Caso Alpi-Hrovatin, vent’anni di misteri e depistaggi

«1400 miliardi di lire: dov’è finita questa impressionante quantità di denaro?», aveva scritto Ilaria Alpi su uno dei suoi taccuini poco prima di venire uccisa. Dopo vent’anni questa domanda scomoda sull’uso degli aiuti della cooperazione italiana in Somalia rimane ancora senza una risposta, così come sono rimasti nell’ombra i nomi dei mandanti dell’omicidio della giornalista del «TG3» e del cameraman triestino Miran Hrovatin, avvenuto il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.

Ilaria e Miran erano arrivati in Somalia l’11 marzo al seguito della fallimentare operazione militare “Restor Hope”, condotta dagli Stati Uniti con l’aiuto di altre nazioni alleate nel tentativo di riportare l’ordine nell’ex colonia italiana. Un Paese divenuto incontrollabile, devastato dalla guerra civile e in preda all’anarchia più sanguinaria. In questo scenario da brividi Ilaria Alpi stava cercando di portare avanti un’inchiesta sui misteriosi traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici tra l’Italia e il Corno d’Africa. Una sporca faccenda in cui sospettava il coinvolgimento diretto del settore governativo della cooperazione e dei servizi segreti italiani. Per questo motivo aveva passato i primi giorni del suo soggiorno in Somalia cercando di programmare alcune interviste tra Mogadiscio, Bosaso e Garowe, nel nord Paese, con l’obiettivo di trovare delle conferme alla presunta attività “parallela” delle navi donate della cooperazione. Si trattava delle imbarcazioni della Shifco (Somali Hight Fisching Company), una società amministrata da un tale Mugne, un somalo con passaporto italiano, che all’inizio degli anni 90 si dedicava ufficialmente alla pesca d’altura e al commercio ittico attraverso una flotta di pescherecci donati dall’Italia ai pescatori somali. Navi che secondo molte supposizioni, sempre smentite dalla Shifco, sarebbero state in realtà solo un mezzo per trafficare armamenti e occultare in Somalia rifiuti tossici e radioattivi. Un intreccio affaristico complesso che fu al centro dell’ultima intervista di Ilaria Alpi con il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor (http://youtu.be/YMD1SXBeXnA). Un colloquio contenuto in alcune cassette, arrivate in Italia dopo la morte della giornalista, in cui si notano alcuni tagli…

Nel febbraio del 2006 nella sua deposizione davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare presieduta da Carlo Taormina, Bogor riferirà di essere stato a conoscenza delle voci circolate con insistenza sul territorio somalo riguardo all’esistenza di un traffico internazionale di rifiuti tossici, forse interrati lungo la strada Garowe-Bosaso. Veleni prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate con le fazioni in lotta per il potere in Somalia. Era precisamente questa la pista su cui stava lavorando Ilaria Alpi.

«Perché questo caso è particolare?». Dal porto alla strada per Garowe, ogni infrastruttura importante costruita nell’area di Bosaso è frutto della cooperazione italiana. Opere realizzate negli anni 80 grazie al rapporto di amicizia tra il leader somalo Said Barre e il governo di Roma a guida PSI. All’apparenza nulla di strano, eppure secondo alcune ipotesi giornalistiche, nel loro soggiorno nella capitale della Migiurtinia, la Alpi e Hrovatin avevano raccolto delle prove in grado di mettere in difficoltà governi ed istituti bancari italiani ed europei. «Perché questo caso è particolare?», scriveva Ilaria Alpi sul suo bloc-notes, pensando che Bosaso potesse essere davvero il crocevia degli affari nascosti tra la Somalia e l’Europa. Un luogo appartato per lo scambio di armi e rifiuti tossici e radioattivi tra il primo e il terzo mondo, una zona tanto sicura per i traffici illeciti quanto pericolosa per gli eventuali ficcanaso, come ha confermato un  appunto informativo della DIA di Genova datato 1997: “Si apprende che la provincia di Bosaso è la zona interessata allo scambio di armi e di scaricamento di rifiuti nucleari e industriali e che nel 1993 la zona era off-limits per i giornalisti, soprattutto italiani”.

«Ilaria mi aveva detto che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa – ha detto nel Faduma Mohammed Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio, ascoltata nel 1999 dai giudici della seconda Corte d’assise di Roma –. Lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste somale. Aveva appreso che erano stati scaricati rifiuti tossici; cose che noi sapevamo già. Ma eravamo impotenti, non potevamo farci niente. Io le ho detto che dal 1988 le cose avevano cominciato ad andare alla deriva; non avevamo guardiacoste, non avevamo niente. Avevo sentito che in quasi tutto il litorale somalo, a Merca, a Mogadiscio, a Obbia, nel Moduk, in Migiurtinia (l’area di Bosaso, ndr) erano sepolti dei fusti di cui non si conosceva il contenuto. Ho inoltre fatto notare a Ilaria che erano comparse in Somalia delle malattie nuove, e che si erano registrate morie di pesci».

Erano soprattutto i circa 260 chilometri della strada Garowe-Bosaso, costruita dagli italiani nel biennio 87-88, ad attirare maggiormente l’attenzione della reporter italiana. Secondo la signora Luciana Alpi (http://www.ilariaalpi.it/?p=3061), madre di Ilaria, proprio quella ostinata indagine potrebbe nascondere il reale movente dell’omicidio di sua figlia e del cameraman triestino: «È possibilissimo un legame tra l’assassinio e le indagini che Ilaria aveva condotto in Somalia sulla strada che da Garowe conduce al porto di Bosaso. Di fronte alla commissione d’inchiesta della scorsa legislatura, il sultano di Bosaso confermò che quando tenne la sua ultima intervista Ilaria era già al corrente dei traffici di rifiuti pericolosi tra l’Italia e la Somalia. Da anni si dice che durante i lavori di costruzione di quella strada fossero stati interrati fusti contenenti sostanze tossiche o radioattive. L’ipotesi fu rafforzata da una testimonianza resa in commissione da Vittorio Brofferio, un ingegnere impegnato nella realizzazione della strada per conto della società italiana Lofemon. Disse che gruppi locali e stranieri manifestarono interesse a interrare i fusti, ma che lui si rifiutò».

Va sottolineato che la testimonianza dell’ingegner Brofferio, resa nel 2005, è stata considerata attendibile dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’omicidio Alpi-Hrovatin «sia perché non ha trovato smentite in altri tecnici pure impegnati nei medesimi lavori; sia perché in quella zona, una successiva spedizione giornalistica […] ha consentito di acquisire informazioni da parte di lavoratori locali assunti dalle imprese italiane, secondo cui effettivamente, nel periodo sopra indicato, erano stati trasportati rifiuti scaricati nei porti somali».

Nella testimonianza dell’ingegnere rimane tuttavia un nodo che la Commissione non è riuscita a sciogliere. Si tratta di un episodio che Brofferio ha sostenuto aver avuto come protagonista Giancarlo Marocchino, un piemontese esperto di logistica che viveva in Somalia dagli anni 80. «Ricordo che in occasione di una sua visita – ha raccontato l’ingegner Brofferio – mi mostrò un telex, chiedendomi se fossi interessato a quanto il messaggio diceva: ricevere dei container da interrare in zone disabitate lungo la nostra strada, relativamente al troncone che partiva da Garowe fino a circa la metà, più o meno all’altezza di Gardo, alla sola condizione di non aprirli per controllarne il contenuto».

Sentito in merito, Marocchino ha negato categoricamente l’episodio appena descritto. Nemmeno il successivo confronto tra i due, ha concluso la Commissione d’inchiesta,  “ha consentito di ottenere alcuna evidenza in ordine alla veridicità o meno del racconto di Brofferio”.

Giancarlo Marocchino è anche colui che il 20 marzo 1994 accorse per primo sul luogo dell’agguato mortale ai giornalisti del «TG3». Una coincidenza che negli anni ha alimentato ipotesi  e sospetti, anche questi mai confermati, sul ruolo dell’uomo nell’intera vicenda.

L’esecuzione di Mogadiscio. È il 20 marzo 1994. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono appena ritornati a Mogadiscio. Sono molto soddisfatti. «Ho cose grosse, un ottimo servizio», dice la Alpi ai colleghi del «TG3».

Dopo una piccola paura all’Hotel Sahafi, la giornalista e cameraman, salgono a bordo di un fuoristrada Toyota insieme ad un autista e a una guardia del corpo armata. Vanno nella zona nord della capitale, all’Hotel Amana, dove forse sperano di incontrare un collega dell’Ansa. Un incontro che non avverrà mai perché la persona che cercano ha già lasciato la Somalia. Pochi minuti più tardi si trovano di nuovo in macchina per le strade di una Mogadiscio da incubo. Ancora non lo sanno ma la loro vita è vicina alla fine.

Tutto accade nei pressi dell’ambasciata italiana, è lì che scatta l’agguato. La Toyota degli italiani viene affiancata da una Land Rover blu. A bordo sono in sette, tutti armati: è una condanna a morte. L’autista intuendo ciò che sta per accadere pesta il piede sul freno e ingrana la retromarcia, ma il disperato tentativo di fuga termina appena ottanta metri contro un muro. Non c’è più via di scampo. In un attimo l’autista della Toyota e l’uomo di scorta si dileguano per salvarsi la vita, mentre i due italiani rimangono a bordo, fermi sui sedili. Sono loro l’unico bersaglio degli uomini del commando: Ilaria Alpi viene uccisa con un proiettile alla nuca sparato da distanza ravvicinata, Miran Hrovatin con uno alla tempia destra.

Sul luogo dell’agguato, come mostrano le immagini girate dall’operatore della tv americana «ABC», è presente Giancarlo Marocchino, che in quella circostanza dichiara: «Non è stata una rapina. Si vede che sono andati in certi posti che non dovevano andare».

La dinamica dell’azione criminale non pare lasciare dubbi, almeno nelle ore immediatamente successive all’agguato. La stampa parla apertamente di omicidio premeditato ma per chi si augurava di far emergere in fretta alla verità è solo l’inizio di un calvario lungo vent’anni. Tutt’oggi, infatti, la giustizia non è ancora riuscita nell’impresa di decifrare in modo netto i contorni della vicenda. Una confusione alla quale per altro hanno contribuito fin da subito alcuni fatti incresciosi, come la scoperta dalla sparizione dei alcune cassette girate da Hrovatin e di alcuni taccuini di appunti scritti della Alpi.

La Somalia dei morti e misteri. Il caso Alpi-Hrovatin sembra intrecciarsi con quelli di almeno altri due strani delitti. Il primo è quello dell’agente del SISMI Vincenzo Li Causi, attivo in precedenza presso il Centro Scorpione (la struttura di Gladio operante a Trapani) e poi informatore della stessa Ilaria Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano. Li Causi venne ucciso in Somalia nel novembre del 1993, pochi mesi prima dell’agguato in cui perse la vita la giornalista.

L’ex colonia italiana potrebbe essere anche l’anello di congiunzione con l’assassinio di Mauro Rostagno, ex leader di Lotta Continua, giornalista e fondatore, insieme a Francesco Cardella, della comunità Saman per il recupero dei tossicodipendenti. Secondo quanto dichiarato ai magistrati da Carla Rostagno, sorella di Mauro, il giornalista avrebbe filmato l’arrivo, in un aeroporto abbandonato nei pressi di Trapani, di alcuni aerei militari italiani che scaricavano aiuti umanitari e caricavano armi. Una copia del filmato sarebbe stata consegnata da Rostagno al suo socio, Francesco Cardella. Si tratta anche in questo caso di ipotesi che attendono ancora una conferma, eppure a marzo 2012 il complesso delle vicende è divenuto se possibile ancor più torbido. Un’inchiesta dei giornalisti Andrea Palladino e Luciano Scalettari pubblicata su Il Fatto Quotidiano ) ha infatti reso noti alcuni documenti inviati in Somalia dal  SIOS di La Spezia (il comando del servizio segreto della Marina Militare) il 14 marzo del 1994, proprio il giorno in cui Alpi e Hrovatin arrivarono a Bosaso.  “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda)” – scriveva il Sios – “ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”. Cosa significava quell’enigmatico messaggio? Per i due giornalisti del Fatto, “Jupiter” sarebbe lo pseudonimo del braccio destro di Francesco Cardella. «L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi» – scrivono Palladino e Scalettari – «traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi».

Ma serie dei fatti inquietanti non finisce qui. Dopo aver girato le immagini dei corpi senza vita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sono morti anche l’operatore dell’«ABC» e il suo collega della tv della Svizzera italiana («RTSI»). Il primo è stato trovato cadavere in una stanza d’albergo di Kabul, mentre il secondo è rimasto vittima di un incidente stradale a Lugano.

Anche  Ali Mohamed Abdi Said, l’autista della Toyota su cui viaggiavano i due giornalisti italiani, è morto nel 2001 in un’incidente stradale. Era appena tornato in Somalia dall’Italia con la promessa di nuove rivelazioni.

Vent’anni di indagini, nessuna verità. Nel gennaio del 1998 venne arrestato il somalo Hashi Omar Hassan,  riconosciuto dall’autista della Toyota come uno degli assassini di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Assolto nel 1999, Hassan fu nuovamente condannato all’ergastolo nel 2000 per duplice omicidio dalla Corte d’Assise e d’Appello di Roma. Tuttora è l’unico a pagare per la responsabilità dell’assassinio, anche se sono in molti a  credere che Hassan sia stato solo un capro espiatorio. La signora Luciana Alpi ad esempio, che più di tutti ha a cuore la ricerca della verità sulla morte di sua figlia. «Hashi è innocente – ha detto in una recente intervista rilasciata al quotidiano «La Stampa» (http://www.lastampa.it/2014/03/16/italia/cronache/la-madre-di-ilaria-alpi-la-procura-non-ha-fatto-nulla-solo-depistaggi-o58Tj6kG37pHCc7HhcsM1O/pagina.html) – è tornato in Italia dopo l’assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c’entra niente in questa storia. E adesso, la situazione è da Grand Guignol…».

L’impressione è quella di essere ancora fermi al punto zero. Nel 2007, dopo due anni, anche i lavori della Commissione d’Inchiesta sul caso Alpi-Hrovatin, quelli che avrebbero dovuto chiarire quanto accaduto a Mogadiscio, sono terminati senza una versione dei fatti condivisa. All’interno della Commissione i deputati di maggioranza hanno approvato le conclusioni proposte dal Presidente Carlo Taormina in cui si afferma in particolare che la morte dei due giornalisti sarebbe stata causata da una rapina finita male («I due giornalisti nulla mai hanno saputo e in Somalia passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente», ha detto Taormina a l’Unità il 7 febbraio 2007). L’opposizione ha invece presentato un contro-documento, lamentando anomalie «nel modo di procedere della Commissione d’inchiesta, che potrebbero averne falsato le risultanze».

L’avvilente balletto istituzionale ha prodotto questi risultati: vent’anni di indagini, cinque magistrati e un solo colpevole che per altro, secondo la mamma di Ilaria,  è «sicuramente innocente».

20 marzo 1994 – 20 marzo 2014. Nel giorno del ventesimo anniversario dell’agguato di Mogadiscio, le speranze di ottenere finalmente giustizia sono riposte alla procedura di desecretazione degli atti acquisiti dalle Commissioni d’inchiesta sui rifiuti e sul caso Alpi-Hrovatin, avviata dalla Presidenza della Camera a dicembre 2013. Si tratta di oltre 600 dossier prodotti dai servizi segreti civili e militari (ex SISMI e SISDE), che potrebbero finalmente far sì che il caso esca dalla desolante terra dei misteri irrisolti della Repubblica. Fatti “inspiegabili” per cui le prove raccolte non bastano mai, dove gli infiniti condizionali sono diventati una malattia cronica e in cui la verità giudiziaria corre sempre su binari opposti rispetto al sentire comune. Fatti, insomma, come la morte di due investigatori della notizia che per qualcuno erano semplicemente in vacanza, mentre per qualcun altro «erano in Somalia per completare un’indagine sulla movimentazione clandestina dei rifiuti radioattivi ad opera di faccendieri “tutelati” dai servizi segreti, dagli Stati di mezzo mondo, non escluso il governo italiano, dalla ‘ndrangheta calabrese» (cit. Francesco Gangemi, Il Dibattito).

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Cronisti d’assalto – Michael Braun

Ogni tanto succede di leggere cose a dir poco sconcertanti sui giornali italiani, in particolare sulle pagine di cronaca nera. Quando una persona si suicida o muore in circostanze poco chiare, arrivano dei reporter con il pelo sullo stomaco che ci riservano righe come queste (uscite nella cronaca romana di Repubblica) a proposito di una madre che ha gettato sua figlia dal balcone e poi si è uccisa: “Pochi inquilini accettano di rompere il muro di diffidenza e ostilità verso i cronisti. Una giornalista televisiva viene insolentita con espressioni irripetibili, un uomo coi capelli bianchi e i baffi cerca di scagliarsi contro un fotografo, ma qualcuno mantiene la calma”.

Il sottotesto di queste parole è: il cronista ha il diritto di rompere le scatole (“diritto di cronaca”), di fotografare e filmare persone sconvolte e disperate.

Troviamo lo stesso atteggiamento sul Corriere della Sera dopo la morte di una ragazza ad Anguillara: “Fuori dalla chiesa un ragazzo vestito di scuro cerca di sfuggire ai cameramen. Assomiglia al fidanzato di Federica. Alla fine perde la pazienza, urla insulti e fugge, prendendo a calci i cassonetti”. Poi il cronista ci racconta, a modo suo, “le proteste per l’onnipresenza delle telecamere”: “‘Sciacalli’, grida una ragazza robusta mentre si allontana”.

Questi giornalisti non sono minimamente sfiorati dal dubbio che sono loro a insolentire, a scagliarsi violentemente contro le persone, a non essere capaci di accettare un no detto con calma. Si offendono, forse sinceramente, quando il congiunto di un morto non se la sente di prestare la sua faccia a un bel servizio pruriginoso, di rispondere a domande che spesso mancano di tatto e rispetto. Chi non sta a questo gioco viene dipinto come una persona diffidente, ostile verso i mezzi d’informazione. E se, dopo aver negato più volte l’assenso a essere filmato, perde la pazienza, allora parte la reprimenda: “espressioni irripetibili”, “insulti”, perfino annotazioni estetiche sulla “ragazza robusta”.

“Robusto” è invece questo modo di intendere il lavoro giornalistico: si parte dalla pretesa che spetta al giornalista definire in perfetta solitudine le regole del gioco, mentre le persone di cui parla sono dei semplici oggetti che devono “mantenere la calma”, cioè parlare docilmente all’intruso. Ma questi reporter dai modi spicci sanno essere allo stesso tempo persone assai sensibili, quasi fragili: sono sdegnati e offesi quando qualcuno gli nega il sacrosanto diritto di invadere lo spazio altrui, quando qualcuno avanza la pretesa, assurda agli occhi dei cronisti, di decidere quando e con chi parlare.

Lo stesso riflesso condizionato è scattato in tutt’altro ambiente: verso il Movimento 5 stelle e il suo caparbio rifiuto di mandare i suoi esponenti in tv. Va ricordato che quel movimento nei suoi primi anni di vita ha subìto un ostracismo quasi totale da parte di giornali e tv. Il V-day del 2007 – evento davvero clamoroso, data la sorprendente partecipazione – fu relegato ai margini dell’informazione. Lo stesso si può dire della lenta, inesorabile crescita dell’M5S e dei suoi primi successi elettorali, per esempio alle elezioni regionali del 2010.

Ma se allora la curiosità giornalistica era vicina a zero, adesso è a mille. Non potrebbe essere altrimenti, di fronte a un movimento che potrebbe avere più di cento deputati nel prossimo parlamento. Ma di nuovo sorprende che Grillo e i suoi siano accusati di lesa maestà (giornalistica) perché pensano di poter decidere loro in quali circostanze e con chi parlare. Non è un dovere costituzionale sedersi negli studi di Ballarò e confrontarsi con i soliti ospiti, tendenzialmente sempre gli stessi, o partecipare a un dibattito stanco, spesso fin troppo prevedibile. Non è un atto eversivo evitare le poltrone di Lerner, di Santoro, di Gruber. È una decisione legittima che nulla ci dice sul tasso di democraticità di quel movimento, né in positivo né in negativo.

Tutt’altra questione è come il Movimento 5 stelle approdi a quelle decisioni. Un movimento che predica la trasparenza e la democrazia diretta non dovrebbe scandalizzarsi se qualcuno – militanti o giornalisti – fa delle domande scomode. Al momento sappiamo solo che Beppe Grillo “sconsiglia” di andare in tv aggiungendo: “Ma in futuro sarà vietato”. E la stizza di tanti giornalisti verso l’M5S trova sull’altro versante la stizza reciproca di tanti esponenti del movimento verso i giornalisti. Ma in futuro qualche domanda la dovranno accettare.

Sta qui la differenza con i fatti di cronaca nera di cui parlavo all’inizio, fatti in cui i giornalisti dovrebbero rispettare assolutamente la privacy delle persone colpite da una tragedia. Il caso del Movimento 5 stelle è un po’ diverso: è un fatto politico, e quindi pubblico per definizione.

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L’austerity taglia la libertà di stampa (The Observer, Londra)

L’Ue denuncia regolarmente gli abusi del governo ungherese, ma chiude un occhio sulle intimidazioni di Atene ai giornalisti. Forse perché sa di esserne in parte responsabile

Nick Cohen

Quando quei burloni scandinavi hanno assegnato il premio Nobel per la pace all’Unione europea hanno messo tutti al corrente della motivazione del loro scherzo, elogiandone l’impegno nei confronti della “riconciliazione, la democrazia, e i diritti umani”. Se la menzione 2012 del comitato fosse qualcosa  di diverso da una presa in giro, avreste letto già da tempo le denunce di preoccupati commissari europei per l’ascesa in Grecia dell’oppressivo potere statale e del neonazismo.

 

L’Ue denuncia energicamente le limitazioni alla libertà di espressione nell’Ungheria di Viktor Orbán. I politici europei nutrono a buon motivo timori sul destino delle istituzioni indipendenti che intralciano il cammino del regime. Prendono nota della componente fascista presente nei rapporti della nuova destra ungherese con i movimenti che predicano l’odio contro ebrei e rom,  e delle fantasie revansciste di un’Ungheria che riconquista le terre perdute dopo la prima guerra mondiale. Sul destino della democrazia in Grecia, invece, domina il silenzio, benché vi sia molto di cui i leader europei potrebbero parlare.

Si possono comprendere i punti di pressione di uno stato in procinto di fallire osservando ciò che esso censura. Nel caso specifico della Grecia, il processo intentato la settimana scorsa dalle autorità a Kostas Vaxevanis ha dimostrato che l’accusato aveva colpito un punto sensibile con l’accuratezza di un medico che infila un ago in un nervo. Mentre i greci vivono un’austerità senza fine e il pil si è contratto (del 4,5 per cento nel 2010, del 6,9 nel 2011, e quest’anno le previsioni parlano di un 6,5 per cento e di un ulteriore 4,5 per cento nel 2013), l’elenco di duemila nomi di cittadini greci titolari di conti bancari in Svizzera pubblicato da Vaxevanis lascia intuire che chi aveva i contatti giusti ha fatto il possibile per sottrarsi alle responsabilità che sono ricadute  sulle masse.

Il suo proscioglimento dall’accusa di aver violato la legge sulla privacy, per quanto accolto positivamente, è stato meno importante di quel che sembra: non ha voluto dire, infatti, che in Grecia la libertà di stampa è tutelata. Perfino ai bei tempi il giornalismo indipendente è stato raramente una forza nel paese. La maggior parte delle emittenti televisive e dei quotidiani greci è di proprietà statale o di corporation plutocratiche, e a nessuno di loro piace veder spiattellati i casi di corruzione.

Pochi impiegati degli organi di stampa greci rimasti rifiutano l’obbligo di  starsene zitti se intendono continuare a ricevere lo stipendio. Lo stato perseguita già troppi di coloro che lo fanno. “Quanto meno a livello teorico, godiamo ancora della libertà di espressione riconosciuta dalla legge”, dice Asteris Masouras, uno dei supervisori della libertà di parola presso Global Voices. “Ma a livello pratico, invece” – e inizia a riferirmi una serie di casi nei quali i giornalisti sono stati intimiditi.

Da dove iniziare? Che dire delle controproducenti politiche di austerity che la troika – formata da Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale – hanno imposto con la forza alla Grecia?  Le autorità hanno fatto ricorso a un vecchio mandato di arresto per rinchiudere Spiros Karatzaferis il 31 ottobre, dopo che il giornalista aveva minacciato di rivelare il contenuto di alcune email riservate che avrebbero potuto spiegare i motivi per i quali il presunto “pacchetto di misure per il  bailout” della troika ha spinto il paese nella depressione.

Altro punto di pressione, indubbiamente, è la brutalità della polizia. La sinistra greca fa continue accuse non circostanziate da prove in merito alla connivenza tra presunte forze dell’ordine e delinquenti del movimento neonazista Alba dorata. Il Guardian ha rivelato che la polizia aveva picchiato i dimostranti antifascisti che avevano affrontato gli esponenti di Alba dorata. Il giorno seguente, l’emittente televisiva statale greca ha rimpiazzato i presentatori del notiziario del mattino, Kostas Arvanitis e Marilena Katsimi, perché questi avevano riferito ai loro superiori di voler dar seguito alle dichiarazioni del Guardian.

Un altro reporter di una tv statale, Christos Dantis, è entrato nel club dei giornalisti rimossi: la direzione lo aveva incaricato di occuparsi dei festeggiamenti per il centenario della liberazione di Salonicco dal dominio ottomano. Ma quando stava per parlare delle proteste popolari contro la presenza del primo ministro e del presidente greco nella seconda città più importante del paese, i suoi superiori hanno spento le cineprese e lo hanno sostituito con un collega più  bendisposto.

Scandalosa Downton Abbey

Una cosa è certa: le vecchie alleanze tra movimenti politici e religiosi estremi si sono riannodate. Di conseguenza il mese scorso i fanatici cristiani e i neonazisti  (la differenza tra i due gruppi è labile) hanno protestato contro una commedia “blasfema” a tema omosessuale andata in scena ad Atene. La direzione del teatro l’ha subito tolta dai cartelloni. La televisione greca dal canto suo ha tagliato una scena di Downton Abbey nella quale due gay si baciavano. Nessuno sa spiegarne il motivo, ma un paese che censura Downton Abbey per una ragione che non abbia a che vedere con il buongusto letterario è in seri guai.

Gli euroscettici britannici non capiscono che l’Unione europea una volta offriva ai popoli europei una via di fuga verso un futuro liberal. Quando ho visitato Atene all’inizio degli anni ottanta, i vecchi ricordavano di aver lottato contro l’occupazione nazista e i giovani erano cresciuti combattendo la dittatura militare dei colonnelli. Entrare nell’Unione europea ha significato dire addio a tutto ciò. Adesso, invece, sono tornate povertà, paura, repressione e intimidazione dai poteri forti dello stato.

Di ciò si può dare la colpa alla corruzione, che la società greca ha tollerato. Si può darla ai banchieri per aver provocato il tracollo finanziario. Ma una buona fetta di colpa si deve dare anche ai politici e ai burocrati europei che hanno accettato la Grecia (e il resto dell’Europa del sud) nell’area della moneta unica, mettendoli in una situazione di svantaggio permanente a livello di competitività e rifiutandosi di cancellare debiti che i greci non saranno mai in grado di ripagare.

Non stupisce che oggi restino in silenzio nei riguardi delle violazioni dei diritti umani, che secondo il comitato del Nobel sarebbero garantiti dall’integrazione europea. La Grecia è la Weimar sull’Egeo degli eurocrati. Sono loro ad aver contribuito a crearla.

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15 ottobre – La rivoluzione degli hashtag

"State speculando sulle nostre vite". Striscione sotto la Bce a Francoforte, 15 ottobre 2011. I movimenti di contestazione che si vanno diffondendo in tutto il mondo sfuggono alle tradizionali forme di rappresentanza verticistiche. Il loro simbolo ideale potrebbero essere le parole chiave dei social network.

A prima vista, era una manifestazione come tutte le altre, un normale corteo di protesta lungo un percorso cittadino. Sabato 15 ottobre nel mondo intero la gente ha risposto all’appello degli indignati, invitando la popolazione a scendere in piazza. A Francoforte varie migliaia di persone si sono così date appuntamento per dirigersi verso il centro del mondo degli affari e raggiungere l’edificio della Banca centrale europea (Bce). La marcia è iniziata e si è conclusa con le consuete dichiarazioni. Ma il vero motivo d’interesse era altrove.

Ciò  che prendeva forma su internet si è manifestato in strada. Si sono viste molte coppie, anche di una certa età. Se i partiti politici erano poco rappresentati, i sindacati erano del tutto assenti. Rari i gruppi di più di cinque persone. Questa manifestazione ha raccolto individui che avevano scelto di uscire dall’anonimità sociale per entrare in una comunità formata da sconosciuti.

Le loro motivazioni apparivano diverse. Una persona anziana ha evocato la sua paura della guerra. Un gruppo di giovani si è rifiutato caparbiamente di togliersi le maschere ispirate al protagonista di V per Vendetta.  Tra i manifestanti si sono visti sia buontemponi che cittadini seriamente impegnati in una sorta di opera missionaria. Difficile, per altro, individuare il profilo e le rivendicazioni di tutti gli indignati. Ma forse non è questa la domanda più importante, ma altre: come si è affermata questa forma di contestazione? Come si può sfruttare il suo potenziale a vantaggio della società?

In questo movimento la contestazione di piazza non è più un mezzo per sostenere la lotta di un sindacato o di un partito politico. Sono i cittadini a rappresentare sé stessi. La contestazione si rivolge contro le istituzioni ma si guarda bene dall’istituzionalizzarsi. Ogni partecipante assume l’iniziativa a livello individuale, entrando così a far parte di una comunità.

Il presidente statunitense Barack Obama, che ha sempre reagito alle rivendicazioni politiche della cittadinanza con la medesima domanda – “Dov’è il movimento?” – si ritrova oggi davanti una corrente che ha rivendicazioni comuni. Il processo tradizionale della protesta si è ribaltato. Questa diagnosi – espressa una quindicina di giorni fa dal docente di giornalismo Jeff Jarvis a proposito del movimento newyorchese – può valere anche per la Germania. Siamo alle prese con una “rivoluzione tramite hashtag”. L’espressione è iperbolica, in quanto questo movimento non è una rivoluzione. Ma attesta sicuramente una mutazione strutturale molto interessante.

Utilizzati nei social network per classificare le informazioni e i commenti, gli hashtag (o parole chiave) sono diventati un metodo efficace per coordinare la comunicazione. Uno strumento che indebolisce un’altra logica centralizzatrice finora prevalente: l’autorità dell’autore. Le questioni di fondo sono discusse – e i cittadini messi in connessione – in base all’hashtag corrispondente, senza dover più dipendere dai media dominanti.

Per il momento, il ruolo dell’hashtag nel dibattito pubblico sembra ancora limitato, ma l’innovazione è degna di interesse per i partiti ufficiali. I programmi politici, da tempo svuotati di significato e aggiornati in funzione delle scadenze elettorali, dovrebbero perdere quel poco di credibilità che gli resta. Al loro posto si vanno affermando nuove forme di comunicazione tra la politica e l’opinione pubblica, basate su uno scambio di idee continuo.

Spingendo quest’analisi un po’ più in là, si potrebbe dire che il movimento degli indignati non è una rivolta in senso tradizionale, bensì l’espressione di una nuova forma di impegno politico. Anche se questa partecipazione della cittadinanza si orienta ancora verso forme d’azione consuete, essa fa affidamento su meccanismi del tutto inediti. Dimostra già di avere considerevoli potenzialità di mobilitazione. E soprattutto sembra poter avere la meglio sullo sconforto della politica. (traduzione di Anna Bissanti)

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