La grande paura dei paesi emergenti

Niente tregua nella tempesta sui mercati emergenti. Alla riapertura delle Borse, pesanti cadute su tutte le piazze asiatiche. Per la prima volta il contagio della sfiducia si estende a un paese membro dell’euro: ovviamente la Grecia. Domani ha inizio il meeting della Fed: i mercati inquieti cercano segnali sul futuro della “stampatrice di moneta” globale. All’origine di tutta l’instabilità attuale c’è ovviamente la stessa politica monetaria Usa, da quando ha annunciato il graduale ritorno alla normalità e quindi ha innescato il ritiro della marea di dollari dalle piazze esotiche. Dall’Ucraina al Brasile e fino alla Thailandia: rien ne va plus. Tutte le proteste di piazza che agitano paesi pur diversissimi tra loro, hanno in comune proprio la “fine dell’èra dei miracoli” nelle nazioni emergenti. Ovvero, finché c’era il credito facile, il malgoverno era meno insopportabile.

L’alta marea del credito facile made in Usa si ritira, lo spettacolo che rivela nelle zone rimaste a secco fa paura. La presidente Dilma Roussef si pavoneggia a Davos raccontando un miracolo-Brasile. E a casa sua riesplode la protesta contro la mala-gestione del prossimo Mondiale. E’ una scena emblematica: uno dei tanti segnali di inadeguatezza delle classi dirigenti di fronte a nuove tensioni e scenari di crisi. I mercati riaprono in allarme, dopo che la settimana scorsa ha visto cadere tante valute dei paesi emergenti. Quello che fino a pochi mesi fa era l’arco della crescita globale, è diventato l’arco della crisi. Tutto ciò che porta l’etichetta “emergente” diventa sinonimo di fragilità improvvisa. Ieri sono crollate anche le Borse di Dubai e Abu Dhabi, emirati da Mille e una notte, dove i visitatori occidentali rimangono trafitti dalle meraviglie di un boom immobiliare sfarzoso, di uno hub aeroportuale che è il nuovo cancello verso l’India o l’Estremo Oriente. Tutto ciò che luccica, oggi è sospetto. Li chiamavano Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica), oggi Cinque Fragili è la nuova definizione in voga a Wall Street. Il più malato tra gli altri emergenti resta l’Argentina. Dove si sono susseguiti annunci contradditori: blocco all’esportazione di valuta, poi revocato. Oggi si vedrà se il peso continuerà il tracollo dopo aver perso il 25% del suo valore sul dollaro. L’Argentina è un’economia piccola, non può infliggere gran danno da sola: ma è un test, il caso patologico che acuisce l’attenzione sulle malattie di altre nazioni emergenti ben più grandi. La Cina rallenta la sua crescita e soffre di un sistema bancario opaco, oberato di investimenti sbagliati. L’India subisce da mesi la fuga dei capitali. Russia, Indonesia, Turchia, hanno valute che precipitano. In alcuni casi le tensioni economiche si sovrappongono a quelle politiche e sociali: Brasile e Ucraina.

La chiave sta qui negli Stati Uniti. Il mondo intero subisce la marea che si ritira. E’ la marea artificiale creata dalla Federal Reserve stampando dollari per curare la recessione. Più di 4.000 miliardi di liquidità aggiuntiva, dal 2009 ad oggi. Una terapia estrema, che ha funzionato discretamente. Quanto basta perché l’America sia di nuovo in crescita, e quindi la Fed debba tornare alla normalità. Ma l’esaurirsi della “pompa” americana crea sconquassi in ogni altra parte del mondo. I dollari stampati a Washington avevano allagato il pianeta, gonfiato bolle speculative da Shanghai a Johannesburg, da Istanbul a San Paolo. Bei tempi, quando il ministro brasiliano dell’economia Guido Mantega si lamentava per la “guerra delle valute”, cioè la svalutazione competitiva del dollaro, effetto collaterale della massiccia liquidità. Erano tempi in cui i Brics ricevevano troppi capitali, pertanto i loro mercati immobiliari, le loro Borse e le loro monete si rafforzavano troppo. Oggi è in atto il movimento inverso. Con la bassa marea i capitali rifluiscono, abbandonano le piazze calde. Le nazioni più vulnerabili sono quelle che negli anni d’oro investirono troppo e male, con progetti faraonici, spesso occasioni per vaste corruzioni. I vasi di coccio, come l’Argentina, hanno pesanti deficit nella bilancia dei pagamenti con l’estero. Ma anche la corazzata cinese è in difficoltà, e impoverisce tutto l’emisfero Sud abituato a campare di export verso Pechino. L’eurozona rimane “missing in action”, da cinque anni si sono perse le sue tracce nei radar della crescita mondiale.

Resta al comando l’America, dove domani si riunisce l’ultimo comitato monetario della Fed, prima della staffetta tra Ben Bernanke e la nuova presidente, Janet Yellen. La turbolenza dei mercati globali può indurre la banca centrale americana a una pausa di riflessione, prima di effettuare nuovi tagli ai suoi acquisti di bond? E’ poco probabile che la Fed si prenda a cuore le economie emergenti, finché queste non siano così malate da minacciare la stessa ripresa americana. E’ comunque zoppa anche quest’America, con la sua politica economica affidata quasi esclusivamente alla banca centrale, perché la Casa Bianca è bloccata in ogni iniziativa dall’ostruzionismo della destra alla Camera. Ne parla domani Barack Obama, nel suo discorso sullo Stato Unione. Con due temi al centro: come far ripartire una crescita diversa, non più squilibrata dalle diseguaglianze sociali. E come riprendere iniziativa in capo all’esecutivo, aggirando i veti del Congresso. Con il resto del mondo che entra in fibrillazione, gli Stati Uniti hanno un gran bisogno di recuperare l’intera potenza di fuoco: un governo dell’economia degno di questo nome.

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Ecco il “Lincoln” di Spielberg (pensando ad Obama)

lincolnUscirà nelle sale qui negli Stati Uniti, il 9 novembre. In quella data, sapremo già da tre giorni se il primo presidente nero nella storia americana è stato un capitolo breve, di un solo mandato. Oppure se Barack Obama avrà conquistato una “seconda chance”, nel tentativo di imprimere un lascito più profondo. In ogni caso il “Lincoln” di Steven Spielberg è destinato a scatenare le interpretazioni politiche riferite al presente. Non è un’opera che lascia indifferenti. “Un capolavoro” secondo lo Huffington Post. Già in pista per diverse nomination agli Oscar, secondo Los Angeles Times e Hollywood Reporter. La star afroamericana Whoopi Goldberg non ha dubbi: “Repubblicani, democratici, indipendenti, tutti possono uscirne fieri. Non è mai stato realizzato un film come questo”. Troppo lungo (2 ore e 25 minuti), troppo didascalico secondo altri commenti: la blogosfera è già divisa da controversie furibonde. E sì che “Lincoln” è stato proiettato lunedì sera qui al New York Film Festival solo in una versione incompleta, a montaggio non ancora ultimato. Un’anteprima a sorpresa, nella sezione del festival dedicata alla “proiezione segreta”. Didascalico? Forse sì, ma allora nel senso positivo. Spiegare Lincoln non è facile neppure davanti al pubblico americano, tanto questo presidente è stato rinchiuso nelle semplificazioni, ridotto a icona. Rinunciando agli effetti spettacolari più facili – “scene di carneficine sul campo di battaglia ne ho fatte abbastanza col soldato Ryan” ha detto Spielberg – il film è un’impegnativa riflessione sull’arte della politica. Poiché sceglie di esaltare in Abraham Lincoln la capacità di mediazione, di costruzione del consenso, potrà essere interpretato anche come una lezione sul fallimento di Obama Primo… o un piano d’azione per il suo secondo mandato.

Il gossip hollywoodiano si concentra ovviamente sulle performance dei tre attori principali, e le loro chance di nomination agli Oscar. Un grande Daniel Day-Lewis domina nella parte del presidente abolizionista, che avrebbe dovuto essere di Liam Neeson (ritiratosi all’inizio della produzione perché si sentiva… troppo vecchio). Sally Field interpreta il ruolo della moglie Mary Todd. Tommy Lee Jones recita nei panni del leader parlamentare repubblicano Thaddeus Stevens, più radicale del presidente nella lotta alla schiavitù. Il ruolo decisivo, in questo che Spielberg definisce “un viaggio unico e improbabile nella Storia”, ce l’ha la sceneggiatura. Sei anni di lavoro da parte di Tony Kushner, il grande autore di “Angeli in America” (sulla tragedia dell’Aids) e co-sceneggiatore di “Monaco” per lo stesso Spielberg. Il materiale di partenza era già eccellente: Kushner ha lavorato sul saggio “Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln” della storica Doris Kearns Goodwin. Da quell’opera monumentale, sceneggiatore e regista hanno scelto di selezionare una sola parte, gli ultimi quattro mesi di vita del presidente, prima del suo assassinio. La vicenda si svolge a cavallo tra il 1864 e il 1865, mentre la guerra civile ancora imperversa ma la vittoria dei nordisti appare sempre più probabile. E’ in quel periodo che il 16esimo presidente degli Stati Uniti, ormai nel suo secondo mandato, affronta un’impresa ardua: scolpire l’abolizione della schiavitù dentro la Costituzione. Fino a quel momento, la soppressione era stata varata come una legge di guerra, pertanto rischiava di essere ignorata dopo la fine delle ostilità. Al centro del film dunque c’è una battaglia politica, non militare: le grandi manovre al Congresso per fare approvare il 13esimo emendamento della Costituzione. E’ quello l’articolo aggiuntivo della Costituzione che mise fine alla più abominevole anomalia degli Stati Uniti: liberaldemocrazia fondata sullo schiavismo per quasi un secolo dopo l’emancipazione dal giogo coloniale inglese. Spielberg è fiero dello sforzo compiuto per una ricostruzione storica la più accurata possibile, nei minimi dettagli. “Perfino l’orologio da taschino che usa Daniel Day-Lewis è quello originale di Lincoln, in prestito da un museo”. Così anche per le scene girate in Virginia, in alcuni luoghi chiave per gli avvenimenti dell’epoca.

La figura di Lincoln ne esce esaltata, Spielberg lo definisce “il più grande presidente, raccontato mentre realizza il suo lascito storico più importante”. Non sfugge, qui negli Stati Uniti, il fatto che Lincoln era un repubblicano. E per molto tempo il suo partito fu identificato con la nobile causa dell’abolizionismo, mentre i democratici che erano radicati al Sud ebbero una robusta componente segregazionista fino a quando non arrivò John Kennedy. Oggi le parti sono invertite, in questo autunno 2012 i repubblicani tentano di far passare in molti Stati Usa ostacoli e controlli ai seggi elettorali per scoraggiare la partecipazione dei neri al voto. Ma al centro di “Lincoln” c’è un altro aspetto. E’ la distinzione fra il presidente e il leader dei repubblicani alla Camera, Stevens. Quest’ultimo è un intransigente nella lotta contro lo schiavismo, non a caso la storiografia revisionista di destra lo ha accusato di avere imposto “inique sanzioni” contro gli Stati del Sud dopo la guerra civile. Lincoln ne esce come un manovratore più lucido e più abile. Uno statista che nelle parole della storica Doris Goodwin “ebbe la saggezza e il carattere del vero leader, fu capace di una rara magnanimità verso i suoi oppositori”. In un’America più che mai polarizzata, spaccata in due campi che non si capiscono e non riescono più a trovare intese bipartisan, questo sarà il messaggio che farà discutere di più.

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Bill Clinton e l’Età dell’Oro in scena a Charlotte

220px-Obama_and_Bill_ClintonPer Barack Obama a Charlotte una ventata di entusiasmo e di passione arriverà tra qualche ora dal suo predecessore, ispiratore, amico-nemico, protettore-rivale di sempre: Bill Clinton. Mai prima d’ora un ex presidente si era visto assegnare un ruolo così importante a una convention: lanciare la ri-candidatura del presidente in carica. Il gesto suggella i destini di questi due leader caratterialmente agli antipodi. “La materia e l’anti-materia, il fuoco e il ghiaccio, l’estroverso e l’introverso” li definisce il biografo di Obama David Maraniss, ricordando che Clinton per il suo carattere caloroso si conquistò l’appellativo del “primo presidente nero” nel 1992. Due formidabili icone che separano 15 anni di età, ai due estremi demografici della generazione dei baby boomer. Stasera i loro destini s’incrociano un’altra volta, e la posta in gioco è altissima per tutti e due.

Obama risponde a modo suo a quella domanda essenziale per gli elettori indecisi: “Are We Better Off?”. Stiamo meglio dopo questa presidenza? “Siamo tuttora in mezzo alla crisi – dice Obama – la più grave da molte generazioni. Nel disastro finanziario perdemmo 9 milioni di posti di lavoro. Da allora ne abbiamo recuperati 4,5 milioni. Ma abbiamo salvato l’industria dell’auto, abbiamo garantito ai giovani un accesso meno costoso all’università, abbiamo investito nell’energia pulita, nella ricerca, sono premesse di una crescita durevole”.

Per dargli credibilità, chi meglio di Clinton? Bill è prezioso non solo per la sua popolarità, in particolare negli Stati in bilico qui al Sud, ma per un bagaglio molto più importante che consegna a Obama. La sua credibilità si fonda su una memoria storica: l’ultima Età dell’Oro che gli americani adulti ricordano. Clinton fu presidente in otto anni di fantastica crescita: 20 milioni di posti di lavoro al termine di un boom culminato con la New Economy, la prima rivoluzione digitale. Portò il bilancio federale in attivo. Dimostrò che l’economia riparte aumentando le tasse sui ricchi. Insieme alla simpatìa, alla maestrìa nella comunicazione, Clinton ha il carisma dell’unico democratico ad aver vinto due mandati popolari dopo Franklin Roosevelt.

Clinton suonerà più credibile di chiunque altro stasera, quando dal palco della Time Warner Arena griderà al popolo democratico e a tutta l’America: “Romney vuole fare quello che la destra ha già fatto a questo paese, aggiungendo gli steroidi. Porterebbe agli stessi risultati che cononosciamo, e all’ennesima potenza”. Clinton ricorderà che nel 1996 era lui a sembrare finito, esautorato da una destra maggioritaria al Congresso: gli elettori ebbero ragione a ridargli fiducia, e il suo secondo mandato fu il più brillante per l’economia.

Il valore delle parole di Clinton giustifica che Obama gli abbia perdonato ogni sgarbo, compreso l’insulto razzista di quattro anni fa che oggi riaffiora sui tabloid di Rupert Murdoch e nel magazine liberal The New Yorker. Durante la lotta per la nomination del 2008, nel vano tentativo di convincere Ted Kennedy a sostenere Hillary, il marito disse a Ted: “Uno come Obama, un tempo ci avrebbe portato le valigie”. Acqua passata, un pegno della riconciliazione è stata proprio Hillary. Lei si è prestata con lealtà a fare il segretario di Stato, lo ha fatto benissimo. Ora lascerà l’incarico e avrà quattro anni a disposizione, più che mai favorita per la candidatura democratica del 2016, sia che Obama vinca il 6 novembre sia che venga sconfitto. Per Bill sarà il coronamento di un sogno.

Obama paga un altro prezzo per il robusto sostegno che riceverà stasera. Clinton è anche un simbolo negativo: il più centrista dei presidenti democratici, l’uomo di mille compromessi, trovò un accordo con la destra su forti tagli al Welfare, spianò la strada alla deregulation finanziaria, mise al Tesoro il banchiere di Goldman Sachs Robert Rubin. E Clinton non è affatto un “pentito della Terza Via”. Anzi, poche settimane fa ha preso le distanze dagli attacchi sulla carriera di Romney nella società di private equity Bain Capital. Il vecchio manovratore democratico cerca di tenersi buoni tutti: la middle class e i finanziatori di Wall Street.

Ci provò anche Obama, il primo biennio della sua presidenza fu segnato dalla ricerca di intese bipartisan, sistematicamente sabotate da una destra sempre più radicale. Anche se vince il 6 novembre, Obama con ogni probabilità avrà “contro” almeno uno dei due rami del Congresso. Per governare nei quattro anni successivi, dovrà studiarsi comunque i benefici e i costi di un patto faustiano come quello di Bill.

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Obama riesce dove fallirono Roosevelt, Nixon, Clinton

E’ una riforma storica, che l’America insegue dai tempi del presidente repubblicano Teddy Roosevelt (inizio Novecento), che è sfuggita a Harry Truman e Lyndon Johnson, a Richard Nixon e Bill Clinton. Ma delle aspirazioni iniziali di Barack Obama che cosa è rimasto in questa riforma sanitaria?

Un’assistenza quasi universale ma privata. Avranno finalmente diritto al rimborso delle cure mediche 32 milioni di americani che oggi ne sono sprovvisti. Ne resteranno esclusi gli immigrati clandestini che secondo alcune stime superano i 10 milioni. Il notevole allargamento della popolazione assistita non avviene con un modello europeo di servizio sanitario nazionale esteso a tutti. L’opzione pubblica universale – un’assicurazione di Stato in concorrenza con le assicurazioni private – c’era nei primi progetti ma è stata abbandonata. I 32 milioni devono comprarsi polizze assicurative private, oppure ottenerle dai propri datori di lavoro, sia pure con degli aiuti pubblici.

La sanità dei poveri estende il suo raggio d’azione. E’ il sistema Medicaid, gratuito e questo sì gestito dallo Stato, finora limitato ai cittadini sotto la soglia ufficiale dell’indigenza. La riforma espande Medicaid fino a chi ha il 133% del reddito di povertà. Si applica quindi a un nucleo familiare di quattro persone con un reddito annuo fino a 29.327 dollari.

Sussidi per il ceto medio-basso. Qui si situa una fascia molto ampia, stimata a 19 milioni di persone. Sono gli americani non abbastanza poveri per aver diritto alle cure gratuite del Medicaid, ma con un reddito insufficiente per comprarsi le polizze assicurative private alle attuali tariffe esose. Loro saranno obbligati a comprarsi l’assicurazione, se non è a carico del datore di lavoro. Quest’obbligo è indispensabile per impedire che i soggetti più giovani e sani “facciano i furbi” restando fuori dal sistema. Però, nelle fasce di reddito comprese tra 29.000 e 88.000 dollari annui (famiglia di quattro persone) o tra i 14.000 e i 43.000 dollari annui per i single, riceveranno sussidi statali in media di 6.000 dollari per pagarsi l’assicurazione. Questi aiuti pubblici sono calibrati in modo da impedire che un cittadino spenda più del 9,5% del suo reddito per comprarsi una polizza sanitaria. Costo totale per il bilancio pubblico: 800 miliardi, cioè oltre l’80% della spesa aggiuntiva generata dalla riforma. Obbligo di assicurarsi e sussidi scattano dal 2014.

Nuove regole sulle assicurazioni. E’ il capitolo che interessa la maggior parte degli americani: redditi medioalti e dipendenti delle grandi aziende che hanno una buona assicurazione medica privata, pagata dal datore di lavoro, ma sono ugualmente esposti ad abusi. La riforma vieta alle assicurazioni di cancellare una polizza a un cliente in seguito a una malattia grave (pratica oggi diffusa). Vietato anche rifiutarsi di assicurare un minorenne perché ha malattie pre-esistenti. I genitori potranno tenersi a carico della propria assicurazione sanitaria i figli fino all’età di 27 anni. Infine gli Stati creano delle Borse assicurative: mercati competitivi perché i cittadini possano comprarsi le polizze confrontando in modo trasparente le condizioni delle compagnie concorrenti. Una nuova authority federale controllerà gli aumenti delle tariffe assicurative. Queste Borse entreranno in funzione nel 2014. Invece scatta subito il divieto di rifiutare l’assicurazione ai bambini malati e di revocare le polizze ai già assicurati.

Nuovi oneri sui datori di lavoro. Le aziende con più di 50 dipendenti saranno obbligate a fornire l’assicurazione sanitaria ai propri dipendenti. Multa da 2.000 dollari per ogni dipendente, se il lavoratore è costretto a comprarsela in proprio. Le imprese non possono chiedere ai dipendenti di contribuire all’assicurazione per cure mediche con più del 9,5% del loro reddito lordo.

Stangata su Big Pharma e rimborsi di medicinali agli anziani. Nuove tasse per 28 miliardi di dollari in dieci anni sulle aziende farmaceutiche. Queste entrate fiscali, insieme con riduzioni di sprechi e tagli di spesa nel programma Medicare (l’altra sanità pubblica, riservata agli ultra-65enni) serviranno a ridurre il costo dei medicinali per i pazienti. Attualmente esiste un “buco” nel sistema Medicare. Rimborsa l’acquisto di farmaci per il 75% fino a una spesa annua di 2.830 dollari. Da quella soglia in su gli anziani pagano di tasca propria. Poi lo Stato (Medicare) interviene di nuovo, rimborsando il 95% agli anziani, quando l’esborso per le medicine supera i 6.300 dollari. La riforma chiude il buco e il Medicare finanzia anche la spesa intermedia.

Due esempi. Un padre divorziato di 35 anni, con due figli a carico e un reddito annuo di 50.000 dollari: non abbastanza povero per le cure gratuite di Medicaid, riceverà il sussidio di 6.000 dollari per comprarsi in proprio l’assicurazione, se non lo fa il suo datore di lavoro. Due coniugi 53enni, senza lavoro, con 15.000 dollari all’anno di indennità di disoccupazione: a loro si estenderà per la prima volta il sistema sanitario pubblico Medicaid.

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