Vent’anni dopo il muro

Chi scendeva in piazza nel 1989 aspirava a un “socialismo dal volto umano”. Ma il realismo capitalista, si chiede Slavoj Zizek, è davvero l’unica risposta all’utopia socialista?

Parlare degli avvenimenti di vent’anni fa come di un “miracolo” è diventato un luogo comune. Si è avverato un sogno, è successa una cosa inimmaginabile, una cosa che sembrava impossibile appena due mesi prima: libere elezioni, disintegrazione dei regimi comunisti, crollati come un castello di carte. In Polonia chi poteva immaginare delle libere elezioni con Lech Walesa presidente?

Un miracolo ancora più grande, però, è avvenuto un paio d’anni dopo, quando elezioni libere e democratiche hanno riportato al potere gli ex comunisti e Walesa è diventato improvvisamente molto meno popolare del generale Wojciech Jaruzelski, lo stesso che aveva schiacciato Solidarnosc con un colpo di stato militare.

La spiegazione comune di questo secondo ribaltamento parla di aspettative “immature” della popolazione, che aveva un’idea irrealistica del capitalismo: volevano la botte piena e la moglie ubriaca, volevano le libertà e le ricchezze del capitalismo democratico, ma senza pagare il prezzo di vivere in una “società del rischio”, cioè senza perdere la sicurezza e la stabilità (più o meno) garantite dai regimi comunisti.

Come hanno osservato i sarcastici commentatori occidentali, la nobile lotta per la libertà e la giustizia si è rivelata una specie di corsa frenetica alle banane e alla pornografia. Finito l’entusiasmo del giorno della vittoria, il mattino dopo la gente ha dovuto farsi passare la sbronza e sottoporsi a un doloroso processo di apprendimento delle regole della nuova realtà, cioè del prezzo che si paga per la libertà politica ed economica.

L’inevitabile delusione, quando è arrivata, ha scatenato tre reazioni, opposte o sovrapposte: la nostalgia per i “bei vecchi tempi” del comunismo, il populismo nazionalista di destra e la nuova paranoia anticomunista. Le prime due sono facili da capire. La nostalgia del comunismo non va presa troppo sul serio: più che esprimere un vero desiderio di tornare alla grigia realtà del socialismo, è una forma di lutto, un modo garbato di sbarazzarsi del passato.

Nostalgia del passato
Quanto all’ascesa del populismo di destra, non è un’esclusiva dell’est europeo, ma una caratteristica comune a tutti i paesi intrappolati nel vortice della globalizzazione. Lo strano revival dell’anticomunismo è più interessante perché dà una risposta semplice alla domanda: “Se il capitalismo è davvero migliore del socialismo, perché la nostra vita fa ancora schifo?”. La spiegazione è che non viviamo davvero nel capitalismo, perché in realtà comandano ancora i comunisti, travestiti da padroni e manager.

È ovvio che la maggioranza dei cittadini dell’Europa orientale che protestavano contro i regimi comunisti non chiedeva il capitalismo: voleva solidarietà e qualche forma di giustizia, magari rozza; voleva la libertà di vivere senza controlli da parte dello stato, di riunirsi e di parlare come preferiva; voleva una vita semplice, onesta e sincera, finalmente libera dall’indottrinamento ideologico e dalla cinica ipocrisia dominante. Come fecero notare molti analisti perspicaci, gli ideali che spingevano le persone in piazza facevano riferimento proprio all’ideologia socialista al potere: si aspirava a una cosa la cui migliore definizione è “socialismo dal volto umano”.

Ma il realismo capitalista è davvero l’unica risposta all’utopia socialista? Dopo la caduta del muro di Berlino è davvero arrivata l’era della maturità capitalistica che ha messo fine a tutte le utopie? E se anche quell’era si fosse fondata su un’utopia?

Il 9 novembre 1989 ha annunciato l’arrivo dei “felici anni novanta”, l’utopia della fine della storia proposta da Francis Fukuyama, la convinzione che la democrazia liberale avesse vinto, che la ricerca fosse terminata, che l’avvento di una comunità planetaria globale e liberale fosse dietro l’angolo, e che gli unici ostacoli al grande lieto fine hollywoodiano fossero semplici sacche locali di resistenza, dove i governanti non avevano ancora capito che era suonata la loro ora. Invece l’11 settembre è il simbolo della fine dei felici anni novanta clintoniani e annuncia l’era successiva, in cui nuovi muri spuntano da tutte le parti: tra Israele e Cisgiordania, attorno all’Unione europea, lungo il confine Stati Uniti-Messico, ma anche all’interno degli stati.

A quanto pare, insomma, l’utopia di Fukuyama è morta due volte. L’11 settembre 2001 è crollata l’utopia politica liberaldemocratica, e il crac finanziario del 2008 ha annunciato la fine della sua dimensione economica. Nel momento in cui il liberismo si presenta come antiutopia incarnata e il neoliberismo si propone come contrassegno della nuova era, in cui l’umanità ha ormai abbandonato i progetti che sono stati responsabili degli orrori totalitari del novecento, è sempre più chiaro che il vero periodo dell’utopia sono stati gli anni novanta, con la loro fede che l’umanità avesse finalmente trovato la ricetta del perfetto ordine socioeconomico.

L’esperienza di questi ultimi decenni dimostra che il mercato non è un meccanismo benigno: funziona nel migliore dei modi se è lasciato in pace a fare il suo lavoro, ma per funzionare ha bisogno di un bel po’ di violenza extramercato. La reazione dei liberisti fondamentalisti di fronte alle devastanti conseguenze dell’applicazione delle loro ricette è tipica degli utopisti “totalitari”: danno la colpa del fallimento ai compromessi accettati da chi ha messo in atto le loro idee (c’è ancora troppo intervento dello stato nel mercato eccetera), e pretendono che la dottrina del libero mercato sia attuata in modo ancor più radicale.

I nuovi pericolosi utopisti
E oggi, a che punto siamo? Vale la pena ricordare la sorte di Viktor Kravcenko, il diplomatico sovietico che nel 1944 chiese asilo politico in occidente mentre si trovava a New York e scrisse il famoso Ho scelto la libertà, la prima autobiografia sugli orrori dello stalinismo. Il libro comincia con un resoconto dettagliato della collettivizzazione forzata in Ucraina e della carestia di massa che devastò il paese. La parte più nota della sua storia finisce a Parigi nel 1949, quando Kravcenko vinse trionfalmente il processo contro i suoi accusatori sovietici, che portarono in tribunale perfino la sua ex moglie perché testimoniasse che era corrotto, alcolizzato e colpevole di violenze domestiche.

Quel che è meno noto è che subito dopo la sua vittoria, mentre il mondo lo accoglieva come un eroe della guerra fredda, Kravcenko era sempre più preoccupato per la caccia alle streghe anticomunista promossa da McCarthy negli Stati Uniti e dichiarò più volte che quel modo di combattere lo stalinismo cominciava a somigliare troppo al nemico che voleva sconfiggere. Sempre più consapevole delle ingiustizie del mondo occidentale, Kravcenko fu travolto dall’ossessione di voler cambiare radicalmente anche le società democratiche.

E così, dopo aver scritto un seguito assai meno famoso di Ho scelto la libertà, significativamente intitolato Ho scelto la giustizia, si gettò in una crociata per una nuova organizzazione della produzione industriale, che sfruttasse di meno i lavoratori. La lotta lo condusse in Bolivia, dove investì (e perse) tutti i suoi soldi per organizzare delle cooperative contadine. Schiacciato dal peso dei fallimenti, Kravcenko si ritirò a vita privata e si suicidò sparandosi nella sua casa di New York.

Oggi i nuovi Kravcenko si trovano ovunque: dagli Stati Uniti all’India, dall’America Latina all’Africa, dalla Cina al Giappone, dal Medio Oriente all’Europa occidentale e orientale. Sono diversi tra loro e parlano lingue diverse, ma sono più numerosi di quel che si pensa. E chi sta ancora al governo teme più di ogni altra cosa che le loro voci diventino sempre più forti e compatte.

Questi novelli Kravcenko vedono che le circostanze ci stanno spingendo verso la catastrofe e sono disposti ad agire sfidando ogni probabilità d’insuccesso. Delusi dal comunismo del novecento, sono pronti a ricominciare da zero e a reinventare su basi nuove la ricerca della giustizia. I loro nemici li trattano come pericolosi utopisti, ma sono gli unici a essersi svegliati davvero dal sogno utopico in cui molti di noi sono ancora immersi. Sono loro, e non i nostalgici del socialismo reale, la vera speranza della sinistra.

Slavoj Zizek è un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. Il suo ultimo libro è In difesa delle cause perse (Ponte alle Grazie 2009).

Articolo tratto da: Internazionale

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Un Muro di carta

Quando il muro di Berlino è franato sotto il peso degli insuccessi del socialismo reale, Klaus Steiner era in India. “Sono stati alcuni amici indiani ad avvertirmi”.

L’idea di raccontare la sua esperienza nei mesi che seguirono quell’evento gli accende gli occhi. Ci accoglie nella sua stanza della scuola di giornalismo Klara, che ha fondato proprio nel cuore del quartiere multietnico berlinese di Kreuzberg. Klaus Steiner conosce i limiti e la differenza tra la stampa di regime e quella che si usa definire libera. Ne ha fatto esperienza in prima persona

Klara è la sua ultima figlia, ma alle spalle Steiner, nato nell’ovest della Germania, ha una lunga carriera: prima giornalista – è stato, tra l’altro, vicedirettore del Berliner Zeitung -, poi riorganizzatore di media e docente di giornalismo. Dal 1992 al 2003 è stato direttore della Henri Nannen di Berlino, la scuola del più grande gruppo editoriale europeo, la Grünen+Jahr (G+J) e del settimanale die Zeit.

Nell’89 era vicedirettore della prestigiosa scuola di Amburgo. “Qualche tempo dopo la caduta del muro abbiamo invitato da noi alcuni giornalisti dell’est”. E’ stata l’occasione per capire quanto lo stesso lavoro possa essere diverso: “La differenza fondamentale è che in Occidente il compito della stampa è quello di informare, dare le notizie in maniera più neutrale possibile per permettere di farsi un’opinione. Nei sistemi socialisti la notizia diventa uno strumento per qualcos’altro: la formazione dell’uomo socialista”. Ovvio, la realtà non è poi sempre descritta in maniera oggettiva in Occidente, Steiner lo sa bene e i lettori italiani ancora meglio. Ma il senso della sua considerazione rimane inscalfibile. “I nuovi corsi sono stati un successo: le richieste ci hanno sommerso”. Sorride, Klaus Steiner, ripensando a quei tempi: “I giornali della Ddr spesso erano scritti malissimo, perché non erano redatti dai giornalisti. Ci si limitava a riportare le veline e i dispacci scritti magari dalla polizia o dai politici”.

Non era questione di pigrizia: si cambiava il meno possibile di quello che arrivava perché spesso i comunicati erano il frutto e lo specchio di un equilibrio di poteri interno al partito che sarebbe stato rischioso toccare. “Cambiare un testo avrebbe potuto irritare qualcuno. Abbiamo dovuto chiarire che normalmente non si sarebbe mai pubblicato un comunicato di polizia così com’era scritto”.

Anche l’attualità non era un elemento importante: “Non c’era concorrenza vera ed era più importante concordare le notizie che non rincorrere le ultime”. I quotidiani fungevano anche da termometro del popolo: “Attraverso le lettere il partito cercava di tastare il polso della situazione. Alla fine comunque erano più le buone notizie a finire sul giornale”.

Nella Repubblica democratica, in apparenza, il panorama della stampa sembrava piuttosto variopinto. Quotidianamente uscivano 39 giornali con una tiratura complessiva di 8,5 milioni di copie, in un paese che contava poco più di 16 milioni di abitanti. In più c’era una gran varietà di settimanali e periodici. La Sed, il Partito di unità socialista, aveva 16 testate, oltre alle nazionali Neues Deutschland e Berliner Zeitung anche i giornali dei 14 Bezirk, i distretti – così si chiamavano i Länder dell’est – che formavano la Ddr. “C’erano poi i giornali delle grandi aziende”, ci ricorda Steiner. Tutti gli altri partiti, che esistevano formalmente ma erano sostanzialmente senza potere, avevano un loro giornale stampato a Berlino.

Formalmente la costituzione garantiva la libertà di stampa. Sostanzialmente si legge sul Dizionario del giornalismo socialista su cui si formavano all’Università Karl Marx di Lipsia, i giornalisti erano “propagandisti, agitatori e organizzatori collettivi” in senso leninista. E ogni giovedì, racconta Steiner, “i direttori dovevano presentarsi al ministero dell’interno per l’Argu, come si chiamava in gergo, l’argomentazione, la discussione del loro lavoro”.

Steiner ci regala anche un esempio un po’ da ridere: “A un collega dell’est si era rotta la serratura di un armadio e non era riuscito a trovarne una nuova da nessuna parte: a lui ne serviva una per l’anta sinistra, ma erano disponibili solo per l’anta destra. Si lamentò pubblicamente del fatto e poco dopo fu richiamato dal Comitato centrale che gli spiegò l’inopportunità di quella critica. Le fabbriche erano programmate per fabbricare sei mesi un tipo di serrature e sei mesi l’altro. Era capitato nel momento sbagliato e non era il caso per questo di mettere in discussione l’organizzazione dello stato”.

L’indipendenza dei giornalisti era una bella utopia: le redazioni erano pesantemente infiltrate da uomini della Stasi, la famigerata polizia politica, e dagli informatori, gli Informelle Mitarbeiter (IM). “Quando ho lavorato alla riorganizzazione del Berliner Verlag ne ho avuto esperienza diretta: diverse persone sono venute da me e mi hanno confidato di non aver esperienza giornalistica, di essere stati messi lì per controllare. E se ne sono andati. Altri hanno tentato di raccontarmi che erano stati sempre critici del regime. Difficile da credere: i giornalisti erano dei privilegiati, gli stipendi non erano male, le redazioni erano affollate. Nel Berliner Verlag c’era il doppio del personale rispetto all’ovest, uno stuolo di segretarie, 100 auto con autisti e officina, un medico in sede, pullman per le vacanze”.

A differenza che in altri settori, nei giornali della Ddr rimasti in vita nella Repubblica federale, tranne che in rari casi, non c’è stata un’indagine approfondita sul passato. Saltate le teste, organiche alla nomenklatura, sugli altri, sui tanti IM si è indagato poco. Gli ultimi due redattori con un passato da informatori sono stati scoperti nel 2008. Lavoravano ancora per il Berliner Zeitung. Tra ufficiali e IM, del resto, la Stasi era praticamente ovunque. Nel 1989 il rapporto tra questi e la popolazione era di 1:180, contro l’1:595 del Kgb russo e l’1:1553 della Securitate romena.

Con la caduta del muro i grandi editori dell’ovest comprarono a est, illudendosi di far subito grandi affari vista l’altissima tiratura media complessiva. Investirono molto per adeguare tecnologicamente le redazioni e fecero male i loro calcoli: “Tantissimi cancellarono gli abbonamenti e iniziarono a leggere i giornali dell’ovest. Anche gli inserzionisti mancavano e alla fine sono sopravvissuti solo i vecchi giornali regionali, che sul loro territorio avevano praticamente il monopolio”.

Un lato curioso e, in parte, divertente la stampa della Ddr ce l’aveva: lo stile piatto e burocratico dei giornali socialisti aveva aguzzato l’ingegno dei lettori. “I cittadini della Repubblica democratica”, ci ha detto Steiner, “avevano sviluppato una capacità singolare: quella di leggere tra le righe. I messaggi che il Politburo voleva far arrivare, o che i membri del partito si mandavano attraverso i media erano da cogliere, da interpretare. Per questo i giornali dell’ovest risultavano così noiosi ai lettori dell’est”.

Articolo tratto da: Quiberlino

UNA SERATA “AL DI LA’ DEL MURO” – LUNEDì 9 NOVEMBRE 2009

Lunedì 9 novembre 2009, alle ore 20.30 a Vezzano, presso la sala della Cassa Rurale Valle dei Laghi, si terrà una serata pubblica in occasione del ventennale della caduta del muro di Berlino. Non si tratta di una data scelta a caso. Proprio quel giorno cade infatti il ventennale della caduta del muro di Berlino.

La serata, organizzata dal Gruppo Giovani Interparrocchiale Vezzano nell’ambito del progetto “al di là del muro”, sarà l’occasione per presentare la mostra fotografica e bibliografica organizzata in collaborazione con la Biblioteca, che resterà a disposizione del pubblico negli orari di apertura della sede di Vezzano, fino al 21 novembre.

Il progetto parte dall’idea che non sempre i muri più difficili da valicare sono quelli visibili. Ben più temibili sono i muri di non comunicazione che dividono le persone all’interno della società. Sono muri virtuali causati dalla paura di affrontare la diversità, di incontrare culture diverse o modi di vita diversi.

Berlino, città divisa per decenni da un muro tutt’altro che virtuale, ha conosciuto negli ultimi vent’anni, dopo la caduta del muro un percorso di integrazione che ha visto protagoniste due culture, due società, due città molto diverse. Berlino ha saputo andare oltre questo muro e far dialogare, pur tra mille difficoltà, queste culture così diverse sviluppatesi all’ombra dello stesso muro.

Il progetto “al di là del muro”, realizzato grazie al finanziamento del Piano Giovani di Zona ha visto coinvolti a partire da febbraio 2009 una ventina di giovani della valle dai 18 ai 25 anni, in un percorso di approfondimento sull’integrazione e sulle diversità che, attraverso vari strumenti (serate di formazione, momenti di incontro con migranti e diversamente abili, cineforum), ha preparato il terreno per un viaggio a Berlino.

Nella trasferta Berlinese il gruppo ha avuto l’occasione di conoscere da vicino la metamorfosi di una città che è rifiorita negli ultimi vent’anni, oltre ad avere testimonianza diretta delle difficoltà di ordine sociale, politico e culturale derivate dalla riunificazione delle due Germanie. Per ulteriori informazioni e approfondimenti si può visitare il blog del progetto all’indirizzo www.progettoberlino.blogspot.com

Cliccando qui potete scaricare il volantino pdf della serata.