Caso Alpi-Hrovatin, vent’anni di misteri e depistaggi

«1400 miliardi di lire: dov’è finita questa impressionante quantità di denaro?», aveva scritto Ilaria Alpi su uno dei suoi taccuini poco prima di venire uccisa. Dopo vent’anni questa domanda scomoda sull’uso degli aiuti della cooperazione italiana in Somalia rimane ancora senza una risposta, così come sono rimasti nell’ombra i nomi dei mandanti dell’omicidio della giornalista del «TG3» e del cameraman triestino Miran Hrovatin, avvenuto il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.

Ilaria e Miran erano arrivati in Somalia l’11 marzo al seguito della fallimentare operazione militare “Restor Hope”, condotta dagli Stati Uniti con l’aiuto di altre nazioni alleate nel tentativo di riportare l’ordine nell’ex colonia italiana. Un Paese divenuto incontrollabile, devastato dalla guerra civile e in preda all’anarchia più sanguinaria. In questo scenario da brividi Ilaria Alpi stava cercando di portare avanti un’inchiesta sui misteriosi traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici tra l’Italia e il Corno d’Africa. Una sporca faccenda in cui sospettava il coinvolgimento diretto del settore governativo della cooperazione e dei servizi segreti italiani. Per questo motivo aveva passato i primi giorni del suo soggiorno in Somalia cercando di programmare alcune interviste tra Mogadiscio, Bosaso e Garowe, nel nord Paese, con l’obiettivo di trovare delle conferme alla presunta attività “parallela” delle navi donate della cooperazione. Si trattava delle imbarcazioni della Shifco (Somali Hight Fisching Company), una società amministrata da un tale Mugne, un somalo con passaporto italiano, che all’inizio degli anni 90 si dedicava ufficialmente alla pesca d’altura e al commercio ittico attraverso una flotta di pescherecci donati dall’Italia ai pescatori somali. Navi che secondo molte supposizioni, sempre smentite dalla Shifco, sarebbero state in realtà solo un mezzo per trafficare armamenti e occultare in Somalia rifiuti tossici e radioattivi. Un intreccio affaristico complesso che fu al centro dell’ultima intervista di Ilaria Alpi con il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor (http://youtu.be/YMD1SXBeXnA). Un colloquio contenuto in alcune cassette, arrivate in Italia dopo la morte della giornalista, in cui si notano alcuni tagli…

Nel febbraio del 2006 nella sua deposizione davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare presieduta da Carlo Taormina, Bogor riferirà di essere stato a conoscenza delle voci circolate con insistenza sul territorio somalo riguardo all’esistenza di un traffico internazionale di rifiuti tossici, forse interrati lungo la strada Garowe-Bosaso. Veleni prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate con le fazioni in lotta per il potere in Somalia. Era precisamente questa la pista su cui stava lavorando Ilaria Alpi.

«Perché questo caso è particolare?». Dal porto alla strada per Garowe, ogni infrastruttura importante costruita nell’area di Bosaso è frutto della cooperazione italiana. Opere realizzate negli anni 80 grazie al rapporto di amicizia tra il leader somalo Said Barre e il governo di Roma a guida PSI. All’apparenza nulla di strano, eppure secondo alcune ipotesi giornalistiche, nel loro soggiorno nella capitale della Migiurtinia, la Alpi e Hrovatin avevano raccolto delle prove in grado di mettere in difficoltà governi ed istituti bancari italiani ed europei. «Perché questo caso è particolare?», scriveva Ilaria Alpi sul suo bloc-notes, pensando che Bosaso potesse essere davvero il crocevia degli affari nascosti tra la Somalia e l’Europa. Un luogo appartato per lo scambio di armi e rifiuti tossici e radioattivi tra il primo e il terzo mondo, una zona tanto sicura per i traffici illeciti quanto pericolosa per gli eventuali ficcanaso, come ha confermato un  appunto informativo della DIA di Genova datato 1997: “Si apprende che la provincia di Bosaso è la zona interessata allo scambio di armi e di scaricamento di rifiuti nucleari e industriali e che nel 1993 la zona era off-limits per i giornalisti, soprattutto italiani”.

«Ilaria mi aveva detto che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa – ha detto nel Faduma Mohammed Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio, ascoltata nel 1999 dai giudici della seconda Corte d’assise di Roma –. Lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste somale. Aveva appreso che erano stati scaricati rifiuti tossici; cose che noi sapevamo già. Ma eravamo impotenti, non potevamo farci niente. Io le ho detto che dal 1988 le cose avevano cominciato ad andare alla deriva; non avevamo guardiacoste, non avevamo niente. Avevo sentito che in quasi tutto il litorale somalo, a Merca, a Mogadiscio, a Obbia, nel Moduk, in Migiurtinia (l’area di Bosaso, ndr) erano sepolti dei fusti di cui non si conosceva il contenuto. Ho inoltre fatto notare a Ilaria che erano comparse in Somalia delle malattie nuove, e che si erano registrate morie di pesci».

Erano soprattutto i circa 260 chilometri della strada Garowe-Bosaso, costruita dagli italiani nel biennio 87-88, ad attirare maggiormente l’attenzione della reporter italiana. Secondo la signora Luciana Alpi (http://www.ilariaalpi.it/?p=3061), madre di Ilaria, proprio quella ostinata indagine potrebbe nascondere il reale movente dell’omicidio di sua figlia e del cameraman triestino: «È possibilissimo un legame tra l’assassinio e le indagini che Ilaria aveva condotto in Somalia sulla strada che da Garowe conduce al porto di Bosaso. Di fronte alla commissione d’inchiesta della scorsa legislatura, il sultano di Bosaso confermò che quando tenne la sua ultima intervista Ilaria era già al corrente dei traffici di rifiuti pericolosi tra l’Italia e la Somalia. Da anni si dice che durante i lavori di costruzione di quella strada fossero stati interrati fusti contenenti sostanze tossiche o radioattive. L’ipotesi fu rafforzata da una testimonianza resa in commissione da Vittorio Brofferio, un ingegnere impegnato nella realizzazione della strada per conto della società italiana Lofemon. Disse che gruppi locali e stranieri manifestarono interesse a interrare i fusti, ma che lui si rifiutò».

Va sottolineato che la testimonianza dell’ingegner Brofferio, resa nel 2005, è stata considerata attendibile dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’omicidio Alpi-Hrovatin «sia perché non ha trovato smentite in altri tecnici pure impegnati nei medesimi lavori; sia perché in quella zona, una successiva spedizione giornalistica […] ha consentito di acquisire informazioni da parte di lavoratori locali assunti dalle imprese italiane, secondo cui effettivamente, nel periodo sopra indicato, erano stati trasportati rifiuti scaricati nei porti somali».

Nella testimonianza dell’ingegnere rimane tuttavia un nodo che la Commissione non è riuscita a sciogliere. Si tratta di un episodio che Brofferio ha sostenuto aver avuto come protagonista Giancarlo Marocchino, un piemontese esperto di logistica che viveva in Somalia dagli anni 80. «Ricordo che in occasione di una sua visita – ha raccontato l’ingegner Brofferio – mi mostrò un telex, chiedendomi se fossi interessato a quanto il messaggio diceva: ricevere dei container da interrare in zone disabitate lungo la nostra strada, relativamente al troncone che partiva da Garowe fino a circa la metà, più o meno all’altezza di Gardo, alla sola condizione di non aprirli per controllarne il contenuto».

Sentito in merito, Marocchino ha negato categoricamente l’episodio appena descritto. Nemmeno il successivo confronto tra i due, ha concluso la Commissione d’inchiesta,  “ha consentito di ottenere alcuna evidenza in ordine alla veridicità o meno del racconto di Brofferio”.

Giancarlo Marocchino è anche colui che il 20 marzo 1994 accorse per primo sul luogo dell’agguato mortale ai giornalisti del «TG3». Una coincidenza che negli anni ha alimentato ipotesi  e sospetti, anche questi mai confermati, sul ruolo dell’uomo nell’intera vicenda.

L’esecuzione di Mogadiscio. È il 20 marzo 1994. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono appena ritornati a Mogadiscio. Sono molto soddisfatti. «Ho cose grosse, un ottimo servizio», dice la Alpi ai colleghi del «TG3».

Dopo una piccola paura all’Hotel Sahafi, la giornalista e cameraman, salgono a bordo di un fuoristrada Toyota insieme ad un autista e a una guardia del corpo armata. Vanno nella zona nord della capitale, all’Hotel Amana, dove forse sperano di incontrare un collega dell’Ansa. Un incontro che non avverrà mai perché la persona che cercano ha già lasciato la Somalia. Pochi minuti più tardi si trovano di nuovo in macchina per le strade di una Mogadiscio da incubo. Ancora non lo sanno ma la loro vita è vicina alla fine.

Tutto accade nei pressi dell’ambasciata italiana, è lì che scatta l’agguato. La Toyota degli italiani viene affiancata da una Land Rover blu. A bordo sono in sette, tutti armati: è una condanna a morte. L’autista intuendo ciò che sta per accadere pesta il piede sul freno e ingrana la retromarcia, ma il disperato tentativo di fuga termina appena ottanta metri contro un muro. Non c’è più via di scampo. In un attimo l’autista della Toyota e l’uomo di scorta si dileguano per salvarsi la vita, mentre i due italiani rimangono a bordo, fermi sui sedili. Sono loro l’unico bersaglio degli uomini del commando: Ilaria Alpi viene uccisa con un proiettile alla nuca sparato da distanza ravvicinata, Miran Hrovatin con uno alla tempia destra.

Sul luogo dell’agguato, come mostrano le immagini girate dall’operatore della tv americana «ABC», è presente Giancarlo Marocchino, che in quella circostanza dichiara: «Non è stata una rapina. Si vede che sono andati in certi posti che non dovevano andare».

La dinamica dell’azione criminale non pare lasciare dubbi, almeno nelle ore immediatamente successive all’agguato. La stampa parla apertamente di omicidio premeditato ma per chi si augurava di far emergere in fretta alla verità è solo l’inizio di un calvario lungo vent’anni. Tutt’oggi, infatti, la giustizia non è ancora riuscita nell’impresa di decifrare in modo netto i contorni della vicenda. Una confusione alla quale per altro hanno contribuito fin da subito alcuni fatti incresciosi, come la scoperta dalla sparizione dei alcune cassette girate da Hrovatin e di alcuni taccuini di appunti scritti della Alpi.

La Somalia dei morti e misteri. Il caso Alpi-Hrovatin sembra intrecciarsi con quelli di almeno altri due strani delitti. Il primo è quello dell’agente del SISMI Vincenzo Li Causi, attivo in precedenza presso il Centro Scorpione (la struttura di Gladio operante a Trapani) e poi informatore della stessa Ilaria Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano. Li Causi venne ucciso in Somalia nel novembre del 1993, pochi mesi prima dell’agguato in cui perse la vita la giornalista.

L’ex colonia italiana potrebbe essere anche l’anello di congiunzione con l’assassinio di Mauro Rostagno, ex leader di Lotta Continua, giornalista e fondatore, insieme a Francesco Cardella, della comunità Saman per il recupero dei tossicodipendenti. Secondo quanto dichiarato ai magistrati da Carla Rostagno, sorella di Mauro, il giornalista avrebbe filmato l’arrivo, in un aeroporto abbandonato nei pressi di Trapani, di alcuni aerei militari italiani che scaricavano aiuti umanitari e caricavano armi. Una copia del filmato sarebbe stata consegnata da Rostagno al suo socio, Francesco Cardella. Si tratta anche in questo caso di ipotesi che attendono ancora una conferma, eppure a marzo 2012 il complesso delle vicende è divenuto se possibile ancor più torbido. Un’inchiesta dei giornalisti Andrea Palladino e Luciano Scalettari pubblicata su Il Fatto Quotidiano ) ha infatti reso noti alcuni documenti inviati in Somalia dal  SIOS di La Spezia (il comando del servizio segreto della Marina Militare) il 14 marzo del 1994, proprio il giorno in cui Alpi e Hrovatin arrivarono a Bosaso.  “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda)” – scriveva il Sios – “ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”. Cosa significava quell’enigmatico messaggio? Per i due giornalisti del Fatto, “Jupiter” sarebbe lo pseudonimo del braccio destro di Francesco Cardella. «L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi» – scrivono Palladino e Scalettari – «traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi».

Ma serie dei fatti inquietanti non finisce qui. Dopo aver girato le immagini dei corpi senza vita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sono morti anche l’operatore dell’«ABC» e il suo collega della tv della Svizzera italiana («RTSI»). Il primo è stato trovato cadavere in una stanza d’albergo di Kabul, mentre il secondo è rimasto vittima di un incidente stradale a Lugano.

Anche  Ali Mohamed Abdi Said, l’autista della Toyota su cui viaggiavano i due giornalisti italiani, è morto nel 2001 in un’incidente stradale. Era appena tornato in Somalia dall’Italia con la promessa di nuove rivelazioni.

Vent’anni di indagini, nessuna verità. Nel gennaio del 1998 venne arrestato il somalo Hashi Omar Hassan,  riconosciuto dall’autista della Toyota come uno degli assassini di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Assolto nel 1999, Hassan fu nuovamente condannato all’ergastolo nel 2000 per duplice omicidio dalla Corte d’Assise e d’Appello di Roma. Tuttora è l’unico a pagare per la responsabilità dell’assassinio, anche se sono in molti a  credere che Hassan sia stato solo un capro espiatorio. La signora Luciana Alpi ad esempio, che più di tutti ha a cuore la ricerca della verità sulla morte di sua figlia. «Hashi è innocente – ha detto in una recente intervista rilasciata al quotidiano «La Stampa» (http://www.lastampa.it/2014/03/16/italia/cronache/la-madre-di-ilaria-alpi-la-procura-non-ha-fatto-nulla-solo-depistaggi-o58Tj6kG37pHCc7HhcsM1O/pagina.html) – è tornato in Italia dopo l’assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c’entra niente in questa storia. E adesso, la situazione è da Grand Guignol…».

L’impressione è quella di essere ancora fermi al punto zero. Nel 2007, dopo due anni, anche i lavori della Commissione d’Inchiesta sul caso Alpi-Hrovatin, quelli che avrebbero dovuto chiarire quanto accaduto a Mogadiscio, sono terminati senza una versione dei fatti condivisa. All’interno della Commissione i deputati di maggioranza hanno approvato le conclusioni proposte dal Presidente Carlo Taormina in cui si afferma in particolare che la morte dei due giornalisti sarebbe stata causata da una rapina finita male («I due giornalisti nulla mai hanno saputo e in Somalia passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente», ha detto Taormina a l’Unità il 7 febbraio 2007). L’opposizione ha invece presentato un contro-documento, lamentando anomalie «nel modo di procedere della Commissione d’inchiesta, che potrebbero averne falsato le risultanze».

L’avvilente balletto istituzionale ha prodotto questi risultati: vent’anni di indagini, cinque magistrati e un solo colpevole che per altro, secondo la mamma di Ilaria,  è «sicuramente innocente».

20 marzo 1994 – 20 marzo 2014. Nel giorno del ventesimo anniversario dell’agguato di Mogadiscio, le speranze di ottenere finalmente giustizia sono riposte alla procedura di desecretazione degli atti acquisiti dalle Commissioni d’inchiesta sui rifiuti e sul caso Alpi-Hrovatin, avviata dalla Presidenza della Camera a dicembre 2013. Si tratta di oltre 600 dossier prodotti dai servizi segreti civili e militari (ex SISMI e SISDE), che potrebbero finalmente far sì che il caso esca dalla desolante terra dei misteri irrisolti della Repubblica. Fatti “inspiegabili” per cui le prove raccolte non bastano mai, dove gli infiniti condizionali sono diventati una malattia cronica e in cui la verità giudiziaria corre sempre su binari opposti rispetto al sentire comune. Fatti, insomma, come la morte di due investigatori della notizia che per qualcuno erano semplicemente in vacanza, mentre per qualcun altro «erano in Somalia per completare un’indagine sulla movimentazione clandestina dei rifiuti radioattivi ad opera di faccendieri “tutelati” dai servizi segreti, dagli Stati di mezzo mondo, non escluso il governo italiano, dalla ‘ndrangheta calabrese» (cit. Francesco Gangemi, Il Dibattito).

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L’allarme corruzione viene dall’Europa

VannucciUna volta tanto a suscitare preoccupazioni sulla perdurante emergenza corruzione in Italia non è l’ennesimo scandalo made in Italy. Stavolta a suonare forte e chiaro il campanello d’allarme è la Commissione Europea, che ieri ha presentato il suo primo rapporto sulla corruzione in Europa. L’immagine dell’Italia, e non è certo una sorpresa, risulta piuttosto appannata. Poca trasparenza, troppe resistenze e ambiguità nella necessaria azione di contrasto all’illegalità politica.

A giudizio dell’Europa, negli ultimi anni i principali passi in avanti sono stati fatti sul versante della prevenzione, grazie alle disposizioni dalla legge 190 del 2012. Che coincidenza: proprio pochi giorni fa, alla fine di gennaio, è scaduto il termine per la presentazione dei piani anticorruzione in tutti gli enti pubblici. Un adempimento assolto da molte amministrazioni con fatica, e che rischia per giunta di tradursi nell’ennesima inondazione cartacea di buone intenzioni tradotte nero su bianco. A norma di legge, infatti, nella lotta alla corruzione non vale comunque la pena di investire: tutta l’attività di prevenzione dovrebbe essere realizzata “a costo zero”, affidata al controllo ultimo di un’Autorità nazionale (l’Anac) a corto di mezzi e strumenti – una specie di Alto burocrate dell’anticorruzione. Del resto l’impegno in questo campo non paga, né per i funzionari che rischiano in prima persona – si pensi ai responsabili anticorruzione, che scontano la debolezza degli strumenti a loro disposizione – né i politici, per i quali l’impegno etico raramente produce consenso o voti.

L’altro progresso che l’Europa ci riconosce è infatti, a ben guardare, un drammatico segnale di debolezza. L’introduzione per legge di criteri di ineleggibilità a incarichi pubblici in caso di condanne per gravi reati riflette il fallimento di tutti quei meccanismi di controllo politico e sociale che in altri paesi d’Europa rendono semplicemente inconcepibile che pregiudicati per frode fiscale o corruzione possano venire candidati dai loro partiti (tanto meno guidarli), od ottenere il sostegno degli elettori.

In effetti nell’opinione pubblica italiana sembra regnare una sorta di schizofrenia su questi temi. Nel sondaggio europeo che accompagna il rapporto, infatti, i livelli di preoccupazione risultano altissimi: il 97% degli italiani ritiene che la corruzione sia un fenomeno dilagante – quasi il 20% in più della media europea. Per l’88 per cento degli italiani tangenti e raccomandazioni sono spesso il modo più facile per accedere ai servizi pubblici – oltre il 15% in più degli altri paesi europei. Eppure le rilevazioni sulle esperienze personali nel 2013 sono in linea con quelle dei partner europei: solo il 2% dei cittadini e il 4% delle imprese si è visto chiedere una tangente nei 12 mesi precedenti.

Forse questa sensibilità nasce dalla percezione diffusa che il fenomeno si è “stratificato”, arroccandosi nei principali centri di spesa pubblica, dove finisce per degradare in modo intollerabile la qualità dei servizi erogati ai cittadini: vale nel settore sanitario e assistenziale, e se ne osservano i sintomi nella catastrofica ricostruzione post-terremoto, nello scempio urbanistico e ambientale di molti territori, nell’emergenza permanente della gestione rifiuti – solo per citare casi saliti di recente agli onori della cronaca.

E qui arrivano le colpe della classe politica italiana, su cui il rapporto della Commissione europea non risparmia gli affondi. La classe politica si è di fatto auto-assolta, visto che non ha previsto per sé l’adozione di codici etici, né di strumenti per rendicontare il proprio operato. E’ latitante da due decenni per quanto concerne tutte le misure più necessarie e urgenti: la riforma dei tempi di prescrizione dei processi – attualmente garanzia di impunità per gli imputati – la trasparenza degli appalti pubblici, il rafforzamento del reato di falso in bilancio, l’autoriciclaggio, il voto di scambio politico-mafioso, la trasparenza delle situazioni patrimoniali, la corruzione nel settore privato. E poi un’ultima frecciata: l’assenza di una seria regolazione di quel groviglio inestricabile di conflitti di interessi che – come dimostra la recente vicenda del dimissionario presidente Inps Mastropasqua – avvelenano la vita pubblica ad ogni livello.

Il Professor Alberto Vannucci è direttore del Master APC Analisi Prevenzione e Contrasto della Criminalità organizzata e della Corruzione dell’Università di Pisa è autore del libro “Atlante della corruzione” edizioni EGA, bibbia di riferimento della campagna Riparte il futuro.

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La via della spada: l’eroina aghana inquieta Mosca

Uno degli aspetti, forse sottovalutato, legati al ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan è quello della lotta al narcotraffico. La produzione di eroina in Afghanistan risulta, dalle ricerche delFederal Drug Control Service of the Russian Federation (FSKN), in costante aumento e si ritiene che la partenza statunitense del 2014 non farà che peggiorare la situazione.

Il problema investe in pieno l’Asia Centrale, ormai rotta quasi esclusiva per far giungere l’eroina afghana in Europa, e la Russia, che vede una preoccupante crescita del tasso di tossicodipendenza tra i suoi cittadini: sarebbero infatti ormai più di 8 milioni i russi eroinomani. Nel 2012 le forze di polizia russe hanno arrestato 88 mila persone per reati connessi agli stupefacenti, e sequestrato droghe per 85 tonnellate, ma il vero problema resta il confine tra Tagikistan e Afghanistan. La frontiera tra il montagnoso stato centroasiatico ed il paese afghano è assolutamente porosa, vero e proprio corridoio da dove l’eroina si diffonde in tutta l’Asia Centrale, e non solo. Secondo le stesse autorità tagike la crescita dei carichi sequestrati è da mettere in relazione con un vertiginoso aumento delle quantità di droga contrabbandate.

Per far fronte a questo problema Mosca ha deciso di mettere in atto una cooperazione economica con i paesi centroasiatici, stanziando circa 2 miliardi di dollari e creando un progetto di sostegno allo sviluppo della regione, che tra le altre cose dovrebbe portare alla creazione di circa 30 mila nuovi posti di lavoro.  La Russia sta anche stringendo accordi con altri attori della regione, come l’Iran, per contrastare la piaga del traffico di eroina. La lotta al narcotraffico potrebbe essere inoltre un importante strumento per la collaborazione con l’Unione Europea e gli Stati Uniti, sebbene verso questi ultimi le autorità russe non nutrano molta  fiducia.

La corruzione diffusa tra i regimi della regione potrebbe tuttavia vanificare gran parte degli sforzi russi, sebbene gli stessi governanti centroasiatici abbiano tutto l’interesse a combattere il fenomeno. Infatti il traffico di droga si lega strettamente al fondamentalismo islamico, grande paura dell’Afghanistan post-2014, di cui è spesso la principale fonte economica; e proprio in quest’ottica va letta la linea di condotta russa. Un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione renderebbe meno attraenti i profitti derivati dal narcotraffico, in sostanza l’economia interverrebbe dove la religione non riesce ad arrivare dato che, e va ricordato, Afghanistan ed Asia Centrale sono paesi islamici dove la coltivazione e l’uso di droghe sono espressamente proibiti.

Quello del traffico di droga rappresenta un grande tema di confronto nel mondo islamico, di fronte alla sempre più evidente contraddizione di gruppi islamisti che commerciano e si finanziano con qualcosa di haram (ossia di proibito). L’islam centroasiatico, in maggioranza di scuola hanafita, è sempre stato caratterizzato da forme di moderazione – ad eccezione di zone come la Valle di Ferghana – e si connota sempre più come opposizione politica ai corrotti regimi della regione. Se da un lato esiste il pericolo di una crescita del fondamentalismo islamico, dall’altro non va dimenticato il ruolo dei movimenti islamici in quanto opinione pubblica.

In realtà anche nell’Afghanistan talebano si tentò di stroncare la produzione ed il commercio di eroina. Era il luglio del 2000 ed il mullah Omar proibì la coltivazione del papavero da oppio: il risultato fu un veloce ritiro del provvedimento a causa di fortissime proteste dei contadini. L’eroina rende infinite volte più che qualunque prodotto proposto dai programmi internazionali. E questo è il grosso rischio contro al quale possono infrangersi i programmi di Mosca.

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Droga, armi e rifiuti: il lato oscuro di Sahara e Sahel

Oceani di sabbia, popoli nomadi e piste in terra battuta che collegano sperduti villaggi ad antiche città. Da sempre le regioni del Sahara e il Sahel offrono atmosfere magiche, affascinanti, ma negli ultimi anni sono diventate anche un rifugio sicuro per bande criminali e gruppi terroristici come Al-Qaeda nel Maghreb (AQIM).

Siamo in quel pezzo del puzzle africano compreso tra Algeria del sud, Mali e Mauritania del nord, Marocco e Sahara Occidentale. Terre aride, estreme, dove narcotrafficanti e islamisti radicali hanno stretto tra loro un’alleanza che, approfittando dell’isolamento e della povertà delle popolazioni locali, fa prosperare il traffico di droga. Sahara e Sahel sono divenuti un corridoio in cui transitano gli stupefacenti provenienti dal Sud America e destinati al Vecchio Continente. Un business enorme, che Al-Qaeda nel Maghreb utilizza per finanziare la sua attività terroristica e per attrarre nuovi militanti.

È questo lo scenario denunciato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), secondo cui un’altissima percentuale della cocaina venduta in Europa transita attraverso quella “cintura di instabilità” rappresentata dall’Africa Occidentale. I numeri sono da capogiro: 1,25 miliardi di dollari è il valore della droga proveniente dall’Africa Occidentale. In questo modo l’illegalità nel Sahara e nel Sahel si è trasformata da problema locale a minaccia globale.

Drugs airlines. Per trovare l’origine del patto criminale tra Al-Qaeda e i cartelli sudamericani bisogna tornare al 2004. Nei successivi quattro anni, narcos e gruppi islamici sono riusciti a stringere legami sempre più stretti con i governi corrotti del Sahara e del Sahel per consentire l’arrivo di aerei carichi di droga dal Sud America. Ma il collegamento inequivocabile tra terrorismo e narcotraffico è venuto alla luce per la prima volta solo nel novembre del 2009 con la sorprendente scoperta della carcassa di un Boeing 727 in una zona remota del nord-est del Mali. Un velivolo, secondo la ricostruzione delle autorità maliane, che sarebbe stato utilizzato per trasportare cocaina direttamente dal Venezuela.

Anche il flusso dell’eroina sembra essere stato deviato nel deserto, al punto che questo tipo di droga arriva sempre più spesso in Europa passando prima per il Mali, la Mauritania, il Ciad o il Niger.

I traffici sembrano divenuti inarrestabili, nonostante l’allarme lanciato lo scorso anno dal segretario dell’ONU Ban Ki-Moon sulla preoccupante deriva criminale di questi territori, attraversati di  continuo da numerose carovane di contrabbandieri armati. Così la legge dei delinquenti del deserto continua ad imporsi sullo sbandierato impegno dei deboli governi della regione contro l’estremismo islamico e il narcotraffico che hanno portato finora solo a risultati molto modesti.

Nel 2010, in una delle rare azioni di un certo rilievo contro il traffico di stupefacenti, l’esercito della Mauritania ha intercettato nei pressi del confine con il Mali un carico di 9,5 tonnellate di droga custodite da un clan di militanti salafiti. Il denaro generato dal traffico illegale avrebbe dovuto consentire al gruppo di acquistare nuovi armamenti per imporre la propria presenza nella regione. Lo conferma Abdelmalek Sayeh, capo dell’Ufficio nazionale algerino per la lotta alla droga, che sottolinea come i gruppi terroristici riescano ad armarsi grazie ai proventi ottenuti trafficando  droga. Ma non solo…

Sabbia, armi e veleni. Nel deserto non c’è solo un viavai continuo di droga. Secondo quanto ha scritto Thierry Oberle su Le Figaro, «nulla impedisce ad AQIM di beneficiare delle nuove rotte africane per diversificare le sue fonti di finanziamento». Il Sahara e il Sahel, afferma John Godonou Dossou, esperto di sicurezza internazionale, sarebbero anche al centro di «un fiorente commercio illecito di rifiuti radioattivi, armi, sigarette, esseri umani, veicoli e medicinali». Traffici organizzati da leader islamisti come l’algerino Mokhtar Belmokhtar, soprannominato “Mr. Marlboro” per il suo impero fondato sul contrabbando di sigarette, o da quei combattenti Tuareg che dopo la morte di Gheddafi hanno lasciato la Libia migrando verso sud con un immenso arsenale: circa 10 o 20.000 tra fucili d’assalto, mitra, mortai, missili a spalla e lanciagranate (dati dell’ultimo rapporto UNODC n.d.a.).

Le milizie degli “uomini blu” si spostano sicuri a bordo dei loro pick-up. Sembrano aver compreso che i territori desertici dell’Africa Occidentale sono la nuova Tortuga. E come sempre, dovunque si crei una Tortuga arrivano immediatamente dei pirati spregiudicati, pronti ad approfittare dello stato di anarchia. Non a caso da qualche tempo girano strane voci, rumors, sulla presenza nel nord della Mauritania di alcuni uomini “d’affari” intenzionati ad entrare in contatto con degli esponenti del Fronte Polisario (l’organizzazione militante e politica attiva nel Sahara Occidentale n.d.a.) vicini ai jihadisti maliani, allo scopo di organizzare un traffico di rifiuti tossici in cambio di chissà cosa.

Per ora l’unica certezza è che il Sahara e il Sahel sono luoghi perfetti per questo genere di crimini. Troppo spesso infatti, danni provocati dai traffici di rifiuti fanno notizia soltanto quando provocano morte e malattie. Le aree desertiche quindi, essendo pressoché disabitate, fungono bene da fedeli custodi di segreti scomodi. Lo avevano capito già negli anni ’80 i membri delle logge massoniche e delle multinazionali coinvolte nel famigerato “Progetto Urano”, ovvero lo smaltimento di rifiuti, anche nucleari, in una depressione dell’ex Sahara spagnolo. Una volta uno di loro disse: «Pensa quando tra mille anni qualcuno, scavando, troverà i container e si chiederà cosa sono e cosa c’è dentro».

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