La pagina bianca iraniana

Anticipando il futuro di dodici o diciotto mesi (forse addirittura meno), possiamo prevedere che dopo alcuni passi falsi nei negoziati avviati in autunno le grandi potenze e l’Iran troveranno finalmente un compromesso sulla questione del nucleare. Non è ancora sicuro, ma oggi questo scenario appare perfettamente plausibile.

Gli Stati Uniti ci sperano, soprattutto perché temono che un fallimento dei negoziati li costringa a bombardare l’Iran. Washington non ha alcuna intenzione di lasciarsi trascinare in una nuova guerra in Medio oriente, e al contrario vorrebbe defilarsi dalla regione – diventata meno importante dopo la scoperta dei giacimenti di gas di scisto in America – e concentrare le sue attenzioni economiche, politiche e militari sulla Cina. Se da un lato possiamo presumere che gli Stati Uniti adotteranno la massima flessibilità per tutelare il negoziato, dall’altro sappiamo che il presidente iraniano Hassan Rohani è deciso a fare tutto il necessario per ottenere un accordo fondamentale per il suo paese.

L’economia iraniana è infatti devastata dalle sanzioni contro il programma nucleare della Repubblica islamica. Soffocato dal crollo della produzione industriale e delle esportazioni, dall’inflazione galoppante e dall’aumento della disoccupazione e dei prezzi al consumo, l’Iran non è più in grado di sopportare il blocco che gli è stato imposto. Tra l’altro, per ottenere la cancellazione delle sanzioni, Teheran non dovrà rinunciare alla possibilità teorica di diventare una potenza nucleare (anche perché possiede già la tecnologia necessaria) ma soltanto allo sviluppo ulteriore del suo programma, che a questo punto avrebbe un costo eccessivo.

Date le premesse, insomma, è evidente che un’accelerazione verso il compromesso non è soltanto possibile ma anche necessaria.

Un altro elemento da tenere in considerazione è che una volta cancellate le sanzioni il mondo esterno potrà accedere di nuovo a un allettante mercato di quasi ottanta milioni di abitanti. L’Iran è dotato di immense riserve di gas e petrolio che attualmente non può sfruttare, e una volta “liberato” avrebbe tutti i mezzi economici per modernizzarsi. Teheran potrebbe pagare (in contanti o quasi) la ricostruzione delle sue infrastrutture, trasformandosi in un eldorado per i paesi occidentali in difficoltà e affermandosi come nuova potenza emergente grazie a uno stato centralizzato, un peso militare considerevole e una gioventù istruita.

Al crocevia tra Europa, Medio oriente e Asia centrale, l’Iran può e deve cambiare gli equilibri internazionali, ma questa prospettiva pone diversi interrogativi. L’Iran è infatti un paese sciita, bastione di una corrente musulmana minoritaria e fortemente osteggiata dagli stati sunniti circostanti, gravemente indeboliti dalle rivoluzioni arabe e dall’invecchiamento dei principi sauditi. La prospettiva di un’ascesa iraniana ha già provocato un riavvicinamento tra Israele e le capitali sunnite, e in futuro potrebbe offrire agli Stati Uniti la tentazione di appoggiarsi su Teheran piuttosto che su Riyad. Inoltre con l’affermazione della potenza iraniana la guerra tra sunniti e sciiti (di cui stiamo osservando le spaventose conseguenze in Siria) potrebbe infiammare il Medio oriente, destabilizzando prima Iraq e Libano e poi l’intera regione.

Per questo l’Iran dovrà trovare il modo di emergere senza spingere i vicini sunniti a coalizzarsi per combatterlo, e considerando l’inestricabile groviglio di rivalità politiche e religiose in ballo non è detto che ci riesca. A complicare ulteriormente la situazione ci sono i dubbi sulla stabilità interna di un paese giovane, colto e stanco della sua teocrazia. Al momento la popolazione iraniana si è compattata dietro al presidente eletto la scorsa estate. L’Iran sostiene Hassan Rohani perché sta mantenendo la promessa di fare tutto il possibile per ottenere la cancellazione delle sanzioni e perché incarna un interesse nazionale superiore. Per questo motivo il vero padrone del paese, la Guida suprema Ali Khamenei, ha deciso di appoggiare il governo difendendolo dall’ala più conservatrice del regime che rifiuta qualsiasi compromesso sul nucleare.

Ma cosa accadrebbe una volta sparite le sanzioni? Il regime imporrebbe un percorso “cinese” con il mantenimento del potere in cambio di un miglioramento del tenore di vita? E come reagirebbe se fosse invece costretto ad affrontare rivendicazioni democratiche?

Al momento è impossibile dirlo. Di sicuro l’aspirazione alla libertà degli iraniani è più radicata e forte di quella dei cinesi, e negli ultimi 35 anni si è manifestata già tre volte: con il rovesciamento dello scià, con l’elezione del riformatore Mohammad Khatami e con la “rivoluzione verde” di cinque anni fa, prologo della primavera araba e caratterizzata da sei mesi di manifestazioni contro i brogli alle presidenziali del 2009. L’Iran, insomma, è pronto a decollare, ma è ancora una pagina bianca.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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L’implosione del Medio Oriente

È una catastrofe annunciata. Giorno dopo giorno il conflitto siriano si allarga a due paesi vicini – l’Iraq a est e il Libano a ovest – in quella che è ormai diventata una guerra di religione tra le due correnti dell’islam e di conseguenza tra le due principali potenze musulmane della regione, l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita.

In Libano – paese fragile, mosaico dove si incrociano cristiani, sciiti e sunniti – giovedì scorso un attentato ha provocato cinque morti e numerosi feriti nella zona meridionale di Beirut, feudo di Hezbollah, il potente movimento politico-militare sciita armato e finanziato dall’Iran fin dalla sua nascita all’inizio degli anni ottanta. Meno di una settimana prima Mohamed Shattah, figura di spicco del movimento sunnita libanese appoggiato dall’Arabia Saudita, era stato assassinato mentre si trovava a bordo della sua auto. A sua volta l’omicidio di Shattah era stato preceduto dallo spettacolare attentato contro l’ambasciata iraniana a Beirut.

In Libano lo scontro violentissimo tra sunniti e sciiti sembra precipitato in una spirale inarrestabile, anche perché la monarchia saudita ha deciso di concedere 3 miliardi di dollari all’esercito libanese per rispondere alla sfida di Hezbollah acquistando le armi messe a disposizione dalla Francia (alleato storico di Beirut) per evitare che il paese finisca nell’orbita iraniana.

È evidente che lo scontro tra sciiti e sunniti libanesi è stato infiammato dal conflitto in Siria, dove si fronteggiano un regime proveniente dalla minoranza sciita del paese (gli alawiti) e un’insurrezione a maggioranza sunnita. Un’evoluzione simile è in corso anche in Iraq, dove la minoranza sunnita si è ribellata alla maggioranza sciita salita al potere dopo la caduta di Saddam Hussein. Nei giorni scorsi, a ovest di Bagdad, un gruppo sunnita legato ad al-Qaeda si è impadronito della città di Falluja e di interi quartieri della città di Ramadi, bombardata da domenica dall’esercito iracheno.

A peggiorare la crisi c’è il fatto che l’Iran sciita ha pubblicamente offerto al governo iracheno un appoggio strategico, lo stesso che garantisce al regime siriano (che può contare anche sulle truppe fornite da Hezbollah su ordine di Teheran). In Siria, Libano e Iraq gli sciiti e i sunniti si affrontano insomma a viso aperto, appoggiati rispettivamente da Iran e Arabia Saudita.

Questa guerra di religione tra le due correnti dell’islam deriva dal fatto che l’Iran non intende perdere due alleati fondamentali come Hezbollah e il regime siriano, mentre l’Arabia saudita vuole impedire a Teheran di consolidare la sua posizione regionale conquistando il Libano e la Siria proprio mentre prosegue il suo percorso di riavvicinamento con gli Stati Uniti.

Ormai è chiaro, stiamo assistendo a una guerra tra due grandi potenze decise ad assumere il controllo del Medio Oriente dopo l’uscita di scena di Washington.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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Spingono il Libano verso la guerra civile

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Roma, 24 agosto 2013, Nena News – Quarantadue morti e oltre 500 feriti ieri a Tripoli, roccaforte del sunnismo radicale. Ventisette morti e 300 feriti la scorsa settimana a Dahiyeh, a sud di Beirut, la «fortezza» del movimento sciita Hezbollah. Sono i peggiori attentati subiti dal Libano dalla guerra civile che ha devastato il Paese dei cedri tra il 1975 e il 1990. Peggiori persino di quello sanguinoso che il 14 aprile 2005, sul lungomare di Beirut, uccise l’ex premier Rafiq Hariri. Qualcuno parla di inizio di un ciclo di attacchi e vendette tra due parti che si fronteggiano politicamente e sempre più spesso anche con le armi nella vicina Siria. Eppure tra le tante ipotesi quella che sia stata la stessa mano a confezionare le bombe che in pochi giorni hanno fatto strage di una sessantina di civili libanesi appare la più concreta. Qualcuno lavora nell’ombra per far precipitare il Libano nel baratro di una nuova guerra civile, per realizzare interessi strategici regionali paralleli quelli che oggi sono gioco in Siria.

Qualcuno che, forse, due giorni fa ha lanciato quattro razzi verso Israele per innescare la reazione di Tel Aviv che ieri all’alba ha colpito con la sua aviazione nei pressi di Naameh, a sud di Beirut, il quartier generale dei palestinesi (filo-siriani) del Fronte popolare – Comando Generale. Nonostante la rivendicazione dell’attacco fosse giunta dalle Brigate Abdellah Azzam, uno dei gruppi della galassia qaedista in forte espansione tra Libano e Siria. E non è passata inosservata anche la determinazione con la quale, nelle stesse ore, il governo israeliano ha accusato la Siria di Assad di aver fatto uso di armi chimiche alla periferia di Damasco.

Gli attentati di ieri sono avvenuti nei pressi di due moschee sunnite, al termine della preghiera del venerdì. La prima autobomba è esplosa vicino alla moschea di Taqwa, non lontana dalla casa del primo ministro uscente Najib Mikati. Si tratta dell’usuale luogo di preghiera per Salem Rafei, un religioso salafita acceso oppositore di Hezbollah. Non è chiaro se si trovasse all’interno della moschea ma non sembra sia rimasto coinvolto. La seconda esplosione ha scosso, cinque minuti dopo, la moschea di Salam, nella zona portuale, non lontano dalla casa dell’ex capo della polizia Ashraf Rifi.

Le emittenti libanesi hanno mostrato alte colonne di fumo, veicoli in fiamme, corpi dilaniati ed edifici danneggiati e anneriti. Poco dopo gruppi di miliziani sunniti sono scesi in strada sparando. L’Esercito ha subito inviato rinforzi per evitare il peggio, in una città già segnata da un conflitto armato intermittente che vede di fronte gli alawiti di Jabal Mohsen e i sunniti di Bab Tabbaneh e che ha fatto sino ad oggi decine di morti. Una notte carica di tensione e insidie è scesa ieri sera sulla città.

Hezbollah ha immediatamente condannato gli attentati per smentire sul nascere le voci che volevano un suo coinvolgimento: una vendetta per l’autobomba di una settimana fa a Beirut. Per il movimento sciita il duplice attentato di Tripoli «fa parte di un piano criminale finalizzato a diffondere il seme della discordia tra i libanesi e trascinarli in una guerra nel nome del confessionalismo e del settarismo… è un disegno internazionale per spaccare la regione e diffondervi sangue e fuoco… un progetto finalizzato a trascinare il Libano nel caos e raggiungere gli obiettivi del nemico sionista e di chi lo sostiene». «Esprimiamo solidarietà – ha scritto Hezbollah nel suo comunicato – per i nostri fratelli di Tripoli in questo momento tragico, in cui sangue innocente viene versato senza ragione».

Tra i sunniti più radicali queste parole di condanna di Hezbollah sono cadute nel vuoto. Troppo forte è il rancore tra le due parti, per lasciare spazi al sentimento di unità nazionale al quale hanno fatto appello il primo ministro Mikati, il presidente Michel Suleiman e varie personalità politiche.

D’altra parte occorre essere ciechi per non vedere che la guerra civile, di fatto, è già in corso in Libano, dove peraltro si scontrano gli interessi strategici di Iran e Arabia saudita. Non si combatte ancora con le armi perché Hezbollah è militarmente troppo forte e nessuna fazione avversa può solo lontanamente immaginare di poterlo affrontare con qualche speranza di vincere. Il Paese però è frantumato con ampi settori di Tripoli schierati contro i concittadini alawiti e che appoggiano in ogni modo i ribelli siriani. La Valle della Bekaa, ad eccezione della roccaforte sunnita di Arsal, è la retrovia a sostegno dei guerriglieri di Hezbollah che combattono in Siria e teatro di frequenti attentati e attacchi alla milizia sciita e obiettivo di lanci di razzi dalla Siria (quasi sempre sulla cittadina di Hermel).

Persino il trasporto aereo sta per spaccarsi in due. I leader sunniti, non solo quelli radicali, sarebbero sul punto di riaprire al traffico commerciale l’aeroporto di Qlaiaat, vicino ad Akkar nel nord-est del Libano, in modo da non usare più lo scalo internazionale di Beirut, sotto il controllo di Hezbollah. Il 14 agosto era previsto il primo volo ufficiale bloccato all’ultimo momento solo per l’opposizione dei ministri del movimento sciita e dei partiti alleati. Qlaiaat, sospettano molti, diventerà «l’aeroporto dei sunniti» e sarà usato per facilitare il trasferimento di armi e munizioni all’opposizione siriana. Nena News

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PER NON DIMENTICARE SABRA E SHATILA

16-18 settembre 2012 –  Trenta anni fa, centinaia di civili disarmati, che vivevano nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila in Libano, furono massacrati dai soldati delle milizie cristiane, sotto gli occhi dei soldati israeliani. Leggi la testimonianza di Robert Fisk.

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Robert Fisk è un giornalista britannico che ha lavorato e lavora tuttora come corrispondente dal medio oriente per il quotidiano the Independent. Nel 1982 fu uno dei primi giornalisti ad arrivare nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, dopo che si era consumato il massacro. Il racconto che segue è tratto dal libro “Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra”, pubblicato in Italia da il Saggiatore.

 

Furono le mosche a farcelo capire.Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione, quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Per lo più giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti.Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa.Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la peste nera.

All’inizio non usammo la parola massacro.Parlammo molto poco, perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostre bocche.Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per “spazzare via i terroristi” – se ne erano appena andati.In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra.In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene.Dappertutto trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento. Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il caldo (…).

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle 10 di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico.C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone.

Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati.Era stato uno sterminio di massa, una atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola “episodio” in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica.

Era stato un crimine di guerra. 

 

L’immagine è tratta da “Valzer con Bashir” del regista israeliano Ari Folman.