L’errore madornale di Israele

L’elemento nuovo rispetto al passato sono le critiche sempre più esplicite rivolte dagli Stati Uniti a Israele, a cui Washington rimprovera di ostacolare il processo di pace rilanciato a luglio. Al momento gli americani, gli israeliani e soprattutto i palestinesi non hanno alcuna intenzione di prendere l’iniziativa e abbandonare il tavolo delle trattative, ma resta il fatto che il negoziato è chiaramente bloccato. Se le cose non cambieranno Israele perderà l’occasione di trovare una soluzione definitiva, mentre i palestinesi rischiano di ritrovarsi in un’impasse politica totale che potrebbe portare a una nuova esplosione di violenza.

Dopo mesi di esitazioni, la situazione ha cominciato a precipitare lo scorso 29 marzo, quando gli israeliani si sono rifiutati di rispettare gli impegni presi e liberare il quarto e ultimo contingente di prigionieri palestinesi. L’obiettivo di Israele era quello di fare pressione sul presidente palestinese Abu Mazen per spingerlo ad accettare un prolungamento della trattativa che dovrebbe concludersi alla fine di aprile, ma Abu Mazen ha risposto chiedendo l’inclusione della Palestina, riconosciuta dall’Onu come stato osservatore nel 2012, in una quindicina di convenzioni e trattati internazionali nonostante in precedenza si fosse impegnato a non farlo in cambio dell’apertura dei negoziati in corso.

La contro reazione israeliana è stata quella di congelare tutti i contatti con i palestinesi al di fuori del processo di pace. Il 10 aprile Israele ha improvvisamente deciso di sospendere la consegna ai palestinesi dei diritti doganali che riscuote per suo conto, circa 80 milioni di euro al mese essenziali per pagare i funzionari palestinesi.

Siamo evidentemente arrivati al punto di rottura. Mentre si continua a cercare un compromesso, martedì il segretario di stato statunitense John Kerry ha sottolineato le responsabilità israeliane per il degrado della situazione.

Mai prima d’ora gli Stati Uniti si erano mostrati così irritati dal comportamento del loro alleato israeliano, a cui continuano a fornire aiuti militari per oltre tre miliardi di dollari all’anno. I rapporti tra i due paesi sono ai minimi storici, anche perché la destra israeliana al potere ha deciso di correre i rischi legati a un isolamento crescente, convinta che la creazione di uno stato palestinese costruirebbe una minaccia inaccettabile per la sicurezza del paese.

È un punto di vista, ma allo stesso tempo se il negoziato dovesse davvero fallire Israele diventerebbe di fatto uno stato binazionale al cui interno gli israeliani rappresenterebbero presto una minoranza. Si tratta di un rischio più che ipotetico, ma la destra israeliana continua per la sua strada anche se al momento i palestinesi sono indeboliti dal fermento del mondo arabo e dunque Israele potrebbe facilmente imporre un accordo alle sue condizioni.

Difendendo questa linea suicida Israele sta commettendo un errore storico enorme che potrebbe avere conseguenze pericolose anche nell’immediato. Se gli americani non riusciranno in qualche modo a salvare il dialogo, infatti, potremmo assistere a una nuova esplosione di violenza e all’ascesa degli estremisti palestinesi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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L’Ucraina e gli equilibri mondiali

In Ucraina la situazione peggiora così rapidamente che bisogna cominciare a chiedersi quali saranno le conseguenze della crisi sul piano internazionale. Nessuno si aspettava che il 19 marzo il comandante in capo della flotta ucraina in Crimea fosse arrestato dai russi e tenuto in custodia per 12 ore, e nemmeno che l’Ucraina introducesse un regime di visti per i cittadini russi dopo aver lasciato intendere che potrebbe tagliare i rifornimenti di acqua ed elettricità alla penisola.

Ogni giorno l’inimmaginabile diventa realtà, e possiamo ormai constatare che la crisi sta determinando tre grandi cambiamenti a livello internazionale. Il primo, già in atto, è la resurrezione della Nato. Dopo il crollo del blocco sovietico l’Alleanza atlantica non aveva più avuto ragione di esistere, e per anni ci siamo chiesti a cosa potesse servire. Poi, all’improvviso, l’annessione della Crimea ci ha dato una risposta chiara.

In mancanza di una difesa europea è proprio verso la Nato che si sono rivolti i tre stati baltici, che sono anche membri dell’Ue. La popolazione di Lettonia, Estonia e Lituania include molti russofoni, russi e persone provenienti da altre ex repubbliche sovietiche, e i loro governi temono che i servizi segreti russi possano creare gravi problemi sul loro territorio.

Non è ancora successo, ma quello degli stati baltici è un timore legittimo. Nel frattempo l’inquietudine cresce anche in Polonia, in Moldavia e in tutti i paesi che sperano nell’intervento della Nato e degli Stati Uniti. Washington ha inviato il vicepresidente, ha ricordato che qualsiasi aggressione contro un paese della Nato è un’aggressione contro tutti i membri dell’alleanza (Stati Uniti compresi) e ha annunciato l’intenzione di svolgere esercitazioni congiunte nel Baltico e nel Mar Nero.

Questo ritorno in scena della Nato deriva anche dal fatto che la risposta a un aumento delle pressioni russe potrebbe essere l’integrazione dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica, una decisione che farebbe immediatamente passare l’allarme da rosso a viola.

Il secondo cambiamento determinato dalla crisi in Ucraina riguarda l’Iran. Davanti alla probabile riduzione delle importazioni di gas russo da parte degli europei, Mosca gradirebbe molto un rallentamento del negoziato sul nucleare, perché un eventuale successo della trattativa farebbe calare il prezzo del petrolio e di conseguenza ridurrebbe le entrate in valuta forte della Russia. Di contro gli occidentali sarebbero avvantaggiati dal calo del prezzo del barile, perché questo restringerebbe i margini di manovra di Vladimir Putin.

A questo punto è possibile che gli Stati Uniti propongano all’Iran condizioni ancor più favorevoli del previsto per la firma di un accordo, facilitando il percorso diplomatico ma compromettendo ulteriormente le loro relazioni con Israele e i paesi sunniti. In questo senso la crisi ucraina potrebbe modificare gli equilibri di tutto il Medio Oriente.

Il terzo cambiamento è che per trovare una soluzione al dramma siriano gli occidentali dovranno rivolgersi direttamente all’Iran e non più alla Russia.

La situazione è ancora in divenire, ma diversi governi stanno già valutando questi nuovi scenari.

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La pagina bianca iraniana

Anticipando il futuro di dodici o diciotto mesi (forse addirittura meno), possiamo prevedere che dopo alcuni passi falsi nei negoziati avviati in autunno le grandi potenze e l’Iran troveranno finalmente un compromesso sulla questione del nucleare. Non è ancora sicuro, ma oggi questo scenario appare perfettamente plausibile.

Gli Stati Uniti ci sperano, soprattutto perché temono che un fallimento dei negoziati li costringa a bombardare l’Iran. Washington non ha alcuna intenzione di lasciarsi trascinare in una nuova guerra in Medio oriente, e al contrario vorrebbe defilarsi dalla regione – diventata meno importante dopo la scoperta dei giacimenti di gas di scisto in America – e concentrare le sue attenzioni economiche, politiche e militari sulla Cina. Se da un lato possiamo presumere che gli Stati Uniti adotteranno la massima flessibilità per tutelare il negoziato, dall’altro sappiamo che il presidente iraniano Hassan Rohani è deciso a fare tutto il necessario per ottenere un accordo fondamentale per il suo paese.

L’economia iraniana è infatti devastata dalle sanzioni contro il programma nucleare della Repubblica islamica. Soffocato dal crollo della produzione industriale e delle esportazioni, dall’inflazione galoppante e dall’aumento della disoccupazione e dei prezzi al consumo, l’Iran non è più in grado di sopportare il blocco che gli è stato imposto. Tra l’altro, per ottenere la cancellazione delle sanzioni, Teheran non dovrà rinunciare alla possibilità teorica di diventare una potenza nucleare (anche perché possiede già la tecnologia necessaria) ma soltanto allo sviluppo ulteriore del suo programma, che a questo punto avrebbe un costo eccessivo.

Date le premesse, insomma, è evidente che un’accelerazione verso il compromesso non è soltanto possibile ma anche necessaria.

Un altro elemento da tenere in considerazione è che una volta cancellate le sanzioni il mondo esterno potrà accedere di nuovo a un allettante mercato di quasi ottanta milioni di abitanti. L’Iran è dotato di immense riserve di gas e petrolio che attualmente non può sfruttare, e una volta “liberato” avrebbe tutti i mezzi economici per modernizzarsi. Teheran potrebbe pagare (in contanti o quasi) la ricostruzione delle sue infrastrutture, trasformandosi in un eldorado per i paesi occidentali in difficoltà e affermandosi come nuova potenza emergente grazie a uno stato centralizzato, un peso militare considerevole e una gioventù istruita.

Al crocevia tra Europa, Medio oriente e Asia centrale, l’Iran può e deve cambiare gli equilibri internazionali, ma questa prospettiva pone diversi interrogativi. L’Iran è infatti un paese sciita, bastione di una corrente musulmana minoritaria e fortemente osteggiata dagli stati sunniti circostanti, gravemente indeboliti dalle rivoluzioni arabe e dall’invecchiamento dei principi sauditi. La prospettiva di un’ascesa iraniana ha già provocato un riavvicinamento tra Israele e le capitali sunnite, e in futuro potrebbe offrire agli Stati Uniti la tentazione di appoggiarsi su Teheran piuttosto che su Riyad. Inoltre con l’affermazione della potenza iraniana la guerra tra sunniti e sciiti (di cui stiamo osservando le spaventose conseguenze in Siria) potrebbe infiammare il Medio oriente, destabilizzando prima Iraq e Libano e poi l’intera regione.

Per questo l’Iran dovrà trovare il modo di emergere senza spingere i vicini sunniti a coalizzarsi per combatterlo, e considerando l’inestricabile groviglio di rivalità politiche e religiose in ballo non è detto che ci riesca. A complicare ulteriormente la situazione ci sono i dubbi sulla stabilità interna di un paese giovane, colto e stanco della sua teocrazia. Al momento la popolazione iraniana si è compattata dietro al presidente eletto la scorsa estate. L’Iran sostiene Hassan Rohani perché sta mantenendo la promessa di fare tutto il possibile per ottenere la cancellazione delle sanzioni e perché incarna un interesse nazionale superiore. Per questo motivo il vero padrone del paese, la Guida suprema Ali Khamenei, ha deciso di appoggiare il governo difendendolo dall’ala più conservatrice del regime che rifiuta qualsiasi compromesso sul nucleare.

Ma cosa accadrebbe una volta sparite le sanzioni? Il regime imporrebbe un percorso “cinese” con il mantenimento del potere in cambio di un miglioramento del tenore di vita? E come reagirebbe se fosse invece costretto ad affrontare rivendicazioni democratiche?

Al momento è impossibile dirlo. Di sicuro l’aspirazione alla libertà degli iraniani è più radicata e forte di quella dei cinesi, e negli ultimi 35 anni si è manifestata già tre volte: con il rovesciamento dello scià, con l’elezione del riformatore Mohammad Khatami e con la “rivoluzione verde” di cinque anni fa, prologo della primavera araba e caratterizzata da sei mesi di manifestazioni contro i brogli alle presidenziali del 2009. L’Iran, insomma, è pronto a decollare, ma è ancora una pagina bianca.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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L’implosione del Medio Oriente

È una catastrofe annunciata. Giorno dopo giorno il conflitto siriano si allarga a due paesi vicini – l’Iraq a est e il Libano a ovest – in quella che è ormai diventata una guerra di religione tra le due correnti dell’islam e di conseguenza tra le due principali potenze musulmane della regione, l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita.

In Libano – paese fragile, mosaico dove si incrociano cristiani, sciiti e sunniti – giovedì scorso un attentato ha provocato cinque morti e numerosi feriti nella zona meridionale di Beirut, feudo di Hezbollah, il potente movimento politico-militare sciita armato e finanziato dall’Iran fin dalla sua nascita all’inizio degli anni ottanta. Meno di una settimana prima Mohamed Shattah, figura di spicco del movimento sunnita libanese appoggiato dall’Arabia Saudita, era stato assassinato mentre si trovava a bordo della sua auto. A sua volta l’omicidio di Shattah era stato preceduto dallo spettacolare attentato contro l’ambasciata iraniana a Beirut.

In Libano lo scontro violentissimo tra sunniti e sciiti sembra precipitato in una spirale inarrestabile, anche perché la monarchia saudita ha deciso di concedere 3 miliardi di dollari all’esercito libanese per rispondere alla sfida di Hezbollah acquistando le armi messe a disposizione dalla Francia (alleato storico di Beirut) per evitare che il paese finisca nell’orbita iraniana.

È evidente che lo scontro tra sciiti e sunniti libanesi è stato infiammato dal conflitto in Siria, dove si fronteggiano un regime proveniente dalla minoranza sciita del paese (gli alawiti) e un’insurrezione a maggioranza sunnita. Un’evoluzione simile è in corso anche in Iraq, dove la minoranza sunnita si è ribellata alla maggioranza sciita salita al potere dopo la caduta di Saddam Hussein. Nei giorni scorsi, a ovest di Bagdad, un gruppo sunnita legato ad al-Qaeda si è impadronito della città di Falluja e di interi quartieri della città di Ramadi, bombardata da domenica dall’esercito iracheno.

A peggiorare la crisi c’è il fatto che l’Iran sciita ha pubblicamente offerto al governo iracheno un appoggio strategico, lo stesso che garantisce al regime siriano (che può contare anche sulle truppe fornite da Hezbollah su ordine di Teheran). In Siria, Libano e Iraq gli sciiti e i sunniti si affrontano insomma a viso aperto, appoggiati rispettivamente da Iran e Arabia Saudita.

Questa guerra di religione tra le due correnti dell’islam deriva dal fatto che l’Iran non intende perdere due alleati fondamentali come Hezbollah e il regime siriano, mentre l’Arabia saudita vuole impedire a Teheran di consolidare la sua posizione regionale conquistando il Libano e la Siria proprio mentre prosegue il suo percorso di riavvicinamento con gli Stati Uniti.

Ormai è chiaro, stiamo assistendo a una guerra tra due grandi potenze decise ad assumere il controllo del Medio Oriente dopo l’uscita di scena di Washington.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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