. Il massacro della famiglia di coloni è stato condannato da alti funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese e dal comitato popolare di resistenza di Bil’in. Tuttavia altri gruppi e ong hanno criticato il comitato di Bil’in per aver parlato anche a nome loro. Secondo alcuni militanti condannare apertamente l’omicidio di un colono, anche se si tratta di un bambino, equivale a un tradimento.

Nonostante tutto, le voci sul presunto assassino tailandese riflettono il fatto che la popolazione non crede che un palestinese abbia potuto davvero massacrare tre bambini. Secondo un abitante della zona, “non può essere uno di noi perché l’islam proibisce di uccidere un bambino, un anziano o una donna. E di sradicare un albero”. Sono lontani i tempi del sostegno generalizzato agli attentati suicidi contro i civili.

Onda d’urto
Negli ultimi undici anni la società palestinese è stata brutalizzata dai militari israeliani. Le morti crudeli e innaturali sono diventate parte della quotidianità. La società palestinese, in cambio, ha avallato una delle più primitive e selvagge forme di vendetta, le bombe umane, e si è abbandonata a una breve e spietata guerra civile.

Nonostante le differenze, l’onda d’urto generata da questi tre omicidi ci racconta di una società che vive a cavallo tra due epoche: il tempo della brutalità, dove gli omicidi (prima di tutto quelli compiuti dagli israeliani) sono diventati una sconcertante abitudine, e il tempo della ricostruzione, dove la gente lotta per riacquistare la fede nella dignità della vita umana. La coraggiosa presenza di Arrigoni a Gaza e la sua commovente leal­tà verso il popolo palestinese (insieme all’impegno di altri attivisti stranieri) ha un ruolo fondamentale in questo processo di rinascita.

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Israele non vuole Chomsky

Il 16 maggio la polizia israeliana ha impedito a Noam Chomsky di entrare in Cisgiordania. Ma forse il fatto può tornare utile, scrive Amira Hass.

“Il fatto che mi abbiano negato l’ingresso è un episodio trascurabile”, ha detto Noam Chomsky martedì al pubblico dell’università di Bir Zeit in videoconferenza. “Ma segnala la crescente irrazionalità dello stato d’Israele”.

Poi ha parlato degli Stati Uniti e del mondo, spiegando che l’occupazione israeliana va letta nel contesto dell’imperialismo statunitense. È stato invece annullato l’incontro con il primo ministro palestinese Salam Fayyad.

Domenica pomeriggio è stato fermato al confine tra Giordania e Cisgiordania (controllato da Israele) dopo un interrogatorio durato quasi quattro ore. Un ispettore di confine un po’ imbarazzato gli ha spiegato che la decisione veniva dall’alto: le sue opinioni non sono gradite in Israele.

Ho pubblicato un articolo online sulla vicenda prima ancora di parlare con lui (la sorella di un mio amico si trovava al checkpoint). Poi il mondo intero ha cominciato a parlarne e la portavoce del ministero dell’interno ha dovuto ammettere che era stato un errore.

In un’intervista telefonica a Chomsky, gli ho detto che il suo incidente ci ha fatto un grosso favore. La pubblicità ricevuta dall’episodio equivale a venti fantastilioni di articoli sugli abusi commessi da Israele nei Territori.

A quanto pare il timido ispettore di confine gli ha chiesto se era mai stato fermato prima. “Sì”, gli ha risposto Chomsky. “Nel 1968, quando volevo andare a trovare Alexander Dubcek, che era agli arresti domiciliari dopo la repressione della primavera di Praga”.

Amira Hass è una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, e scrive per il quotidiano Ha’aretz (altri articoli di Amira Hass pubblicati da Internazionale).

Articolo tratto da: Internazionale

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Gaza, un anno dopo

A un anno di distanza, il quadro è chiaro. Da Gaza sono usciti due vincitori: Israele e Hamas. Il rapporto Goldstone e le voci sui mandati di cattura contro alcuni militari e politici israeliani danno l’impressione che Israele sia sulla difensiva. Ma non possiamo ignorare il fatto che quell’offensiva sproporzionata – che si è lasciata dietro 1.400 morti, 600mila tonnellate di macerie e un terzo delle terre coltivabili bruciate – ha costretto Hamas a ridurre notevolmente i suoi attacchi contro Israele.

Per gli israeliani che credono ai discorsi ufficiali, l’offensiva ha quindi raggiunto il suo scopo: niente più razzi Qassam, niente più notti insonni, niente più giorni di terrore. La politica della deterrenza ha funzionato. L’offensiva ha ricordato ad Hamas che le sue armi sono inferiori a quelle di Israele. Ha fatto capire agli abitanti di Gaza che l’idea di Hamas di essere come Hezbollah è senza fondamento.

Il progetto di Hamas
Le armi artigianali di Hamas e i suoi missili della seconda guerra mondiale hanno permesso a Israele di usare Gaza e la sua popolazione per una imponente esercitazione militare e per testare la sua tecnologia d’avanguardia. Gli hanno permesso di praticare la guerra del futuro: nel mondo di oggi le azioni sono giudicate in base ai risultati. I governi occidentali, ma anche Russia e Cina, non possono ignorare questi risultati, e probabilmente varie penne internazionali sono già pronte a firmare assegni per finanziare l’industria israeliana degli armamenti high-tech.

Lo sdegno dell’opinione pubblica internazionale non è riuscito a mettere fine neanche all’embargo contro Gaza. È servito solo a far pressione sull’Egitto perché aprisse la frontiera di Rafah, ma non su Israele, che continua ad avere le chiavi della prigione. Il governo di Hamas a Gaza non permette di discutere pubblicamente della vittoria di Israele. Da diciassette anni a questa parte i palestinesi sono sempre stati riluttanti a imputare ai loro leader la responsabilità delle sofferenze imposte da Israele. Continuano a tenere separati gli errori del loro governo dai metodi oppressivi degli occupanti.

Ma mentre l’Olp ha sempre lasciato spazio alle critiche interne, Hamas mette a tacere chi dissente accusandolo di collaborazionismo. Nonostante le sue formali richieste di interrompere il blocco, il vero scopo di Hamas è far aprire solo la frontiera di Rafah con l’Egitto e lasciare chiusi gli altri passaggi (verso Israele e verso la Cisgiordania), perché non vuole che gli abitanti di Gaza scoprano la relativa libertà della Cisgiordania. E anche perché una riconciliazione con Fatah porterebbe a nuove elezioni e a nuove alleanze. Questo impedirebbe ad Hamas di imporre il suo progetto religioso e sociale a una popolazione prigioniera e di dimostrare che può creare un modello di società islamica. Per essere un partito che non gode di alcun riconoscimento ufficiale, il suo impatto sulla politica mondiale è enorme.

I leader di Fatah in Cisgiordania fingono di essere preoccupati per Gaza. Ma in realtà sono impegnati a recuperare un po’ d’influenza sui loro cittadini, garantendo una certa distensione economica e una migliore amministrazione. I due partiti palestinesi non hanno alcuna fretta di riconciliarsi: il consolidamento dei loro regimi diametralmente opposti è la cosa più importante per entrambi. Perciò Hamas è libero di stringere la morsa sulla popolazione, allo scopo, tra l’altro, di impedire che siano messi in discussione i suoi metodi coercitivi e la logica della sua “resistenza”. La sua politica interna consiste nel separare uomini e donne e nell’estromettere le donne dalla sfera pubblica, imponendo l’abito islamico, controllando le organizzazioni di beneficenza, incoraggiando la poligamia e minacciando le ong meno accomodanti.

I principali sconfitti
Hamas si vanta del fatto che negli ultimi quindici anni la sua strategia di resistenza ha vanificato gli accordi di Oslo, impedendo ai traditori dell’Olp di arrendersi. Questo gli permette di rafforzare la sua immagine eroica agli occhi dei musulmani e della sinistra europea. I suoi ammiratori, però, non tengono conto del fatto che negli ultimi vent’anni Israele ha sempre cercato di dividere Gaza dalla Cisgiordania. La strategia di Hamas si adatta benissimo a quella di Israele, ma non lo si può dire per non macchiare la sua immagine.

Chi sono, invece, i perdenti? Senza dubbio, l’ormai indebolita Fatah. Poi l’unità dei palestinesi: un tempo l’uccisione di un bambino a Gaza provocava manifestazioni in tutta la Cisgiordania. Oggi i suoi abitanti non conoscono neanche i nomi delle vittime di Gaza. Ma i veri perdenti sono gli abitanti di Gaza, costretti ad ammettere che lo sdegno internazionale per la loro sofferenza e i miliardi di dollari promessi per la ricostruzione non hanno cambiato nulla. E che loro sono ancora prigionieri di Israele e di un regime interno sempre più repressivo.

Amira Hass è una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, e scrive per il quotidiano Ha’aretz (altri articoli di Amira Hass pubblicati da Internazionale).

Articolo tratto da: Internazionale

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