L’allarme corruzione viene dall’Europa

VannucciUna volta tanto a suscitare preoccupazioni sulla perdurante emergenza corruzione in Italia non è l’ennesimo scandalo made in Italy. Stavolta a suonare forte e chiaro il campanello d’allarme è la Commissione Europea, che ieri ha presentato il suo primo rapporto sulla corruzione in Europa. L’immagine dell’Italia, e non è certo una sorpresa, risulta piuttosto appannata. Poca trasparenza, troppe resistenze e ambiguità nella necessaria azione di contrasto all’illegalità politica.

A giudizio dell’Europa, negli ultimi anni i principali passi in avanti sono stati fatti sul versante della prevenzione, grazie alle disposizioni dalla legge 190 del 2012. Che coincidenza: proprio pochi giorni fa, alla fine di gennaio, è scaduto il termine per la presentazione dei piani anticorruzione in tutti gli enti pubblici. Un adempimento assolto da molte amministrazioni con fatica, e che rischia per giunta di tradursi nell’ennesima inondazione cartacea di buone intenzioni tradotte nero su bianco. A norma di legge, infatti, nella lotta alla corruzione non vale comunque la pena di investire: tutta l’attività di prevenzione dovrebbe essere realizzata “a costo zero”, affidata al controllo ultimo di un’Autorità nazionale (l’Anac) a corto di mezzi e strumenti – una specie di Alto burocrate dell’anticorruzione. Del resto l’impegno in questo campo non paga, né per i funzionari che rischiano in prima persona – si pensi ai responsabili anticorruzione, che scontano la debolezza degli strumenti a loro disposizione – né i politici, per i quali l’impegno etico raramente produce consenso o voti.

L’altro progresso che l’Europa ci riconosce è infatti, a ben guardare, un drammatico segnale di debolezza. L’introduzione per legge di criteri di ineleggibilità a incarichi pubblici in caso di condanne per gravi reati riflette il fallimento di tutti quei meccanismi di controllo politico e sociale che in altri paesi d’Europa rendono semplicemente inconcepibile che pregiudicati per frode fiscale o corruzione possano venire candidati dai loro partiti (tanto meno guidarli), od ottenere il sostegno degli elettori.

In effetti nell’opinione pubblica italiana sembra regnare una sorta di schizofrenia su questi temi. Nel sondaggio europeo che accompagna il rapporto, infatti, i livelli di preoccupazione risultano altissimi: il 97% degli italiani ritiene che la corruzione sia un fenomeno dilagante – quasi il 20% in più della media europea. Per l’88 per cento degli italiani tangenti e raccomandazioni sono spesso il modo più facile per accedere ai servizi pubblici – oltre il 15% in più degli altri paesi europei. Eppure le rilevazioni sulle esperienze personali nel 2013 sono in linea con quelle dei partner europei: solo il 2% dei cittadini e il 4% delle imprese si è visto chiedere una tangente nei 12 mesi precedenti.

Forse questa sensibilità nasce dalla percezione diffusa che il fenomeno si è “stratificato”, arroccandosi nei principali centri di spesa pubblica, dove finisce per degradare in modo intollerabile la qualità dei servizi erogati ai cittadini: vale nel settore sanitario e assistenziale, e se ne osservano i sintomi nella catastrofica ricostruzione post-terremoto, nello scempio urbanistico e ambientale di molti territori, nell’emergenza permanente della gestione rifiuti – solo per citare casi saliti di recente agli onori della cronaca.

E qui arrivano le colpe della classe politica italiana, su cui il rapporto della Commissione europea non risparmia gli affondi. La classe politica si è di fatto auto-assolta, visto che non ha previsto per sé l’adozione di codici etici, né di strumenti per rendicontare il proprio operato. E’ latitante da due decenni per quanto concerne tutte le misure più necessarie e urgenti: la riforma dei tempi di prescrizione dei processi – attualmente garanzia di impunità per gli imputati – la trasparenza degli appalti pubblici, il rafforzamento del reato di falso in bilancio, l’autoriciclaggio, il voto di scambio politico-mafioso, la trasparenza delle situazioni patrimoniali, la corruzione nel settore privato. E poi un’ultima frecciata: l’assenza di una seria regolazione di quel groviglio inestricabile di conflitti di interessi che – come dimostra la recente vicenda del dimissionario presidente Inps Mastropasqua – avvelenano la vita pubblica ad ogni livello.

Il Professor Alberto Vannucci è direttore del Master APC Analisi Prevenzione e Contrasto della Criminalità organizzata e della Corruzione dell’Università di Pisa è autore del libro “Atlante della corruzione” edizioni EGA, bibbia di riferimento della campagna Riparte il futuro.

(vai all’articolo originale)

Droga, armi e rifiuti: il lato oscuro di Sahara e Sahel

Oceani di sabbia, popoli nomadi e piste in terra battuta che collegano sperduti villaggi ad antiche città. Da sempre le regioni del Sahara e il Sahel offrono atmosfere magiche, affascinanti, ma negli ultimi anni sono diventate anche un rifugio sicuro per bande criminali e gruppi terroristici come Al-Qaeda nel Maghreb (AQIM).

Siamo in quel pezzo del puzzle africano compreso tra Algeria del sud, Mali e Mauritania del nord, Marocco e Sahara Occidentale. Terre aride, estreme, dove narcotrafficanti e islamisti radicali hanno stretto tra loro un’alleanza che, approfittando dell’isolamento e della povertà delle popolazioni locali, fa prosperare il traffico di droga. Sahara e Sahel sono divenuti un corridoio in cui transitano gli stupefacenti provenienti dal Sud America e destinati al Vecchio Continente. Un business enorme, che Al-Qaeda nel Maghreb utilizza per finanziare la sua attività terroristica e per attrarre nuovi militanti.

È questo lo scenario denunciato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), secondo cui un’altissima percentuale della cocaina venduta in Europa transita attraverso quella “cintura di instabilità” rappresentata dall’Africa Occidentale. I numeri sono da capogiro: 1,25 miliardi di dollari è il valore della droga proveniente dall’Africa Occidentale. In questo modo l’illegalità nel Sahara e nel Sahel si è trasformata da problema locale a minaccia globale.

Drugs airlines. Per trovare l’origine del patto criminale tra Al-Qaeda e i cartelli sudamericani bisogna tornare al 2004. Nei successivi quattro anni, narcos e gruppi islamici sono riusciti a stringere legami sempre più stretti con i governi corrotti del Sahara e del Sahel per consentire l’arrivo di aerei carichi di droga dal Sud America. Ma il collegamento inequivocabile tra terrorismo e narcotraffico è venuto alla luce per la prima volta solo nel novembre del 2009 con la sorprendente scoperta della carcassa di un Boeing 727 in una zona remota del nord-est del Mali. Un velivolo, secondo la ricostruzione delle autorità maliane, che sarebbe stato utilizzato per trasportare cocaina direttamente dal Venezuela.

Anche il flusso dell’eroina sembra essere stato deviato nel deserto, al punto che questo tipo di droga arriva sempre più spesso in Europa passando prima per il Mali, la Mauritania, il Ciad o il Niger.

I traffici sembrano divenuti inarrestabili, nonostante l’allarme lanciato lo scorso anno dal segretario dell’ONU Ban Ki-Moon sulla preoccupante deriva criminale di questi territori, attraversati di  continuo da numerose carovane di contrabbandieri armati. Così la legge dei delinquenti del deserto continua ad imporsi sullo sbandierato impegno dei deboli governi della regione contro l’estremismo islamico e il narcotraffico che hanno portato finora solo a risultati molto modesti.

Nel 2010, in una delle rare azioni di un certo rilievo contro il traffico di stupefacenti, l’esercito della Mauritania ha intercettato nei pressi del confine con il Mali un carico di 9,5 tonnellate di droga custodite da un clan di militanti salafiti. Il denaro generato dal traffico illegale avrebbe dovuto consentire al gruppo di acquistare nuovi armamenti per imporre la propria presenza nella regione. Lo conferma Abdelmalek Sayeh, capo dell’Ufficio nazionale algerino per la lotta alla droga, che sottolinea come i gruppi terroristici riescano ad armarsi grazie ai proventi ottenuti trafficando  droga. Ma non solo…

Sabbia, armi e veleni. Nel deserto non c’è solo un viavai continuo di droga. Secondo quanto ha scritto Thierry Oberle su Le Figaro, «nulla impedisce ad AQIM di beneficiare delle nuove rotte africane per diversificare le sue fonti di finanziamento». Il Sahara e il Sahel, afferma John Godonou Dossou, esperto di sicurezza internazionale, sarebbero anche al centro di «un fiorente commercio illecito di rifiuti radioattivi, armi, sigarette, esseri umani, veicoli e medicinali». Traffici organizzati da leader islamisti come l’algerino Mokhtar Belmokhtar, soprannominato “Mr. Marlboro” per il suo impero fondato sul contrabbando di sigarette, o da quei combattenti Tuareg che dopo la morte di Gheddafi hanno lasciato la Libia migrando verso sud con un immenso arsenale: circa 10 o 20.000 tra fucili d’assalto, mitra, mortai, missili a spalla e lanciagranate (dati dell’ultimo rapporto UNODC n.d.a.).

Le milizie degli “uomini blu” si spostano sicuri a bordo dei loro pick-up. Sembrano aver compreso che i territori desertici dell’Africa Occidentale sono la nuova Tortuga. E come sempre, dovunque si crei una Tortuga arrivano immediatamente dei pirati spregiudicati, pronti ad approfittare dello stato di anarchia. Non a caso da qualche tempo girano strane voci, rumors, sulla presenza nel nord della Mauritania di alcuni uomini “d’affari” intenzionati ad entrare in contatto con degli esponenti del Fronte Polisario (l’organizzazione militante e politica attiva nel Sahara Occidentale n.d.a.) vicini ai jihadisti maliani, allo scopo di organizzare un traffico di rifiuti tossici in cambio di chissà cosa.

Per ora l’unica certezza è che il Sahara e il Sahel sono luoghi perfetti per questo genere di crimini. Troppo spesso infatti, danni provocati dai traffici di rifiuti fanno notizia soltanto quando provocano morte e malattie. Le aree desertiche quindi, essendo pressoché disabitate, fungono bene da fedeli custodi di segreti scomodi. Lo avevano capito già negli anni ’80 i membri delle logge massoniche e delle multinazionali coinvolte nel famigerato “Progetto Urano”, ovvero lo smaltimento di rifiuti, anche nucleari, in una depressione dell’ex Sahara spagnolo. Una volta uno di loro disse: «Pensa quando tra mille anni qualcuno, scavando, troverà i container e si chiederà cosa sono e cosa c’è dentro».

(vai all’articolo originale)

Cacciamogliela Libera! – progetto Link

Sono aperte le iscrizioni per partecipare al progetto “cacciamogliela libera”, un percorso di educazione alla legalità promosso dalla Comunità della Valle dei Laghi in collaborazione con il Piano Giovani di Zona e il coordinamento del Trentino di Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie.

Quello della legalità e della lotta alla criminalità organizzata è un tema che tocca su cui tutti dobbiamo imparare ad interrogarci, perché è una realtà meno lontana di quanto si possa credere.

Come è organizzata la criminalità organizzata in nord Italia? Quali sono gli interessi in gioco? Quali sono le dinamiche sospette a cui tutti dovremmo fare attenzione? Questi sono solo alcuni degli aspetti che verranno affrontati in questo percorso insieme a chi è quotidianamente in prima linea nel contrasto alla criminalità organizzata.

Il progetto è aperto a un gruppo di venti ragazzi di età compresa tra i 17 e i 25 anni che vogliono conoscere più da vicino la realtà della lotta alla criminalità organizzata e prevede momenti formativi, la partecipazione alla giornata della memoria che si terrà sabato 17 marzo a Genova e ad un campo di lavoro nel corso dell’estate a Cascina Caccia, un bene confiscato alla criminalità organizzata in Provincia di Torino. Al termine del percorso è prevista una restituzione sul territorio. Per info ed iscrizioni puoi contattare il referente tecnico di Piano Giovani Veronica Sommadossi all’indirizzo [email protected]

Questo percorso si inserisce all’interno del “progetto Link percorsi di educazione alla legalità e alla cittadinanza attiva in Valle dei Laghi, che nasce dalla collaborazione tra la Comunità della Valle dei Laghi, la Comunità Murialdo, la Fondazione AIDA e il Piano Giovani di Zona e prevede una serie di interventi sul territorio lungo tutto il 2012 grazie al contributo del Servizio Autonomie Locali della Provincia Autonoma di Trento.

Scarica il modulo di iscrizione [.pdf] Attenzione le iscrizioni chiudono il 12 marzo!!

Scarica il manifesto [.pdf]

Incendiato uliveto gestito da Libera

Un incendio di origine dolosa verificatosi nella serata di ieri ha distrutto circa sette ettari degli undici complessivi di un uliveto in località Castellace ad Oppido Mamertino in Calabria affidato in concessione alla Cooperativa Valle del Marro di Libera Terra.

Si tratta presumibilmente di un gesto intimidatorio da parte della ‘ndrangheta, che un tempo controllava quei terreni poi confiscati e restituiti alla collettività. L’episodio avviene dopo che era stata annunciata la presenza della Nazionale di calcio italiana per un allenamento a Rizziconi, paese poco distante, in un campo costruito su un altro terreno confiscato.

Avvisati dalla locale compagnia dei Carabinieri i giovani della Cooperativa, dopo il sopralluogo tecnico, hanno presentato relativa denuncia. Secondo i primi rilevamenti molte piante di ulivi sono state seriamente danneggiate tanto da compromettere la campagna olearia prevista per ottobre mandando in fiamme oltre 5 anni di lavoro su quel terreno.

“Le fiamme che hanno colpito l’uliveto in Calabria – ha detto don Luigi Ciotti, presidente di Libera – insieme alle altre intimidazioni subite in questi giorni provocano certo disorientamento e fatica ma non fermeranno la scelta, l’impegno, la determinazione di Libera e della sua rete nell’opera di restituzione alla collettività, in Calabria, come in tante altre parti del paese, di quanto le mafie hanno sottratto con la violenza e la minaccia. Proprio perché i tempi sembrano più difficile occorre moltiplicare le ragioni della speranza, la determinazione dell’impegno, la costanza della denuncia, la responsabilità della proposta e del progetto”.

“Il nostro impegno per la legalità e la giustizia – prosegue don Ciotti – non subirà alcun cedimento e queste intimidazioni sono la riprova del positivo che in quella terra come nel resto del Paese stiamo cercando di costruire anche grazie alla preziosa opera di magistratura e forze dell’ordine, dell’associazionismo, del mondo cattolico e di molte amministrazioni attente. Un positivo che allarma e infastidisce chi vuole continuare a imporre le logiche della violenza e del profitto illecito. Un positivo che continueremo ad alimentare giorno per giorno con il contributo di tutti”.

(vai all’articolo originale)