Sulla stessa barca

Secondo la mia vicina di casa ginevrina, tra le conseguenze dell’adesione del suo paese agli accordi di Schengen, alla fine del 2008, ce n’è una particolarmente odiosa: “Con l’aumento della criminalità, nessuna gioielleria di rue du Rhone lascia più i gioielli in vetrina in orario di chiusura!”.

E poi giù a raccontarmi dei bei tempi d’oro, di quando la domenica le strade del centro brulicavano di coppie, famiglie e bambini, tutti lì ad ammirare i gioielli nelle vetrine dei negozi chiusi. “Adesso ci sono solo espositori vuoti. È una tristezza, e allora la gente se ne resta in casa e le strade sono deserte”.

Devo confessare che ho trovato molto romantica questa sua interpretazione del voto popolare che domenica scorsa ha sancito la fine della libera circolazione tra Svizzera e Unione Europea. Ma la mia vicina è un’adorabile ed eccentrica signora che vive su un pianeta tutto suo.

I motivi per cui gli svizzeri hanno appoggiato, seppur con una minuscola maggioranza, la reintroduzione delle quote di entrata di cittadini stranieri non riguarda affatto i gioielli nelle vetrine. E neanche il razzismo.

Per quanto esista una parte consistente di svizzeri in perenne panico da accerchiamento e convinti che l’identità e l’agiatezza del proprio paese vadano preservate a ogni costo, a convincere la fetta di popolazione che ha fatto la differenza sono ragioni molto pragmatiche, e in un certo modo comprensibili.

Ottantamila nuovi stranieri all’anno – questa è la cifra degli ultimi anni – per alcuni sono davvero troppi. In proporzione alla popolazione è come se in Francia arrivassero ottocentomila persone l’anno.

L’idea di chi ha votato a favore della mozione “contro l’immigrazione di massa”, sostenuta dal partito di destra e di carattere populista Udc, è che il paese non riesce a stare dietro a questo enorme flusso. I posti negli asili, il vertiginoso aumento degli affitti, gli ingorghi cronici alle frontiere nelle ore di punta sono diventati punti caldissimi del dibattito politico. Ma soprattutto c’è il fatto che i frontalieri italiani, francesi e tedeschi accettano salari più bassi, riducendo così il livello generale dei salari anche per i locali che hanno un costo della vita molto maggiore.

Per non parlare poi della convinzione – questa non solo svizzera – che l’apertura dei confini apra la porta alla criminalità. E ai ladri di gioielli.

“Nessuno sta dicendo che dobbiamo chiudere le porte all’immigrazione”, mi ha detto un altro amico, “ma solo mettere un freno, perché la nostra economia va meglio delle altre ma non riesce a reggere un tale ritmo di nuovi arrivi. La barca è piena, se monta qualcun altro affondiamo tutti”.

È interessante però notare che al di là del Ticino, che ha da sempre una storia a sé, tutti i cantoni interessati maggiormente dalla presenza di stranieri hanno votato contro questa iniziativa. In tutta la Svizzera francese, a Zurigo e a Basilea ha vinto il no, perché ha prevalso la consapevolezza che il 40 per cento delle nuove aziende nate in Svizzera ogni anno sono fondate da cittadini stranieri. Che queste aziende nel 2013 hanno creato 30mila posti di lavoro e che gli espatriati sono grandissimi consumatori.

Al di là del discorso xenofobo e populista del partito che ha proposto il referendum, io comunque non sono d’accordo con chi grida al razzismo degli elvetici. La Svizzera resta un paese globale che accoglie al suo interno un 23 per cento di residenti stranieri. È un piccolo stato nel centro dell’Europa che è riuscito a mantenere un’identità fortissima senza poter contare su una realtà nazionale omogenea e che continua ad essere un esempio più unico che raro di democrazia diretta.

Ma credo che chi ha votato per la sospensione della libera circolazione abbia fatto una scelta molto miope. Per come funziona il mondo oggi, alzare muri e chiudere le frontiere non risolve nessun problema, perché nel lungo termine il movimento delle persone alla ricerca di condizioni di vita migliori non si può fermare. L’economia globale non ha confini ed è inutile continuare a tentare di gestirla con questo mezzo obsoleto delle barriere fisiche. All’amico che parla di barca piena, potrei rispondere che la Svizzera è solo la cabina di lusso di una nave molto più grande: siamo tutti sulla stessa barca, e c’è il pericolo che coli a picco portandosi dietro anche loro.

Intanto, nel breve periodo può essere che il 50,3 per cento degli svizzeri avrà l’impressione di aver alleggerito la pressione dal proprio paese. Forse i gioielli ricominceranno a brillare di domenica nelle vetrine di Rue du Rhone e le famiglie torneranno a passeggiare felici per le strade. Ma l’illusione non potrà durare.

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