DEMOCRAZIA ED EUROPA, SESSANTUNO ANNI DOPO SCHUMANN

Nel giorno del sessantunesimo anniversario dello storico discorso con cui il presidente francese Schumann gettò le fondamenta del processo di integrazione europea, non si può non interrogarsi sul significato e sul valore della “democrazia” oggi.

L’Europa che conosciamo oggi ha fatto certo passi da gigante nella direzione indicata con lungimiranza da politici di grande statura come Schumann in un momento in cui l’Europa usciva divisa e devastata nella propria identità da due conflitti mondiali e dagli orrori del nazismo. L’Europa che conosciamo oggi ha raggiunto una certa maturità nel cammino di integrazione dotandosi di un parlamento, di una moneta unica e con il trattato di Lisbona di una propria rappresentanza autorevole sul piano mondiale. Ha saputo trovare un posto dopo la fine del colonialismo e affrontare con entusiasmo e positività la caduta della cortina di ferro e l’allargamento ai paesi dell’Europa orientale.  Oggi però, proprio nel momento in cui dovrebbe accelerare, il processo di integrazione europea sembra essere in una fase di stallo, come se la spinta europeista avesse perso vigore.

Nelle elezioni europee del giugno 2009, complice anche la crisi internazionale, in molti paesi sono stati premiati alle urne movimenti politici populisti di chiara ispirazione antieuropeista (un paradosso!) e più di recente da più parti è stato messo in discussione persino il trattato di libera circolazione di Schengen. Perché l’Europa in questo momento di crisi anziché reagire facendo sistema, cercando risposte uniche a problemi comuni come l’immigrazione o la crisi  economica preferisce affidare la ricerca di una soluzione a movimenti populisti e nazionalisti come quello che in Ungheria ha di recente approvato una inquietante modifica costituzionale? Dove si è smarrito il “sogno europeo”?

Con l’emergere di potenze economiche e politiche nuove come Cina, India, Brasile, riscoprire a livello nazionale ed europeo il valore e l’importanza della democrazia nell’esercizio di un dialogo politico che sappia guardare lontano è fondamentale per il futuro del vecchio continente. Ora più che mai serve una visione politica che sappia guardare “non solo noi, ma anche gli altri; non solo qui ma anche il mondo; non solo oggi, ma anche il domani” per affrontare le sfide che il presente pone.

L’Unione deve cambiare stile (ABC, Madrid)

A cosa serve l’Unione europea? È un domanda alla quale è difficile rispondere. Anche perché risolvere i problemi finanziari ed economici del continente e dar vita a una politica estera comune non basterà a dissipare la sfiducia di fondo che molti europei nutrono nei confronti di Bruxelles, scrive José de Areilza Carvajal

José de Areilza Carvajal

Qualche anno fa, dopo una lunga conversazione, un professore di Oxford mi confidò: “Mano a mano che passano gli anni mi interessa sempre più il ‘come’ e non il ‘che cosa’”. Oggi la sua considerazione è più calzante che mai, soprattutto se pensiamo all’integrazione europea, arrivata al suo sessantesimo compleanno. Il dibattito sulle misure necessarie a rinforzare l’euro, creare stabilità finanziaria e salvare i paesi in difficoltà continua a essere caratterizzato da dubbi e tentennamenti.

Eppure da un anno a questa parte sono stati fatti passi importanti – e più innovativi di quanto si potesse pensare – verso un nuovo governo economico dell’Unione. Si tratta di un processo complicato, soprattutto se si tiene conto dell’assenza di leader dotati di una chiara visione europeista sia a Bruxelles sia nelle capitali degli stati membri. Il problema di fondo è che per via delle urgenze del tempo in cui viviamo, tendiamo a pensare al processo d’integrazione senza preoccuparci delle sue implicazioni sul lungo periodo.

Quando si è sull’orlo del baratro sembra che l’unica cosa importante sia realizzare i trasferimenti di competenze, o scegliere quali saranno le prossime politiche da delegare all’Unione. Nel frattempo, però, tra i cittadini cresce una certa disillusione nei confronti di determinati aspetti dell’integrazione, tanto nei paesi che sono stati salvati e sono oggi sottoposti a misure durissime, quanto negli stati più solidi: per esempio la Finlandia, dove l’ultranazionalismo è in ascesa, o la Germania, dove per la prima volta metà degli abitanti non considera l’Unione europea parte del proprio futuro. Se questi dubbi non verranno analizzati e non ci sarà una risposta politica valida, la legittimità dell’Unione ne uscirà seriamente compromessa.

Nuova vita per le identità nazionali

Per parafrasare il filosofo Ortega y Gasset, forse in Europa non sappiamo quello che ci sta succedendo. E questo è precisamente questo quello che ci sta succedendo. Una spiegazione possibile è che abbiamo ormai ridimensionato il progetto europeo, riducendolo soltanto a una serie di cose che facciamo insieme. Allo stato attuale l’impegno europeo si è praticamente ridotto a una riflessione su come bisogna agire secondo Bruxelles e in base a quali ideali.

Non si può negare che l’integrazione europea sia stata fin dalle sue origini politiche un patto per garantire benefici agli stati membri, ed è giusto che le cose stiano ancora così. Alan Milward, lo storico che più di ogni altro ha indagato sulla nascita della Comunità europea, ha definito l’ambizioso progetto di Jean Monnet e dei suoi compagni di viaggio il “salvataggio europeo dello stato-nazione”. All’epoca si trattava di permettere a ogni stato di sopravvivere dopo la seconda guerra mondiale.

Per farlo era necessaria l’integrazione di diverse politiche e il raggiungimento di risultati positivi per tutti attraverso la cessione di sovranità. Joseph Weiler, secondo alcuni il più grande teorico del processo d’integrazione, ha sottolineato come la lotta dell’Europa contro il protezionismo economico e gli eccessi del nazionalismo in realtà rinnovi le identità nazionali e le renda più attraenti, non il contrario.

Un edificio incompiuto

Ma la relazione tra Unione e stati nazionali non può essere solo strumentale. Per avere efficacia, il governo europeo deve svilupparsi come nuova comunità politica. Gli stati-nazione devono convertirsi in stati membri sottoposti a un “rule of law” europeo e a una ferrea disciplina procedurale e sostanziale, che garantisca una migliore convivenza e una più efficiente capacità di lavorare insieme.

L’Unione europea di oggi deve continuare a portare avanti questo progetto che è rivitalizzante per tutti i suoi membri, a maggior ragione in un contesto di crisi economica. Ma non otterrà una piena accettazione da parte delle diverse società solo grazie ai risultati ottenuti. Viviamo in un’Unione di ventisette stati membri molto diversi tra loro: ci saranno sempre vincitori e vinti.

Oltretutto ci sono ancora sfide titaniche da affrontare. In due aree chiave come la politica economica e la politica estera e di sicurezza l’Unione europea non funziona ancora come dovrebbe. E anche l’unione economica e monetaria è un edificio ancora incompiuto. Malgrado tutti i passi compiuti in questi mesi, mancano ancora i muri e il tetto.

Cosa serve all’Unione?

La Germania, il paese che è stato il principale architetto di questi progressi, ha cominciato a nutrire diversi dubbi proprio nel bel mezzo della crisi. Berlino ha tratto i benefici maggiori dalle novità degli ultimi anni, ma sembra aver dimenticato quanto ha investito e quanto ha guadagnato in questo processo. La reticenza dei tedeschi ha ragioni diverse, molto legate all’emotività. Berlino non vuole delegare altri poteri a Bruxelles e non comprende in modo intelligente e flessibile i confini delle competenze europee.

Di conseguenza si accontenta di decisioni a metà, conduce negoziati al fuori dai trattati e sottovaluta le procedure comunitarie, che servono a prendere le decisioni nel modo più efficiente e democratico possibile. È come se non avessimo imparato niente dall’esperienza degli inefficaci pilastri intergovernativi di Maastricht e dalla fallimentare Agenda di Lisbona del 2000, la cui realizzazione è stata in pratica affidata unicamente alla buona volontà degli stati membri.

La politica estera comune, inoltre, è ancora solo un progetto, una scommessa per il futuro. Per il momento è composta solo da una serie di metodi e procedure che servono a mettere d’accordo i ventisette ogni volta che c’è bisogno di agire. Allo stato attuale delle cose, l’Unione non può emergere come attore politico a livello globale. L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha generato l’erronea convinzione che l’Unione sia già un’entità rilevante su scala mondiale, non solamente nel commercio (l’ovvia eccezione) ma anche in molti altri settori. Questa immagine distorta, unita alla mancanza di una risposta valida alla primavera araba, ha fatto in modo che nell’ultimo periodo l’Unione europea apparisse parecchio disorientata.

Nel futuro prossimo la domanda ‘a cosa serve l’Unione?’ verrà ripetuta ancora molte volte. Ma il primo quesito da porsi dovrebbe essere un altro: come prenderemo le decisioni, e basandoci su quali valori? Anche risolvendo i problemi economici e monetari e migliorando i meccanismi della politica estera e di sicurezza resta comunque una sfiducia di fondo. L’Unione europea dei nostri giorni si definisce quasi sempre come un insieme di politiche stabilite a Bruxelles: non viene percepita come un progetto innovativo e affascinante.

Le decisioni europee suonano spesso come imposizioni che arrivano dall’esterno. In fondo quest’idea estesa del ruolo dell’Unione europea riflette qualcosa di pericoloso: la paura di molti europei di prendere decisioni per se stessi, in una democrazia nazionale o di dimensioni continentali, che deve essere sviluppata urgentemente secondo i metodi comunitari. Seguendo la massima di vita del professore oxfordiano, dovremmo tracciare i contorni di un’Unione europea che renda compatibili l’urgenza dei risultati da raggiungere a breve termine e l’interrogativo sul modo in cui facciamo le cose.

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Abbiamo salvato l’euro

L’accordo sul meccanismo di assistenza finanziaria da 750 miliardi di euro rassicura la stampa e i mercati. Anche se i suoi effetti sono ancora da verificare, si tratta già di un abbozzo di governo economico dell’Unione.

“Sessant’anni dopo la dichiarazione con cui Robert Schuman lanciava la costruzione europea, l’Unione vive la più grave crisi della sua giovane storia”, afferma Le Figaro. “L’Ue ha adottato ieri la sua più importante decisione dalla creazione dell’euro nel 1999, l’istituzione di un meccanismo di assistenza finanziaria per i paesi dell’eurozona che hanno difficoltà a rimborsare il loro debito”, sostiene El País. “Per il suo anniversario, l’Europa cerca di salvarsi dalla crisi”, scrive România libera, secondo cui “se fino a poco tempo fa il problema sembrava confinato alla zona euro, la settimana scorsa è diventato chiaro che le sue proporzioni hanno assunto un carattere globale”.

La decisione del 9 maggio “segna un prima e un dopo nella storia europea”, osserva ancora El País, e un rappresenta un “gesto decisivo” che “getta le basi per ridurre l’evidente asimmetria tra un’unione monetaria quasi perfetta e l’assenza di integrazione politica”. “I paesi potranno chiedere assistenza se saranno oggetto di ‘serie minacce’ in grado di provocare ‘importanti cambiamenti finanziari'”. Questo fondo, continua il quotidiano spagnolo, “è destinato soprattutto a proteggere l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l’Italia, paesi che hanno già visto il loro debito impennarsi negli ultimi giorni”.

“Il meccanismo di stabilizzazione europea potrà controbilanciare i dubbi sul destino di paesi come la Grecia, la Spagna e il Portogallo?”, si chiede Dziennik Gazeta Prawna, per la quale “se i mercati reagiscono positivamente la fiducia nella zona euro potrebbe tornare a crescere”. Gazeta Wyborcza è invece scettica sull’utilità del meccanismo di soccorso adottato a Bruxelles per salvare la Grecia. Per il quotidiano polacco è come “utilizzare del nastro adesivo per fermare un’emorragia”. È quindi possibile che “si assista prossimamente a un nuovo episodio della tragedia greca”.

“Chi avrebbe scommesso un euro sull’idea di un fondo di sostegno tra membri della zona euro solo un anno fa?”, si chiede La Tribune: “l’euro si è costruito sul dogma del ‘non salvataggio’ di un membro del club da parte degli altri. Ma la crisi potrebbe ben presto avere effetti impensabili”. Per Libération, “la decisione presa – con difficoltà – dai Ventisette è il primo passo verso un possibile miglioramento della situazione. Ma come immaginare per un solo momento che questo basterà a risolvere il caos che regna nella zona euro? La lezione della tragedia greca alla quale stiamo assistendo è che l’Europa non esiste o quasi”.

“La solidarietà diventa evidente solo in casi di grave pericolo, spesso per assecondare l’opinione pubblica”, accusa Le Figaro. “Si tratta quindi di una struttura molto fragile. Ma non è detto che accada il peggio e nell’ipotesi più ottimistica verrà ricordato il messaggio che l’Europa si costruisce sulle crisi: nonostante i dissensi interni, finisce sempre per ritrovarsi sui punti fondamentali. Da un punto di vista politico, l’Europa cambia anche natura”, aggiunge il quotidiano parigino, per il quale “la solidarietà finanziaria imporrà una nuova guida economica. L’influenza dei grandi paesi come la Francia e soprattutto la Germania finirà per essere rafforzata”.

I ministri delle finanze dei Ventisette hanno lavorato duramente per un accordo prima della riapertura dei mercati, osserva Público, per il quale le discussioni a Bruxelles hanno avuto un’accelerazione dopo che Barack Obama, “preoccupato” da una diffusione della crisi agli Stati Uniti, “ha chiamato Angela Merkel”; “Alla Casa bianca i dubbi dell’epoca di Henry Kissinger sono finiti”, aggiunge il quotidiano portoghese: “adesso si sa molto bene che numero comporre per parlare con l’Europa: quello di Berlino e non quello di Bruxelles”.

“Come ha detto Marx, ‘chi controlla Berlino controlla la Germania e chi controlla la Germania controlla l’Europa’”, scrive De Standaard, per il quale “oggi più che mai il futuro a lungo termine dell’Unione e dell’euro sono interamente nelle mani dei tedeschi. Sono loro che decideranno se l’euro passerà alla storia come ‘l’accordo monetario più durevole della storia europea’. Se così non fosse, l’euro potrebbe diventare ‘il momento più alto di un movimento di integrazione europea dopo la seconda guerra mondiale terminato con la Grande recessione del ventunesimo secolo'”.

Quando tutto sarà finito, “l’Europa ricorderà questa primavera 2010 ancora a lungo, ricorderà le bugie dei greci e i trucchi contabili degli altri stati dell’eurozona che hanno scosso i mercati finanziari con le loro scommesse senza scrupoli sul fallimento dello stato greco. Ma oggi queste settimane di crisi hanno anche rivelato quanto l’integrazione europea sia progredita”, conclude Die Zeit. (adr)

Articolo tratto da: Presseurop

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FESTA DELL’EUROPA IN TRENTINO 8-9 MAGGIO 2010 – PROGETTO “ESSEREINEUROPA”

Anche quest’anno torna la festa d’Europa, organizzata dai ragazzi del progetto “EssereinEuropa”.

Sono previsti eventi in ben 7 luoghi diversi del Trentino nei giorni a cavallo del 9 maggio.

In occasione della Festa dell’Europa i ragazzi partecipanti a questo progetto, divisi in gruppi, hanno realizzato in diversi luoghi del Trentino (Trento, Pergine, Cles, Rovereto, Commezzadura, Vigolo Vattaro, Nago-Torbole) incontri, iniziative e interventi, con l’obiettivo non solo di far conoscere in modo semplice e divertente l’Unione europea ai cittadini, ma soprattutto per creare spazi per pensare e confrontarsi, anche in maniera conviviale, sulle piccole/grandi questioni che riguardano e accomunano i 27 paesi della Comunità europea nella vita di tutti i giorni, anche delle nostre comunità, e vivere/insegnare il concetto di integrazione europea.

Agli eventi realizzati in occasione della Festa dell’Europa fanno da cornice il seminario del 14 maggio “L’accesso dei cittadini alla giustizia: il portale della E-Giustizia” ed il convegno del 28-29 maggio “Le reti giudiziarie europee: le esperienze, il potenziale, le conseguenze per la funzione giurisdizionale”, organizzati a Trento dal Centro di Documentazione Europea con il Dipartimento di Scienze Giuridiche, Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento.

Scarica il dettaglio dei programmi delle quattro sedi principali della festa (cles, pergine, rovereto, trento). Per ulteriori informazioni http://www.puntoeuropa.provincia.tn.it/news/-primo_piano/pagina51.html

“EssereinEuropa” è un progetto nato nel 2008 voluto dai Piani Giovani, in collaborazione con il Servizio Rapporti Comunitari, l’Assessorato alle Politiche Giovanili della Provincia di Trento e Europe Direct del Trentino. Nel 2009 ha realizzato uno spot televisivo per invitare i cittadini a ad andare a votare in occasione delle elezioni europee del 6-7 giugno scorsi, e la Festa d’Europa in tre sedi a Trento, Pergine e in Valle dei Laghi. Tutti i partecipanti sia alla prima che alla seconda edizione del progetto hanno seguito un percorso di formazione a Bruxelles, dove hanno incontrato alcuni funzionari della Commissione e del Parlamento Europeo che si occupano di comunicare l’Unione Europea. Attualmente il gruppo è composto da una quarantina di persone. Nei prossimi mesi seguiranno altre iniziative.