Angela Merkel e il futuro dell’Europa

In Germania non tutto va per il verso giusto. La crescita è debole e i salari sono bassi. I micro job da 400 euro al mese sono scandalosamente numerosi, e sarebbero impraticabili se non fossero leggermente bilanciati dagli affitti a prezzi accessibili. Eppure la Germania è di gran lunga il paese europeo che se la passa meglio

Berlino è la prima potenza economica dell’Unione. Le sue esportazioni godono di ottima salute, mentre la disoccupazione è relativamente bassa. Dunque non sorprende che in un momento di crisi per l’occidente la cancelliera tedesca abbia ottenuto un trionfo alle legislative di domenica, tanto da sfiorare la maggioranza assoluta.

Mentre i leader europei perdono terreno nei sondaggi e vengono puniti dagli elettori, Angela Merkel conquista il suo terzo mandato grazie a uno schiacciante successo personale. Ma non è questo il dato più importante che emerge dalle elezioni tedesche

Dopo aver formato la prossima coalizione di governo (con i Verdi o con i socialisti), la cancelliera potrà finalmente concretizzare la road map europea presentata lo scorso 30 maggio insieme a François Hollande. Con il “contributo franco-tedesco” al dibattito europeo i due leader avevano posto l’accento sull’unione bancaria, la crescita, la reindustrializzazione dell’Ue, gli investimenti comuni, l’armonizzazione della fiscalità e dell’assistenza sociale, la creazione di un salario minimo europeo e soprattutto l’organizzazione politica dell’eurozona.

L’idea di Francia e Germania, che dopo l’elezione di François Hollande hanno imparato a lavorare insieme e ora hanno davanti a sé quattro anni per farlo, è quella di avanzare passo dopo passo e dimostrare agli europei sempre più disincantati che l’Unione non significa soltanto austerity e riduzione della spesa pubblica, ma anche benefici per tutti. Soltanto così sarà possibile ricucire lo strappo tra l’Europa e i suoi abitanti e avviare una nuova fase del progetto comune.

In questa nuova fase i paesi dell’eurozona dovranno costruire un’unione politica all’interno dell’Ue, formata da un gruppo di stati molto legati tra loro che costituiranno l’ossatura dei 28. Le istituzioni e la democrazia di questa nuova unione di tipo federale devono ancora essere definite, come anche il suo rapporto con il resto dell’Europa, ma Angela Merkel e François Hollande vogliono mettersi in marcia per realizzarla. La cancelliera tedesca ha scelto la via della crescita e dell’unità, perché l’industria tedesca ha bisogno di economie solide verso cui esportare i suoi prodotti e perché il calo demografico della Germania le impone di integrarsi dentro una realtà più ampia e culturalmente affine.

Con una sinistra partner di governo a Berlino questo progetto sarebbe facilitato, ma in ogni caso, grande coalizione o meno, l’Europa è davanti a una svolta: deve trovare un orizzonte e rimettersi in marcia, altrimenti rischia seriamente di sfaldarsi.

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Lasciamo fare alla Germania

I progetti di integrazione federalista rischiano di coinvolgere nel processo decisionale i paesi più arretrati e instabili. Meglio fidarsi dei governi più capaci, soprattutto quello tedesco.

Alfred Pijpers

Ora che la crisi finanziaria in Europa sembra provvisoriamente scongiurata, si comincia prudentemente a riparlare del futuro dell’Unione europea. In Germania, in particolare, il dibattito è già avviato.

Angela Merkel spera di emendare il trattato di Lisbona e portare a termine “sostanziali riforme strutturali”. Il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle si è espresso in favore di una nuova “costituzione europea” con spiccate caratteristiche soprannazionali. L’eurodeputata Sophie in ’t Veld [esponente di D66, sinistra olandese] chiede dalle pagine del Volkskrant una “forte unione politica”, la soppressione dei “veto vincolanti” e un presidente della Commissione europea eletto a suffragio diretto.

Si tratta di proposte già note, estratte dalla vecchia scatola del progetto federalista. Ma è tempo di rimettere la scatola in soffitta. La Germania ha infatti dimostrato durante la crisi finanziaria che il suo peso economico e politico in Europa può tornare a suo vantaggio. Inoltre gran parte dei principi su cui si è fondata l’integrazione europea dal dopoguerra sono ormai superati.

In primo luogo è obsoleta l’idea secondo cui l’integrazione europea serve a tenere sotto controllo la Germania. A suo tempo, dopo la Seconda guerra mondiale, era una motivazione legittima, ma resta il controllo della Germania attraverso le istituzioni europee proteggeva innanzitutto gli interessi economici della Francia. Nel contesto del mercato unico i trattati europei servivano a proteggere l’agricoltura e l’industria francese dal dinamismo delle esportazioni tedesche. Per decenni la Repubblica federale, cosciente delle sue colpe e sotto la pressione (morale) della Francia, ha fatto le veci di Zahlmeister, tesoriere dell’Europa.

L’evolversi della crisi ha mostrato chiaramente che sono i capi di governo a dettare legge a Bruxelles. Nella gerarchia europea il Consiglio costituisce la direzione dell’Ue, di cui Herman Van Rompuy è il segretario; il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso è il suo assistente. Sarebbe dunque paradossale eleggere quest’ultimo a suffragio universale, come vorrebbero i neo-federalisti a Berlino e Strasburgo. Al contrario sarebbe più logico continuare a rafforzare il Consiglio europeo ottenendo nel frattempo maggiori garanzie per i piccoli paesi.

Quello del’“unione politica“ può sembrare un concetto allettante, ma se realizzato ingloberebbe inevitabilmente gli stati meno virtuosi, che non si distinguono in campi come la lotta alle frodi e alla corruzione, il pluralismo  e la libertà di stampa. Per esempio Francia e Italia, le due maggiori economie dell’eurozona dopo la Germania, sono considerate dall’ong americana Freedom House “democrazie difettose” (flawed democracies), anziché democrazie compiute e solide. L’Italia, a causa del conflitto d’interessi tra le istituzioni e i media [controllati da Berlusconi], è definita “parzialmente libera” e si ritrova – insieme a Bulgaria e Romania, altri due stati dell’Ue – nella stessa categoria di Indonesia e Bangladesh.

Nella classifica di Freedom House i Paesi Bassi presentano un punteggio nettamente superiore alla media europea. Secondo l’ong quella olandese è la democrazia parlamentare migliore tra le 17 dell’eurozona (la valutazione è stata realizzata nel 2010 e tiene conto del sostegno del Pvv di Gert Wilders al governo). Dunque per i Paesi Bassi l’idea di condividere il potere a Bruxelles con paesi poco democratici e con difetti nei meccanismi di esercizio del potere non è particolarmente allettante.

Il risveglio del leader

Fino a quando si tratta di commercio e consumo di barrette di cioccolato non è un dramma. Ma la situazione cambierebbe nel contesto di una reale unione politica, dove le decisioni sulle imposte, il budget e le pensioni spetterebbero in definitiva a stati le cui pratiche democratiche lasciano a desiderare ma hanno un forte peso demografico-economico. Per non parlare dell’eutanasia e di altre questioni che stanno a cuore agli olandesi e che potrebbero subire il “veto” di altri paesi.

A Berlino, lentamente, stanno cominciando a capire che la Germania può e deve ricoprire il ruolo del leader in Europa. A questo proposito Ulrike Guérot, del think tank European Council on Foreign Relations, parla di “risveglio tedesco” e addirittura di “catarsi”. Eppure la Germania non osa ancora arrivare alla conclusione più logica: con una simile leadership ci vorrebbe una diversa organizzazione della cooperazione europea. Con meno elementi federalisti e più spazio per un assembramento di forze degli stati europei più qualificati in un’economia mondiale aperta.

La realizzazione politica della futura cooperazione europea non deve più essere ostaggio del passato oscuro della Germania. È il momento di rendersene conto. Serve un risveglio, a Berlino e a Strasburgo.

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Vita oltre il nucleare (VoxPublica.ro, Bucarest)

All’indomani di Chernobyl, Ursula Sladek ha fondato una delle prime società produttrici di energia rinnovabile in Germania e contribuito all’inizio di una nuova era. Oggi è stata ricompensata con il premio Goldman per l’ambiente.

Mihai Goțiu
Circa 25 anni fa il passaggio della nuvola radioattiva di Chernobyl sull’Europa sollevava numerosi interrogativi sulle sue conseguenze sanitarie. All’epoca la Germania occidentale si basava quasi unicamente sull’energia nucleare e sul carbone per alimentare la sua economia in crescita. Un piccolo gruppo di imprese aveva il monopolio del mercato energetico e controllava la maggior parte delle reti locali.

I movimenti anti-nucleare, molto attivi negli anni ottanta, avevano in quel periodo un certo sostegno popolare. Le potenti imprese tedesche non offrivano però ancora ai consumatori la possibilità di scegliere un’energia diversa da quella nucleare.

Per Ursula Sladek, madre di cinque figli residente nella piccola cittadina di Schönau, nella Foresta nera, la catastrofe di Chernobyl ha rappresentato il campanello d’allarme sui pericoli dell’energia nucleare. Questa donna, come i suoi vicini, ha cominciato a preoccuparsi per i rapporti che rilevavano la presenza di residui radioattivi nei parco giochi, nei giardini, nei cortili delle scuole e nei terreni agricoli.

La vita quotidiana della famiglia Sladek ne fu sconvolta: non potevano più mangiare gli alimenti coltivati e prodotti localmente, né lasciare i loro bambini giocare all’aperto. Così Ursula e suo marito si sono uniti ad altri genitori per pensare a un sistema in grado di limitare la dipendenza della loro comunità nei confronti dell’energia nucleare.

Il gruppo ha intrapreso quello che sarebbe diventato il progetto di un intero decennio: assumere il controllo della rete elettrica locale, e in un secondo tempo permettere a tutti i tedeschi di optare per un’energia prodotta su basi sicure e sostenibili.

Da semplice genitrice preoccupata, Sladek è diventata l’amministratrice di una delle prime imprese europee a produrre energia pulita. Dopo venti anni di attività, oggi la sua società fornisce energia a più di 100mila famiglie e imprese in tutta la Germania.

In un primo tempo Sladek e i suoi partner hanno formato una “zona senza energia nucleare” nella regione della Foresta nera. I cittadini sono stati sensibilizzati ai problemi legati alla produzione di elettricità. Il primo effetto è stata la riduzione considerevole del consumo di energia elettrica nella regione.

Il futuro è nel piccolo

Nel 1991 la società Kwr, operatore della rete elettrica di Schönau, doveva rinnovare la sua licenza presso l’amministrazione locale. Sladek e i suoi partner hanno lanciato una raccolta di fondi per rilevare la rete. La campagna ha portato a due referendum con i quali i cittadini hanno deciso di accordare al gruppo Sladek la gestione della rete.

Un finanziamento di quasi sei milioni di marchi (circa tre milioni di euro) ha permesso alla Sladek di acquistare la rete dalla Kwr. Con il suo gruppo Ursula ha fondato la Elektrizitätswerke Schönau (Ews) e ha ripreso il controllo della rete elettrica di Schönau nel 1997.

Fin dall’inizio Ews si è fissata l’obiettivo di favorire un futuro energetico sostenibile per la Germania con la concessione di aiuti finanziari ai produttori locali di energia rinnovabile – pannelli solari, piccoli progetti idroelettrici, eolico e biomasse. La società, che funziona come un’organizzazione no profit, conta oggi più di mille azionisti, che ricevono solo piccoli dividendi perché i profitti sono reinvestiti in nuovi impianti.

Nel frattempo il governo tedesco si è allineato agli ideali di sostenibilità dell’Ews, con l’obiettivo di produrre tutta l’energia del paese a partire da fonti rinnovabili entro il 2050. La società di Sladek mira a raggiungere un milione di clienti entro il 2015.

Questo esempio dimostra che esistono alternative ai rischi dell’energia nucleare. Queste soluzioni non verranno mai dai grandi investitori, interessati soprattutto al profitto immediato. Ridurre la dipendenza dall’energia nucleare richiede tempo e comporta il coinvolgimento diretto della società civile. In particolare di chi, come Ursula Sladek, si preoccupa del futuro dei propri figli. (traduzione di Andrea De Ritis)

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Verde come l’ipocrisia

Molti borghesi liberali tedeschi si illudono che il riciclaggio e i cibi biologici bastino a rendere sostenibile il loro stile di vita consumista e irresponsabile. Il successo dei Verdi è soprattutto merito loro.

Le bottiglie e i barattoli di vetro da riciclare si possono portare all’apposito cassonetto anche con una Porsche Cayenne. Ma la Cayenne è davvero poco ecologica: il modello standard ha 290 cavalli, una vera follia. Ma questa follia, prodotta dalla casa di Stoccarda, assicura un impiego a tempo indeterminato a ben 7.500 lavoratori tedeschi. Eppure il nuovo governatore del Baden-Wurtenberg, eletto nel partito dei Verdi, in campagna elettorale ha chiesto un’industria dell’auto più ambientalista: sarà tanto coerente da far chiudere gli stabilimenti della Porsche?

Ora che i ‘Grünen’ hanno raggiunto il cuore della borghesia tedesca sudoccidentale, arrivando al 20 per cento nelle cittadine di provincia e al 40 nelle grandi città universitarie, il loro verde è diventato la bandiera delle contraddizioni dell’illuminista occidentale contemporaneo. Sono tempi ipocriti, si potrebbe dire.Lo stile di vita delle metropoli globalizzate è radicalmente messo in discussione dall’ecologia: la mobilità della formazione, il pendolarismo, i voli low cost, la produzione capitalistica, le case iper-riscaldate e le docce bollenti: tutto conta, tutto dovrebbe essere drasticamente ridotto se la società puntasse davvero alla sostenibilità. Tutti quelli che riconoscono in parte questo stato di cose, ma allo stesso tempo non sono disposti a rinunciare allo stile di vita occidentale, votano Verdi.

È un passaggio storico nel panorama politico: non si tratta solo di una ridicola stazione ferroviaria [Stoccarda 21], dell’arroganza della Cdu e dell’energia atomica. È una menzogna strutturale che all’interno dell’attuale sistema si spaccino gli stili di vita “ecologicamente corretti” per la trasformazione generale della società.

I ceti benestanti, educati e liberali si danno tanto da fare nel piccolo per rendere ogni cosa un po’ più pulita e un po’ più giusta, ma delegano le questioni fondamentali di alleggerimento della coscienza al partito dei Verdi. I Verdi non sono più gli estremisti contrari alle centrali nucleari: siamo tutti noi.

In Baden-Wurtenberg le contraddizioni sono più evidenti che mai. Molti auspicano con le più nobili motivazioni che le pericolose dinamiche dello sviluppo moderno siano frenate dai Verdi. Ma sono quegli stessi che nel quotidiano parlano di decrescita e poi si sentono rincuorati vedendo che dopo la crisi arriva finalmente la ripresa economica. Il Baden-Wurtenberg deve la sua invidiabile prosperità alle sue industrie: il solo settore della chimica – per definizione poco ecologico – conta in Baden-Wurtenberg 100mila dipendenti e un giro d’affari da 28 miliardi di euro l’anno.

Modello Vauban

Questo diventerà il modello di vita dominante quando i Verdi otterranno la maggioranza: il marito lavora alla Bosch a scapito dell’ambiente – la ditta è la più grande produttrice mondiale di macchine per l’imballaggio delle merci – mentre la moglie compra nel supermercato biologico dei deliziosi formaggi locali e qualche bottiglia di vino biologico pugliese – possibilmente evitando le confezioni di plastica.

Questo nuovo stile di vita sostenibile si può vedere in qualsiasi mercato biologico, ma soprattutto a Friburgo, nel quartiere Vauban, che prende il nome dal maresciallo francese che costruì le caserme francesi oggi trasformate in una specie di insediamento modello per cittadini ecologici. Alle elezioni regionali i Verdi hanno ottenutto a Vauban  il 72,2 per cento dei voti. Vauban è pieno di persone cortesi e affabili con cappelli colorati e giubbetti Jack Wolfskin, ma chi conosce il quartiere sa che forma può assumere il terrorismo virtuoso contemporaneo.

Non sarebbe forse meglio se le cose andassero ovunque come a Vauban? Ma questo non succederà mai, anche se i Verdi arrivassero alla maggioranza assoluta. La vita ecologica ha nei confronti dell’intera società la stessa funzione dei reportage giornalistici “vivere sei mesi a emissioni zero”, o delle azioni collettive come spegnere la luce per un’ora – per poi riaccenderla come prima.

Naturalmente si può anche essere buonisti: la democrazia è fatta di compromessi e i Verdi, sebbene contraddittori, offrono comunque un correttivo agli eccessi del capitalismo. Dopotutto la coesistenza delle contraddizioni è il segno dei tempi. Potrebbe essere – e in questo senso l’espansione del partito è comprensibile. Ma nessuno si azzardi a dire che è iniziata l’età dell’oro dell’onestà ambientalista. (traduzione di Nicola Vincenzoni)

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