La svolta africana della Francia

La Francia ha deciso di investire in Africa con un nuovo progetto dalle grandi ambizioni. Mentre si prepara a intervenire in Repubblica Centrafricana al fianco delle truppe panafricane e sotto mandato dell’Onu, Parigi riunisce 500 uomini d’affari francesi e africani per parlare di cooperazione economica, prima di accogliere quaranta leader politici di un continente in crescita per un vertice dedicato alla sicurezza.

Questa settimana, insomma, l’Africa è in visita nella capitale francese. I due appuntamenti rappresentano un successo eclatante per la Francia, la cui immagine sull’altra sponda del Mediterraneo è stata a lungo negativa. Per anni (e non a torto) la Francia è stata infatti considerata dai paesi africani come una potenza neocoloniale, i cui soldati proteggevano dittatori fedeli agli interessi di Parigi o contribuivano a sostituirli con altri vassalli quando diventavano indifendibili. La presenza della Francia in Africa ha poggiato su una rete occulta di connivenze inconfessabili, ma la situazione è cambiata radicalmente lo scorso gennaio.

L’intervento francese in Mali, organizzato in meno di tre giorni, ha segnato una rottura evidente. Auspicato da tutto il paese, l’aiuto dei francesi ha salvato il Mali dalle mire dei jihadisti che volevano impadronirsi della capitale, ha permesso l’organizzazione di elezioni libere a tempo di record e ha scongiurato la destabilizzazione del Sahel. Per questo motivo l’azione di Parigi è stata applaudita da tutto il continente e dall’Unione africana. I paesi francofoni, anglofoni e lusofoni hanno prontamente ringraziato la Francia, che ha subito capito di potersi giocare nuovamente le sue carte nel continente nero.

Più di ogni altra potenza esterna, la Francia ha una conoscenza profonda dell’Africa, con cui non ha mai tagliato i ponti dopo la decolonizzazione. Grazie all’evoluzione demografica del continente, il francese è sempre più parlato, e le élite politiche, economiche e culturali dell’Africa francofona continuano a prestare molta attenzione a ciò che accade a Parigi. Dopo le continue ingerenze del passato, oggi i soldati francesi di stanza nel continente hanno la possibilità di ricoprire un nuovo ruolo nella stabilizzazione e nella risoluzione delle crisi.

In un momento in cui l’Unione africana tende a dotarsi di forze panafricane d’intervento rapido e tutela della pace, la Francia ha scelto di mettere i suoi soldati a disposizione non più dei capi di stato ma di tutto il continente, della sua Unione e delle organizzazioni regionali, con compiti di formazione, addestramento ed eventualmente di appoggio sul campo.

Questo nuovo approccio è stato accolto con entusiasmo, anche perché finora nessun altro paese ha proposto niente del genere. Anche per questo la Francia può diventare l’alleato non più di un suo protettorato ma di un continente intero, il cui tasso di crescita medio è del 5 per cento. In Africa c’è molto da fare, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture, campo in cui le imprese francesi eccellono.

Il piano di Parigi è chiaro: proteggere la sicurezza dell’Europa garantendo quella dell’Africa, e nel frattempo stringere legami politici dalle ripercussioni economiche estremamente proficue per il mercato del lavoro francese.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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Hollande rimette l’elmetto, pronto alla guerra in Repubblica centrafricana

di Rita Plantera

Cape Town, 27 novembre 2013, Nena News – Dopo il Mali, la Francia si prepara a intervenire militarmente – per la seconda volta in un anno – in un’altra delle sue ex colonie dell’impero africano annunciando il dispiegamento di almeno 1200 soldati nella Repubblica centrafricanaper un periodo di 6 mesi a sostegno dei battaglioni regionali dell’Unione africana (Ua) e della Comunità economica degli stati dell’Africa centrale (Eccas). Ad annunciarlo sono stati ieri i suoi Ministri della Difesa e degli Esteri Jean Yves Le Drian e Laurent Fabius. La notizia, confermata anche dal primo ministro della Repubblica centrafricana, Nicolas Tiangaye, era già nell’aria da settimane e a dare il via libero definitivo si attende ora solo l’investitura ufficiale dell’Onu la cui risoluzione è ormai in dirittura d’arrivo per la prossima settimana.

Circa dieci giorni fa era stato lo stesso Ban Ki-moon ad annunciare il dispiegamento di nuovi battaglioni e la possibilità di una ridistribuzione di quelli presenti nei Paesi vicini nel caso in cui la situazione fosse ulteriormente precipitata in tempi ancor più rapidi.

Tanto alti funzionari dell’Onu quanto i ministri francesi confermano una situazione «sull’orlo del genocidio». Secondo fonti Onu, nella sola zona di Bossangoa, una delle zone più colpite – circa 300 chilometri a nord della capitale Bangui – diverse centinaia di persone sono state uccise nelle prime due settimane di settembre. Mentre circa 460.000 – il 10% su una popolazione di 4,6 milioni di abitanti – hanno abbandonato le case, e più di un milione necessita di aiuti alimentari.

Due giorni fa il Vice Segretario Generale dell’Onu Jan Eliasson, parlando al Consiglio di sicurezza, aveva esplicitamente chiesto alla comunità internazionale interventi immediati a fronte di una situazione che sta «scivolando nel caos completo».

Senza sbocco sul mare, isolata ed estremamente povera, nonostante le sue riserve di oro, legname, uranio e diamanti di qualità gemma, la Repubblica Centrafricana è devastata da una spirale di violenze che da più di un decennio l’ha trascinata in un baratro infernale, una voragine che litanie di stupri, uccisioni, fame e quant’altro perpetuano giorno dopo giorno sotto gli occhi indifferenti sia dell’Occidente che delle economie emergenti.

Il Paese è piombato nell’anarchia più totale dopo la débâcle di Bangui a marzo scorso, quando i ribelli Seleka hanno rovesciato il Presidente François Bozizé e insediato al potere il leader della coalizione Michel Djotodia, formalmente insediatosi come Presidente ad interim nel mese di agosto con un mandato di transizione di 18 mesi.

Da allora, il dissolvimento di Seleka non è bastato ad arginare gli scontri con le milizie di autodifesa locali, i cosiddetti «anti- Balaka» o anti-machete, mentre i casi di esecuzioni sommarie, stupri e saccheggi ad opera dei combattenti ex Seleka ancora all’indomani del colpo di Stato hanno alimentato tensioni tra musulmani e cristiani nella ex colonia francese dove la popolazione è per l’80% cristiana. La situazione è già da tempo fuori controllo nella Repubblica Centrafricana, un tempo considerata la Cenerentola dell’ex impero coloniale francese in Africa poi diventata lo Stato fantasma dell’era postcoloniale dove la Francia conta un considerevole numero di interventi militari a difesa di non pochi interessi locali. Nena News

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Angela Merkel e il futuro dell’Europa

In Germania non tutto va per il verso giusto. La crescita è debole e i salari sono bassi. I micro job da 400 euro al mese sono scandalosamente numerosi, e sarebbero impraticabili se non fossero leggermente bilanciati dagli affitti a prezzi accessibili. Eppure la Germania è di gran lunga il paese europeo che se la passa meglio

Berlino è la prima potenza economica dell’Unione. Le sue esportazioni godono di ottima salute, mentre la disoccupazione è relativamente bassa. Dunque non sorprende che in un momento di crisi per l’occidente la cancelliera tedesca abbia ottenuto un trionfo alle legislative di domenica, tanto da sfiorare la maggioranza assoluta.

Mentre i leader europei perdono terreno nei sondaggi e vengono puniti dagli elettori, Angela Merkel conquista il suo terzo mandato grazie a uno schiacciante successo personale. Ma non è questo il dato più importante che emerge dalle elezioni tedesche

Dopo aver formato la prossima coalizione di governo (con i Verdi o con i socialisti), la cancelliera potrà finalmente concretizzare la road map europea presentata lo scorso 30 maggio insieme a François Hollande. Con il “contributo franco-tedesco” al dibattito europeo i due leader avevano posto l’accento sull’unione bancaria, la crescita, la reindustrializzazione dell’Ue, gli investimenti comuni, l’armonizzazione della fiscalità e dell’assistenza sociale, la creazione di un salario minimo europeo e soprattutto l’organizzazione politica dell’eurozona.

L’idea di Francia e Germania, che dopo l’elezione di François Hollande hanno imparato a lavorare insieme e ora hanno davanti a sé quattro anni per farlo, è quella di avanzare passo dopo passo e dimostrare agli europei sempre più disincantati che l’Unione non significa soltanto austerity e riduzione della spesa pubblica, ma anche benefici per tutti. Soltanto così sarà possibile ricucire lo strappo tra l’Europa e i suoi abitanti e avviare una nuova fase del progetto comune.

In questa nuova fase i paesi dell’eurozona dovranno costruire un’unione politica all’interno dell’Ue, formata da un gruppo di stati molto legati tra loro che costituiranno l’ossatura dei 28. Le istituzioni e la democrazia di questa nuova unione di tipo federale devono ancora essere definite, come anche il suo rapporto con il resto dell’Europa, ma Angela Merkel e François Hollande vogliono mettersi in marcia per realizzarla. La cancelliera tedesca ha scelto la via della crescita e dell’unità, perché l’industria tedesca ha bisogno di economie solide verso cui esportare i suoi prodotti e perché il calo demografico della Germania le impone di integrarsi dentro una realtà più ampia e culturalmente affine.

Con una sinistra partner di governo a Berlino questo progetto sarebbe facilitato, ma in ogni caso, grande coalizione o meno, l’Europa è davanti a una svolta: deve trovare un orizzonte e rimettersi in marcia, altrimenti rischia seriamente di sfaldarsi.

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Hollande, la rivoluzione è lontana

La possibile vittoria del candidato socialista al ballottaggio presidenziale ha scatenato le reazioni allarmate della stampa e dei partner. Ma il vero pericolo è l’ortodossia del rigore sostenuta dai suoi avversari.

Philip Stephens

Le elezioni presidenziali in Francia hanno dato prova dello stato d’animo rivoluzionario che prevale in Europa. Tuttavia sarebbe un errore giungere alla conclusione che la Quinta repubblica eleggerà un presidente rivoluzionario.

La democrazia europea ha postulato una nuova forma di organizzazione. I cittadini possono tuttora cambiare di quando in quando i propri leader, ma soltanto avendo ben presente che le elezioni non corrispondono a un reale cambiamento di direzione. Destra o sinistra, dentro o fuori l’euro, le élite che governano continuano a inginocchiarsi all’altare dell’austerity. I governi potranno  anche sussultare qui o perdere un po’ di forza lì: in ogni caso nessuno oserà contestare apertamente la dottrina dell’integrità fiscale.

Questo senso di inutilità ha dato un tocco rivoluzionario al primo round delle elezioni presidenziali in Francia. Che quasi un quinto degli elettori abbia appoggiato il Front National di Marine Le Pen e che oltre un decimo abbia votato il Fronte dell’estrema sinistra di Jean-Luc Mélanchon indica chiaramente  quanto sia profonda e grave la sensazione l’insoddisfazione della nazione. In un certo senso si è trattato di un sano memento – se mai qualcuno ne avesse avuto bisogno – di come populismo e xenofobia prosperino in tempi di depressione.

I francesi, per altro, non sono gli unici in questa situazione. In Ungheria Viktor Orbán guida un governo nazionalista di destra che sta calpestando la legalità nell’intento dichiarato di instaurare un’egemonia politica permanente. La destra populista è in ascesa anche in paesi più piccoli del nord Europa: basti pensare ai Veri finlandesi e al Partito della libertà di Geert Wilders. Nei Paesi Bassi come altrove l’euroscetticismo è diventato bandiera anche dell’estrema sinistra.

Un conservatore con la “c” minuscola

Malgrado ciò, la scelta che deve affrontare la Francia in questo weekend di ballottaggio è più familiare, e la retorica della campagna stessa maschera l’esiguità davvero notevole della scelta politica.

Il leader del partito socialista François Hollande è un conservatore con la “c” minuscola che intende recuperare il modello postbellico europeo del mercato sociale. Ma anche la retorica che Nicolas Sarkozy ha sfoggiato nei comizi della campagna per il suo secondo mandato è impregnata di nostalgia: Sarkozy promette di riportare la Francia alla grandeur dell’epoca di De Gaulle. L’impressione più forte che ha lasciato il dibattito televisivo di questa settimana tra i due candidati è quella di una profonda antipatia personale, più che di un grande divario politico.

A meno di sorprese vincerà Hollande, non tanto perché ha saputo ispirare simpatia e considerazione nei francesi, quanto perché Sarkozy le ha perse entrambe. Le parole utilizzate più spesso per descrivere Hollande sono “pragmatico”, “prudente”,  “scialbo”. Quando mai in passato un candidato che aspirava alla presidenza si è lanciato in campagna elettorale proclamando di essere nient’altro che “normale”?

Fuori dalla Francia, però, Hollande è visto come uno spauracchio. È ovviamente impossibile che la cancelliera tedesca Angela Merkel trovi in Hollande un’anima gemella, ma pare abbia addirittura affermato di temere che il suo rapporto con lui sarà un “incubo”. Il britannico David Cameron poche settimane ha snobbato il leader socialista in visita a Londra.

La Francia socialista alleata dei paesi del sud

L’Economist ha dichiarato in copertina che Hollande sarebbe “pericoloso” –  anche se poi, in puro stile british, si è premurato di aggiungere un “piuttosto” allo sgarbato epiteto. L’aspirante presidente, ha fatto notare il settimanale, “crede  veramente nella necessità di creare una società più giusta”. E che cosa potrebbe esserci di più pericoloso di questo?

Un tale allarmismo si basa su alcuni curiosi presupposti: che la lezione del recente passato insegna che i governi non dovrebbero mai intromettersi nei mercati e che l’attuale strategia economica europea ha avuto un successo travolgente nel ricostruire le finanze pubbliche e far ripartire la crescita economica.

Personalmente credevo che i seguaci più fedeli del libero mercato fossero stati messi in guardia dalla crisi globale e fossero diventati consapevoli dei pericoli che comporta il capitalismo finanziario senza restrizioni. E per quanto riguarda l’austerità che va-comunque-sempre-bene-a-tutti, perfino alcuni policymaker tedeschi ormai stanno iniziando a domandarsi se politica economica non voglia dire qualcosa di più che tagliare la spesa pubblica e aumentare le tasse.

In ogni caso, qualora sia eletto, il  presidente Hollande andrà incontro a forti restrizioni. I mercati azionari freneranno in modo considerevole qualsiasi tentativo di compiere uno scatto in avanti verso la crescita. Un disincentivo ancora più importante sarà la percezione che la Francia avrà di sé. Gli stati europei meridionali d’Europa, fortemente indebitati, potranno vedere nella Francia socialista un potente alleato, ma Hollande condivide pur sempre con i suoi predecessori all’Eliseo una prospettiva di gran lunga diversa della geografia politica del continente.

Parliamo di crescita

Ciò fa sì che Parigi si arroghi la pretesa di avere la leadership in Europa e soprattutto di essere alla pari con Berlino nel plasmare il futuro del continente. Come capì benissimo François Mitterand trent’anni fa quando adottò la politica del “franco forte”, queste pretese comportano tutte un prezzo da pagare. E quando si arriva al dunque, è la Germania a dettare le regole in campo economico.

Hollande ha un paio di idee a dir poco stravaganti: tassare i ricchi al 75 per cento, per esempio, potrà tranquillizzare le coscienze della sinistra, ma non farà del bene all’economia. Tutto ciò, naturalmente, non significa che egli non potrà  o non dovrà sfidare l’ortodossia dominante.

La crescita economica non è un’idea di sinistra: basta chiederlo a Mario Monti, il primo ministro tecnico italiano. Il piano di liberalizzazione economica e il piano di tagli al deficit di Monti dipendono prima di ogni altra cosa dal fatto di riuscire a trovare una via di uscita dall’attuale stagnazione.

Il concetto veramente “pericoloso” nell’Europa di oggi non è tanto quello di lanciare un dibattito sulla crescita, bensì quello di dare per scontato che le cose possono semplicemente continuare ad andare avanti così. Deve pur esistere un collegamento tra recessione e riduzione del deficit: senza di esso il continente europeo rischia sul serio la rivoluzione. Anche se in Francia non ancora.

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