La corsa alla terra continua

Lavoratori cinesi e mozambicani nelle risaie cinesi di Xai-Xai, in Mozambico. (Isacco Chiaf)

Jacopo Ottaviani per Internazionale

nQuesto reportage fa parte di un progetto di data journalism realizzato nell’ambito del programma Innovation in development reporting, organizzato dal Centro di giornalismo europeo.

“Stavamo meglio prima che arrivassero i cinesi”, dicono senza troppi giri di parole i contadini di un villaggio nella provincia di Xai-Xai, una città nel sud del Mozambico che ai tempi del colonialismo portoghese si chiamava João Belo. In questa zona del paese, ventimila ettari di risaie cinesi hanno preso il posto di alcuni campi coltivati delle comunità locali ai margini del fiume Limpopo. “Abbiamo visto arrivare i trattori cinesi”, ricordano le donne della comunità di Dlhovukaze. “Hanno rimosso le nostre machambas (piccoli campi coltivati con metodi tradizionali), drenato i canali d’acqua e occupato le nostre terre”.

Parlando degli ottocento mozambicani assunti dall’azienda per lavorare sui terreni, gli abitanti della comunità locale riconoscono che ci sono degli effetti positivi. “L’investimento porterà lavoro agli abitanti dei villaggi”, afferma Mhula, avvocato della Lega mozambicana dei diritti umani, “ma il governo, prima di firmare l’accordo con gli investitori, avrebbe dovuto consultare la popolazione locale per accordarsi sulle modalità di trasferimento, invece di avvisarli a cose fatte”.

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Quello delle risaie cinesi ai margini del fiume Limpopo è solo uno dei 902 contratti transnazionali firmati in tutto il mondo tra governi e investitori per la cessione di terre, per un totale di circa 33 milioni di ettari. Ma quello degli investimenti per comprare porzioni di terra è un fenomeno che comprende molti aspetti, che è difficile da quantificare e che cambia di nome in base al contesto: il mondo accademico sceglie l’espressione neutrale di “acquisizione di terre su larga scala”, la società civile ne dà una connotazione negativa parlando di land grabbing(accaparramento delle terre), gli investitori preferiscono locuzioni ottimistiche come “opportunità di sviluppo” o “prospettiva win-win”.

Comunque si decida di chiamarla, la corsa alla terra comporta delle conseguenze che si ripercuotono sulla vita quotidiana delle comunità e influenzano gli equilibri geopolitici dei paesi, generando un dibattito che coinvolge governi, banche, investitori privati, società civile, sindacati e – non ultime – le comunità rurali.

Questo dibattito dimostra che il crescente interesse per l’acquisto di porzioni di terra è dettato da problemi estremamente attuali, come l’aumento della popolazione mondiale e la crisi dei prezzi degli alimenti, avvenuta nel 2007-2008. Questi fenomeni hanno condotto alcuni paesi – soprattutto quelli arabi, che non dispongono di aree coltivabili – ad acquisire terre per rafforzare la loro sicurezza alimentare. Poi c’è il timore legato al riscaldamento globale, che ha motivato le politiche sulle energie rinnovabili di Stati Uniti e Unione europea e di conseguenza ha fatto crescere la domanda di terre da destinare alla produzione di biocarburanti. Timore a cui si aggiunge il crescente fabbisogno di materie prime del mondo industrializzato, soprattutto da parte di paesi emergenti come Cina e India, che ha sollecitato l’acquisizione di vaste superfici di terra da destinare all’esplorazione e all’estrazione mineraria.

Astronavi

A volte le terre acquisite dagli investitori stranieri sono marginali, disabitate, ma potenzialmente produttive. In altri casi si tratta di terre fertili abitate da comunità rurali che, nel caso in cui venga accordata la concessione, devono cedere il posto all’investitore, dando luogo al fenomeno descritto con il termine vagamente burocratico di displacement(trasferimento).

Non esistono stime sul numero di displacements. Esistono storie drammatiche, come quella delle comunità di Tete, una provincia nel centro del Mozambico. In questa zona le multinazionali del carbone hanno ottenuto i diritti di estrazione su un’area di 3,4 milioni di ettari, causando il trasferimento di più di 1.300 famiglie in zone talvolta prive di accesso al cibo e all’acqua. “I nostri campi non producono niente”, racconta Joia, abitante del nuovo villaggio di Mwaladzi, in una delle testimonianze incluse nel rapporto di Human rights watch. “Ci hanno dato delle case, ma non abbiamo da mangiare.”

Tutto questo succede nonostante la costituzione del Mozambico (articolo 109) sancisca che “l’uso della terra spetta al popolo mozambicano”. Inoltre, la legge del paese prevede che si svolgano tre consultazioni popolari per decidere le modalità di trasferimento della terra a un investitore privato. Ma come spiega Gizela Zunguze, ricercatrice di Justiça ambiental, un’organizzazione non governativa mozambicana per la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità locali, le “consultazioni non sempre avvengono come dovrebbero”, perché non coinvolgono le comunità nel processo decisionale. “Gli investimenti potrebbero essere un fatto positivo per le comunità rurali” sostiene Gizela, “ma solo a patto che si applichi la legge, discutendo i progetti con le comunità locali e ottenendo il loro consenso”.

Di solito gli investitori cercano di convincere le popolazioni locali – e la società civile mondiale – che questi progetti favoriscono il benessere e riducono la povertà. Ma secondo Oxfam, una rete di organizzazioni non governative, “il 60 per cento dei soggetti privati che comprano porzioni di terra ha come obiettivo esportare tutto quello che produce”. Il Cirad, l’istituto di ricerca francese per l’agricoltura e lo sviluppo, rileva che la metà delle coltivazioni avviate non produce cibo (alcune, per esempio, producono biocarburanti). Quindi resta ben poco per sfamare le popolazioni locali, anche considerando che le terre sono spesso cedute a prezzi irrisori (sono stati registrati alcuni casi in cui l’affitto di un ettaro costa all’investitore tra i 70 centesimi di dollaro e i cento dollari all’anno, per contratti di leasing di cinquanta o cento anni). E a volte questi soldi sono versati direttamente nei conti delle élite governative.

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Poi ci sono gli effetti collaterali che colpiscono le zone limitrofe ai terreni oggetto degli investimenti. È il caso di Boane, nella provincia di Maputo. In quella regione Bananalandia, un’azienda sudafricana che ha preso in concessione 1.500 ettari di terra, ha reso più difficile l’accesso al fiume Umbelúzi, secondo gli abitanti dei villaggi. “Prima era facile per la comunità raggiungere il fiume a piedi, ora le distanze sono più lunghe e per le donne è complicato arrivarci”, racconta Lino Pita Nassone, sindacalista dell’Unac (Unione nazionale dei contadini). L’impresa fa il possibile per limitare gli effetti negativi causati dalla sua presenza. “Noi facciamo del nostro meglio per andare incontro alle esigenze dei villaggi circostanti”, afferma Peter Gouws, amministratore delegato di Bananalandia, azienda che dà il suo contributo all’economia locale dando lavoro a più di 2.500 persone del posto e pagando circa 10 milioni di meticais (250mila euro) di salari al mese. “Ma è impossibile accontentare sempre tutti”, aggiunge il manager. La responsabilità, infatti, è del governo, a cui gli abitanti dei villaggi hanno segnalato il problema senza ricevere risposta.

Ma anche quando si assume manodopera locale ci sono dei problemi. “Quello delle differenze culturali è un dilemma che mi affligge sempre, ogni volta che incontro il capo villaggio”, racconta Michele Sammartini, imprenditore italiano che guida una virtuosa azienda agricola di duemila ettari nella provincia di Xai-Xai. “Non possiamo negare che con questi progetti irrompiamo nelle tradizioni delle comunità locali, sconvolgendo la vita delle persone”, dice Sammartini, accostando l’agricoltura industriale all’immagine di un’astronave che atterra nei villaggi, abituati ai ritmi lenti del modello di sussistenza. E aggiunge: “È qui che dobbiamo cercare di dare qualcosa in cambio, non solo dal punto di vista economico ma dando alle persone gli strumenti tecnici in modo che un giorno possano farcela da soli”. Un approccio costruttivo dettato da scelte personali e che sta dando i suoi frutti: l’azienda di Sammartini non è mai stata contestata dalle associazioni locali.

Grandi attori

Spesso l’anello debole della catena degli investimenti sulla terra è il governo dello stato concessionario. I governi locali dovrebbero mediare tra le aziende e la popolazione, limitare gli effetti negativi degli investimenti e imporre misure di controllo che tutelino gli interessi delle comunità rurali. Ma questo avviene raramente. Non è un caso se gran parte delle acquisizioni si concentra in paesi che registrano indici di corruzione molto preoccupanti. E questo rischia di compromettere il valore dei progetti di investimento. Progetti in cui le istituzioni internazionali credono molto. A cominciare dalla Banca mondiale, che nel 2008 ha prestato quattro miliardi di dollari per sviluppare l’agricoltura nei paesi in via di sviluppo, e che ha intenzione di aumentare entro il 2015 questa cifra fino a dieci miliardi di dollari all’anno.

Finanziamenti che non convincono Oxfam. Nell’ottobre del 2012, la rete di organizzazioni non governative ha elencato “ventuno progetti della Banca mondiale che hanno causato proteste formali delle comunità locali, che hanno denunciato la violazione dei loro diritti” e hanno chiesto il congelamento dei prestiti. Una richiesta che è stata raccolta solo in minima parte: la Banca mondiale ha aderito alle “linee guida volontarie sui regimi fondiari” (una sorta di galateo per chi opera nel business delle terre), mentre i finanziamenti continuano, anche sostenuti dalla convinzione che gli investimenti in terra e agricoltura siano la chiave per combattere la povertà.

“Nel 2050 nel mondo ci saranno due miliardi di persone in più da sfamare, e per riuscire a soddisfare i loro bisogni sarà necessario aumentare del 70 per cento la produzione agricola globale”, sostiene la Banca mondiale. Uno slogan, quello del “feed the world”, ripreso da colossi del settore alimentare come Monsanto e Cargill. Ma se è vero che la Fao rileva una crescita della domanda globale di alimenti dovuta all’aumento demografico, è vero anche che, come spiega Jean Ziegler, ex relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, oggi “si produce una quantità di cibo sufficiente a sfamare 12 miliardi di persone, a fronte di una popolazione mondiale di 7 miliardi”. A mancare quindi non è il cibo ma una distribuzione efficiente e il reddito per accedere alle risorse.

Piovono dati

Ma quanti ettari di terra sono stati acquisiti, in tutto il mondo, da quando è cominciata la corsa alla terra? Descrivere numericamente il fenomeno significa affrontare una moltitudine di cifre contraddittorie. La Banca mondiale ha parlato di 56 milioni di ettari acquistati solo tra il 2008 al 2009, dopo la crisi dei prezzi degli alimenti. L’International food policy research institute e l’Oakland institute hanno fatto una stima di 15-20 milioni di ettari tra il 2006 e il 2009. Nel 2011 Land matrix, un database che raccoglie le acquisizioni di terra in tutto il mondo e a cui collaborano cinque centri di ricerca internazionali, ha stimato che dal 2000 in poi sono state acquisite terre per 227 milioni di ettari. Una cifra enorme calcolata sulla base di fonti non sempre attendibili, e che nel 2013 è stata ridimensionata a 33 milioni. Una stima effettuata a partire dai contratti firmati, e descrive un’area grande otto volte i Paesi Bassi.

“È difficile dire con ragionevole certezza quale sia il dato reale”, sostiene Andrea Fiorenza, ricercatore di International land coalition e autore degli studi sulle “pressioni commerciali sulla terra”. Fiorenza spiega che “alcuni progetti cominciano, poi incontrano problemi di varia natura e si interrompono, sono sospesi, oppure al contrario si espandono oltre le superfici legalmente concordate”. E la scarsa trasparenza dei governi dei paesi in via di sviluppo, che tendono a nascondere gli accordi presi con gli investitori, non permette di avere un quadro cristallino della situazione. Tuttavia, l’obiettivo di Land matrix non è fornire un dato assoluto ma, come spiega Fiorenza, “monitorare l’andamento di questo fenomeno, attingendo a più fonti e cercando di aggiornarsi costantemente”.

Ma se i dettagli si perdono in un dibattito ricco di sfaccettature, la tendenza attuale è chiara: la corsa alla terra continua. Va avanti sotto una pioggia di numeri contraddittori, tra i solchi delle ruspe cinesi nella provincia di Xai-Xai e le decisioni prese negli uffici della Banca mondiale. Una corsa che prosegue a ritmi frenetici, neppure paragonabili a quelli della vita delle comunità ai margini del fiume Limpopo, o ai confini delle cave della provincia di Tete. Che di questa corsa sono il traguardo, o il punto di partenza.

Jacopo Ottaviani è giornalista specializzato nella produzione d’inchieste di data journalism. Collabora con testate nazionali e internazionali, tra cui The Guardian, Die Zeit e Al Jazeera International. È su twitter: @jackottaviani

Lo sviluppo del progetto è stato possibile grazie al programma Innovation in development reporting, organizzato dal Centro di giornalismo europeo. Al progetto e alle ricerche sul campo hanno partecipato anche Andrea Fama, Cecilia Anesi e Isacco Chiaf.

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Hollande rimette l’elmetto, pronto alla guerra in Repubblica centrafricana

di Rita Plantera

Cape Town, 27 novembre 2013, Nena News – Dopo il Mali, la Francia si prepara a intervenire militarmente – per la seconda volta in un anno – in un’altra delle sue ex colonie dell’impero africano annunciando il dispiegamento di almeno 1200 soldati nella Repubblica centrafricanaper un periodo di 6 mesi a sostegno dei battaglioni regionali dell’Unione africana (Ua) e della Comunità economica degli stati dell’Africa centrale (Eccas). Ad annunciarlo sono stati ieri i suoi Ministri della Difesa e degli Esteri Jean Yves Le Drian e Laurent Fabius. La notizia, confermata anche dal primo ministro della Repubblica centrafricana, Nicolas Tiangaye, era già nell’aria da settimane e a dare il via libero definitivo si attende ora solo l’investitura ufficiale dell’Onu la cui risoluzione è ormai in dirittura d’arrivo per la prossima settimana.

Circa dieci giorni fa era stato lo stesso Ban Ki-moon ad annunciare il dispiegamento di nuovi battaglioni e la possibilità di una ridistribuzione di quelli presenti nei Paesi vicini nel caso in cui la situazione fosse ulteriormente precipitata in tempi ancor più rapidi.

Tanto alti funzionari dell’Onu quanto i ministri francesi confermano una situazione «sull’orlo del genocidio». Secondo fonti Onu, nella sola zona di Bossangoa, una delle zone più colpite – circa 300 chilometri a nord della capitale Bangui – diverse centinaia di persone sono state uccise nelle prime due settimane di settembre. Mentre circa 460.000 – il 10% su una popolazione di 4,6 milioni di abitanti – hanno abbandonato le case, e più di un milione necessita di aiuti alimentari.

Due giorni fa il Vice Segretario Generale dell’Onu Jan Eliasson, parlando al Consiglio di sicurezza, aveva esplicitamente chiesto alla comunità internazionale interventi immediati a fronte di una situazione che sta «scivolando nel caos completo».

Senza sbocco sul mare, isolata ed estremamente povera, nonostante le sue riserve di oro, legname, uranio e diamanti di qualità gemma, la Repubblica Centrafricana è devastata da una spirale di violenze che da più di un decennio l’ha trascinata in un baratro infernale, una voragine che litanie di stupri, uccisioni, fame e quant’altro perpetuano giorno dopo giorno sotto gli occhi indifferenti sia dell’Occidente che delle economie emergenti.

Il Paese è piombato nell’anarchia più totale dopo la débâcle di Bangui a marzo scorso, quando i ribelli Seleka hanno rovesciato il Presidente François Bozizé e insediato al potere il leader della coalizione Michel Djotodia, formalmente insediatosi come Presidente ad interim nel mese di agosto con un mandato di transizione di 18 mesi.

Da allora, il dissolvimento di Seleka non è bastato ad arginare gli scontri con le milizie di autodifesa locali, i cosiddetti «anti- Balaka» o anti-machete, mentre i casi di esecuzioni sommarie, stupri e saccheggi ad opera dei combattenti ex Seleka ancora all’indomani del colpo di Stato hanno alimentato tensioni tra musulmani e cristiani nella ex colonia francese dove la popolazione è per l’80% cristiana. La situazione è già da tempo fuori controllo nella Repubblica Centrafricana, un tempo considerata la Cenerentola dell’ex impero coloniale francese in Africa poi diventata lo Stato fantasma dell’era postcoloniale dove la Francia conta un considerevole numero di interventi militari a difesa di non pochi interessi locali. Nena News

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Ripercorrendo due anni di crisi siriana

di Maurizio Musolino

Roma, Nena News – Sono passati oltre due anni da quando nella primavera del 2011 le prime proteste infiammavano le strade di alcune città siriane. In molti allora videro in questi moti, solo apparentemente spontanei, un effetto domino innescato da quanto era accaduto pochi mesi prima in Tunisia e in Egitto e stava accadendo in Libia. Proprio il caso libico avrebbe dovuto invece indurre ad una prudenza verso le cosiddette “primavere arabe” visto che lì il vento della democrazia soffiava attraverso i bombardamenti Nato che distruggevano il Paese condannando alla sconfitta l’esercito di Gheddafi e all’insicurezza e alla barbarie la Libia. Ma così non fu.

Infatti, anche grazie ad una martellante campagna di disinformazione da parte della quasi totalità dei media, avviene una sorta di cieca equazione, da una parte il governo siriano di colpo diventato “dittatoriale e criminale”, dall’altra i manifestanti paladini di “democrazia e libertà”. Facile il verdetto: chi ama la democrazia non può che augurarsi una veloce caduta del rais di Damasco. Il presidente siriano, al quale fino a poche settimane prima molti manager occidentali (compresi quelli del nostro Paese) bussavano alla porta per stringere affari e accordi, diventa il demonio, un “insopportabile” da rimuovere, meglio se sopprimendolo. Un copione non nuovo visto che precedentemente era stato usato con Milosevic, Saddam e in ultimo Gheddafi. Certamente leader lontani dal poter essere presi come campioni di democrazia, ma la cui vera colpa era stata quella di rifiutare di collocarsi sotto l’ombrello degli Usa.

Nella primavera del 2011 assistiamo anche ad un attacco durissimo contro ogni voce che si pone fuori dal coro, e proprio i Comunisti italiani sperimentano sulla loro pelle la loro coerenza internazionalista e anti-imperialista che da tempo li aveva portati ad avere dei rapporti di stima e amicizia con il Partito comunista siriano.

Sia ben chiaro un partito come il Baa’th che detiene il governo di una nazione da oltre quaranta anni è normale che venga percepito da parte della popolazione come elemento di chiusura, anzi sarebbe da sorprendersi se fra i giovani non ci fossero quanti auspichino un cambio anche radicale del quadro politico. Emotivamente è comprensibile. E’ questo è ancora più normale se questo partito vede alla sua guida una famiglia, gli Assad appunto, e se questa famiglia proviene da una confessione storicamente minoritaria nel paese, gli Alawiti. A ciò si deve aggiungere che alcuni settori del potere siriano (anche all’interno della famiglia degli Assad), da tempo critici su alcune aperture di Bashar Assad, forse colti di sorpresa dalle prime manifestazioni, oppongono a queste proteste una reazione spropositata quanto insensata. Ricordiamo quanto successo a Daraa, quando una manifestazione del tutto pacifica viene repressa nel sangue dalle forze di polizia. Le prime proteste quindi rappresentano un sentire diffuso, anche se forse non maggioritario, e sicuramente risentono dell’effetto delle notizie che arrivavano da Tunisi e dal Cairo. Il re era nudo, si poteva abbattere, deporre, quindi perché non provarci anche a Damasco?

Va però ricordato che Bashar Assad cerca immediatamente un dialogo con i manifestanti: verrà destituito il responsabile della polizia della regione di Daraa e alla fine di aprile annuncia la fine dello “stato di emergenza” in vigore dal 1963. Bashar annuncia anche una stagione di riforme di più vasta portata e chiede alle masse critiche verso il governo di concedergli tempo.

Il dibattito interno alla politica siriana

L’origine delle proteste va ricercato quindi in motivi tutti interni alla Siria, con questo senza sottovalutare i tentativi di destabilizzazione messi in atto dagli Usa e dalle potenze occidentali da oltre un decennio. Da mesi il governo di Damasco era impegnato in un durissimo dibattito, che coinvolgeva anche il Parlamento, sulla dismissione di asset centrali per l’economia del Paese a partire da quelli energetici e idrici. La privatizzazione delle centrali elettriche, ad esempio, aveva registrato un forte interesse dell’Edf, la multinazionale francese con le mani in pasta in molte situazioni di crisi internazionale. Su questo tema la discussione era stata durissima e aveva visto proprio i comunisti siriani in prima fila nella lotta contro la svendita di settori che a loro dire avrebbe indebolito la sovranità nazionale della Siria. Lo stesso vale per la privatizzazione di altri settori e per la liberalizzazione di alcune tariffe che aveva portato ad un indebolimento del potere d’acquisto dei salari e quindi ad un impoverimento diffuso di ampi settori della popolazione.

La siccità e la crisi economica

A questo si deve sommare che la Siria usciva da tre anni di durissima siccità che aveva reso praticamente desertiche le vaste terre della regione interna fra Latakia e Homs, notoriamente possedute da famiglie della borghesia sunnita, causando crisi e malcontento fra questa gente. Ad aggravare questa situazione secondo alcuni studiosi si sommavano alcuni accordi con la vicina Turchia sullo sfruttamento di alcune sorgenti idriche lungo il corso dell’Eufrate, nel Nord del Paese. In ultimo, ma non per questo con un minore effetto, la crisi economica mondiale che seppur in ritardo iniziava a far sentire i suoi effetti anche nella regione mediorientale.

Elementi centrali, questi, fra le parole d’ordine delle prime proteste e più che sufficienti per far accendere il fuoco delle rivolte, che in un primo momento non mettono però in discussione il governo e che non di rado sono guidate dalle forze progressiste presenti all’interno del Fronte patriottico nazionale che da decenni guida la Siria. Ma parallelamente allo scoppio di queste legittime manifestazioni parte il piano S, ovvero quello che i servizi segreti Usa da anni avevano nel cassetto per mettere fine a quello che era l’unico governo dell’area che non accettava l’idea di quel “grande Medio Oriente” tanto cara alla famiglia Bush e mai rinnegata da Obama. Le manifestazioni sono in breve infiltrate, spesso avvengono delle vere e proprie provocazioni, anche armate, con l’obiettivo di innescare una reazione della polizia. Reazione che non si fa attendere e che come ricordavamo prima a volte sconfina in violenze certamente evitabili.

Dalla piazza alla guerriglia finanziata dall’estero

Da questo momento, più o meno databile intorno alla fine dell’estate, si modifica lo scenario. La piazza non esiste più e al suo posto appare una vera e propria guerriglia armata sempre più monopolizzata da elementi esterni alla Siria. Significativo è il discorso di Barak Obama, tenuto il 21 agosto presso l’organizzazione filo israeliana Aipac, dove si ammette la possibilità per il Pentagono di prendere in considerazione un intervento armato da parte degli Stati Uniti. In prima fila nella linea interventista è però la Francia, che dopo le azioni militari in Libia sembra pervasa da uno spirito neocoloniale che la porta ad un attivismo smodato sullo scenario africano e mediorientale.

In Siria parallelamente alla questione interna e ad una logica di ingerenza geopolitica da parte di Usa e Europa, si gioca un’altra partita: è quella che vede opposti il mondo sunnita delle petrolmonarchie oscurantiste a quello sciita guidato dall’Iran. Cavallo di Troia dei primi è il movimento dei Fratelli mussulmani, da sempre del tutto compatibile con la grande finanza internazionale e con il liberismo e trade union fra i regimi dell’Arabia Saudita, Qatar, Giordania e la Casa Bianca, in virtù di un tacito accordo siglato con l’allora responsabile della politica Estera Usa Hillary Clinton durante la visita di Obama al Cairo del giugno 2009. Più o meno negli stessi mesi dello scoppio delle rivolte in Siria c’era stato nel vicino Libano un rovesciamento delle alleanze, che aveva visto Hezbollah, legati allo sciismo iraniano, estromettere democraticamente dal governo il partito Mustaqbal di Hariri, sunniti filo saudita. Uno smacco indigeribile per il regime di Riad

Più o meno in questi mesi entra in scena un protagonista che da anni aspira ad un ruolo egemone nella regione: la Turchia di Erdogan e del neo-ottomanismo propugnato dal suo ministro degli Esteri. Lo schierarsi a fianco delle petrolmonarchie da parte del governo di Ankara è vissuto da Bashar Assad come una pugnalata alle spalle, perché proprio con il leader turco negli ultimi anni si era sviluppata una intensa collaborazione sia politica che economica. Come si arriva a questa rottura? Erdogan è convinto che i rapporti di buon vicinato inaugurati da diversi anni con la Siria siano il preludio di una sorta di ottomanizzazione del Paese arabo. Ritiene che Damasco debba accettare il suo protettorato senza reclamare spazi di autonomia, condizione preliminare per non fare cadere l’appoggio della Turchia in un momento difficile quale è l’inizio della crisi siriana. Queste richieste sono però considerate inaccettabili da Damasco. Da qui l’inizio dei dissidi, un fossato che si amplia grazie alle pressioni della Casa Bianca e della Nato che vedono per la prima volta la possibilità di togliersi di torno gli Assad.

In molti in effetti scommettono in una rapida caduta del presidente siriano, sulle orme di quanto successo a Ben Alì, Mubaraq e Gheddafi. Ma resteranno ad oggi tutti delusi.

La Siria fatta a pezzi e lo stallo internazionale

Il 2012 sarà per la Siria un anno durissimo. Oramai pressoché isolata dal mondo e sotto il continuo attacco delle bande armate che si oppongono al governo di Damasco. Sono migliaia i combattenti – ma forse è meglio chiamarli con il nome più appropriato: i mercenari – arrivati dai quattro angoli del mondo arabo per esportare anche in Siria, in nome dell’Islam sunnita, il cappello di Washington. Bande che si riconoscono sotto l’effige della vecchia bandiera della Siria colonizzata, fatta propria dall’Esercito libero siriano e dalla Coalizione nazionale siriana. Nonostante gli ingenti aiuti in denaro, uomini e armi, i successi sono modesti, ma soprattutto gli insorti non riesco nell’operazione di controllo di una fetta omogenea di territorio, possibile escamotage per imporre alla Siria da parte della Nato una nefasta riedizione della no-fly zone, preludio alla guerra in Iraq e in Libia. Nello stesso tempo la strada di un coinvolgimento dell’Onu in chiave anti-Assad è questa volta scongiurato grazie alle decise prese di posizione di Russia e Cina, ma più in generale dei paesi del Brics, che probabilmente hanno fatto tesoro di quanto successo in Libia, dove i loro tentennamenti hanno aperto le porte al protagonismo unilaterale della Nato. E se Pechino vede in quanto accade in Medio Oriente i primi sintomi di un conflitto lunghissimo che nel futuro li opporrà agli Stati Uniti e all’Occidente loro alleato, la Russia ha in Siria interessi molto più concreti e attuali: primo fra tutti il mantenimento di quella che è l’unica base militare navale della Russia nel Mediterraneo di stanza nel porto di Tartus. La presenza militare russa in questi mesi ha rappresentato un elemento formidabile di dissuasione per chiunque fosse tentato da prove di forza sul modello dei primi bombardamenti francesi su Tripoli. Infatti un intervento armato in Siria rappresenterebbe una esplicita dichiarazione di guerra anche verso la Russia, con conseguenze inimmaginabili.

Ma se è vero che l’opposizione non è riuscita nell’intento di togliere stabilmente del territorio dal controllo del governo centrale è altrettanto indiscutibile che nonostante gli ingenti sforzi il governo di Damasco non è riuscito ad imporre sicurezza e stabilità in Siria. Sempre di più la disperazione degli oppositori si sfoga in attentati suicidi che portano morte e distruzione all’interno delle città siriane. Uno stillicidio che mesi dopo mesi sta cambiando le consuetudini della popolazione. Dove invece sembra non essere riuscita a fare breccia l’opera de stabilizzatrice di Washington è sul piano confessionale. La Siria nel suo insieme resta un Paese interconfessionale e la temuta “libanesizzazione” ad oggi non è realtà. Sicuramente i rapporti fra sunniti e sciiti, e soprattutto fra alawiti e sunniti, e ancora fra quest’ultimi e l’infinito arcipelago del cristianesimo, si sono deteriorati, ma gli esempi di dialogo e di collaborazione sono tantissimi. Uno fra tutto la mussalaha, riconciliazione: un percorso di pace che vede lavorare insieme cristiani e musulmani. Ma attenzione a sottovalutare questo rischio, proprio la frantumazione, e il confessionalismo rappresenta uno strumento straordinario per arrivare a ciò, resta il principale obiettivo sia degli Stati Uniti che delle potenze regionali, leggi Arabia saudita, Turchia e Israele.

Tutto questo ha però portato ad una situazione di stallo. Uno stallo drammatico, fatto di fame e morti quotidiane, ma non del tutto avverso ai protagonisti anti Assad. Gli Stati Uniti e lo stesso Israele, infatti, non disdegnano affatto una situazione che rende impotente il governo di Assad, e nello stesso tempo ricattabili i ribelli islamici, alleati oggi ma possibili nemici domani. Anche perché all’iniziale monopolio dei Fratelli Musulmani sull’opposizione, si sta passando settimana dopo settimana ad un affermarsi delle milizie salafite vicine alla galassia denominata Al Qaeda. Forse anche per queste ragioni sembrerebbe cambiato l’approccio di alcuni Paesi occidentali che iniziano a pensare ad una soluzione che non elimini dalla scena il blocco di potere vicino al presidente Assad: la conferenza di Ginevra ha questo obiettivo, ma i lavori sono in alto mare ed è difficile prevedere quale sarà – ammesso che si riesca a tenere – lo sbocco.

Una sensazione analoga si prova all’interno del cosiddetto pacifismo italiano, in un primo momento miopemente schierato con gli oppositori. Di giorno in giorno aumentano di distinguo e le prese di distanza da uno schieramento che mostra di essere assolutamente succube ai voleri degli Usa.

Come uscire dalla crisi?

Proviamo ad azzardare in conclusione quale potrebbe essere una porta di uscita da questa crisi. A mio modesto avviso questi due anni hanno mostrato che Assad gode dell’appoggio e del sostegno di una parte importante del suo popolo e nello stesso tempo che l’esercito rappresenta una colonna non eludibile dell’unità nazionale. Dall’altra parte seppur divisa e distante spesso dalla popolazione – che la sente estranea – l’opposizione grazie alle risorse che gli arrivano dai Paesi amici conserva vigore e forza. Con questi due elementi tutti devono fare i conti a partire dall’opposizione, quella innanzitutto siriana e poi volenterosa di dare pace al Paese. Il prossimo anno scadrà il mandato presidenziale di Assad e intorno a questo potrebbe giocarsi una partita che veda garante la Russia e che cerchi di limitare i vincitori e gli sconfitti. Il rischio contrario è invece un accendersi di altri fuochi ad iniziare dal vicino Libano, dove intorno a Tripoli e a Sidone si combatte come se si stesse in un pezzo di Siria. Il coinvolgimento fraterno del partito Hezbollah, che ha avuto un ruolo chiave nella liberazione della città di Qusayr, e la presenza dei mercenari sunniti rischia di far sprofondare in un nuovo conflitto il piccolo paese dei cedri.

Come mi ha spesso detto un grande intellettuale arabo, Talal Salman, direttore del quotidiano libanese Assafir, quando gli chiedevo numi sulle crisi in Siria e in Libano, “le chiavi della pace in questa regione sono nelle capitali di altri Paesi. Parigi, Washington, Londra, Riad, Ankara, Teheran.”. Una verità sempre molto attuale. Nena News

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Siria: Una lezione per gli storici del futuro

Europa, Russia e Stati Uniti sperano di risolvere la crisi siriana con una conferenza internazionale, come se fossimo ancora ai tempi del congresso di Vienna. Ma oggi sono gli attori regionali ad avere la preminenza sugli equilibri tra le potenze.

Alcune crisi possono rappresentare dei veri e proprio casi da manuale per chi studia la diplomazia e le relazioni internazionali. La Siria è uno di questi. In particolare in questo momento in cui si parla solo della prossima conferenza internazionale, che ha più affinità con la diplomazia classica del Diciannovesimo secolo e dell’inizio del Ventesimo che del periodo attuale.

Rispettando il vecchio adagio “se vuoi la pace, prepara la guerra”, ovunque si lucidano le armi, alla vigilia di un’ipotetica “tavola rotonda” che dovrebbe riunire tutte le parti e decidere sul futuro del paese.

L’Unione europea ha deciso di non prolungare l’embargo sulla consegna di armi alla Siria (cioè agli insorti), ma solo il Regno Unito e la Francia si sono impegnate attivamente in questo senso. Mentre gli altri paesi dell’Unione hanno espresso in modo più o meno accentuato i loro dubbi sull’utilità di un impegno reale nella guerra civile, Londra e Parigi sono riuscite a ottenere questa decisione. Ma il prezzo di questa operazione è l’ennesima dimostrazione dell’inesistenza di un’Unione europea unita sulla scena internazionale.

L’incapacità di mettersi d’accordo a causa di interessi diversi è evidente. Non si tratta di calcoli strategici ma della buona volontà di interessarsi a un problema. Come in passato Regno Unito e Francia si comportano da grandi potenze perché ritengono di dover partecipare agli eventi di importanza mondiale. Al contrario gli altri paesi sono indifferenti o hanno paura di impegnarsi in eventi che per lo più non li riguardano.

Ovviamente negli annunci di aiuto agli oppositori di Assad c’è un motivo politico. Ma la questione di inviare armi o meno rimane aperta, e il fatto di parlarne significa che l’uso della forza rimane un’opzione possibile. In altre parole, se non ci sarà un accordo in occasione di Ginevra-2, ci sarà la guerra fino alla vittoria finale. Il principale istigatore della fine dell’embargo sulla consegna di armi agli insorti, William Hague, lo dice chiaramente: bisogna fare pressione sul regime.

Si tratta della stessa logica che anima la Russia, poiché quest’ultima non conferma né smentisce la fornitura a Damasco dei missili terra-aria S-300 e di altre armi sofisticate. Tutto ciò viene detto apertamente: i rapporti di forza saranno mantenuti. È quindi inutile immaginare che in caso di fallimento dei negoziati politici, la questione possa essere risolta con i mezzi militari.

In linea di principio una tattica del genere non è priva di logica: le parti che bisogna riunire intorno a un tavolo devono sentire la spada di Damocle che pende sulla loro testa. Le riflessioni pubbliche di Washington sulle possibili no-fly zone sopra la Siria hanno le stesse finalità. Che cosa rappresenti una no-fly zone e a che cosa porti una tale decisione lo abbiamo visto con l’esperienza della Libia. Ed è proprio per evitare che questo si ripeta che la Russia promette di consegnare (e forse lo ha già fatto) dei sistemi di difesa antiaerea, così da rendere molto difficile un’ipotetica operazione. Molto probabilmente gli Stati Uniti non vieteranno il sorvolo della Siria, ma solo a condizioni ben precise, così da rendere le parti più accomodanti.

Tuttavia l’effetto potrebbe essere l’opposto. Per ora sembra che i contendenti siano arrivati alla stessa conclusione: qualunque cosa succeda non saranno né abbandonati né indeboliti, di conseguenza vale la pena resistere. Bashar al Assad e i suoi oppositori capiscono che i loro protettori, rispettivamente la Russia e l’Occidente, non possono rifiutarsi di dare il loro sostegno senza offuscare la propria immagine.

Dayton vs Rambouillet

In effetti sia per Mosca che per Washington la Siria è una questione di principio. La Russia difende i leader dei paesi laici (indipendentemente dal loro livello di autoritarismo) e la non ingerenza negli affari interni di un paese terzo, cercando di far dimenticare lo sgradevole precedente libico al quale ha contribuito [Medvedev era ancora presidente quando la Russia, contro ogni previsione, si è astenuta in occasione del voto all’Onu sull’intervento aereo occidentale].

Da parte occidentale ci si dibatte fra schemi ideologici secondo i quali da un lato c’è un “popolo in rivolta” e un “tiranno sanguinario”; dall’altro il desiderio di consolidare il modello di soluzione dei conflitti che si è gradualmente definito dopo la guerra fredda, cioè scegliere “lo schieramento giusto” e aiutarlo ad arrivare al potere. Di conseguenza il rifiuto di sostenere “i propri alleati” rischierebbe non solo di andare contro i propri interessi, ma finirebbe per essere una concessione ideologica tale da ferire l’amor proprio di questi paesi.

Le conferenze di pace del passato, fino a quelle di Yalta e Potsdam, erano incentrate su una grande questione, cioè la divisione del mondo. Le conferenze più recenti sono state quelle legate ai Balcani. Si tratta degli accordi di Dayton sulla Bosnia, nel 1995, e della crisi del Kosovo nel 1999. Non è inutile ricordare queste due esperienze perché offrono per il caso siriano due possibili scenari. Fra i due quello di Dayton è il più positivo. Gli Stati Uniti e l’Unione europea, con l’aiuto di una Russia all’epoca indebolita, avevano riunito i belligeranti e li avevano costretti a costruire un modello di organizzazione per la Bosnia-Erzegovina. È su questo esempio che puntano gli ottimisti, che credono nella possibilità di un successo del “Ginevra-2”.

I pessimisti invece si ricordano del febbraio 1999, quando con enormi sforzi diplomatici è stata organizzata la conferenza di Rambouillet per la soluzione del conflitto del Kosovo. Una conferenza che non ha dato alcun risultato. L’accanimento reciproco si era tradotto in un’estrema tensione: da un lato l’Esercito di liberazione del Kosovo che grazie al sostegno della Nato era concentrato sulla vittoria militare; dall’altro Belgrado, che non poteva immaginare di spartire il potere con dei “terroristi”. Tuttavia la conferenza si era conclusa senza una rottura aperta. Poi la posizione dei mediatori (soprattutto i membri della Nato) si era fatta più forte e Belgrado si era vista imporre un ultimatum. Il suo rifiuto di obbedire aveva provocato l’avvio della campagna militare dell’alleanza, un mese e mezzo dopo l’inizio dei negoziati di pace in Francia. Non si tratta qui di stabilire un parallelo con la Siria, ma lo scenario di una rapida escalation della violenza non deve essere escluso se nessun progresso sarà ottenuto (un progresso che effettivamente sembra poco prevedibile).

Interessi incomprensibili

Oggi però la Russia ha un ruolo ben diverso. Nel 1999 Mosca aveva protestato energicamente ma senza opporsi realmente. Di recente il Cremlino ha fatto sapere che vuole partecipare all’equilibrio di potere e non permetterà alcun intervento militare contro i propri alleati.

C’è una differenza fondamentale fra la situazione siriana e quelle precedenti. Organizzando il processo di pace, implicandosi nei conflitti locali, le grandi potenze hanno sempre perseguito degli interessi concreti, avendo un’idea chiara dei loro interessi. Gli stati dell’Europa occidentale, con il sostegno attivo degli Stati Uniti, hanno modificato il panorama strategico europeo conformemente alle loro rappresentazioni del dopo guerra fredda. E la Jugoslavia di Milosevic era un evidente ostacolo a questa modifica.

Ma oggi a parte le questioni di status evocate in precedenza, gli interessi concreti e diretti degli Stati Uniti, dell’Europa e della Russia in Siria sono incomprensibili. L’allargamento della sfera di influenza nel Medio Oriente attuale è un’idea quasi utopica. Tutte le potenze esterne cercano freneticamente di reagire in modo adeguato ma sempre a posteriori; si adattano agli eventi senza poter applicare la loro volontà e i loro desideri. Non si parla nemmeno di strategia. Nel frattempo è interessante osservare che coloro che hanno degli interessi concreti nella regione, cioè i paesi vicini dall’Iran fino all’Arabia Saudita e al Qatar, non si pronunciano sulla conferenza di Ginevra. Tuttavia la possibilità di un dialogo tra le parti dipende da loro.

In passato i giochi delle grandi potenze erano indissolubilmente legati ai piccoli intrighi degli attori locali, che rimanevano in secondo piano. Oggi è il contrario. I processi “locali” hanno la loro logica e la partecipazione dei “grandi” si fa su un piano parallelo, poiché gli uni e gli altri cambiano continuamente di ruolo. Per i futuri storici quello che succede attualmente è una preziosa fonte di materiale, mentre per i diplomatici si tratta di un problema insolubile.

Traduzione di Andrea De Ritis

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