Stop omofobia – Net Generation

Quando si parla di omofobia è inevitabile che vengano alla mente quasi solo le immagini delle aggressioni e degli episodi di cronaca che finiscono sulle prime pagine dei giornali. Episodi eclatanti che, per fortuna, sono abbastanza lontani dalla nostra realtà quotidiana. L’omofobia però non è solo questo.

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Per un ragazzo gay, in particolare se è un po’ insicuro o se non ha fatto coming out, vi assicuro che l’omofobia è un problema della vita di tutti i giorni, con cui deve fare i conti a scuola, sul posto di lavoro, sull’autobus, in palestra, in famiglia. Non stiamo certo parlando in questo caso di pestaggi, ma di tutta quella serie di velati insulti e pregiudizi che – anche se non lasciando lividi – fanno comunque male, soprattutto se sentiti dire da un amico, da un parente, da un datore di lavoro o da una persona a cui tieni.

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Chi (a parte qualche leghista alla Borghezio) si sognerebbe mai di riferirsi ad un nero con termini come “negro” o “bingo bongo”? Pochi, per fortuna! Provate invece a pensare a quante volte capita durante una conversazione di sentir usare con naturalezza parole come “frocio”, “checca” o di sentire battute idiote sui “finocchi”… L’omosessualità, purtroppo o per fortuna, non è una caratteristica evidente, come può essere invece il colore della pelle, e pochi sembrano rendersi conto che, con le proprie parole, rischiano di ferire la sensibilità di qualcuno. Quindi la prossima volta che vi capiterà di sentire una battuta omofoba provate a contare quante persone stanno ascoltando insieme a voi: se siete più di dieci, (statistiche alla mano) almeno uno dei presenti potrebbe essere gay anche se voi ancora non lo sapete. Diverso è invece se gli atteggiamenti omofobi sono usati con consapevolezza, con l’intento di ferire.

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Alcuni mesi fa un network televisivo statunitense ha simulato una scena di omofobia in un ristorante in Texas, per filmare le reazioni dei clienti. Una delle attrici doveva fingere di essere una cameriera omofoba e trattare con estrema scortesia le altre due attrici, che facevano la parte una coppia di lesbiche con bambini. Molti tra i clienti del locale si sono mostrati a disagio, alcuni hanno persino protestato per il comportamento della cameriera e hanno espresso il proprio appoggio e la loro solidarietà alla coppia di lesbiche.

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Vedendo il video non ho potuto fare a meno di chiedermi quali avrebbero potuto essere le reazioni dei clienti di un qualsiasi ristorante nel nostro paese, in una situazione del genere…

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L’ITALIA NON È UN PAESE PER GAY

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Forse non ce ne siamo ancora resi conto, ma in maggio – mentre il parlamento italiano respingeva per la seconda volta il disegno di legge contro l’omofobia dell’on. Paola Concia e mentre l’on. Giovanardi tuonava a gran voce contro un’innocua pubblicità gay-friendly di IKEA -a New York hanno celebrato i primi matrimoni gay.

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In Europa il matrimonio gay è una realtà consolidata da anni e in molti paesi ci sono coppie omosessuali che ormai portano i propri figli alla scuola elementare. L’Italia è invece rimasta al medioevo in fatto di riconoscimento dei diritti e persino le persone più aperte faticano ad accettare l’idea che ci possano essere famiglie con due genitori dello stesso sesso. Nell’immaginario collettivo quando si pensa al mondo GLBT prevale ancora una visione distorta e farcita di pregiudizi. Il mondo dello spettacolo continua a dar spazio solo alle checche isteriche (alla Cristiano Malgioglio) o agli eterni repressi (alla Tiziano Ferro) e nella vita reale sono ancora troppo poche le persone che hanno il coraggio di vivere con serenità la propria omosessualità. In un quadro di questo tipo non dobbiamo stupirci se, stando ai dati del Ministero per le Pari Opportunità, un italiano su quattro dice di non voler avere un vicino di casa gay. Continua a leggere

LOTTA ALL’OMOFOBIA – Net Generation

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LOTTA ALL’OMOFOBIA in EUROPA

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IGLYO (International gay lesbian youth association) è un network europeo che coordina l’attività delle associazioni che si occupano della tematica GLBT nel mondo giovanile. È nata nel 1985 a seguito di una conferenza internazionale con lo scopo di unire le forze nella lotta all’omofobia e al razzismo e di instaurare partnership tra realtà di diversi paesi europei. (sito web www.iglyo.com)

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ILGA (International lesbian & gay association) è un network internazionale di associazioni GLBT che operano in tutto il mondo per sostenere la lotta per i diritti civili. Fondato nel 1978 ha lo scopo di coordinare, attraverso conferenze e gruppi di lavoro, gli sforzi e l’impegno politico delle associazioni partner nazionali nel riconoscimento dei diritti civili nel contrasto dell’omofobia. (sito web www.ilga.org)

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FRA (fundamental right agency) è un agenzia, fondata nel 2007 per promuovere, coordinare e supportare l’attuazione da parte degli stati membri della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, introdotta con il trattato di Lisbona. Coordina azioni e interventi per combattere il razzismo, la xenofobia, l’omofobia e per promuovere i diritti delle minoranze (rom, linguistiche, sessuali), collaborando con gli stati membri e con quasi 3000 associazioni sparse in tutta Europa. Ha sede a Vienna. (sito www.fra.europa.eu)

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L’OMOFOBIA IN TRENTINO

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Sono stati condannati ad 8 anni di carcere, il massimo della pena, i tre ragazzi appena ventenni che hanno aggredito un ragazzo gay, l’11 aprile 2010. L’aggressione non è avvenuta – come si potrebbe pensare – nella periferia di qualche grande citta, ma a Canazei, in Trentino. Il ragazzo, un cuoco inglese, è stato picchiato a sangue, ridotto in fin di vita e abbandonato nudo in mezzo alla neve, perché uno dei tre ragazzi era convinto che la vittima gli avesse fatto delle avance. Si tratta certo di un caso isolato nella nostra provincia, ma non privo di gravi precedenti, come l’omicidio di una transessuale nel 2006. Anche se i giornali glissano su questo genere di fatti di cronaca, il Trentino non può certo considerarsi esente dal problema dell’omofobia. La giustizia ha dimostrato almeno in Trentino il proprio impegno nel combattere le discriminazioni, con questa condanna esemplare, ma, secondo voi, possiamo dire che la scuola, la politica e la società civile stanno facendo la propria parte nella lotta all’omofobia in Trentino?

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LA LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA

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Il 23 maggio 2011 la Camera dei Deputati ha respinto per la seconda volta un ddl presentato dall’on. Anna Paola Concia (PD) che cercava di introdurre un aggravante per i reati di violenza commessi per ragioni di omofobia. Nella relazione di minoranza, l’on. Concia ha sottolineato come questa proposta di legge fosse un tentativo di dare attuazioni ad alcune disposizioni del Trattato di Lisbona in materia di tutela delle minoranze. Questo disegno di legge era già stato bloccato in parlamento nel settembre 2009 ed era frutto di un lavoro di mediazione con il Ministero per le Pari Opportunità. Persino durante la discussione parlamentare alcuni deputati hanno posto sullo stesso livello omosessualità e pedofilia, sostenendo che questa legge avrebbe segnato una discriminazione per gli eterosessuali. Alcuni giorni prima che il ddl approdasse alla Camera, Anna Paola Concia e la sua compagna Ricarda Trautmann sono state insultate con violenza da uno sconosciuto a pochi passi dalla sede del Parlamento, nell’indifferenza dei passanti. L’ennesima conferma di quanto sia urgente per il nostro paese affrontare questi temi.

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Le immagini sono tratte da “liberi di essere… liberi di amare” campagna contro l’omofobia promossa dal MOS (movimento omosessuale sardo) nel maggio 2008.

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Articolo scritto per il secondo numero di Net Generation, giornalino del Gruppo Giovani di Terlago  – settembre 2011. Clicca qui per leggere gli altri articoli del servizio sulla lotta all’omofobia

L’AIDS che non fa notizia – Net Generation

A inizio novembre il settimanale l’Espresso ha pubblicato un’approfondita inchiesta, che evidenziava una preoccupante diminuizione nell’utilizzo del preservativo, in particolare tra i giovani. Un calo della guardia sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili che dovrebbe far riflettere tutti.\r\n\r\nColpa dell’eccessiva superficialità con cui viene vissuta la sessualità, come vorrebbero i teorici del “sesso solo dopo il matrimonio”? oppure del fatto che utilizzare il condom non è più abbastanza trasgressivo, ora che anche Ratzinger ha manifestato qualche timido segnale di apertura sul suo utilizzo? Oppure ancora è colpa del fatto che di preservativo si è parlato sempre troppo poco nelle campagne di prevenzione dell’AIDS, come sostengono gli attivisti della LILA (lega italiana lotta all’AIDS)?\r\n\r\nQueste sono solo tre delle molte ipotesi che, con un po’ di fantasia, si potrebbero formulare per spiegare il calo dell’appeal del preservativo sui giovani, ma a prescindere dalle proprie opinioni personali in tema di libertà sessuali, sarebbe meglio provare a trovare delle risposte efficaci a questo problema, piuttosto che concentrarsi solo sulle sue cause.\r\n\r\nSempre in novembre l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato  le stime sulla diffusione dell’AIDS in Italia e c’è un dato tra i tanti che vale la pena di citare: oggi quasi nella metà dei casi, l’infezione da HIV viene scoperta quando si manifestano i primi sintomi gravi della malattia, anni dopo il primo contatto con il virus.\r\n\r\nQuesto significa che ci sono migliaia di persone in tutta Italia che non si considerano a rischio e non si sottopongono al test pur avendo rapporti sessuali non protetti. Uomini e donne che scoprono di essere sieropositive solo anni dopo aver contratto l’HIV, quando ormai le possibilità a livello terapeutico iniziano a ridursi… e soprattutto dopo aver infettato molte altre persone!\r\n\r\nPare proprio a questo punto che purtroppo in Italia non sia ancora passato il messaggio che oggi non ha più senso parlare di “gruppi” a rischio., perché ad essere a rischio è qualsiasi persona abbia rapporti sessuali non protetti, a prescindere da religione, orientamento sessuale e stato civile. Proprio quest’ignoranza di fondo porta a considerare AIDS un problema lontano, a sottovalutare i rischi e a continuare questa catena di infezioni che si diffonde al ritmo di quasi 11 nuovi contagi al giorno.\r\n\r\nForse non è mettendo distributori gratuiti di preservativi nelle scuole superiori che si può pensare di risolvere  il problema, ma certo è che predicare l’astinenza non aiuterà ad otterre risultati migliori. Quello che servirebbe è una maggiore consapevolezza ed un’informazione equilibrata, perché attorno all’AIDS e alle persone sieropositive c’è purtroppo ancora forte pregiudizio, alimentato anche dall’ignoranza sia sulle modalità di trasmissione che sulle prospettive terapeutiche. Questo non aiuta certo neppure i sieropositivi che vivono come un segreto di cui vergognarsi il fatto di aver contratto l’HIV, per paura di essere vittima del pregiudizio, per paura di discriminazioni sul posto di lavoro, in famiglia, con gli amici. Addirittura sembra che alcuni sieropositivi in Trentino scelgano di affidarsi a centri fuori dalla provincia proprio per cercare di nascondere la propria malattia.\r\n\r\nCambiare la mentalità della gente non è facile, ma la sfida nelle campagne informative sulla prevenzione dell’AIDS sta oggi proprio nel passare dal tutti all’ognuno, per far sì che tutti si sentano chiamati in causa personalmente. La conoscenza è e deve essere la prima arma della prevenzione.\r\n\r\nArticolo scritto per il primo numero di Net Generation, giornalino del Gruppo Giovani di Terlago  – dicembre 2010. Clicca qui per leggere gli altri articoli del servizio sulla prevenzione dell’HIV.\r\n

COSA VUOL DIRE ESSERE SIEROPOSITIVI IN TRENTINO OGGI?

A. è una signora di 46 anni, sieropositiva di Trento e chiarisce subito che ogni sieropositivo ha un vissuto diverso e ha anche un modo diverso di convivere con l’HIV.\r\n\r\nA che età e come hai contratto l’infezione? \r\n\r\nEra il 1986 allora avevo 19 anni e da 5 stavo con un ragazzo. Dopo 2 anni che ci frequentavamo ha iniziato a fare uso di sostanze stupefacenti per via endovenosa. È passato un po’ di tempo prima che mi accorgessi di quello che stava succedendo, ma poi ho iniziato a capire, o meglio a vedere. Ho cercato di stargli vicino, convinta che prima o poi avrebbe smesso, ma nulla. Così, per paura di perderlo, ho cominciato anch’io. All’inizio “tiravo” poi un giorno la “roba” era bagnata e così ho iniziato a bucarmi, o meglio a farmi bucare,visto che non avevo il coraggio di farlo da sola. Ancora oggi non saprei se attribuire la mia infezione allo scambio di siringhe o a rapporti sessuali non protetti, perché in quel periodo avevo entrambi questi comportamenti.\r\n\r\nHai scoperto di essere sieropositiva per caso oppure ti sottoponevi regolarmente al test? \r\n\r\nAll’epoca, il test veniva proposto regolarmente a chi frequentava il Ser.T. (servizio tossicodipendenze ndr). Io non lo frequentavo, ma il mio ragazzo sì e quando lui risultò positivo gli dissero che avrei dovuto farlo anch’io in quanto avevamo rapporti sessuali non protetti.\r\n\r\nQuanto e com’è cambiata la tua vita sociale, in particolare sul lavoro e nell’amicizia? Ti sei mai sentita discriminata? \r\n\r\nNel 1986 questa malattia era ancora poco conosciuta e quindi alla gente comune il nome AIDS diceva molto poco. Ho scelto con attenzione le persone a cui dire di essere sieropositiva. Ricordo ancora una datrice di lavoro che mi disse: “è una perla che doni a qualcuno e quindi, come dice il proverbio, “non si danno perle ai porci perché non sarebbero in grado di apprezzarle””. Ricordo anche la paura che avevo quando, molti anni fa, decisi di dirlo ad un’amica. Ero ricoverata nel reparto di malattie infettive, quindi era abbastanza evidente, e lei era venuta a trovarmi. Ci tenevo tanto a dirglielo e lei, con le lacrime agli occhi, mi ha abbracciata, mi disse che non era assolutamente un problema e mi chiese cosa fosse questa malattia. Fu un atteggiamento saggio, perché conoscerla meglio per non temerla è proprio l’atteggiamento con il quale l’affronto anch’io tutti i giorni da anni.\r\n\r\nCome vivi il tuo rapporto con la sessualità? Hai paura di contagiare il tuo partner? \r\n\r\nIn questi anni ho avuto più relazioni e alcune “storielle”, sia con persone sieropositive che non. Alle persone con cui non ho iniziato una storia, non ho nemmeno detto della mia situazione: ho usato il preservativo e mi son sentita apposto così. Con le altre persone direi che la consapevolezza è stata l’unica “arma” che mi ha permesso di vivere serenamente nel rispetto reciproco. Certo il virus c’è, però se si assumono le terapie regolarmente, si riesce a tenerlo sotto controllo e diventa meno infettante. Se si conoscono quali sono i liquidi attraverso cui si trasmette il virus, si cerca di fare in modo di evitare il contatto diretto. Ancora una volta la consapevolezza dà sicurezza e serenità.\r\n\r\nIn che cosa ti limita maggiormente il fatto di essere sieropositiva? \r\n\r\nQuando all’età di 21 anni mi è stato detto che non avrei potuto aver figli, ho sentito tutto il peso che comportava. Ormai da alcuni anni, per fortuna, non è più così: una donna sieropositiva può avere figli senza il timore che l’infezione si trasmetta anche a loro. Fortunatamente, grazie al mio carattere e tutto sommato ottimista, non mi sento più di tanto limitata. Certo, bisogna assumere medicine tutti i giorni, ma il mio fisico risponde bene alla terapia. Oggi ho 43 anni…in fondo ho vissuto più della metà della mia vita con il virus in corpo.\r\n\r\nDal tuo punto di vista, credi che in Italia l’informazione sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili sia sufficiente? Credi ci sia una consapevolezza dei risch?o c’è disinformazione? \r\n\r\nPurtroppo la società parla poco dell’HIV. Le istituzioni, condizionate dalla Chiesa, si guardano bene dal promuovere campagne informative e dal realizzare una giusta e corretta educazione sessuale, anche e soprattutto nelle scuole. Ho la sensazione che oggi si torni indietro piuttosto che andare avanti e su molti temi. È triste pensare che un tempo negli istituti superiori era possibile portare preservativi ed oggi non più e anche sul fronte della discriminazione la situazione non è rosea. Credo sia proprio la paura di essere visti come degli “appestati” che spinge molte persone sieropositive a nascondersi o addirittura a non volersi neppure sottoporre al test per non sapere se hanno contratto il virus. Oggi sappiamo che l’HIV non fa distinzioni di razza, sesso, età, religione o orientamento sessuale: è una malattia che riguarda l’intera società e prorio per questo vorrei sottolineare ancora il concetto che la consapevolezza e la conoscenza, sono gli strumenti che possono più aiutare sia chi convive con l’HIV, che chi deve proteggersi.\r\n\r\nArticolo scritto per il primo numero di Net Generation, giornalino del Gruppo Giovani di Terlago  – dicembre 2010. Clicca qui per leggere gli altri articoli del servizio sulla prevenzione dell’HIV.