Caso Alpi-Hrovatin, vent’anni di misteri e depistaggi

«1400 miliardi di lire: dov’è finita questa impressionante quantità di denaro?», aveva scritto Ilaria Alpi su uno dei suoi taccuini poco prima di venire uccisa. Dopo vent’anni questa domanda scomoda sull’uso degli aiuti della cooperazione italiana in Somalia rimane ancora senza una risposta, così come sono rimasti nell’ombra i nomi dei mandanti dell’omicidio della giornalista del «TG3» e del cameraman triestino Miran Hrovatin, avvenuto il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.

Ilaria e Miran erano arrivati in Somalia l’11 marzo al seguito della fallimentare operazione militare “Restor Hope”, condotta dagli Stati Uniti con l’aiuto di altre nazioni alleate nel tentativo di riportare l’ordine nell’ex colonia italiana. Un Paese divenuto incontrollabile, devastato dalla guerra civile e in preda all’anarchia più sanguinaria. In questo scenario da brividi Ilaria Alpi stava cercando di portare avanti un’inchiesta sui misteriosi traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici tra l’Italia e il Corno d’Africa. Una sporca faccenda in cui sospettava il coinvolgimento diretto del settore governativo della cooperazione e dei servizi segreti italiani. Per questo motivo aveva passato i primi giorni del suo soggiorno in Somalia cercando di programmare alcune interviste tra Mogadiscio, Bosaso e Garowe, nel nord Paese, con l’obiettivo di trovare delle conferme alla presunta attività “parallela” delle navi donate della cooperazione. Si trattava delle imbarcazioni della Shifco (Somali Hight Fisching Company), una società amministrata da un tale Mugne, un somalo con passaporto italiano, che all’inizio degli anni 90 si dedicava ufficialmente alla pesca d’altura e al commercio ittico attraverso una flotta di pescherecci donati dall’Italia ai pescatori somali. Navi che secondo molte supposizioni, sempre smentite dalla Shifco, sarebbero state in realtà solo un mezzo per trafficare armamenti e occultare in Somalia rifiuti tossici e radioattivi. Un intreccio affaristico complesso che fu al centro dell’ultima intervista di Ilaria Alpi con il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor (http://youtu.be/YMD1SXBeXnA). Un colloquio contenuto in alcune cassette, arrivate in Italia dopo la morte della giornalista, in cui si notano alcuni tagli…

Nel febbraio del 2006 nella sua deposizione davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare presieduta da Carlo Taormina, Bogor riferirà di essere stato a conoscenza delle voci circolate con insistenza sul territorio somalo riguardo all’esistenza di un traffico internazionale di rifiuti tossici, forse interrati lungo la strada Garowe-Bosaso. Veleni prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate con le fazioni in lotta per il potere in Somalia. Era precisamente questa la pista su cui stava lavorando Ilaria Alpi.

«Perché questo caso è particolare?». Dal porto alla strada per Garowe, ogni infrastruttura importante costruita nell’area di Bosaso è frutto della cooperazione italiana. Opere realizzate negli anni 80 grazie al rapporto di amicizia tra il leader somalo Said Barre e il governo di Roma a guida PSI. All’apparenza nulla di strano, eppure secondo alcune ipotesi giornalistiche, nel loro soggiorno nella capitale della Migiurtinia, la Alpi e Hrovatin avevano raccolto delle prove in grado di mettere in difficoltà governi ed istituti bancari italiani ed europei. «Perché questo caso è particolare?», scriveva Ilaria Alpi sul suo bloc-notes, pensando che Bosaso potesse essere davvero il crocevia degli affari nascosti tra la Somalia e l’Europa. Un luogo appartato per lo scambio di armi e rifiuti tossici e radioattivi tra il primo e il terzo mondo, una zona tanto sicura per i traffici illeciti quanto pericolosa per gli eventuali ficcanaso, come ha confermato un  appunto informativo della DIA di Genova datato 1997: “Si apprende che la provincia di Bosaso è la zona interessata allo scambio di armi e di scaricamento di rifiuti nucleari e industriali e che nel 1993 la zona era off-limits per i giornalisti, soprattutto italiani”.

«Ilaria mi aveva detto che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa – ha detto nel Faduma Mohammed Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio, ascoltata nel 1999 dai giudici della seconda Corte d’assise di Roma –. Lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste somale. Aveva appreso che erano stati scaricati rifiuti tossici; cose che noi sapevamo già. Ma eravamo impotenti, non potevamo farci niente. Io le ho detto che dal 1988 le cose avevano cominciato ad andare alla deriva; non avevamo guardiacoste, non avevamo niente. Avevo sentito che in quasi tutto il litorale somalo, a Merca, a Mogadiscio, a Obbia, nel Moduk, in Migiurtinia (l’area di Bosaso, ndr) erano sepolti dei fusti di cui non si conosceva il contenuto. Ho inoltre fatto notare a Ilaria che erano comparse in Somalia delle malattie nuove, e che si erano registrate morie di pesci».

Erano soprattutto i circa 260 chilometri della strada Garowe-Bosaso, costruita dagli italiani nel biennio 87-88, ad attirare maggiormente l’attenzione della reporter italiana. Secondo la signora Luciana Alpi (http://www.ilariaalpi.it/?p=3061), madre di Ilaria, proprio quella ostinata indagine potrebbe nascondere il reale movente dell’omicidio di sua figlia e del cameraman triestino: «È possibilissimo un legame tra l’assassinio e le indagini che Ilaria aveva condotto in Somalia sulla strada che da Garowe conduce al porto di Bosaso. Di fronte alla commissione d’inchiesta della scorsa legislatura, il sultano di Bosaso confermò che quando tenne la sua ultima intervista Ilaria era già al corrente dei traffici di rifiuti pericolosi tra l’Italia e la Somalia. Da anni si dice che durante i lavori di costruzione di quella strada fossero stati interrati fusti contenenti sostanze tossiche o radioattive. L’ipotesi fu rafforzata da una testimonianza resa in commissione da Vittorio Brofferio, un ingegnere impegnato nella realizzazione della strada per conto della società italiana Lofemon. Disse che gruppi locali e stranieri manifestarono interesse a interrare i fusti, ma che lui si rifiutò».

Va sottolineato che la testimonianza dell’ingegner Brofferio, resa nel 2005, è stata considerata attendibile dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’omicidio Alpi-Hrovatin «sia perché non ha trovato smentite in altri tecnici pure impegnati nei medesimi lavori; sia perché in quella zona, una successiva spedizione giornalistica […] ha consentito di acquisire informazioni da parte di lavoratori locali assunti dalle imprese italiane, secondo cui effettivamente, nel periodo sopra indicato, erano stati trasportati rifiuti scaricati nei porti somali».

Nella testimonianza dell’ingegnere rimane tuttavia un nodo che la Commissione non è riuscita a sciogliere. Si tratta di un episodio che Brofferio ha sostenuto aver avuto come protagonista Giancarlo Marocchino, un piemontese esperto di logistica che viveva in Somalia dagli anni 80. «Ricordo che in occasione di una sua visita – ha raccontato l’ingegner Brofferio – mi mostrò un telex, chiedendomi se fossi interessato a quanto il messaggio diceva: ricevere dei container da interrare in zone disabitate lungo la nostra strada, relativamente al troncone che partiva da Garowe fino a circa la metà, più o meno all’altezza di Gardo, alla sola condizione di non aprirli per controllarne il contenuto».

Sentito in merito, Marocchino ha negato categoricamente l’episodio appena descritto. Nemmeno il successivo confronto tra i due, ha concluso la Commissione d’inchiesta,  “ha consentito di ottenere alcuna evidenza in ordine alla veridicità o meno del racconto di Brofferio”.

Giancarlo Marocchino è anche colui che il 20 marzo 1994 accorse per primo sul luogo dell’agguato mortale ai giornalisti del «TG3». Una coincidenza che negli anni ha alimentato ipotesi  e sospetti, anche questi mai confermati, sul ruolo dell’uomo nell’intera vicenda.

L’esecuzione di Mogadiscio. È il 20 marzo 1994. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono appena ritornati a Mogadiscio. Sono molto soddisfatti. «Ho cose grosse, un ottimo servizio», dice la Alpi ai colleghi del «TG3».

Dopo una piccola paura all’Hotel Sahafi, la giornalista e cameraman, salgono a bordo di un fuoristrada Toyota insieme ad un autista e a una guardia del corpo armata. Vanno nella zona nord della capitale, all’Hotel Amana, dove forse sperano di incontrare un collega dell’Ansa. Un incontro che non avverrà mai perché la persona che cercano ha già lasciato la Somalia. Pochi minuti più tardi si trovano di nuovo in macchina per le strade di una Mogadiscio da incubo. Ancora non lo sanno ma la loro vita è vicina alla fine.

Tutto accade nei pressi dell’ambasciata italiana, è lì che scatta l’agguato. La Toyota degli italiani viene affiancata da una Land Rover blu. A bordo sono in sette, tutti armati: è una condanna a morte. L’autista intuendo ciò che sta per accadere pesta il piede sul freno e ingrana la retromarcia, ma il disperato tentativo di fuga termina appena ottanta metri contro un muro. Non c’è più via di scampo. In un attimo l’autista della Toyota e l’uomo di scorta si dileguano per salvarsi la vita, mentre i due italiani rimangono a bordo, fermi sui sedili. Sono loro l’unico bersaglio degli uomini del commando: Ilaria Alpi viene uccisa con un proiettile alla nuca sparato da distanza ravvicinata, Miran Hrovatin con uno alla tempia destra.

Sul luogo dell’agguato, come mostrano le immagini girate dall’operatore della tv americana «ABC», è presente Giancarlo Marocchino, che in quella circostanza dichiara: «Non è stata una rapina. Si vede che sono andati in certi posti che non dovevano andare».

La dinamica dell’azione criminale non pare lasciare dubbi, almeno nelle ore immediatamente successive all’agguato. La stampa parla apertamente di omicidio premeditato ma per chi si augurava di far emergere in fretta alla verità è solo l’inizio di un calvario lungo vent’anni. Tutt’oggi, infatti, la giustizia non è ancora riuscita nell’impresa di decifrare in modo netto i contorni della vicenda. Una confusione alla quale per altro hanno contribuito fin da subito alcuni fatti incresciosi, come la scoperta dalla sparizione dei alcune cassette girate da Hrovatin e di alcuni taccuini di appunti scritti della Alpi.

La Somalia dei morti e misteri. Il caso Alpi-Hrovatin sembra intrecciarsi con quelli di almeno altri due strani delitti. Il primo è quello dell’agente del SISMI Vincenzo Li Causi, attivo in precedenza presso il Centro Scorpione (la struttura di Gladio operante a Trapani) e poi informatore della stessa Ilaria Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano. Li Causi venne ucciso in Somalia nel novembre del 1993, pochi mesi prima dell’agguato in cui perse la vita la giornalista.

L’ex colonia italiana potrebbe essere anche l’anello di congiunzione con l’assassinio di Mauro Rostagno, ex leader di Lotta Continua, giornalista e fondatore, insieme a Francesco Cardella, della comunità Saman per il recupero dei tossicodipendenti. Secondo quanto dichiarato ai magistrati da Carla Rostagno, sorella di Mauro, il giornalista avrebbe filmato l’arrivo, in un aeroporto abbandonato nei pressi di Trapani, di alcuni aerei militari italiani che scaricavano aiuti umanitari e caricavano armi. Una copia del filmato sarebbe stata consegnata da Rostagno al suo socio, Francesco Cardella. Si tratta anche in questo caso di ipotesi che attendono ancora una conferma, eppure a marzo 2012 il complesso delle vicende è divenuto se possibile ancor più torbido. Un’inchiesta dei giornalisti Andrea Palladino e Luciano Scalettari pubblicata su Il Fatto Quotidiano ) ha infatti reso noti alcuni documenti inviati in Somalia dal  SIOS di La Spezia (il comando del servizio segreto della Marina Militare) il 14 marzo del 1994, proprio il giorno in cui Alpi e Hrovatin arrivarono a Bosaso.  “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda)” – scriveva il Sios – “ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”. Cosa significava quell’enigmatico messaggio? Per i due giornalisti del Fatto, “Jupiter” sarebbe lo pseudonimo del braccio destro di Francesco Cardella. «L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi» – scrivono Palladino e Scalettari – «traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi».

Ma serie dei fatti inquietanti non finisce qui. Dopo aver girato le immagini dei corpi senza vita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sono morti anche l’operatore dell’«ABC» e il suo collega della tv della Svizzera italiana («RTSI»). Il primo è stato trovato cadavere in una stanza d’albergo di Kabul, mentre il secondo è rimasto vittima di un incidente stradale a Lugano.

Anche  Ali Mohamed Abdi Said, l’autista della Toyota su cui viaggiavano i due giornalisti italiani, è morto nel 2001 in un’incidente stradale. Era appena tornato in Somalia dall’Italia con la promessa di nuove rivelazioni.

Vent’anni di indagini, nessuna verità. Nel gennaio del 1998 venne arrestato il somalo Hashi Omar Hassan,  riconosciuto dall’autista della Toyota come uno degli assassini di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Assolto nel 1999, Hassan fu nuovamente condannato all’ergastolo nel 2000 per duplice omicidio dalla Corte d’Assise e d’Appello di Roma. Tuttora è l’unico a pagare per la responsabilità dell’assassinio, anche se sono in molti a  credere che Hassan sia stato solo un capro espiatorio. La signora Luciana Alpi ad esempio, che più di tutti ha a cuore la ricerca della verità sulla morte di sua figlia. «Hashi è innocente – ha detto in una recente intervista rilasciata al quotidiano «La Stampa» (http://www.lastampa.it/2014/03/16/italia/cronache/la-madre-di-ilaria-alpi-la-procura-non-ha-fatto-nulla-solo-depistaggi-o58Tj6kG37pHCc7HhcsM1O/pagina.html) – è tornato in Italia dopo l’assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c’entra niente in questa storia. E adesso, la situazione è da Grand Guignol…».

L’impressione è quella di essere ancora fermi al punto zero. Nel 2007, dopo due anni, anche i lavori della Commissione d’Inchiesta sul caso Alpi-Hrovatin, quelli che avrebbero dovuto chiarire quanto accaduto a Mogadiscio, sono terminati senza una versione dei fatti condivisa. All’interno della Commissione i deputati di maggioranza hanno approvato le conclusioni proposte dal Presidente Carlo Taormina in cui si afferma in particolare che la morte dei due giornalisti sarebbe stata causata da una rapina finita male («I due giornalisti nulla mai hanno saputo e in Somalia passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente», ha detto Taormina a l’Unità il 7 febbraio 2007). L’opposizione ha invece presentato un contro-documento, lamentando anomalie «nel modo di procedere della Commissione d’inchiesta, che potrebbero averne falsato le risultanze».

L’avvilente balletto istituzionale ha prodotto questi risultati: vent’anni di indagini, cinque magistrati e un solo colpevole che per altro, secondo la mamma di Ilaria,  è «sicuramente innocente».

20 marzo 1994 – 20 marzo 2014. Nel giorno del ventesimo anniversario dell’agguato di Mogadiscio, le speranze di ottenere finalmente giustizia sono riposte alla procedura di desecretazione degli atti acquisiti dalle Commissioni d’inchiesta sui rifiuti e sul caso Alpi-Hrovatin, avviata dalla Presidenza della Camera a dicembre 2013. Si tratta di oltre 600 dossier prodotti dai servizi segreti civili e militari (ex SISMI e SISDE), che potrebbero finalmente far sì che il caso esca dalla desolante terra dei misteri irrisolti della Repubblica. Fatti “inspiegabili” per cui le prove raccolte non bastano mai, dove gli infiniti condizionali sono diventati una malattia cronica e in cui la verità giudiziaria corre sempre su binari opposti rispetto al sentire comune. Fatti, insomma, come la morte di due investigatori della notizia che per qualcuno erano semplicemente in vacanza, mentre per qualcun altro «erano in Somalia per completare un’indagine sulla movimentazione clandestina dei rifiuti radioattivi ad opera di faccendieri “tutelati” dai servizi segreti, dagli Stati di mezzo mondo, non escluso il governo italiano, dalla ‘ndrangheta calabrese» (cit. Francesco Gangemi, Il Dibattito).

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Labirinto Rostagno

Dalle televisioni a tubo catodico posizionate nell’aula del tribunale si vede un uomo camminare nervosamente. Una guardia carceraria è seduta dietro la scrivania. Si rivolge alla Corte per annunciare la presenza in sala di Vincenzo Virga. L’uomo, classe 1936, che fino a pochi istanti prima passeggiava nervosamente, si avvicina al microfono confermando le proprie generalità. Virga è in collegamento dal carcere di Parma, dove è detenuto dal 2001 – anno dell’arresto dopo un lungo periodo di latitanza – al 41 bis, per reati di mafia. Nell’aula Falcone del Palazzo di giustizia di Trapani, Maddalena Rostagno ha il volto teso e gli occhi sgranati. Non si siede quasi mai. Ha lo schermo proprio sopra la sua testa, a meno di due metri. Eppure non lo fissa. L’anziano in collegamento da Parma è accusato di essere il mandante dell’omicidio di Mauro Rostagno, suo padre.

Sono passati più di ventidue anni dall’agguato che le portò via il papà, a soli 15 anni. Il 2 febbraio 2011 è iniziato un processo che cercherà di stabilire la verità su quanto accaduto il 26 settembre del 1988 in una strada buia di Valderice, a Trapani. Maddalena ascolta ogni parola del dibattimento e concede all’uomo in collegamento da Parma un solo sentimento: l’indifferenza. Una scelta di civiltà. I pubblici ministeri Antonio Ingroia e Gaetano Paci riaprono, dopo anni di fragorose cantonate investigative, l’inchiesta sul delitto. Il loro impianto accusatorio si basa sulla tesi che il giornalismo di inchiesta esercitato da Rostagno attraverso l’emittente locale Rtc non poteva essere tollerato dalla mafia, che si è liberata di lui tramite il più tipico rituale di Cosa nostra: il ricorso al piombo. E a scardinare le logiche del sistema di dominio malavitoso a Trapani si aggiunge finalmente anche la reazione della società civile. Il cambiamento rincorso per tutta la vita da Mauro si manifesta a 22 anni dalla sua scomparsa. Lo testimoniano le firme raccolte dall’associazione “Ciao Mauro” per riaprire il processo; la memoria ora condivisa tra la gente comune dell’uomo battagliero, schietto, intransigente con i potenti; e anche il corteo silenzioso che il 2 febbraio 2011 è partito dalla prefettura per giungere al Palazzo di giustizia.

Un gesto di vicinanza verso i parenti, una dimostrazione di riconoscenza per quanto fatto dall’uomo venuto dal nord che scelse la città siciliana come casa. Ad aprire il corteo un manifesto con la foto di Mauro e una sua frase scritta a caratteri cubitali: «Io sono più trapanese di voi perché ho scelto di esserlo». Ventidue tra enti e associazioni hanno deciso di presentarsi alla prima udienza del processo per costituirsi parte civile. Dalla Regione Sicilia a Libera, dalla città di Trapani all’associazione “Ciao Mauro”. Tutti accomunati da un solo obiettivo: contribuire al raggiungimento della verità. Delle ventidue richieste di costituzione di parte civile, quindici sono state accettate dalla Corte. Con l’assassinio di Mauro Rostagno la perdita è da ritenersi collettiva. Molte inchieste, un colpevole annunciato. Per anni si è sentito parlare del “mistero dell’omicidio di Mauro Rostagno”. E se ad oggi l’enigma non è stato ancora risolto, si può però dire che un passo importante verso la sua conclusione è stato fatto. Vito Mazzara e Vincenzo Virga sono accusati di essere i responsabili dell’omicidio.

A prescindere dalla sorte processuale dei singoli imputati, tutti gli indizi convergono su Cosa nostra. Lo ha ripetuto, dopo oltre vent’anni dalla conclusione delle indagini, Rino Germanà, all’epoca al comando della Squadra mobile di Trapani, chiamato a testimoniare il 16 febbraio. Non ha dubbi, nemmeno dopo tanto tempo. Tutti gli elementi raccolti nei mesi successivi all’agguato facevano pensare alla matrice mafiosa. L’assassinio, un’esecuzione in piena regola, è stato portato a termine con due armi da fuoco: un fucile e una pistola. Una firma chiara: quella di Cosa nostra. Con tutta probabilità, l’eliminazione del giornalista non può essere stata eseguita da un solo uomo. Vito Mazzara – oggi imputato come esecutore materiale del delitto – la sera del 26 settembre del 1988 non poteva essere solo. È nell’attività giornalistica di Mauro Rostagno che si deve ricercare il movente e Rino Germanà, in udienza, lo ha ripetuto. I servizi realizzati dall’emittente locale Rtc andavano a toccare temi scottanti: casi di malapolitica come gli intrecci poco cristallini della famiglia Manuguerra, mafia e traffici di droga a Trapani, i rapporti tra le famiglie trapanesi e quelle catanesi, i servizi sul processo per l’omicidio di Vito Lipari, sindaco di Castelvetrano. E inchieste su logge massoniche e poteri occulti. Poi l’auto utilizzata quella sera: una Fiat Uno blu rubata ben sei mesi prima a Palermo, tenuta nascosta fino al giorno del delitto. Chiaro segnale della premeditazione dell’atto criminale.

Tutti questi elementi hanno portato Germanà a scrivere, in una nota inviata nel dicembre del 1988, che la pista da seguire portava direttamente ai vertici di Cosa nostra. Rapporto che per anni è stato coperto dalla polvere in qualche ufficio giudiziario. È merito della Dda di Palermo se oggi si sta celebrando questo procedimento e se le carte delle prime indagini non sono andate al macero. Un delitto deciso dai vertici. A pronunciare la sentenza di condanna a morte sarebbe stato Francesco Messina Denaro, padre del super latitante Matteo, nell’estate del 1988: «È giunto il momento di far fuori quello con la barba». A riferirlo ai pm, nel 1997, è il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, uomo di punta della cosca trapanese, secondo cui l’omicidio ebbe la benedizione di Totò Riina, poiché nulla in quel periodo, spiega il pentito, poteva accadere senza l’approvazione del capo supremo della mafia siciliana. A Vincenzo Virga, capo del mandamento trapanese, il compito di mettere in pratica le direttive. E per farlo, secondo Sinacori e la Dda di Palermo, fu scelto uno dei migliori tiratori di Cosa nostra: Vito Mazzara, attualmente imputato poiché ritenuto l’esecutore materiale del delitto. Mazzara era noto per l’infallibilità nel tiro con il fucile.

I bossoli calibro 12 ritrovati in Contrada Lenzi, nel primo sopralluogo dopo il delitto, provengono dalla stessa arma utilizzata da Mazzara per altri quattro omicidi: Giuseppe Montalto, agente di polizia penitenziaria (1995), Giuseppe Piazza e Rosario Sciacca, (1990), e Gaetano Pizzardi (1995). È stata proprio la prova balistica effettuata dalla scientifica, arrivata dodici anni dopo il delitto, a riaprire il caso. A questo tassello se ne aggiunge un altro. La sera del 26 settembre del 1988 la strada che porta alla comunità Saman era completamente al buio. Non un lampione funzionante lungo tutto il tratto stradale. Un black out, dicono. Il tecnico responsabile della zona sarebbe stato trovato cadavere pochi mesi dopo la morte di Rostagno: era l’autista del boss trapanese Vincenzo Virga. E se non fosse solo mafia? Le ragioni che hanno portato un sicario a freddare con sei pallottole il giornalista di Rtc potrebbero non essere esclusivamente riconducibili a Cosa nostra. Sono gli stessi pm antimafia Ingroia e Paci a dichiararlo. Se di verità giudiziaria non si può ancora parlare lo si deve alle interferenze di poteri occulti: istituzionali, para-istituzionali, servizi segreti deviati. «I depistaggi sul delitto Rostagno sono stati sintomo di altri interessi. Fu un delitto non solo di mafia, possono esserci stati altri interessi convergenti» ha dichiarato il pm Antonio Ingroia. Ciò che rende questa storia l’ennesimo mistero italiano è il legame con Ilaria Alpi, giornalista del Tg3 uccisa a Mogadiscio nel 1994 insieme al cameraman Milan Hrovatin. Ilaria e Mauro, uccisi in anni e in luoghi diversi, stavano indagando su vicende simili: storie di armi e rifiuti.

Il mistero si infittisce ancor più quando si parla di una cassetta fatta sparire dalla redazione di Rtc. Forse un servizio che Mauro Rostagno avrebbe voluto trasmettere, nonostante qualcuno glielo avesse sconsigliato. Il giornalista avrebbe infatti ripreso uno strano traffico di armi presso l’aereoporto di Kinisia, vicino a Trapani. Agli aiuti umanitari per la popolazione – probabilmente l’aereo era diretto in Somalia – uomini in divisa provvedevano a sostituire il carico con casse di armi e munizioni. Di quella cassetta non si ha più traccia. E poi alcuni personaggi che si incrociano in entrambi i misteri. Una figura su tutte è quella di Vincenzo Licausi, uomo dei servizi segreti appartenente alla loggia massonica “Iside 2” radicata a Trapani. Morto nel ’93 in uno strano incidente militare in Somalia, Licausi era a conoscenza dei traffici di armi e rifiuti radioattivi con l’Italia. E probabilmente ha incrociato le vite di Mauro Rostagno ed Ilaria Alpi. Altri sono i punti di contatto tra le due vicende. Come i depistaggi, le prove fatte misteriosamente sparire, gli interventi dei servizi segreti, l’interesse di una certa politica a ostacolare l’attività d’inchiesta dei due giornalisti. Tasselli che compongono il mosaico di due misteri all’italiana, dal tragico epilogo. Un plotone di testimoni. Il numero dei testimoni chiamati a deporre in aula toccherà quota trecento. Un’ampia schiera di testimoni è stata chiamata dalla pubblica accusa, dalle parti civili e dalle difese degli imputati per far piena luce sul delitto. Varcheranno l’aula Falcone del tribunale di Trapani i collaboratori di giustizia Sinacori e Siino, gli agenti che negli anni hanno condotto le indagini, gli ospiti della struttura Saman, oltre a tutti gli indagati dell’inchiesta avviata nel 1996 dal procuratore Gianfranco Garofalo. Compaiono nella lista testimoni della difesa anche nomi di spessore della politica italiana, come gli esponenti del Psi Claudio Martelli e Bobo Craxi. Se la pubblica accusa cercherà di dare corpo alla pista mafiosa e all’intreccio di poteri che hanno voluto far tacere Mauro Rostagno, la difesa di Vincenzo Virga e Vito Mazzara punterà a dimostrare l’estraneità degli assistiti virando sul delitto interno a Saman. Nella schiera dei trecento si leggono i nomi di Francesco Cardella, amico e fondatore con Mauro Rostagno della comunità Saman, e di Giuseppe Cammisa, suo braccio destro. Difficilmente, però, li si vedrà in aula. Cammisa, accusato di essere l’esecutore materiale del delitto del giornalista – poi prosciolto – ha un passato turbolento e oggi vive in Ungheria. Imparentato con boss di primo piano, è entrato in comunità per disintossicarsi ed è diventato l’uomo di fiducia di Cardella.

All’ex ospite di Saman, Cardella affida il compito di seguire un affare in una Somalia dilaniata dalla guerra civile. È il 1994 e si trova a Bosaso. Dalla commissione d’inchiesta sul caso Alpi pare che Giuseppe Cammisa sia stato uno delle ultime persone a vedere in vita la giornalista. Lui non ha mai confermato l’incontro. La volontà della pubblica accusa è quella di giungere in tempi rapidi alla sentenza di primo grado. Un calendario fitto di udienze – una alla settimana – potrebbe portare la corte ad esprimersi in tempi brevi. Un atto dovuto nei confronti di Mauro Rostagno e della sua famiglia, che da ventidue anni attendono giustizia.

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