Un carico radioattivo fermo nel porto di Taranto

Dall’Est Europa alla Cina, passando per i porti della costa adriatica italiana. È questa la nuova rotta dei rifiuti tossici e radioattivi provenienti dai paesi dell’ex Unione Sovietica. Gli scali di Venezia, Taranto e Ancona sono ormai le tappe intermedie obbligatorie. Viaggi illegali che raramente lasciano traccia. Quando però i container non riescono a superare i controlli delle dogane, il loro carico può raccontare una storia. È il caso di un sequestro, tenuto finora segreto da tutti e avvenuto nel porto di Taranto qualche settimana fa. In alcuni container bloccati dai doganieri sono stati trovati rottami ferrosi contaminati radioattivamente. Non si trattava dunque di un carico qualunque.

I container provenivano dall’Ungheria e dalla Bulgaria. Dopo aver attraversato il confine italiano, sono stati imbarcati a Venezia prima di fare tappa a Taranto. La loro destinazione era la Cina. La notizia, che finora non è stata ancora diffusa ufficialmente, viene confermata dall’Arpa pugliese, che però non fornisce altri particolari sulla vicenda. La Procura di Taranto ha aperto intanto un’inchiesta. Sarebbe il secondo container contaminato ad essere bloccato, a distanza di pochi mesi, in un porto italiano. Lo scorso luglio a Genova è stato infatti fermato al terminal un carico, proveniente dalla Arabia Saudita, che presentava delle emissioni di cobalto 60 cinque volte superiori alla norma. Anche in quel caso si trattava di rifiuti ferrosi.

I rottami trovati a Taranto potrebbero essere pezzi di attrezzature sanitarie o di macchinari industriali a contatto con sorgenti radioattive. Non è però neppure da escludere che possa trattarsi di componenti dismesse di apparecchiature militari o parti di centrali nucleari smantellate. Rifiuti contaminati radioattivamente e quindi complicati e molto costosi da smaltire. Ecco perché quei container hanno tentato di prendere la via cinese. Nel continente asiatico i rottami pericolosi avrebbero potuto trasformarsi in preziosissima materia prima per le acciaierie. Gli altoforni cinesi per stare dietro alle richieste di un mercato in continua espansione hanno disperatamente bisogno di ferro da fondere. E, in alcuni impianti, poco importa se si tratta di materiale radioattivo.

In questo traffico, l’Italia rappresenta uno snodo strategico. I carichi provenienti dall’Est Europa in realtà potrebbero attraversare il Mar Nero ed essere imbarcati in Turchia oppure in Grecia. Ma l’elevatissimo numero di navi che partono ogni giorno dai porti italiani alla volta del continente asiatico consente di “infiltrare” con maggiore facilità i trasporti pericolosi. C’è però anche un’altra ragione per cui l’Italia viene considerata strategica. I più importanti scali marittimi dello Stivale sono infatti gestiti direttamente da società orientali. E Taranto non fa eccezione. Anzi, è in questo senso un’avanguardia. Di italiano nella proprietà del porto pugliese non c’è rimasto più quasi nulla. Il 50 per cento delle azioni appartengono infatti alla Hutchison Whampoa, la più grande compagnia cinese di trasporto marittimo del mondo, di proprietà del magnate Li Ka-Shing. Il 40 per cento al colosso taiwanese Evergreen line. E solo il restante 10 all’italiana Sisam. Lo scorso anno Li Ka-Shing aveva annunciato l’intenzione di rilevare l’intero pacchetto azionario, con l’obiettivo di trasformare Taranto nel più grande porto container del Mediterraneo.

L’affare per ora è stato rimandato, in attesa che le istituzioni locali provvedano ad aumentare la profondità del fondale per consentire l’attracco delle enormi imbarcazioni cinesi.

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Calabria, intimidazioni alla Valle del Marro

Violato ancora una volta un simbolo di riscatto dalla prepotenza mafiosa sul territorio calabrese, a Gioia Tauro in località Pontevecchio. Ignoti la scorsa notte hanno rimosso e fatto a pezzi i lucchetti del capannone e del cancello posto all’ingresso di un terreno confiscato alla mafia e gestito, per finalità sociali, dalla Cooperativa Valle del Marro – Libera Terra. Hanno prelevato e utilizzato un furgone in dotazione alla cooperativa e poi si sono “premurati” di ricondurlo alla cooperativa e chiudere nuovamente i cancelli. Non un furto, quindi, ma un vero e proprio atto intimidatorio e simbolico. “Quello di ieri è l’ennesimo episodio di una serie che prosegue da tempo su questo territorio – dichiara il presidente della Coop Valle del Marro, Giacomo Zappia”. La notte del 1 aprile scorso, ignoti avevano forzato il lucchetto della porta del capannone e rovistato con l’ intento di rinvenire qualcosa di utile. Precedentemente l’8 marzo, malviventi avevano rubato a Polistena l’auto del vice-presidente della cooperativa per poi abbandonarla, dieci giorni dopo, in una via della città di Rosarno, priva di motore e di interni, con il tetto tagliato in più pezzi. Infine nel settembre del 2009 era stata presa di mira la sede operativa dell’Azienda, a Polistena, con il furto di tutte le motoseghe e decespugliatori. L’aspetto inquietante di questo atto intimidatorio viene fuori, gradualmente, ascoltando le parole di Giacomo, che a poche settimane dai precedenti atti intimidatori subiti dalla cooperativa e a danno anche dei suoi dipendenti, si trova nuovamente circondato da un clima pesante, da prassi burocratiche inevitabili e dalla stanchezza. Si anche da quella.

“In questo ennesimo episodio il dato più preoccupante – fa notare Zappia – è proprio un dettaglio: il fatto che dopo aver prelevato il furgone e averlo utilizzato non si sa bene per far cosa, si preoccupino di riportarlo all’interno della cooperativa”. Quasi a dire che quel terreno, sebbene confiscato dallo Stato e gestito dalla cooperativa, è ancora, e soprattutto, una zona franca nella quale “loro” possono entrare e uscire, indisturbati. “Al di là dell’episodio in questione – commenta Zappia – quello che colpisce è questo stillicidio di atti intimidatori che inevitabilmente interrogano tutti, ancora una volta, sul vero significato simbolico che un bene confiscato ha per un territorio. Noi siamo in prima linea in questo percorso ma è necessario che tutti, ma proprio tutti, sentano questo come un simbolo della rinascita contro le mafie, come un risultato concreto da difendere e da sostenere”. Cittadini, associazioni e soprattutto istituzioni locali e forze dell’ordine.

Un appello forte e chiaro Zappia lo lancia alle forze dell’ordine sul territorio. “La loro presenza per noi è preziosa, fanno un lavoro straordinario, ma vista le circostanze, serve dare maggiore continuità a questa collaborazione, fra cittadini, forze dell’ordine e associazioni impegnate in prima linea. Non è possibile che – commenta a denti stretti – ancora una volta, “nessuno abbia visto niente, che non si sappia niente, e che le indagini ogni volta debbano ripartire da capo”. E infine aggiunge: ” serve recuperare soprattutto la centralità del significato che un bene confiscato assume su un territorio, e sentirlo “proprietà” collettiva. Dobbiamo assumerci di più tutti le proprie responsabilità”.

Articolo tratto da Libera informazione.org

Vendere i beni? Un errore

Carlo Lucarelli, scrittore, da anni impegnato a divulgare sul grande schermo le tematiche riguardanti la mafia in Italia, ci concede una intervista sul tema caldo di questi giorni: i beni confiscati, che un emendamento alla finanziaria, già passato in Senato, mette a rischio. La possibile vendita sarebbe infatti la fine di una legge, la 109/96, che prevede il riuso sociale dei beni immobili confiscati alla mafia facendone un simbolo di rinascita per tutto un territorio.

Cosa pensa dell’emendamento votato al Senato?

Penso che sia sbagliato, naturalmente. Penso che con tutta la buona fede possibile, fatto così sia un errore e i motivi sono lampanti per tutti.

Cerchiamo di rivederli insieme…

I motivi sono essenzialmente questi: se uno mette in vendita, dall’alto, pur con controlli elevati, un bene della mafia, il primo problema è che la mafia, quel bene, se lo può ricomprare. Perché la mafia ha due cose in abbondanza: uno una disponibilità infinita di soldi liquidi, che derivano dalle attività illecite e questo significa soldi senza interesse, soldi che non sono stati prestati dalle banche, che non hanno i “problemi” che hanno i soldi dei normali imprenditori. In secondo luogo la mafia ha a disposizione un esercito di colletti bianchi e prestanomi che riescono facilmente ad eludere dei semplici controlli. Da un lato la mafia si ricompra il bene, cosa negativa che da, se vogliamo, un messaggio ancora peggiore che viene ben compreso da chi vive in territori “occupati”: la mafia non solo tiene testa allo Stato dal punto di vista militare, cioè non facendosi arrestare e controllando il territorio, ma anche dal punto di vista economico.

Come ne escono da questo scenario la legge Rognoni La Torre e la legge 109/96?

Non bene. Quando si parla di mafia non si parla solo di soldi, ma anche del fatto che i beni confiscati potessero produrre ricchezza in un altro modo.

Uno dei motivi alla base dell’emendamento è quello di fornire più soldi alla sicurezza, cosa ne pensa?

Da un punto di vista squisitamente di principio, i soldi servono; so benissimo che servono soldi per la benzina delle auto di polizia e magistrati, ma attenzione non è che dobbiamo fare un danno più grosso. Una volta si diceva che la lotta alla mafia costava 10 mila miliardi, dando 5 mila miliardi alla mafia si risolveva il problema. Era una provocazione assurda, speriamo che non sia così: vendiamo i beni, che vengono ricomprati dalla mafia, così avremo i soldi per dare la benzina ai carabinieri per arrestare i mafiosi. Così non funziona. C’è un altro modo di agire, oltre ai beni che devono diventare produttivi, ci sono anche i soldi liquidi.

Sono questi i soldi che, con un appello lanciato lo scorso anno, lei e la Casa della Cultura del Comune di Casalecchio, volevate riservare a una rinascita culturale del Paese?

Si, certamente. Non sono un esperto, ci saranno molte difficoltà e bisogna stare molto attenti, ma penso che i soldi liquidi debbano andare dentro le macchine dei carabinieri e dentro le attività culturali. Bisogna trattare la liquidità perchè di soldi bloccati nei conti correnti e sequestrati ce ne sono tanti. Prendiamoli lì piuttosto che vendere una calcestruzzi in Sicilia che verrebbe comprata dalla mafia. Per loro sarebbe come dire: eccoci, siamo tornati, abbiamo ricomprato.

Eppure Maroni aveva parlato di costituzione di un agenzia dei beni confiscati..

Da fuori sicuramente c’è la percezione di un qualcosa di contraddittorio. Una sensazione però riservata a chi se ne intende un po’ di queste cose; è chiaro che per la gente non è facile mettere in relazione lo scudo fiscale con la lotta alla mafia. Tutti gli arresti effettuati in questi mesi si notano e sono frutto di una attività antimafia che una volta non vedevamo. Benissimo. Ma è anche vero che molti di questi arresti sono ai danni delle cosche perdenti, e servono fino a un certo punto. Non dobbiamo cantare vittoria, bisogna guardare anche al peso dei latitanti che non sono tutti “uguali”. Quando leggiamo arresti nel clan dei Nuvoletta, sarebbe ben diverso leggere dell’arresto di Zagaria.

Libera sta organizzando una raccolta firma e alcune iniziative prima che l’emendamento passi alla Camera, cosa ne pensa?

La battaglia sarà dura anche se qualcuno in questo governo ha orecchie sensibili a questo argomento. Non sarà una battaglia partitica anche se chi muove contro è comunque presente, perchè la criminalità organizzata ha i suoi referenti politici. A me pare che queste tematiche siano un po’ uscite ultimamente, credo che dobbiamo continuare, con questa battaglia di Libera e con iniziative che spieghino il valore dei beni, anche alla presenza di persone trasversali che nel governo portano l’interesse per queste tematiche.

Che valore ha il bene confiscato e come spiegarlo alle persone che magari non ne hanno percezione?

Il valore è duplice: da un lato il valore simbolico, dall’altro il valore materiale ed economico. Il valore simbolico è quello di un pezzo di territorio che era proprietà della mafia che ce l’aveva rubato ed è ritornato di proprietà degli italiani. Il valore è ance materiale: se in un luogo non c’è lavoro e i ragazzi stanno seduti tutto il giorno in piazza, ora con il bene confiscato abbiamo una possibilità lavorativa anche per quei ragazzi: il bene produce lavoro che prima non produceva, era solo un attività per fare altri soldi per portarci via un altro pezzo d’Italia. Ora a gente disoccupata, onesta, pulita è permesso di lavorare e produrre ricchezza. Così facendo dimostri alla gente che c’è una alternativa a lavorare per la mafia, lavorare per se stessi. Al Sud come al Nord.

Andiamo al Nord, recentemente lei ha parlato della situazione dell’Emilia Romagna, anche in riferimento ai beni confiscati a Parma, la sua città natale…

Ormai è una realtà palese il fatto che la mafia sia un problema italiano e non meridionale. La mafia si è estesa lungo tutta la penisola da tempo, soprattutto se partiamo dall’idea che il controllo militare del territorio sia affiancato da un ragionamento di tipo economico. Molto più normale che la mafia investa al Nord e ne abbiamo la dimostrazione lampante. Si continua dire che al Settentrione la mafia non esiste, anche allla luce di indagini giudiziarie. I beni al Nord sono molti, anche un pezzettino di Nord era in mano della mafia. Lupo, nel suo ultimo libro, parla di mafiosi che a Milano trattano stupefacenti con gli Usa già nel 1940, settantanni fa. Un problema italiano. Da sempre.

Articolo tratto da: Libera Informazione.org

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Mafia, ennesimo tradimento del Governo

Un tradimento, l’ennesimo di questo governo sulla strada della lotta alle mafie. L’emendamento della finanziaria votato a maggioranza dal Senato, che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, è molto più grave di un segnale d’allarme. Mentre sulla Giustizia pende una legge discriminatoria pensata su misura dei guai giudiziari del premier, quando si attende ancora il passo indietro del sottosegretario Cosentino dinanzi alla richiesta di arresto per partecipazione esterna ai clan casalesi e a Fondi si rafforzano gli interessi criminali nonostante le reiterate richieste di scioglimento dell’amministrazione, si consuma un tradimento a più facce.

Come ha ricordato Don Luigi Ciotti, è tradito l’impegno assunto con il milione di cittadini che nel ’96 firmarono la proposta di legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro “restituzione alla collettività”. Se la Camera confermasse la decisione di vendere all’asta gli immobili confiscati, passati 90 giorni dalla confisca senza assegnazione, sarebbe enorme il rischio di restituirli alle stesse organizzazioni criminali. Le famiglie mafiose dispongono di un’enorme massa di denaro liquido, in via di ripulitura all’interno dell’economia legale, mentre sono in grado di fare intervenire un sistema di prestanome e di intermediari finanziari, che in parte già agiscono nei territori ad alta densità mafiosa. E’ evidente fra l’altro che il fortissimo radicamento sociale dei mafiosi renderebbe più agevole la loro capacità di vincere un’asta attraverso “amici”. Sono numerosi gli episodi già avvenuti in Sicilia, in Campania e in Calabria che attestano questa capacità dei clan. Vi sono comuni sciolti per mafia proprio per aver assegnato beni confiscati a prestanome dei mafiosi colpiti dalla confisca, come a Canicattì in provincia di Agrigento e a Nicotera in provincia di Vibo Valentia.

Per non parlare della debolezza prevista nell’emendamento per il meccanismo di vendita degli immobili, affidato a funzionari locali del Demanio che, per la loro oggettiva esposizione ambientale ( come è già avvenuto in alcuni casi ) non sono nella posizione migliore per resistere a condizionamenti anche indiretti.

Un secondo aspetto del tradimento riguarda il famoso “piano sicurezza” ostentato dal governo, dal premier fino al ministro Maroni, che innumerevoli volte hanno rivendicato contro le mafie non solo gli arresti da parte delle forze dell’ordine, ma l’entità dei beni sequestrati e il fatto che il bene da sequestrare venga perseguito in quanto tale, indipendentemente dalla posizione processuale del mafioso coinvolto. Bene, se fosse confermato questo emendamento sarebbero più di 3.200 gli immobili non ancora assegnati che verrebbero posti in vendita, esponendoli alla rivincita delle organizzazioni criminali, oltre ovviamente alle nuove confische che arriveranno…C’è davvero da chiedersi che fine abbiano fatto finora quei “fini sociali” che costituivano l’essenza della legge del ’96 e l’obiettivo di quel milione di firme, mentre ancora aspettiamo l’applicazione della legge finanziaria del 2006 che riproponeva l’uso sociale dei beni confiscati, anche attraverso l’istituzione di un’Agenzia nazionale.

Sono traditi infine e non possono non sentirsi tali, i giovani volontari che sotto le bandiere di Libera con le loro cooperative strappano frutti alle aspre terre confiscate, da Corleone e S.Giuseppe Jato alla valle del Marro, dall’altopiano pugliese a Casal di Principe e Castelvolturno, dal basso Lazio alla periferia di Catania, trasformando in beni sociali per tutti il frutto di un crimine di pochi intriso di morte, corruzione, paura. E con loro le associazioni di volontariato e del terzo settore, che attendono da anni solo di superare le paludi burocratiche per trasformare immobili sequestrati in centri sociali, di assistenza, di cultura. Questo sarebbe davvero il tradimento più imperdonabile. Se nella sua disastrata gestione dell’economia il governo ha bisogno di “fare cassa”, non intacchi quei pochi diritti essenziali finora conquistati per sostituire legalità e sviluppo al dominio del crimine.

C’è allora necessità assoluta di non fare ulteriori regali alle mafie, di non far passare alla Camera quel disastroso emendamento, rispondendo con la stessa forza e con l’ unità d’intenti e di organizzazione che fu messa in campo il 3 Ottobre per la difesa della libertà dell’informazione. E’ ormai un appuntamento che investe in ogni campo la responsabilità di tutti, non solo certo della società civile e non possiamo mancare.

Articolo tratto da: Libera Informazione.org

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