L’allarme corruzione viene dall’Europa

VannucciUna volta tanto a suscitare preoccupazioni sulla perdurante emergenza corruzione in Italia non è l’ennesimo scandalo made in Italy. Stavolta a suonare forte e chiaro il campanello d’allarme è la Commissione Europea, che ieri ha presentato il suo primo rapporto sulla corruzione in Europa. L’immagine dell’Italia, e non è certo una sorpresa, risulta piuttosto appannata. Poca trasparenza, troppe resistenze e ambiguità nella necessaria azione di contrasto all’illegalità politica.

A giudizio dell’Europa, negli ultimi anni i principali passi in avanti sono stati fatti sul versante della prevenzione, grazie alle disposizioni dalla legge 190 del 2012. Che coincidenza: proprio pochi giorni fa, alla fine di gennaio, è scaduto il termine per la presentazione dei piani anticorruzione in tutti gli enti pubblici. Un adempimento assolto da molte amministrazioni con fatica, e che rischia per giunta di tradursi nell’ennesima inondazione cartacea di buone intenzioni tradotte nero su bianco. A norma di legge, infatti, nella lotta alla corruzione non vale comunque la pena di investire: tutta l’attività di prevenzione dovrebbe essere realizzata “a costo zero”, affidata al controllo ultimo di un’Autorità nazionale (l’Anac) a corto di mezzi e strumenti – una specie di Alto burocrate dell’anticorruzione. Del resto l’impegno in questo campo non paga, né per i funzionari che rischiano in prima persona – si pensi ai responsabili anticorruzione, che scontano la debolezza degli strumenti a loro disposizione – né i politici, per i quali l’impegno etico raramente produce consenso o voti.

L’altro progresso che l’Europa ci riconosce è infatti, a ben guardare, un drammatico segnale di debolezza. L’introduzione per legge di criteri di ineleggibilità a incarichi pubblici in caso di condanne per gravi reati riflette il fallimento di tutti quei meccanismi di controllo politico e sociale che in altri paesi d’Europa rendono semplicemente inconcepibile che pregiudicati per frode fiscale o corruzione possano venire candidati dai loro partiti (tanto meno guidarli), od ottenere il sostegno degli elettori.

In effetti nell’opinione pubblica italiana sembra regnare una sorta di schizofrenia su questi temi. Nel sondaggio europeo che accompagna il rapporto, infatti, i livelli di preoccupazione risultano altissimi: il 97% degli italiani ritiene che la corruzione sia un fenomeno dilagante – quasi il 20% in più della media europea. Per l’88 per cento degli italiani tangenti e raccomandazioni sono spesso il modo più facile per accedere ai servizi pubblici – oltre il 15% in più degli altri paesi europei. Eppure le rilevazioni sulle esperienze personali nel 2013 sono in linea con quelle dei partner europei: solo il 2% dei cittadini e il 4% delle imprese si è visto chiedere una tangente nei 12 mesi precedenti.

Forse questa sensibilità nasce dalla percezione diffusa che il fenomeno si è “stratificato”, arroccandosi nei principali centri di spesa pubblica, dove finisce per degradare in modo intollerabile la qualità dei servizi erogati ai cittadini: vale nel settore sanitario e assistenziale, e se ne osservano i sintomi nella catastrofica ricostruzione post-terremoto, nello scempio urbanistico e ambientale di molti territori, nell’emergenza permanente della gestione rifiuti – solo per citare casi saliti di recente agli onori della cronaca.

E qui arrivano le colpe della classe politica italiana, su cui il rapporto della Commissione europea non risparmia gli affondi. La classe politica si è di fatto auto-assolta, visto che non ha previsto per sé l’adozione di codici etici, né di strumenti per rendicontare il proprio operato. E’ latitante da due decenni per quanto concerne tutte le misure più necessarie e urgenti: la riforma dei tempi di prescrizione dei processi – attualmente garanzia di impunità per gli imputati – la trasparenza degli appalti pubblici, il rafforzamento del reato di falso in bilancio, l’autoriciclaggio, il voto di scambio politico-mafioso, la trasparenza delle situazioni patrimoniali, la corruzione nel settore privato. E poi un’ultima frecciata: l’assenza di una seria regolazione di quel groviglio inestricabile di conflitti di interessi che – come dimostra la recente vicenda del dimissionario presidente Inps Mastropasqua – avvelenano la vita pubblica ad ogni livello.

Il Professor Alberto Vannucci è direttore del Master APC Analisi Prevenzione e Contrasto della Criminalità organizzata e della Corruzione dell’Università di Pisa è autore del libro “Atlante della corruzione” edizioni EGA, bibbia di riferimento della campagna Riparte il futuro.

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La macchia e la faccia

La Macchia e la Faccia sono i protagonisti nascosti della prima direzione Pd dell’era Renzi, aperta dal segretario in maniche di camicia con un elenco di “avvisi parrocchiali”, come li chiama lui (che contengono, come se nulla fosse, l’adesione del Pd al Partito socialista europeo, tema poco appassionante su cui i democratici sono riusciti ad accapigliarsi per anni) e conclusa molte ore dopo da don Matteo con un rinvio a lunedì, per un’altra direzione che voterà sulla legge elettorale. Ed è la prima sorpresa: il sindaco che non partecipava alle assemblee di partito e che si dichiarava a disagio di fronte allo spettacolo della nomenklatura affollata al microfono, l’uomo solo al comando, ringrazia la struttura tecnica di largo del Nazareno, tutta riconfermata (”visto? non sono arrivati gli Unni!”) e convoca a ruota un’altra riunione, un’altra direzione…

La seconda sorpresa, forse anche per i renzi-entusiasti che si annidano nella giovane segreteria del Pd, è che non è una direzione trionfale, non può esserlo, al nuovo leader l’esercizio del potere piace eccome, ma più forte è la preoccupazione di finire stritolato nelle manovre, nelle trappole, nel “fallimento” della classe politica precedente, come lo definisce Renzi. La Macchia del passato, quello che è sempre stato promesso e mai realizzato, che rischia di travolgere anche il sindaco 39enne che non porta responsabilità del ventennio precedente. “Io mi gioco il tutto per tutto”, ammette nella replica. L’ombra del flop, che colora di qualche lampo bianco la chioma ancora nera e allegra del sindaco-segretario. “O portiamo a casa qualche risultato da qui a quattro mesi o ci sarà una devastante campagna elettorale per le europee in cui Berlusconi e Grillo ci incastreranno”, si spinge a prevedere. “O c’è questa consapevolezza o saremo spazzati via”. Nella replica è ancora più tagliente e cupo: “Non c’è Renzi, Civati o Cuperlo. Senza questa svolta è l’intero Pd che muore il 25 maggio”.

E mai si è sentito un segretario appena eletto da milioni di persone, con il vento nei sondaggi, conteso dai media, lasciarsi andare a presagi così drammatici. Qualcosa di più della preoccupazione del giocatore che sa che sta per cominciare la mano decisiva, oppure della scelta tattica di drammatizzare il passaggio per tenere unite le truppe. La diversità di Renzi dagli altri animali partitici è nel fattore tempo, la percezione quasi tragica che game is over, il tempo è scaduto per la classe politica e che solo l’irruzione rapida di un fatto nuovo, qualcosa di simile all’arrivano i nostri di un film, può consentire al sistema di sopravvivere, stabilire se Renzi sarà il primo a inaugurare la nuova fase o l’ultima stella cadente che svanisce, come una meteora, come Mario Segni, si è quasi augurato sul “Foglio” il novantenne Emanuele Macaluso. Il tempo è breve, ne sono certi il più giovane e il più vecchio della politica italiana, il presidente Giorgio Napolitano.

La macchia, la scottatura. E’ quella evocata da Roberto Formigoni con un tweet malizioso che Renzi legge in diretta, con l’i-phone in mano, “anzi, guardate, lo ritwitto davanti a voi”. La scottatura, la possibilità di un tradimento a voto segreto, l’avvertimento: il segretario non controlla le truppe, vedete cosa succederà quando la legge elettorale arriverà nell’aula parlamentare… “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore…”, dice Nathan Zuckerman ovvero Philip Roth in “La macchia umana”, storia di segreti custoditi per decenni destinati a deflagrare. I 101 di Prodi sono la macchia umana del Pd, il peccato originale di questa legislatura, sono ancora tutti lì, con il loro carico di sospetti e di veleni. Renzi non li nomina ma li evoca: “Discuteremo e voteremo”, replica a Formigoni. “E se qualcuno del Pd si presterà al gioco a voto segreto, in questa legislatura, con questi gruppi parlamentari, sappia che si aprirà una discussione non nel partito ma davanti al Paese, con conseguenze che vi faccio immaginare”. Con l’eliminazione di Prodi i franchi tiratori immaginavano di salvare la legislatura, con un affossamento della legge elettorale si condannerebbero al voto anticipato.

Una minaccia spuntata? Un’ammissione di improvvisa debolezza? Di certo quello della prima direzione è il Renzi più freddo e più cauto dell’ultimo mese, il più prudente e felpato sul governo. Su Enrico Letta e i ministri piovono battute e provocazioni, dalle “figure barbine” sullo stipendio degli insegnanti o sull’Imu fino al parallelo tra la dichiarazione di Letta sulla sua relazione e il telegramma che il sovietico Krusciov spedì a Kennedy durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962. Due blocchi contrapposti, per l’appunto, due fronti, due schieramenti avversari, due nemici. Stava per scoppiare un conflitto mondiale, ma con Palazzo Chigi sono cannoncini verbali, furbizie, aggiramenti. Perché esaurito l’estremismo verbale appare evidente che Renzi ha rinunciato a ogni prospettiva di voto anticipato, se mai ne ha avuto l’illusione.

Con l’Ncd di Angelino Alfano invece sono siluri veri, sparati fuori e dentro il partito. La minoranza interna, da Gianni Cuperlo a Stefano Fassina a Alfredo D’Attorre, difendono il partitino del vice-premier, chiedono la legge elettorale a doppio turno che gli alfaniani prediligono, si ergono a sentinelle del governo. Anzi, Cuperlo si spinge a ipotizzare un nuovo governo, un Letta-bis, azzeccando la battuta più ferocemente colta del pomeriggio, la citazione del Giulio Cesare di William Shakespeare, il discorso di Marco Antonio contro Bruto, “Brutus is an honourable man”, non si può dire che Bruto è un uomo d’onore, che il governo Letta deve andare avanti, e poi sparargli addosso dalla mattina alla sera…

“Alfano non è uno dei nostri”, attacca Renzi in conclusione. O forse vorrebbe gridare quello che ha detto in un’intervista alla “Stampa” a Federico Geremicca alla fine dell’anno: “Io non ho niente in comune con Alfano. E con Letta”. Ma non oggi, non in questa sede. Non alla vigilia dell’intervento del ministro Nunzia De Girolamo alla Camera e dell’incontro con Silvio Berlusconi. Renzi chiederà al Cavaliere un patto completo su legge elettorale, eliminazione del Senato elettivo, riforma del titolo quinto. A esplorazione finita tornerà lunedì nella direzione del Pd per chiedere un voto sulla sua proposta di legge elettorale. Da quello che si capisce oggi sarà un mix di spagnolo con l’eventualità del doppio turno. Ma questi sono tecnicismi. L’ultimo appunto della serata sta ancora nell’ultima preoccupazione di Renzi: “Non perdere la sfida della dignità e della faccia”. Già, la faccia. Il fattore faccia, che in politica si può perdere o ritrovare, tenere nel cassetto, stampare sui manifesti, usurare in televisione. La faccia che può una risorsa. O che può essere irrimediabilmente sporcata, scottata, macchiata. A pensarci bene, il dilemma del giovane Renzi è tutto qua.

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Il partito della stabilità

141306424-7799b5dd-d883-42cb-8e74-7e21d39db49e«Questi capi storici hanno il culo per terra ma ingombrano la porta». Parlava così Silvio Berlusconi nel 1977, nella sua prima intervista a un quotidiano nazionale, “Repubblica”, firmata da Mario Pirani, riferendosi ai leader democristiani. Ieri nessuno dei suoi ha usato un tono così ruvido con lui, ma il concetto non cambia molto. L’imprenditore che voleva cambiare la politica è sprofondato nel teatrino, costretto a ricorrere alla buca del suggeritore per ricordarsi le battute. Chi l’ha visto ieri mattina racconta di un Cavaliere ferito dai tradimenti inattesi, frastornato, quasi conteso di peso tra falchi e colombe forse più fameliche degli stessi falchi. E c’è chi potrà dire, parafrasando il Michele Serra su “Cuore” di tanti anni fa su Massimo D’Alema, di aver visto Denis Verdini piangere.

La fine di Berlusconi, e forse del berlusconismo e perfino del centrodestra, riporta le lancette indietro di venti anni, o forse di più. Tornano i democristiani, con i loro pugnali e veleni. Tornano i moderati che hanno un solo valore: la stabilità. «La stabilità è un valore assoluto», si è spinto a dichiarare il premier Enrico Letta: come la libertà, la dignità dell’uomo, la vita. Con ottime ragioni, dopo lo sfascio del sistema politico degli ultimi due decenni.

Eppure, per chi fa politica, il valore assoluto dovrebbe essere un altro: il cambiamento. Almeno dovrebbe pensarla così chi si dichiara di sinistra. Ma di sinistra se n’è vista pochissima in Parlamento ieri. All’improvviso le due grandi forze che hanno dominato la politica nella Seconda Repubblica, il conflitto di interessi del Cavaliere con il suo strapotere economico, mediatico e politico e l’apparato post-comunista, «la nostra gente», come la chiamava Bersani, la Ditta, sembrano dissolte. Sostituite dall’immagine plastica della giornata: la coppia Letta-Alfano che si stringeva la mano. Dal ritorno della moderazione e dei moderati: chi più del giovane Enrico può aspirare a incarnarli? E dalla resurrezione in grande stile delle grandi culture politiche di un tempo: alla Camera sulla fiducia sono intervenuti Bruno Tabacci e Lorenzo Dellai, due ex democristiani di rango e di spessore. E poi Renato Brunetta per il Pdl berlusconiano, Guglielmo Epifani per il Pd, Fabrizio Cicchitto per i dissidenti del Pdl: tre ex socialisti di tre diverse correnti.

Quella di ieri è stata la rivincita della Prima Repubblica sul ventennio del Cavaliere. «Una giornata storica per la nostra democrazia», l’ha definita Letta. Un ritorno al buon governo di Mamma Dc, prudente ed esperto, invocato esplicitamente da Letta nella sua fase iniziale, quella buona e virtuosa che va dal 1946 al 1968, di crescita e benessere, caratterizzata da tre presidenti del Consiglio, Alcide, Amintore e Aldo, la tripla A di Enrico, De Gasperi, Fanfani e Moro, quasi contrapposta all’ultimo periodo, che «doveva essere quello della democrazia governante e invece, ahinoi, si è trasformato nell’opposto» e alla fase di mezzo, l’immobilismo, la dilapidazione del patrimonio, la fine ingloriosa. Quella fase di inizio della vita repubblicana è stata caratterizzata dalla stabilità ma anche da grandi cambiamenti e da molte tensioni: c’era la guerra fredda e una destra sotterranea che resisteva a ogni riforma. Ma nel parallelismo, e nell’aspirazione, è racchiuso il sogno di Letta. Essere il federatore di una nuova area moderata, dopo la sconfitta di Berlusconi. Più che una nuova Dc è l’area di chi sta al governo per definizione, di qui all’eternità. Confindustriali, ciellini, cislini, gabinettisti, alcuni direttori e gruppi editoriali. Un progetto politico ambizioso che ora attrae un pezzo di mondo berlusconiano. Tocca al premier dimostrare che la stabilità si può coltivare il cambiamento. Perché, in caso contrario il vero valore assoluto tornerrebbe a essere il Potere, che logora sempre chi non ce l’ha. Come insegnava Giulio Andreotti, uno che in quei governi della crescita e del benessere non è mancato mai.

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Uranio impoverito, la storia infinita

Il caso “Sindrome dei Balcani” scoppia dodici anni fa. Cominciano ad ammalarsi o a morire di cancro militari italiani di ritorno dalle missioni nei Balcani. Responsabili sarebbero i bombardamenti della Nato del 1995 e 1999 su Bosnia Erzegovina, Serbia e Kosovo, con proiettili all’uranio impoverito. Cosa sta accadendo oggi in Italia e oltre Adriatico?

Nel 2001 scoppia il caso “Sindrome nei Balcani”, con l’emergere dei primi casi di militari italiani ammalatisi o deceduti al rientro dalle missioni in Bosnia Erzegovina e Kosovo. Due paesi che erano stati bombardati dalla Nato, nel 1995 e nel 1999, con proiettili all’uranio impoverito (DU). Da allora è una battaglia: tra chi nega l’esistenza di una correlazione tra esposizione al DU e malattia, e chi sostiene il contrario con numeri di morti e malati alla mano e sentenze di condanna a carico del ministero della Difesa.

L’uranio impoverito (Depleted Uranium) deriva da materiale di scarto delle centrali nucleari e viene usato per fini bellici per il suo alto peso specifico e la sua capacità di perforazione. Quando un proiettile al DU colpisce un bunker o un carro armato, vi entra senza incontrare alcuna resistenza e alla sua esplosione ad altissima temperatura rilascia nell’ambiente nano-particelle di metalli pesanti. Ad oggi, viene confermato dalla ricerca scientifica che questi proiettili sono pericolosi sia per la radioattività emanata sia per la polvere tossica che rilasciano nell’ambiente. Una “neverending story” anche per i cittadini di Bosnia, Serbia e Kosovo: nonostante il grande battage mediatico, poco si è fatto per analizzare in maniera approfondita le conseguenze di quei bombardamenti.

Battaglia giuridica e politica

Una sentenza dello scorso 18 marzo, emessa dalla Corte dei Conti della Regione Lazio, accoglie il ricorso presentato da un militare ammalatosi di tumore, al quale il ministero della Difesa aveva rigettato la richiesta di pensione privilegiata. Il ministero della Difesa ha rifiutato la richiesta in base al parere negativo del Comitato di verifica per le cause di servizio che ha definito la malattia del militare di tipo ereditario e non dipendente dal servizio svolto nei Balcani. Dalla sentenza della Corte laziale emergono invece due fatti: la diagnosi del Comitato è errata e la malattia è correlata alle condizioni ambientali in cui è stato prestato il servizio in Kosovo.

Il Caporal Maggiore dell’esercito italiano, recita il testo della sentenza, “(…) aveva soggiornato presso la base militare italiana vicino a Peć/Peja e aveva svolto attività di piantonamento (…), in ambiente esterno sottoposto a intemperie e devastato dai bombardamenti; (…), aveva svolto altri servizi tra cui quello di pulizia della zona antistante la caserma, sistemazione dei magazzini, scorta al personale civile, servizi di pattugliamento consistenti in perlustrazione del territorio con mezzi militari”. Al rientro dal Kosovo il militare viene ricoverato a Milano, poi messo in congedo illimitato e ricoverato in altro centro clinico: gli viene riscontrata una linfadenopatia in diverse parti del corpo e un adenocarcinoma intestinale.

Diverse perizie medico legali nominate nella sentenza, attestano che nei tessuti neoplasici del militare sono state trovate molte nano-particelle “estranee al tessuto biologico, che quindi testimoniano un’esposizione a contaminazione ambientale”. Tra le numerose sentenze vinte dall’avvocato Tartaglia, legale dell’Osservatorio Militare, questa è la prima che mette in correlazione la malattia ai pasti consumati nelle cucine delle mense sottoufficiali.

La manifestazione di Roma del 5 giugno – per concessione di gruppo Vittime uranio impoverito

“Dagli atti risulta che tutti gli alimenti distribuiti alla mensa e allo spaccio della base ove prestava servizio il ricorrente, compresa l’acqua utilizzata sia per l’alimentazione sia per l’igiene personale, erano oggetto di approvvigionamento in loco, e che era stato consentito ai militari di acquistare autonomamente carne macellata e verdure coltivate in loco” e dunque “quei luoghi dichiaratamente inquinati da DU e dalle sue micro polveri sono da porsi in rapporto etiologico con l’insorgenza della neoplasia”. Un dato certo è che la zona del Kosovo posta sotto protezione del contingente italiano è quella che nel 1999 fu più bombardata (fonte Nato/Kfor ): 50 siti per un totale di 17.237 proiettili.

“Sono 307 i militari morti e oltre 3.700 i malati, per quanto riguarda i dati di cui siamo in possesso” ha dichiarato Domenico Leggiero – portavoce dell’Osservatorio Militare – a Osservatorio Balcani e Caucaso (Obc), raccontando di tutti i recenti sforzi per ottenere risposte dalle rappresentanze politiche ai diversi problemi irrisolti. Il 9 maggio, Leggiero ha incontrato un gruppo di deputati e senatori del Movimento 5 Stelle e il 3 giugno è stato il turno dell’incontro della delegazione formata da Leggiero, familiari di militari deceduti e militari ammalati con Domenico Rossi, indicato da Scelta Civica quale parlamentare di riferimento per la questione uranio impoverito. Incontri importanti, dice Leggiero: “Perché per la prima volta abbiamo avuto incontri ufficiali con forze politiche che hanno deciso di affrontare a fondo la questione e proposto una strategia per chiarire definitivamente il nesso tra le malattie e il DU, oltre a lavorare su normative apposite per sostenere i malati dal punto di vista dell’assistenza sanitaria ed economica”.

L’intento degli incontri è anche risollevare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla “Sindrome dei Balcani” che, secondo i dati dell’Osservatorio, continua a mietere vittime. Per questo, lo scorso 5 giugno, davanti a Montecitorio, hanno manifestato quasi duecento persone tra militari ed ex-militari ammalati, familiari e rappresentanti di associazioni. Racconta Leggiero a Obc: “Un pomeriggio intenso. Abbiamo proiettato video del Pentagono, fatto conoscere al pubblico le sentenze e distribuito documenti sul tema DU, resi pubblici in tutto il mondo eccetto che in Italia”. Aggiunge inoltre che non hanno ancora ottenuto l’incontro richiesto con la presidente della Camera, Laura Boldrini, e non hanno ottenuto risposta da PD, Pdl e Fratelli d’Italia. Ma Scelta Civica e Movimento 5 Stelle hanno assicurato che si terrà presto una seduta ad hoc in Commissione difesa. Presenti Il deputato Domenico Rossi che ha ribadito il forte impegno personale e di Scelta Civica “per sciogliere i nodi fondamentali di questa vicenda”, ma anche il deputato Matteo Dell’Osso del M5S, membro della Commissione affari sociali che ha incontrato alcune vittime del DU o loro familiari.

Concludeva in maniera netta il testo del comunicato stampa dell’iniziativa: “I loro diritti sono affidati alla magistratura e sono 17 le sentenze di condanna per l’amministrazione della Difesa in vari ordini di giudizio. Tar, tribunali civili, corte dei conti di varie zone d’Italia indicano l’uranio come colpevole delle malattie dei militari e condannano l’amministrazione perché sapeva ed aveva taciuto i pericoli”. I militari, ma anche civili che hanno operato nei Balcani, si sono rivolti agli avvocati per non aver ottenuto dallo stato il riconoscimento della causa di servizio e gli indennizzi per i quali era stato istituito un fondo di 30 milioni di euro con la legge finanziaria del 2008. Come emerge dalla relazione finale della terza Commissione d’inchiesta sul DU, approvata lo scorso 9 gennaio, ad oggi sono pochissime le domande prese in esame e accolte.

DU che appare e scompare

Hadžići, località a 27 km da Sarajevo, è uno dei siti bosniaci maggiormente bombardati dalla Nato con proiettili al DU nell’estate del 1995. Con la fine della guerra, circa 5.000 abitanti, tutti serbo-bosniaci, sfollano nella cittadina di Bratunac che gli accordi di pace di Dayton attribuiscono alla Republika Srpska, una delle due entità della Bosnia Erzegovina.

Agli inizi degli anni duemila la primaria dell’ospedale di Bratunac, Slavica Jovanović, aveva rilevato un allarmante numero di morti per tumore tra i cittadini provenienti da Hadžići. “Era stata inascoltata, aveva denunciato che in città i morti per tumore tra gli sfollati di Hadžići erano quattro volte superiore al resto della popolazione” ha dichiarato lo scorso 31 marzo, all’agenzia tedesca Deutsche Welle, Jelina Đurković. La Đurković, che nel 2005 presiedeva la Commissione di indagine governativa della Bosnia Erzegovina sulle conseguenze dei proiettili al DU, sottolinea infine che nel rapporto della Commissione erano stati inseriti i dati sulle conseguenze del DU e il dettaglio delle azioni da perseguire per risolvere alla radice il problema, ma nulla è stato messo in atto.

Riguardo agli sfollati di Hadžići è intervenuto sulla Deutsche Welle anche il vicesindaco di Bratunac: “Sono circa 800 i morti per tumore, in base ai dati che abbiamo ricevuto dalle autorità ospedaliere ed ecclesiastiche dove viene registrata la causa del decesso”. Di diverso avviso Irena Jokić, a capo del Servizio di medicina sociale dell’Istituto sanitario della Federazione della Bosnia Erzegovina, intervistata da Dnevni List lo scorso 19 aprile: “Nel 2008 abbiamo analizzato i dati sanitari degli abitanti di Hadžići per valutare se vi era un aumento di malattie neoplasiche. Non abbiamo rilevato un aumento significativo rispetto alla media nazionale”. La Jokić dichiara inoltre che l’analisi è stata ripetuta nel 2010 ed è emerso un aumento medio in linea con i due anni passati, che era stato dello 0.5% nel 2008 e 0.1% nel 2009. Conclude che non è possibile asserire con certezza il nesso tra affezioni tumorali ed esposizione all’inquinamento provocato dai proiettili al DU ma – aggiunge – che se con la fine della guerra si fossero avviate ricerche scientifiche ed epidemiologiche accurate, oggi avremmo la risposta alla domanda.

Sempre rispetto a Hadžići, durante recenti operazioni di sminamento sono stati ritrovati proiettili al DU nei pressi di una delle fabbriche dell’area pesantemente bombardata nel 1995. La notizia è stata data dal quotidiano bosniaco Dnevni Avaz il 18 maggio. E’ stato richiesto l’immediato intervento dell’Agenzia nazionale per la sicurezza radioattiva e nucleare (DARNS – Državna regulatorna agencija za radijacijsku i nuklearnu sigurnost), il cui direttore Emir Dizdarević ha dichiarato: “I nostri ispettori sono intervenuti subito sul luogo e dopo aver verificato con le apparecchiature l’esistenza dei proiettili hanno dato agli sminatori tutte le istruzioni su come raccoglierli, poi li abbiamo stoccati”.

Anche Bećo Pehlivanović, professore ordinario di Fisica dell’Università di Bihać, ha parlato del problema del territorio contaminato. Sulle pagine del Dnevni Avaz dello scorso 27 maggio ha dichiarato: “Purtroppo non è mai stata fatta un’analisi accurata, perché mancano i fondi e le necessarie attrezzature”. Pehlivanović ha inoltre aggiunto che sono stati ritrovati di recente resti al DU in territori non inclusi nelle liste Nato: “Abbiamo indizi che il territorio sia contaminato anche nella regione della Krajina bosniaca, vicino alla città di Ključ”. Un problema che oltretutto si trascinerà nel tempo: “I resti di queste munizioni al DU sono tossici e con un’emivita, cioè tempo di dimezzamento, di circa 4.5 miliardi di anni” ha concluso.

Montagne di scorie e tumori in aumento

Anche in Serbia il tema degli alti quantitativi di scorie raccolte negli interventi di bonifica dei terreni bombardati dalla Nato nel 1999, è stato al centro dell’attenzione dei media di quest’anno. Oltre a questo, sono emerse denunce delle associazioni di ex-militari dell’esercito serbo che si trovavano nei pressi dei siti bombardati, di alti numeri di mortalità tra i reduci. Mentre alcuni media, come il quotidiano Politika, continuano ad offrire notizie sull’andamento dei procedimenti giudiziari avviati dai militari italiani.

Il 29 marzo sul media online Srbija Media viene pubblicata la lista delle località bombardate nel 1999 e poi bonificate, rese note dal generale in pensione e specialista in difesa da attacchi atomico-biologico-chimici, Slobodan Petković. “Erano zone pericolose per l’eco-sistema e per le persone, così nei primi cinque anni dopo il bombardamento è stata fatta la decontaminazione di cinque zone: a nord di Vranje, a sud e sudovest di Bujanovac, a Bratoselce e Reljan entrambi nella zona della città di Preševo”.

La mappatura dei luoghi contaminati era stata fatta, subito dopo il conflitto, dall’esercito serbo in collaborazione con altre istituzioni del paese, come l’Istituto di scienze nucleari Vinča di Belgrado. Il direttore dell’ente nazionale di stoccaggio JP Nuklearni objekti, Jagoš Raičević, spiega i motivi: “Considerata la pericolosità, si doveva iniziare subito la bonifica. Ma all’inizio la Nato ci mandò delle mappe, non so se per volontà o meno, sbagliate. Alcuni dei siti da loro segnalati non erano stati toccati dai bombardamenti, mentre abbiamo trovato proiettili al DU in luoghi che non risultavano nella lista della Nato”.

Il generale Slobodan Petković racconta che quei territori sono stati ripuliti, i resti di proiettili radioattivi sono stati stoccati e le decine di tonnellate di terra contaminata sotterrate in luoghi posti sotto sorveglianza. Un “cimitero” di DU che allarma: “I resti dei proiettili sono stati inseriti in sacchi di plastica e container appositi, poi messi nel deposito di materiale radioattivo dell’Istituto Vinča”. Esattamente nei sotterranei del palazzo numero 4 a soli 12 chilometri da Belgrado. Risale solo alla fine del 2011 lo spostamento delle scorie in luogo più sicuro, quando è stato aperto nelle vicinanze un deposito costruito in base a standard europei, definito dal media serbo Radio B92 il più grande deposito di materiale radioattivo d’Europa. Slobodan Čikarić – presidente dell’Associazione nazionale contro il cancro – conclude allarmato, sulle pagine di SMedia: “E’ materiale che ha bisogno di miliardi di anni per divenire inerte. In caso di terremoto, alluvione o incendio di grandi proporzioni… siamo a poca distanza dalla capitale, abitata da due milioni di abitanti!”.

Ad aprile l’attenzione dei media viene attratta anche da altri due aspetti: il dato nazionale sui malati di tumore e l’alto numero di reduci dell’esercito che, secondo alcune associazioni, si sarebbero ammalati a causa dell’esposizione al DU. Il quotidiano serbo Blic del 14 aprile ha aperto con i dati dell’Istituto per la Salute pubblica Batut : nell’ultimo decennio i malati di leucemia e linfoma sono aumentati del 110 per cento, mentre il numero dei morti per le stesse affezioni è salito del 180%. Sullo stesso giornale è intervenuto Slobodan Čikarić, presidente dell’Associazione nazionale contro il cancro: “Abbiamo analizzato l’andamento dei tumori maligni nel paese tra il 2010 e il 2011. Oltre al dato denunciato dall’Istituto Batut, posso aggiungere che c’è stato un aumento di tumori solidi del 20%”. E prevede un aumento nel prossimo anno: “Perché il tempo di latenza delle affezioni cancerogene solide da uranio impoverito è di 15 anni, mentre è di 8 anni per le leucemie e i linfomi. Infatti, questi ultimi hanno avuto un picco nel 2006”.

Il 2 maggio, il quotidiano Večernje Novosti apre con il titolo “L’uranio della Nato uccide i veterani”. La denuncia è di Dušan Nikolić, presidente dell’associazione degli ex-militari della città di Leskovac: ”Solo negli ultimi tre mesi, nella nostra municipalità sono morti più di cento reduci della guerra. Si tratta per lo più di militari che hanno operato in Kosovo, di un’età che va dai 37 ai 50 anni. Il 95% è morto di cancro”. Nikolić spiega che ha scoperto i dati grazie alle denunce dei familiari degli ex-militari deceduti, i quali si sono rivolti all’associazione per cercare di ottenere il riconoscimento della causa di servizio. Saša Grgov, primario di medicina interna del Servizio sanitario della città, aggiunge: “E’ possibile, considerato che il numero di tumori in città è in crescita. Sebbene il Servizio sanitario non stia facendo un monitoraggio specifico sulla categoria dei reduci che hanno operato in zone contaminate da DU”.

Secondo Predrag Ivanović, presidente dell’Unione delle vittime militari di guerra, la situazione dei reduci di Leskovac è stata pompata per interessi interni all’associazione che li rappresenta. Sebbene dichiari, per il quotidiano Vesti del 4 maggio, che il problema esiste: “Anche le nostre informazioni indicano che è in crescita il numero dei malati di cancro tra coloro che hanno partecipato al conflitto. Ma purtroppo non abbiamo un numero nazionale esatto, perché ancora oggi nessuno sta facendo una specifica raccolta dei dati“.

In sintesi, dall’Italia ai Balcani, un panorama di cui non si vede ancora l’orizzonte. Né per i militari italiani – e le centinaia di civili volontari delle organizzazioni umanitarie – né per i cittadini di Bosnia Erzegovina, Serbia e Kosovo.

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell’Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l’Europa all’Europa

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