MAURO ROSTAGNO – L’ULTIMA VITTORIA DI UN UTOPISTA

MauroRostagno_mod 15 maggio 2014 – giustizia per Mauro Rostagno: a 26 anni dall’omicidio, il tribunale di Trapani condanna mandante ed esecutore.

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A 26 anni dall’omicidio di Mauro Rostagno, il tribunale di Trapani, al termine di un processo durato quasi tre anni, ha condannato all’ergastolo Vito Mazzara, come esecutore materiale, e Vincenzo Virga, come mandante. Questo pone la parola fine ad una storia fatta di calunnie, silenzi e depistaggi.

Mauro Rostagno, vittima della mafia, era stato una delle anime del movimento studentesco nel 1968, di Lotta Continua e nella seconda parte della sua vita dopo aver fondato una comunità di riabilitazione per tossicodipendenti a Trapani, si era impegnato nella lotta alla criminalità organizzata.

Maddalena Rostagno, sua figlia lo ricordava un anno fa dicendo: “Lui faceva le cose in maniera seria senza prendersi sul serio. Tutte le cose che ha fatto le ha fatte con un grande piacere e godimento per la sua vita e sul presente. Oggi sempre più spesso le persone che si occupano di certe cose si impostano molto, si mettono un’aria greve, seriosa, di credibilità. Lui non dava alcuna importanza al giudizio degli altri e ad avere un’aria credibile. Lui era credibile per le cose che faceva.

Per ricordarlo vi propongo un video del 1988, in occasione del ventennale del 1968 e un ritratto scritto da Enrico Deaglio nel giugno 2008 per la rivista Diario, quando è stata riaperta l’inchiesta sull’omicidio di Rostagno.

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Labirinto Rostagno

Dalle televisioni a tubo catodico posizionate nell’aula del tribunale si vede un uomo camminare nervosamente. Una guardia carceraria è seduta dietro la scrivania. Si rivolge alla Corte per annunciare la presenza in sala di Vincenzo Virga. L’uomo, classe 1936, che fino a pochi istanti prima passeggiava nervosamente, si avvicina al microfono confermando le proprie generalità. Virga è in collegamento dal carcere di Parma, dove è detenuto dal 2001 – anno dell’arresto dopo un lungo periodo di latitanza – al 41 bis, per reati di mafia. Nell’aula Falcone del Palazzo di giustizia di Trapani, Maddalena Rostagno ha il volto teso e gli occhi sgranati. Non si siede quasi mai. Ha lo schermo proprio sopra la sua testa, a meno di due metri. Eppure non lo fissa. L’anziano in collegamento da Parma è accusato di essere il mandante dell’omicidio di Mauro Rostagno, suo padre.

Sono passati più di ventidue anni dall’agguato che le portò via il papà, a soli 15 anni. Il 2 febbraio 2011 è iniziato un processo che cercherà di stabilire la verità su quanto accaduto il 26 settembre del 1988 in una strada buia di Valderice, a Trapani. Maddalena ascolta ogni parola del dibattimento e concede all’uomo in collegamento da Parma un solo sentimento: l’indifferenza. Una scelta di civiltà. I pubblici ministeri Antonio Ingroia e Gaetano Paci riaprono, dopo anni di fragorose cantonate investigative, l’inchiesta sul delitto. Il loro impianto accusatorio si basa sulla tesi che il giornalismo di inchiesta esercitato da Rostagno attraverso l’emittente locale Rtc non poteva essere tollerato dalla mafia, che si è liberata di lui tramite il più tipico rituale di Cosa nostra: il ricorso al piombo. E a scardinare le logiche del sistema di dominio malavitoso a Trapani si aggiunge finalmente anche la reazione della società civile. Il cambiamento rincorso per tutta la vita da Mauro si manifesta a 22 anni dalla sua scomparsa. Lo testimoniano le firme raccolte dall’associazione “Ciao Mauro” per riaprire il processo; la memoria ora condivisa tra la gente comune dell’uomo battagliero, schietto, intransigente con i potenti; e anche il corteo silenzioso che il 2 febbraio 2011 è partito dalla prefettura per giungere al Palazzo di giustizia.

Un gesto di vicinanza verso i parenti, una dimostrazione di riconoscenza per quanto fatto dall’uomo venuto dal nord che scelse la città siciliana come casa. Ad aprire il corteo un manifesto con la foto di Mauro e una sua frase scritta a caratteri cubitali: «Io sono più trapanese di voi perché ho scelto di esserlo». Ventidue tra enti e associazioni hanno deciso di presentarsi alla prima udienza del processo per costituirsi parte civile. Dalla Regione Sicilia a Libera, dalla città di Trapani all’associazione “Ciao Mauro”. Tutti accomunati da un solo obiettivo: contribuire al raggiungimento della verità. Delle ventidue richieste di costituzione di parte civile, quindici sono state accettate dalla Corte. Con l’assassinio di Mauro Rostagno la perdita è da ritenersi collettiva. Molte inchieste, un colpevole annunciato. Per anni si è sentito parlare del “mistero dell’omicidio di Mauro Rostagno”. E se ad oggi l’enigma non è stato ancora risolto, si può però dire che un passo importante verso la sua conclusione è stato fatto. Vito Mazzara e Vincenzo Virga sono accusati di essere i responsabili dell’omicidio.

A prescindere dalla sorte processuale dei singoli imputati, tutti gli indizi convergono su Cosa nostra. Lo ha ripetuto, dopo oltre vent’anni dalla conclusione delle indagini, Rino Germanà, all’epoca al comando della Squadra mobile di Trapani, chiamato a testimoniare il 16 febbraio. Non ha dubbi, nemmeno dopo tanto tempo. Tutti gli elementi raccolti nei mesi successivi all’agguato facevano pensare alla matrice mafiosa. L’assassinio, un’esecuzione in piena regola, è stato portato a termine con due armi da fuoco: un fucile e una pistola. Una firma chiara: quella di Cosa nostra. Con tutta probabilità, l’eliminazione del giornalista non può essere stata eseguita da un solo uomo. Vito Mazzara – oggi imputato come esecutore materiale del delitto – la sera del 26 settembre del 1988 non poteva essere solo. È nell’attività giornalistica di Mauro Rostagno che si deve ricercare il movente e Rino Germanà, in udienza, lo ha ripetuto. I servizi realizzati dall’emittente locale Rtc andavano a toccare temi scottanti: casi di malapolitica come gli intrecci poco cristallini della famiglia Manuguerra, mafia e traffici di droga a Trapani, i rapporti tra le famiglie trapanesi e quelle catanesi, i servizi sul processo per l’omicidio di Vito Lipari, sindaco di Castelvetrano. E inchieste su logge massoniche e poteri occulti. Poi l’auto utilizzata quella sera: una Fiat Uno blu rubata ben sei mesi prima a Palermo, tenuta nascosta fino al giorno del delitto. Chiaro segnale della premeditazione dell’atto criminale.

Tutti questi elementi hanno portato Germanà a scrivere, in una nota inviata nel dicembre del 1988, che la pista da seguire portava direttamente ai vertici di Cosa nostra. Rapporto che per anni è stato coperto dalla polvere in qualche ufficio giudiziario. È merito della Dda di Palermo se oggi si sta celebrando questo procedimento e se le carte delle prime indagini non sono andate al macero. Un delitto deciso dai vertici. A pronunciare la sentenza di condanna a morte sarebbe stato Francesco Messina Denaro, padre del super latitante Matteo, nell’estate del 1988: «È giunto il momento di far fuori quello con la barba». A riferirlo ai pm, nel 1997, è il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, uomo di punta della cosca trapanese, secondo cui l’omicidio ebbe la benedizione di Totò Riina, poiché nulla in quel periodo, spiega il pentito, poteva accadere senza l’approvazione del capo supremo della mafia siciliana. A Vincenzo Virga, capo del mandamento trapanese, il compito di mettere in pratica le direttive. E per farlo, secondo Sinacori e la Dda di Palermo, fu scelto uno dei migliori tiratori di Cosa nostra: Vito Mazzara, attualmente imputato poiché ritenuto l’esecutore materiale del delitto. Mazzara era noto per l’infallibilità nel tiro con il fucile.

I bossoli calibro 12 ritrovati in Contrada Lenzi, nel primo sopralluogo dopo il delitto, provengono dalla stessa arma utilizzata da Mazzara per altri quattro omicidi: Giuseppe Montalto, agente di polizia penitenziaria (1995), Giuseppe Piazza e Rosario Sciacca, (1990), e Gaetano Pizzardi (1995). È stata proprio la prova balistica effettuata dalla scientifica, arrivata dodici anni dopo il delitto, a riaprire il caso. A questo tassello se ne aggiunge un altro. La sera del 26 settembre del 1988 la strada che porta alla comunità Saman era completamente al buio. Non un lampione funzionante lungo tutto il tratto stradale. Un black out, dicono. Il tecnico responsabile della zona sarebbe stato trovato cadavere pochi mesi dopo la morte di Rostagno: era l’autista del boss trapanese Vincenzo Virga. E se non fosse solo mafia? Le ragioni che hanno portato un sicario a freddare con sei pallottole il giornalista di Rtc potrebbero non essere esclusivamente riconducibili a Cosa nostra. Sono gli stessi pm antimafia Ingroia e Paci a dichiararlo. Se di verità giudiziaria non si può ancora parlare lo si deve alle interferenze di poteri occulti: istituzionali, para-istituzionali, servizi segreti deviati. «I depistaggi sul delitto Rostagno sono stati sintomo di altri interessi. Fu un delitto non solo di mafia, possono esserci stati altri interessi convergenti» ha dichiarato il pm Antonio Ingroia. Ciò che rende questa storia l’ennesimo mistero italiano è il legame con Ilaria Alpi, giornalista del Tg3 uccisa a Mogadiscio nel 1994 insieme al cameraman Milan Hrovatin. Ilaria e Mauro, uccisi in anni e in luoghi diversi, stavano indagando su vicende simili: storie di armi e rifiuti.

Il mistero si infittisce ancor più quando si parla di una cassetta fatta sparire dalla redazione di Rtc. Forse un servizio che Mauro Rostagno avrebbe voluto trasmettere, nonostante qualcuno glielo avesse sconsigliato. Il giornalista avrebbe infatti ripreso uno strano traffico di armi presso l’aereoporto di Kinisia, vicino a Trapani. Agli aiuti umanitari per la popolazione – probabilmente l’aereo era diretto in Somalia – uomini in divisa provvedevano a sostituire il carico con casse di armi e munizioni. Di quella cassetta non si ha più traccia. E poi alcuni personaggi che si incrociano in entrambi i misteri. Una figura su tutte è quella di Vincenzo Licausi, uomo dei servizi segreti appartenente alla loggia massonica “Iside 2” radicata a Trapani. Morto nel ’93 in uno strano incidente militare in Somalia, Licausi era a conoscenza dei traffici di armi e rifiuti radioattivi con l’Italia. E probabilmente ha incrociato le vite di Mauro Rostagno ed Ilaria Alpi. Altri sono i punti di contatto tra le due vicende. Come i depistaggi, le prove fatte misteriosamente sparire, gli interventi dei servizi segreti, l’interesse di una certa politica a ostacolare l’attività d’inchiesta dei due giornalisti. Tasselli che compongono il mosaico di due misteri all’italiana, dal tragico epilogo. Un plotone di testimoni. Il numero dei testimoni chiamati a deporre in aula toccherà quota trecento. Un’ampia schiera di testimoni è stata chiamata dalla pubblica accusa, dalle parti civili e dalle difese degli imputati per far piena luce sul delitto. Varcheranno l’aula Falcone del tribunale di Trapani i collaboratori di giustizia Sinacori e Siino, gli agenti che negli anni hanno condotto le indagini, gli ospiti della struttura Saman, oltre a tutti gli indagati dell’inchiesta avviata nel 1996 dal procuratore Gianfranco Garofalo. Compaiono nella lista testimoni della difesa anche nomi di spessore della politica italiana, come gli esponenti del Psi Claudio Martelli e Bobo Craxi. Se la pubblica accusa cercherà di dare corpo alla pista mafiosa e all’intreccio di poteri che hanno voluto far tacere Mauro Rostagno, la difesa di Vincenzo Virga e Vito Mazzara punterà a dimostrare l’estraneità degli assistiti virando sul delitto interno a Saman. Nella schiera dei trecento si leggono i nomi di Francesco Cardella, amico e fondatore con Mauro Rostagno della comunità Saman, e di Giuseppe Cammisa, suo braccio destro. Difficilmente, però, li si vedrà in aula. Cammisa, accusato di essere l’esecutore materiale del delitto del giornalista – poi prosciolto – ha un passato turbolento e oggi vive in Ungheria. Imparentato con boss di primo piano, è entrato in comunità per disintossicarsi ed è diventato l’uomo di fiducia di Cardella.

All’ex ospite di Saman, Cardella affida il compito di seguire un affare in una Somalia dilaniata dalla guerra civile. È il 1994 e si trova a Bosaso. Dalla commissione d’inchiesta sul caso Alpi pare che Giuseppe Cammisa sia stato uno delle ultime persone a vedere in vita la giornalista. Lui non ha mai confermato l’incontro. La volontà della pubblica accusa è quella di giungere in tempi rapidi alla sentenza di primo grado. Un calendario fitto di udienze – una alla settimana – potrebbe portare la corte ad esprimersi in tempi brevi. Un atto dovuto nei confronti di Mauro Rostagno e della sua famiglia, che da ventidue anni attendono giustizia.

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