Caso Alpi-Hrovatin, vent’anni di misteri e depistaggi

«1400 miliardi di lire: dov’è finita questa impressionante quantità di denaro?», aveva scritto Ilaria Alpi su uno dei suoi taccuini poco prima di venire uccisa. Dopo vent’anni questa domanda scomoda sull’uso degli aiuti della cooperazione italiana in Somalia rimane ancora senza una risposta, così come sono rimasti nell’ombra i nomi dei mandanti dell’omicidio della giornalista del «TG3» e del cameraman triestino Miran Hrovatin, avvenuto il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.

Ilaria e Miran erano arrivati in Somalia l’11 marzo al seguito della fallimentare operazione militare “Restor Hope”, condotta dagli Stati Uniti con l’aiuto di altre nazioni alleate nel tentativo di riportare l’ordine nell’ex colonia italiana. Un Paese divenuto incontrollabile, devastato dalla guerra civile e in preda all’anarchia più sanguinaria. In questo scenario da brividi Ilaria Alpi stava cercando di portare avanti un’inchiesta sui misteriosi traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici tra l’Italia e il Corno d’Africa. Una sporca faccenda in cui sospettava il coinvolgimento diretto del settore governativo della cooperazione e dei servizi segreti italiani. Per questo motivo aveva passato i primi giorni del suo soggiorno in Somalia cercando di programmare alcune interviste tra Mogadiscio, Bosaso e Garowe, nel nord Paese, con l’obiettivo di trovare delle conferme alla presunta attività “parallela” delle navi donate della cooperazione. Si trattava delle imbarcazioni della Shifco (Somali Hight Fisching Company), una società amministrata da un tale Mugne, un somalo con passaporto italiano, che all’inizio degli anni 90 si dedicava ufficialmente alla pesca d’altura e al commercio ittico attraverso una flotta di pescherecci donati dall’Italia ai pescatori somali. Navi che secondo molte supposizioni, sempre smentite dalla Shifco, sarebbero state in realtà solo un mezzo per trafficare armamenti e occultare in Somalia rifiuti tossici e radioattivi. Un intreccio affaristico complesso che fu al centro dell’ultima intervista di Ilaria Alpi con il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor (http://youtu.be/YMD1SXBeXnA). Un colloquio contenuto in alcune cassette, arrivate in Italia dopo la morte della giornalista, in cui si notano alcuni tagli…

Nel febbraio del 2006 nella sua deposizione davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare presieduta da Carlo Taormina, Bogor riferirà di essere stato a conoscenza delle voci circolate con insistenza sul territorio somalo riguardo all’esistenza di un traffico internazionale di rifiuti tossici, forse interrati lungo la strada Garowe-Bosaso. Veleni prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate con le fazioni in lotta per il potere in Somalia. Era precisamente questa la pista su cui stava lavorando Ilaria Alpi.

«Perché questo caso è particolare?». Dal porto alla strada per Garowe, ogni infrastruttura importante costruita nell’area di Bosaso è frutto della cooperazione italiana. Opere realizzate negli anni 80 grazie al rapporto di amicizia tra il leader somalo Said Barre e il governo di Roma a guida PSI. All’apparenza nulla di strano, eppure secondo alcune ipotesi giornalistiche, nel loro soggiorno nella capitale della Migiurtinia, la Alpi e Hrovatin avevano raccolto delle prove in grado di mettere in difficoltà governi ed istituti bancari italiani ed europei. «Perché questo caso è particolare?», scriveva Ilaria Alpi sul suo bloc-notes, pensando che Bosaso potesse essere davvero il crocevia degli affari nascosti tra la Somalia e l’Europa. Un luogo appartato per lo scambio di armi e rifiuti tossici e radioattivi tra il primo e il terzo mondo, una zona tanto sicura per i traffici illeciti quanto pericolosa per gli eventuali ficcanaso, come ha confermato un  appunto informativo della DIA di Genova datato 1997: “Si apprende che la provincia di Bosaso è la zona interessata allo scambio di armi e di scaricamento di rifiuti nucleari e industriali e che nel 1993 la zona era off-limits per i giornalisti, soprattutto italiani”.

«Ilaria mi aveva detto che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa – ha detto nel Faduma Mohammed Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio, ascoltata nel 1999 dai giudici della seconda Corte d’assise di Roma –. Lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste somale. Aveva appreso che erano stati scaricati rifiuti tossici; cose che noi sapevamo già. Ma eravamo impotenti, non potevamo farci niente. Io le ho detto che dal 1988 le cose avevano cominciato ad andare alla deriva; non avevamo guardiacoste, non avevamo niente. Avevo sentito che in quasi tutto il litorale somalo, a Merca, a Mogadiscio, a Obbia, nel Moduk, in Migiurtinia (l’area di Bosaso, ndr) erano sepolti dei fusti di cui non si conosceva il contenuto. Ho inoltre fatto notare a Ilaria che erano comparse in Somalia delle malattie nuove, e che si erano registrate morie di pesci».

Erano soprattutto i circa 260 chilometri della strada Garowe-Bosaso, costruita dagli italiani nel biennio 87-88, ad attirare maggiormente l’attenzione della reporter italiana. Secondo la signora Luciana Alpi (http://www.ilariaalpi.it/?p=3061), madre di Ilaria, proprio quella ostinata indagine potrebbe nascondere il reale movente dell’omicidio di sua figlia e del cameraman triestino: «È possibilissimo un legame tra l’assassinio e le indagini che Ilaria aveva condotto in Somalia sulla strada che da Garowe conduce al porto di Bosaso. Di fronte alla commissione d’inchiesta della scorsa legislatura, il sultano di Bosaso confermò che quando tenne la sua ultima intervista Ilaria era già al corrente dei traffici di rifiuti pericolosi tra l’Italia e la Somalia. Da anni si dice che durante i lavori di costruzione di quella strada fossero stati interrati fusti contenenti sostanze tossiche o radioattive. L’ipotesi fu rafforzata da una testimonianza resa in commissione da Vittorio Brofferio, un ingegnere impegnato nella realizzazione della strada per conto della società italiana Lofemon. Disse che gruppi locali e stranieri manifestarono interesse a interrare i fusti, ma che lui si rifiutò».

Va sottolineato che la testimonianza dell’ingegner Brofferio, resa nel 2005, è stata considerata attendibile dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’omicidio Alpi-Hrovatin «sia perché non ha trovato smentite in altri tecnici pure impegnati nei medesimi lavori; sia perché in quella zona, una successiva spedizione giornalistica […] ha consentito di acquisire informazioni da parte di lavoratori locali assunti dalle imprese italiane, secondo cui effettivamente, nel periodo sopra indicato, erano stati trasportati rifiuti scaricati nei porti somali».

Nella testimonianza dell’ingegnere rimane tuttavia un nodo che la Commissione non è riuscita a sciogliere. Si tratta di un episodio che Brofferio ha sostenuto aver avuto come protagonista Giancarlo Marocchino, un piemontese esperto di logistica che viveva in Somalia dagli anni 80. «Ricordo che in occasione di una sua visita – ha raccontato l’ingegner Brofferio – mi mostrò un telex, chiedendomi se fossi interessato a quanto il messaggio diceva: ricevere dei container da interrare in zone disabitate lungo la nostra strada, relativamente al troncone che partiva da Garowe fino a circa la metà, più o meno all’altezza di Gardo, alla sola condizione di non aprirli per controllarne il contenuto».

Sentito in merito, Marocchino ha negato categoricamente l’episodio appena descritto. Nemmeno il successivo confronto tra i due, ha concluso la Commissione d’inchiesta,  “ha consentito di ottenere alcuna evidenza in ordine alla veridicità o meno del racconto di Brofferio”.

Giancarlo Marocchino è anche colui che il 20 marzo 1994 accorse per primo sul luogo dell’agguato mortale ai giornalisti del «TG3». Una coincidenza che negli anni ha alimentato ipotesi  e sospetti, anche questi mai confermati, sul ruolo dell’uomo nell’intera vicenda.

L’esecuzione di Mogadiscio. È il 20 marzo 1994. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono appena ritornati a Mogadiscio. Sono molto soddisfatti. «Ho cose grosse, un ottimo servizio», dice la Alpi ai colleghi del «TG3».

Dopo una piccola paura all’Hotel Sahafi, la giornalista e cameraman, salgono a bordo di un fuoristrada Toyota insieme ad un autista e a una guardia del corpo armata. Vanno nella zona nord della capitale, all’Hotel Amana, dove forse sperano di incontrare un collega dell’Ansa. Un incontro che non avverrà mai perché la persona che cercano ha già lasciato la Somalia. Pochi minuti più tardi si trovano di nuovo in macchina per le strade di una Mogadiscio da incubo. Ancora non lo sanno ma la loro vita è vicina alla fine.

Tutto accade nei pressi dell’ambasciata italiana, è lì che scatta l’agguato. La Toyota degli italiani viene affiancata da una Land Rover blu. A bordo sono in sette, tutti armati: è una condanna a morte. L’autista intuendo ciò che sta per accadere pesta il piede sul freno e ingrana la retromarcia, ma il disperato tentativo di fuga termina appena ottanta metri contro un muro. Non c’è più via di scampo. In un attimo l’autista della Toyota e l’uomo di scorta si dileguano per salvarsi la vita, mentre i due italiani rimangono a bordo, fermi sui sedili. Sono loro l’unico bersaglio degli uomini del commando: Ilaria Alpi viene uccisa con un proiettile alla nuca sparato da distanza ravvicinata, Miran Hrovatin con uno alla tempia destra.

Sul luogo dell’agguato, come mostrano le immagini girate dall’operatore della tv americana «ABC», è presente Giancarlo Marocchino, che in quella circostanza dichiara: «Non è stata una rapina. Si vede che sono andati in certi posti che non dovevano andare».

La dinamica dell’azione criminale non pare lasciare dubbi, almeno nelle ore immediatamente successive all’agguato. La stampa parla apertamente di omicidio premeditato ma per chi si augurava di far emergere in fretta alla verità è solo l’inizio di un calvario lungo vent’anni. Tutt’oggi, infatti, la giustizia non è ancora riuscita nell’impresa di decifrare in modo netto i contorni della vicenda. Una confusione alla quale per altro hanno contribuito fin da subito alcuni fatti incresciosi, come la scoperta dalla sparizione dei alcune cassette girate da Hrovatin e di alcuni taccuini di appunti scritti della Alpi.

La Somalia dei morti e misteri. Il caso Alpi-Hrovatin sembra intrecciarsi con quelli di almeno altri due strani delitti. Il primo è quello dell’agente del SISMI Vincenzo Li Causi, attivo in precedenza presso il Centro Scorpione (la struttura di Gladio operante a Trapani) e poi informatore della stessa Ilaria Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano. Li Causi venne ucciso in Somalia nel novembre del 1993, pochi mesi prima dell’agguato in cui perse la vita la giornalista.

L’ex colonia italiana potrebbe essere anche l’anello di congiunzione con l’assassinio di Mauro Rostagno, ex leader di Lotta Continua, giornalista e fondatore, insieme a Francesco Cardella, della comunità Saman per il recupero dei tossicodipendenti. Secondo quanto dichiarato ai magistrati da Carla Rostagno, sorella di Mauro, il giornalista avrebbe filmato l’arrivo, in un aeroporto abbandonato nei pressi di Trapani, di alcuni aerei militari italiani che scaricavano aiuti umanitari e caricavano armi. Una copia del filmato sarebbe stata consegnata da Rostagno al suo socio, Francesco Cardella. Si tratta anche in questo caso di ipotesi che attendono ancora una conferma, eppure a marzo 2012 il complesso delle vicende è divenuto se possibile ancor più torbido. Un’inchiesta dei giornalisti Andrea Palladino e Luciano Scalettari pubblicata su Il Fatto Quotidiano ) ha infatti reso noti alcuni documenti inviati in Somalia dal  SIOS di La Spezia (il comando del servizio segreto della Marina Militare) il 14 marzo del 1994, proprio il giorno in cui Alpi e Hrovatin arrivarono a Bosaso.  “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda)” – scriveva il Sios – “ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”. Cosa significava quell’enigmatico messaggio? Per i due giornalisti del Fatto, “Jupiter” sarebbe lo pseudonimo del braccio destro di Francesco Cardella. «L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi» – scrivono Palladino e Scalettari – «traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi».

Ma serie dei fatti inquietanti non finisce qui. Dopo aver girato le immagini dei corpi senza vita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sono morti anche l’operatore dell’«ABC» e il suo collega della tv della Svizzera italiana («RTSI»). Il primo è stato trovato cadavere in una stanza d’albergo di Kabul, mentre il secondo è rimasto vittima di un incidente stradale a Lugano.

Anche  Ali Mohamed Abdi Said, l’autista della Toyota su cui viaggiavano i due giornalisti italiani, è morto nel 2001 in un’incidente stradale. Era appena tornato in Somalia dall’Italia con la promessa di nuove rivelazioni.

Vent’anni di indagini, nessuna verità. Nel gennaio del 1998 venne arrestato il somalo Hashi Omar Hassan,  riconosciuto dall’autista della Toyota come uno degli assassini di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Assolto nel 1999, Hassan fu nuovamente condannato all’ergastolo nel 2000 per duplice omicidio dalla Corte d’Assise e d’Appello di Roma. Tuttora è l’unico a pagare per la responsabilità dell’assassinio, anche se sono in molti a  credere che Hassan sia stato solo un capro espiatorio. La signora Luciana Alpi ad esempio, che più di tutti ha a cuore la ricerca della verità sulla morte di sua figlia. «Hashi è innocente – ha detto in una recente intervista rilasciata al quotidiano «La Stampa» (http://www.lastampa.it/2014/03/16/italia/cronache/la-madre-di-ilaria-alpi-la-procura-non-ha-fatto-nulla-solo-depistaggi-o58Tj6kG37pHCc7HhcsM1O/pagina.html) – è tornato in Italia dopo l’assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c’entra niente in questa storia. E adesso, la situazione è da Grand Guignol…».

L’impressione è quella di essere ancora fermi al punto zero. Nel 2007, dopo due anni, anche i lavori della Commissione d’Inchiesta sul caso Alpi-Hrovatin, quelli che avrebbero dovuto chiarire quanto accaduto a Mogadiscio, sono terminati senza una versione dei fatti condivisa. All’interno della Commissione i deputati di maggioranza hanno approvato le conclusioni proposte dal Presidente Carlo Taormina in cui si afferma in particolare che la morte dei due giornalisti sarebbe stata causata da una rapina finita male («I due giornalisti nulla mai hanno saputo e in Somalia passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente», ha detto Taormina a l’Unità il 7 febbraio 2007). L’opposizione ha invece presentato un contro-documento, lamentando anomalie «nel modo di procedere della Commissione d’inchiesta, che potrebbero averne falsato le risultanze».

L’avvilente balletto istituzionale ha prodotto questi risultati: vent’anni di indagini, cinque magistrati e un solo colpevole che per altro, secondo la mamma di Ilaria,  è «sicuramente innocente».

20 marzo 1994 – 20 marzo 2014. Nel giorno del ventesimo anniversario dell’agguato di Mogadiscio, le speranze di ottenere finalmente giustizia sono riposte alla procedura di desecretazione degli atti acquisiti dalle Commissioni d’inchiesta sui rifiuti e sul caso Alpi-Hrovatin, avviata dalla Presidenza della Camera a dicembre 2013. Si tratta di oltre 600 dossier prodotti dai servizi segreti civili e militari (ex SISMI e SISDE), che potrebbero finalmente far sì che il caso esca dalla desolante terra dei misteri irrisolti della Repubblica. Fatti “inspiegabili” per cui le prove raccolte non bastano mai, dove gli infiniti condizionali sono diventati una malattia cronica e in cui la verità giudiziaria corre sempre su binari opposti rispetto al sentire comune. Fatti, insomma, come la morte di due investigatori della notizia che per qualcuno erano semplicemente in vacanza, mentre per qualcun altro «erano in Somalia per completare un’indagine sulla movimentazione clandestina dei rifiuti radioattivi ad opera di faccendieri “tutelati” dai servizi segreti, dagli Stati di mezzo mondo, non escluso il governo italiano, dalla ‘ndrangheta calabrese» (cit. Francesco Gangemi, Il Dibattito).

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Droga, armi e rifiuti: il lato oscuro di Sahara e Sahel

Oceani di sabbia, popoli nomadi e piste in terra battuta che collegano sperduti villaggi ad antiche città. Da sempre le regioni del Sahara e il Sahel offrono atmosfere magiche, affascinanti, ma negli ultimi anni sono diventate anche un rifugio sicuro per bande criminali e gruppi terroristici come Al-Qaeda nel Maghreb (AQIM).

Siamo in quel pezzo del puzzle africano compreso tra Algeria del sud, Mali e Mauritania del nord, Marocco e Sahara Occidentale. Terre aride, estreme, dove narcotrafficanti e islamisti radicali hanno stretto tra loro un’alleanza che, approfittando dell’isolamento e della povertà delle popolazioni locali, fa prosperare il traffico di droga. Sahara e Sahel sono divenuti un corridoio in cui transitano gli stupefacenti provenienti dal Sud America e destinati al Vecchio Continente. Un business enorme, che Al-Qaeda nel Maghreb utilizza per finanziare la sua attività terroristica e per attrarre nuovi militanti.

È questo lo scenario denunciato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), secondo cui un’altissima percentuale della cocaina venduta in Europa transita attraverso quella “cintura di instabilità” rappresentata dall’Africa Occidentale. I numeri sono da capogiro: 1,25 miliardi di dollari è il valore della droga proveniente dall’Africa Occidentale. In questo modo l’illegalità nel Sahara e nel Sahel si è trasformata da problema locale a minaccia globale.

Drugs airlines. Per trovare l’origine del patto criminale tra Al-Qaeda e i cartelli sudamericani bisogna tornare al 2004. Nei successivi quattro anni, narcos e gruppi islamici sono riusciti a stringere legami sempre più stretti con i governi corrotti del Sahara e del Sahel per consentire l’arrivo di aerei carichi di droga dal Sud America. Ma il collegamento inequivocabile tra terrorismo e narcotraffico è venuto alla luce per la prima volta solo nel novembre del 2009 con la sorprendente scoperta della carcassa di un Boeing 727 in una zona remota del nord-est del Mali. Un velivolo, secondo la ricostruzione delle autorità maliane, che sarebbe stato utilizzato per trasportare cocaina direttamente dal Venezuela.

Anche il flusso dell’eroina sembra essere stato deviato nel deserto, al punto che questo tipo di droga arriva sempre più spesso in Europa passando prima per il Mali, la Mauritania, il Ciad o il Niger.

I traffici sembrano divenuti inarrestabili, nonostante l’allarme lanciato lo scorso anno dal segretario dell’ONU Ban Ki-Moon sulla preoccupante deriva criminale di questi territori, attraversati di  continuo da numerose carovane di contrabbandieri armati. Così la legge dei delinquenti del deserto continua ad imporsi sullo sbandierato impegno dei deboli governi della regione contro l’estremismo islamico e il narcotraffico che hanno portato finora solo a risultati molto modesti.

Nel 2010, in una delle rare azioni di un certo rilievo contro il traffico di stupefacenti, l’esercito della Mauritania ha intercettato nei pressi del confine con il Mali un carico di 9,5 tonnellate di droga custodite da un clan di militanti salafiti. Il denaro generato dal traffico illegale avrebbe dovuto consentire al gruppo di acquistare nuovi armamenti per imporre la propria presenza nella regione. Lo conferma Abdelmalek Sayeh, capo dell’Ufficio nazionale algerino per la lotta alla droga, che sottolinea come i gruppi terroristici riescano ad armarsi grazie ai proventi ottenuti trafficando  droga. Ma non solo…

Sabbia, armi e veleni. Nel deserto non c’è solo un viavai continuo di droga. Secondo quanto ha scritto Thierry Oberle su Le Figaro, «nulla impedisce ad AQIM di beneficiare delle nuove rotte africane per diversificare le sue fonti di finanziamento». Il Sahara e il Sahel, afferma John Godonou Dossou, esperto di sicurezza internazionale, sarebbero anche al centro di «un fiorente commercio illecito di rifiuti radioattivi, armi, sigarette, esseri umani, veicoli e medicinali». Traffici organizzati da leader islamisti come l’algerino Mokhtar Belmokhtar, soprannominato “Mr. Marlboro” per il suo impero fondato sul contrabbando di sigarette, o da quei combattenti Tuareg che dopo la morte di Gheddafi hanno lasciato la Libia migrando verso sud con un immenso arsenale: circa 10 o 20.000 tra fucili d’assalto, mitra, mortai, missili a spalla e lanciagranate (dati dell’ultimo rapporto UNODC n.d.a.).

Le milizie degli “uomini blu” si spostano sicuri a bordo dei loro pick-up. Sembrano aver compreso che i territori desertici dell’Africa Occidentale sono la nuova Tortuga. E come sempre, dovunque si crei una Tortuga arrivano immediatamente dei pirati spregiudicati, pronti ad approfittare dello stato di anarchia. Non a caso da qualche tempo girano strane voci, rumors, sulla presenza nel nord della Mauritania di alcuni uomini “d’affari” intenzionati ad entrare in contatto con degli esponenti del Fronte Polisario (l’organizzazione militante e politica attiva nel Sahara Occidentale n.d.a.) vicini ai jihadisti maliani, allo scopo di organizzare un traffico di rifiuti tossici in cambio di chissà cosa.

Per ora l’unica certezza è che il Sahara e il Sahel sono luoghi perfetti per questo genere di crimini. Troppo spesso infatti, danni provocati dai traffici di rifiuti fanno notizia soltanto quando provocano morte e malattie. Le aree desertiche quindi, essendo pressoché disabitate, fungono bene da fedeli custodi di segreti scomodi. Lo avevano capito già negli anni ’80 i membri delle logge massoniche e delle multinazionali coinvolte nel famigerato “Progetto Urano”, ovvero lo smaltimento di rifiuti, anche nucleari, in una depressione dell’ex Sahara spagnolo. Una volta uno di loro disse: «Pensa quando tra mille anni qualcuno, scavando, troverà i container e si chiederà cosa sono e cosa c’è dentro».

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Il ricatto della munnezza

Quando il fumo denso di diossina si espandeva all’ombra del Vesuvio, quando Napoli soffocava nella morsa dei rifiuti che andavano a fuoco, c’era chi, dall’altra parte dell’Italia, gridava allo scandalo. Era il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, che tuonò duro contro lo scempio che stava avvenendo in Campania: «Se i turisti non vengono da noi è colpa vostra», diceva rivolgendosi ai napoletani, colpevoli, a suo dire, di rovinare l’immagine dell’Italia intera all’estero. Forse Zaia non poteva immaginare che dietro quelle nuvole tossiche accese agli angoli delle strade di Napoli c’era un suo compaesano che, con la collaborazione di una cricca di veneti, avrebbe stretto l’amministrazione Jervolino nella morsa del ricatto, pagato sindacalisti senza scrupoli per aizzare i lavoratori contro il Comune, costringendolo ad accettare condizioni svantaggiose pur di risolvere l’emergenza.

L’affaire Enerambiente. Ad alzare il velo sulla gestione dei rifiuti a Napoli tra l’estate e l’autunno del 2010 è stato il nucleo tributario della Guardia di finanza di Napoli, che, lo scorso giugno, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Napoli Isabella Iaselli. Delle 16 persone indagate 11 sono venete. In cella finisce ancora una volta Stefano Gavioli, 55enne veneziano residente a Treviso, a capo di Enerambiente, società che si era aggiudicata l’appalto per il prelievo dei rifiuti nel capoluogo napoletano e in altri comuni campani. In cella con Gavioli, già arrestato per altri business sospetti a Catanzaro, finisce anche sua sorella Maria Chiara, che siede nel Cda di Slia, altra società del gruppo di famiglia.

E poi ci sono faccendieri e bancari: il consulente legale veneziano Giancarlo Tonetto (già suo difensore in altri procedimenti penali), i co-amministratori Enrico Prandin (Rovigo), Paolo Bellamio (Padova), il tecnico di Enerambiente Loris Zerbin, il presidente del collegio sindacale della società, il 63enne veneziano Giorgio Zabeo (già sindaco del collegio in Sirma e Slia, altre due aziende veneziane di Gavioli fallite negli ultimi anni), la fida direttrice dell’ufficio finanziario di Enerambiente Stefania Vio, 38enne di Padova. E poi ci sono altre tre figure rilevanti, soprattutto per il tessuto economico del Nordest: sono tre funzionari della Banca di credito cooperativo-Banca del Veneziano, che avrebbero stornato fatture false di Enerambiente e contribuito a traghettare 15 milioni di euro della banca nelle tasche di Gavioli. Si tratta di Alessandro Arzenton, 50enne ex direttore generale della banca (poi dimissionato), Manuela Furlan, 50enne direttrice della filiale dove si appoggiava Enerambiente, e Mario Zavagno, 63enne veneziano responsabile dell’ufficio crediti della sede centrale. Sul fronte meridionale invece finiscono a Poggioreale Giuseppina Totaro, 61enne napoletana co-amministratrice di Enerambiente, Giovanni Faggiano, brindisino, amministratore delegato della società per conto di Gavioli, Vittorio D’Albero, esponente sindacale Fiadel e dipendente in aspettativa della De Vizia spa, e Gaspare Giovanni Alfieri, titolare di una coop che, secondo le accuse, sarebbe stata “comprata” da Gavioli. E poi altre figure marginali, come un imprenditore tedesco e la moglie dell’amministratore delegato Faggiano. Il reato che mette insieme tutti gli arrestati è associazione per delinquere finalizzata, a diverso titolo e con vari ruoli, alla corruzione, estorsione, violenza e minaccia, riciclaggio, bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e ricorso abusivo al credito.

L’appalto, la società svuotata e le coop. Il business della veneziana Enerambiente a Napoli comincia attorno al 2005, quando si era aggiudicata l’appalto di Asia, la società “in house” del comune di Napoli, per il prelievo dei sacchetti dei rifiuti da destinare a discariche e inceneritori. L’indagine che precede gli arresti non parte dalla Guardia di finanza ma dalla Digos del capoluogo campano. E in prima istanza Enerambiente di Gavioli appare come parte offesa. Era il settembre del 2010 e i dipendenti della Davideco, coop che lavorava per Gavioli, devastano gli uffici di Enerambiente a Napoli. Sono arrabbiati perché dicono che Gavioli non li paga da mesi, e si stava spargendo la voce che il patron veneziano volesse addirittura liberarsi di loro sciogliendo il contratto. In realtà qualcosa di anomalo appare sin dall’inizio. Le indagini rivelano che l’accordo tra la Spa e la cooperativa Davideco, oltre ad essere stabilito per un periodo che andava oltre quello dell’appalto tra Asia ed Enerambiente, prevedeva un compenso di 148mila euro al mese, mentre in concreto venivano fatturati in favore della cooperativa importi di gran lunga superiori (oltre 330mila mensili). A spiegare l’arcano in procura sono Girolamo Scuteri e Salvatore Fiorito, presidenti della coop. I due rivelano un “accordo occulto”, come si legge nell’ordinanza: la cooperativa, in cambio delle commesse ottenute, versava una somma di denaro a Faggiano (amministratore delegato di Enerambiente, braccio destro di Gavioli) e a un altro funzionario, i quali provvedevano a loro volta a oliare i meccanismi per ottenere un monopolio degli appalti con Asia e l’assenza di controlli sulle concrete modalità di gestione che avrebbero precluso il subappalto, sia da parte di Asia che del Comune.

Sulla base di queste accuse Faggiano viene arrestato. In carcere dice che fino al 2010 ha lavorato a stretto contatto con Stefano Gavioli e che aveva semplicemente seguito le sue direttive. Faggiano non ci sta infatti a fare la parte di quello che paga da solo. E comincia a scalpitare. In una conversazione registrata in carcere mentre parla con la moglie Monica Dentamauro (accusata di riciclaggio e sottoposta poi ai domiciliari) dice: «Fino a dicembre 2009 quando c’ero io la società era sana, l’avevo detto a Gavioli di farla riempire, poi da agosto 2010 questi hanno fatto un casino ed ora io devo pagare». Faggiano ha capito dove voleva andare a parare il magistrato che lo interrogava: aveva capito, e lo dice alla moglie, che si puntava a quel milione e 400mila euro spesi per fatturazioni mai avvenute. Insomma già all’inizio del 2010 i nodi di Enerambiente cominciano a venire al pettine. I magistrati autorizzano a mettere sotto controllo i telefoni del management dell’azienda veneziana. E nel frattempo la finanza comincia a fare le pulci ai bilanci di Enerambiente.

Il 10 marzo 2011 viene deliberato lo scioglimento della spa Enerambiente, che, come prevede la legge, continuerà a proseguire la sua attività aziendale al solo fine di portare a compimento gli appalti in corso di esecuzione. Il 28 marzo Gavioli, il legale Tonetto e un terzo avvocato presentano la richiesta di ammissione al concordato preventivo. È ancora in corso il conflitto di attribuzione tra Napoli e Venezia che ha chiesto il fallimento dell’azienda. Ma ai fini pratici conta un dato fondamentale: la società ha un buco di 50 milioni di euro.

“Senza di me la città è finita”. Come ha fatto ad accumulare tutti questi debiti un’azienda che da cinque anni lavora con il settore pubblico e vince appalti in tutta la Campania? Gli investigatori cercano di vederci chiaro. Le fasi più calde di tutta la vicenda avvengono nell’estate del 2010. Il termovalorizzatore di Acerra è rotto, a Terzigno ci sono le rivolte contro gli sversamenti in discarica. Nelle strade di Napoli si accumulano rifiuti, che vanno a fuoco ogni notte, i lavoratori sono arrabbiati. Ma, stando alla Finanza, c’è qualcuno che tiene le fila di tutto, muove gli operai e tiene per la gola il Comune. L’obiettivo di Gavioli è provocare tensione nell’amministrazione locale e costringerla a scendere a patti: lui vuole che Napoli compri mezzi obsoleti a scatola chiusa.

«Loro devono comprare i miei camion, senza i miei camion la città è finita, ma io voglio prendere più soldi», dice Gavioli all’imprenditore tedesco che verrà coinvolto nella “sceneggiata” da fare davanti ai funzionari di Asia e del Comune. È il primo ottobre 2011 e, infatti, il giochino viene a galla proprio in quel periodo. Gavioli vuole che Asia compri i suoi mezzi sovrapprezzo in tempi brevissimi, sotto minaccia di mollarli lì con tutte le loro immondizie e revocare il servizio. Napoli non si può permettere di lasciare andare Gavioli, sarebbe il collasso della città, per cui c’è la disponibilità ad accettare, ma prima vorrebbero fare delle perizie. «Non ci provate neanche, altrimenti ci alziamo e ce ne andiamo» risponde il legale Giancarlo Tonetto al termine di un incontro in cui il Comune presenta le sue ragioni. Si compra a scatola chiusa, così vuole Gavioli, stando a quanto ricostruisce la procura. E il veneziano imbastisce anche una recita per far capire ai funzionari di Asia e ai politici che sta facendo sul serio: chiama l’imprenditore tedesco Adolf Lutz (arrestato anche lui) e dice al Comune che se i camion non li comprano loro allora subentrerà il tedesco, e quest’ultimo non è intenzionato a proseguire il servizio di raccolta. Qualche giorno prima dell’incontro lo contatta al telefono e lo prepara. Per farsi capire, usa poche parole: «Tu vieni qui con carta intestata, carta ufficiale, come che io venduto a te tutti i camion, io ho bisogno di dire che tu hai comprato i camion, capisci? noi facciamo come commedia».

Mentre i manager si preparano agli incontri ufficiali, ci sono altri funzionari che muovono le pedine dal basso. La frase più forte la pronuncia Tonetto al telefono con Pina Totaro, co-amministratice di Enerambiente a Napoli, il braccio operativo di Gavioli in città. La conversazione inizia tra lo stesso Gavioli e la Totaro. Totaro dice a Gavioli che il Comune sta cercando di prendere tempo. Lui le risponde che allora è guerra, ma che «la guerra non la dobbiamo fare noi, la devono fare i dipendenti» quella stessa notte. Poi passa il telefono a Tonetto che si trova nella stanza con lui. La Finanza sta registrando tutto: «Li dobbiamo costringere» e quindi propone di non chiedere subito una risposta facendo fare intanto  «un po’ di casino ai nostri questa notte, non bisogna effettuare il prelievo, così domani tratteremo meglio». Totaro a quel punto muove la sua pedina numero uno: il sindacalista “comprato” Vittorio d’Albero.

Ecco quindi la strategia: gli operai devono imbufalirsi e i rifiuti devono rimanere sulle strade, così Enerambiente otterrà quello che vuole dal Comune. Vengono manipolate anche le informazioni trasmesse in Tv. «Il Tg5 darà la notizia che Enerabiente avanza dieci milioni di euro da Asia, e per questo motivo non potremo pagare gli stipendi» dice Totaro a Gavioli, che gli risponde: «Brava Pina, hai fatto bene». Subito dopo Totaro chiama un altro manager di Gavioli, Enrico Prandin, perché blocchi tutti i bonifici in uscita: «abbiamo da fà a sceneggiata» fino a quando non scoppierà la rivolta. E la rivolta è fomentata da D’Albero, sindacalista della Fiadel, che si tiene in contatto non solo con Totaro, ma anche con Stefania Vio, direttore dell’ufficio finanziario di Enerambiente.

Intanto dalle casse della società vengono fatti sparire soldi a raffica, attraverso fatture per prestazioni mai erogate. Nel frattempo la banca di credito cooperativo copre, con “coscienza” secondo gli investigatori, flussi di denaro per un totale di 15 milioni di euro, anche attraverso anticipi di fatture false. Per i reati fallimentari è stato anche indagato, in seconda battuta alla fine di luglio, il presidente della federazione delle Bcc venete Amedeo Piva. Sul fronte Napoli intanto i giorni passano, il Comune comincia a muoversi e si muove anche la Finanza. Che nel frattempo scopre altri altarini dell’imprenditore di Venezia.

Vent’anni di business, tra arresti e inchieste. È stata proprio la procura di Napoli infatti a trasmettere a quella di Catanzaro, che sta indagando sugli sversamenti illegali nella discarica di Alli. E si scopre che c’è Gavioli anche dietro a quel business. All’inizio del 2011 parte da Catanzaro un ordine di custodia cautelare per reati ambientali e Gavioli va in carcere. In una intercettazione telefonica con Loris Zerbin, l’imprenditore veneziano dice, a proposito del percolato: «Se la vasca si rovescia da un lato è un disastro». Pochi giorni dopo la sorella Maria Chiara, dice a un finanziere che Stefano sta per partire, sta per andare in Canada dove vivono la sua compagna e il figlio e dove lui avrebbe già portato dei soldi. Di qui l’impulso all’arresto della procura calabrese. Ma nemmeno quello è primo guaio di Gavioli. In Veneto il suo è un nome famoso. Come famosi sono gli avvocati che l’hanno seguito in tutte le sue vicende: da Nicola Quaranta, avvocato di “Gianpi” Tarantini al trevigiano Francesco Murgia, che lavora per i Savoia, all’attuale difensore, l’avvocato Gian Piero Biancolella, legale che fu anche al servizio di Callisto Tanzi.

La storia di Gavioli parte da lontano: cominciò negli anni 70 guidando una piccola macchina pulitrice nel petrolchimico di Marghera, e da lì iniziò la sua scalata nel mondo dei rifiuti. Nel 1998 compra Sirma, azienda di Marghera che si occupa di tegole, e due anni dopo compra anche i cantieri Tencara, che hanno messo il loro timbro anche sul Moro di Venezia e l’America’s cup. Li vende però nel 2003 e quattro anni dopo abbandona anche Sirma. Nell’ordinanza di custodia cautelare emessa da Napoli, e che porta in carcere Gavioli e i suoi collaboratori, si parla anche di tutto il castello di imprese che ruotano attorno all’imprenditore. Società che, secondo la Finanza, vengono fatte nascere, morire (solo formalmente) e che poi ripartono più leggere con i concordati concessi dai tribunali. Tutto legale, fino a prova contraria, ma, come dice l’ordinanza di Napoli, «Enerambiente nasce con un destino segnato». Gavioli sa di essere sul filo di lana. Lo dice in una conversazione registrata alla fine del 2011 mentre parla con il suo commercialista Enrico Prandin: «La Guardia di finanza è andata in Sirma», Gavioli: «Chi, quelli di Catanzaro?» Prandin: «No quelli di Napoli», Gavioli: «Avremo tutta la Guardia di finanza d’Italia» Prandin: «Si questi vanno su e giù per noi». La visita in Sirma dei militari non è casuale, perché sembra che anche in quel caso (200 operai lasciati senza lavoro) sia stato messo in piedi lo stesso schema di svuotamento che si suppone si stato utilizzato per Enerambiente. Il meccanismo lo spiega Giovanni Faggiano, l’amministratore delegato che finisce in galera prima di tutti. Parlando con la moglie le spiega: «Lui (Gavioli) tiene debiti pazzeschi a livello personale, quindi lui voleva Enerambiente come cassaforte, capito? Come ha fatto con Slia, l’ha svuotata e poi l’ha buttata a mare, grande figlio di puttana (…) e ha fatto lo stesso con Sirma, anche da Sirma ha prelevato tutto, lui tiene un accertamento fiscale di 36 milioni per Sirma». Enerambiente viene creata nel 2010 dalle ceneri dalla Slia spa: dalla scissione di Slia spa nascono Slia Technologies e Enerambiente: nella prima viene fatta confluire la parte buona della società, nella seconda vengono riversati tutti i debiti. Il 21 dicembre del 2009 Enerambiente incorpora anche la Società meridionale discariche (creata con la sovvenzione della cassa del Mezzogiorno) e la Sirma servizi srl, costituita nel 1991. Tutte le società sono di Gavioli. Secondo la Finanza fusioni e scissioni gli servono solo per riversare i debiti nelle società destinate a morire e mettere da parte i soldi buoni. Sono gli stessi investigatori a descrivere le scissioni come fughe dai debiti. Il binario parallelo in cui corrono Enerambiente, che sta facendo soffocare Napoli nei rifiuti, e Sirma, che lascia a piedi centinaia di operai (e un debito di milioni di euro), viene descritta nei dettagli nell’ordinanza del Gip: «L’operazione di realizzazione di un bidone industriale da parte di Gavioli si compie definitivamente quando il 4 agosto del 2010, davanti al notaio Forte di Treviso, realizza la scissione di Enerambiente e Enertech, con solo centomila euro di capitale sociale». Nella Enertech trasferisce tutte le cose buone di Enerambiente, lasciando a quest’ultima i debiti. In pratica il signor Gavioli dopo aver indebolito una società la spacca in pezzettini e butta a mare la parte debitoria, e mette via la parte buona che sottrae ai creditori stessi. Questa storia si sarebbe ripetuta in Sirma, quando ha sottratto alla società, poi liquidata, il patrimonio immobiliare, e si è ripetuta in Tencara. Un giochino che si riversa sulle spalle delle centinaia di operai che protestano davanti ai cancelli senza lavoro e senza stipendio.

Gavioli e gli altri arrestati sono stati tutti ammessi alla misura dei domiciliari dal Tribunale del riesame. Ma, come se non bastasse, a fine luglio si è scoperto un nuovo retroscena: a fare da garante per le fideiussioni presentate da Gavioli a Marano di Napoli, Frattamaggiore, Acerra e in provincia di Brindisi c’è una compagnia assicurativa romena che si chiama City Insurance. Il 27 luglio una sentenza del Tar blocca ogni nuovo contratto alla compagnia, e lo fa in virtù di risultanze dell’Isvap, ovvero l’inconsistenza del patrimonio della società, e delle indagini del Gico di Venezia: City Insurance è collegata a Dionisio Pacquadio, proprietario di Liginvest, società che presentava fideiussioni negli appalti presentati da ditte collegate ai clan Dell’Aquila e Mallardo di Napoli.

Ma questa è un’altra storia.

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Toxic Somalia, gli effetti del traffico illegale di rifiuti nel Corno d’Africa

Sulla spiaggia di Mareeg, trecentocinquanta chilometri a nord di Mogadiscio, l’andirivieni monotono delle onde porta con sé la paura della morte. Un po’ tutti da queste parti si ricordano della cisterna lunga sei metri, corrosa dall’acqua salata, restituita dal mare in un giorno qualsiasi del 1997. Non fu certamente quello l’inizio del flagello che continua a mietere vittime in Somalia, ma è da allora che gli abitanti dei villaggi costieri hanno cominciato a trovare una spiegazione alle strane eruzioni cutanee, alle malformazioni di neonati e alle patologie tumorali che si verificavano in quelle zone. Sono le terribili conseguenze di decenni di smaltimento illegale di rifiuti tossici, compiuto al largo delle coste somale dalla criminalità organizzata con l’omertosa complicità dei governi occidentali. Approfittando del caos della guerra civile che fin dagli inizi degli anni ’90 ha dilaniato il Paese, essi non hanno esitato a stipulare dei patti diabolici con i Signori della Guerra locali: soldi o armi in cambio del consenso a scaricare indiscriminatamente in mare sostanze altamente inquinanti. Ciò accadeva nella Somalia di Ali Mahdi Mohamed, meta preferita di molte navi dei veleni. Centinaia di bidoni d’acciaio pieni di rifiuti speciali di ogni genere affondati in quel tratto di Oceano Indiano per soli 8 dollari la tonnellata (ma c’è anche chi parla addirittura di 2,5 dollari…), quando il costo di smaltimento in Europa sarebbe potuto arrivare fino a 1000 dollari. Un business colossale che ha trasformato il paese africano nella più grande discarica marina del mondo.

Le grandi navi mercantili europee apparivano all’orizzonte e gli abitanti dei villaggi costieri cominciavano a stare male e a morire. Eppure, terrorizzata dalle bande armate e stremata dalla carestia, la gente di Mareeg ha ignorato per molto tempo di essere vittima dei veleni. Anche le lamentele dei pescatori sugli strani frammenti metallici urticanti che a volte rimanevano impigliati nelle reti sembravano soltanto dicerie a cui non dare troppa importanza. In fondo si moriva spesso e in tanti modi in Somalia per stare a sottilizzare. Poi qualcuno cominciò a capire e a farsi delle domande.

Nel marzo del 1994 la reporter del TG3 Ilaria Alpi venne uccisa a Mogadiscio a colpi di kalashinikov, mentre stava portando avanti un’inchiesta su un traffico internazionale di veleni verso il Corno d’Africa. A novembre dello stesso anno era toccata uguale sorte al suo informatore, l’agente del Servizio Segreto Militare (SISMI) Vincenzo Li Causi, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite nella città di Balad.

Tre anni dopo questi fatti il professor Mahdi Gedi Qayad, docente di chimica e consulente dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la tutela dell’ambiente fu tra i primi a svolgere delle accurate indagini lungo la costa somala per verificare le voci di scarichi illegali di sostanze tossiche. Fu proprio lui a fotografare la cisterna sulla spiaggia tra Mareeg e Ige e a raccogliere le testimonianze della gente del posto secondo cui quel contenitore, così come molti altri, sarebbe stato scaricato in mare da navi straniere. Le prove raccolte, seppure importanti, non riuscirono tuttavia a rompere il muro di silenzio. In Somalia, paese allo sbando, a causa dello scarso livello di sicurezza non fu possibile valutare con esattezza l’entità di questo gravissimo crimine ambientale.

Nel 2005 il maremoto nell’Oceano Indiano è arrivato a colpire anche la costa somala. Le enormi onde hanno rivoltato il mare, distruggendo i barili arrugginiti seppelliti negli abissi e sparpagliando lungo le spiagge tonnellate di piombo, cadmio, mercurio, rifiuti ospedalieri e scorie nucleari. Uno scempio che secondo un recente studio, il primo promosso dal governo di Mogadiscio, ha compromesso gravemente la salute di migliaia di cittadini somali. Infezioni, malattie respiratorie e tumori sono di gran lunga superiori alla media nei villaggi che si affacciano sull’Oceano. Un caso emblematico rimane la regione di Puntland, dove in seguito allo tsunami sono state trovate delle discariche di rifiuti tossici coperte solo da pochi centimetri di sabbia.

I veleni non hanno risparmiato neppure il fragile ecosistema marino. Alcuni residenti delle zone a nord di Mogadiscio continuano a riferire di centinaia di pesci morti ogni giorno a causa del mare contaminato. Un fenomeno che ha ridotto alla fame migliaia di famiglie di pescatori somali.

Sembra quindi tragicamente ironico che la stampa internazionale si interessi alla Somalia soltanto quando una nave europea cade preda dei cosiddetti pirati nel golfo di Aden. I corsari di oggi sono i figli dei pescatori di ieri. Quelli che hanno inziato ad assaltare le navi che sospettavano trasportare il materiale nocivo e non di rado hanno chiesto svariati milioni di euro di riscatto promettendo di impegnare il denaro per bonificare la costa dai rifiuti. «Le nostre coste sono state distrutte» ha detto il capo del commando di somali che nel 2008 ha sequestrato il mercantile ucraino MV Faina, «crediamo che questi soldi non siano nulla rispetto alla devastazione che abbiamo visto sui mari».

Il quadro si fa confuso: chi sono i veri pirati?

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