La vera minaccia non è l’Iran – Noam Chomsky

Sull’ultimo numero della rivista Foreign Affairs c’è un articolo di Matthew Kroenig intitolato: “È ora di attaccare l’Iran. Perché colpire sarebbe il male minore”, e una serie di altri suggerimenti su come arginare la minaccia iraniana. I mezzi d’informazione continuano a considerare probabile un attacco israeliano. Washington esita, ma lascia aperta la possibilità di un’aggressione e quindi continua a violare lo statuto delle Nazioni Unite, che è la base del diritto internazionale. Con il crescere della tensione aleggia nell’aria l’inquietante eco dei preparativi per le guerre in Afghanistan e in Iraq, a cui si aggiunge la retorica della campagna per le primarie repubblicane negli Stati Uniti.

Il timore di un “pericolo imminente” viene spesso attribuito alla “comunità internazionale”, in realtà solo gli alleati di Washington hanno questa paura: il resto del mondo vede le cose in un altro modo. Cina e Russia sono contrarie alla politica degli Stati Uniti verso l’Iran, come l’India, che ha annunciato di voler aumentare gli scambi commerciali con Teheran. La Turchia segue la stessa strada. Gli europei considerano Israele la principale minaccia alla pace mondiale. Nel mondo arabo l’Iran non è amato, ma solo una piccola minoranza degli arabi lo considera pericoloso, mentre la maggioranza diffida di Israele e degli Stati Uniti e ritiene che la regione sarebbe più sicura se l’Iran fosse in possesso di armi atomiche.

Alcuni osservatori statunitensi esprimono da tempo le loro preoccupazioni anche per l’arsenale nucleare israeliano. Il generale Lee Butler, ex capo del comando strategico degli Stati Uniti, ha definito le atomiche israeliane “estremamente pericolose”. In una rivista dell’esercito il comandante Warner Farr ha scritto che “uno degli scopi delle armi nucleari di Israele, del quale non si parla spesso, è la possibilità di ‘usarle’ contro gli Stati Uniti”, presumibilmente per assicurarsi che continuino ad appoggiare la sua politica. In questo momento la preoccupazione principale è che Tel Aviv cerchi di provocare qualche azione da parte dell’Iran per spingere gli Stati Uniti a un attacco.

Nel frattempo le sanzioni dell’occidente contro l’Iran stanno ottenendo il solito risultato, quello di provocare una carenza dei generi alimentari di base, non per i religiosi al potere ma per la popolazione. E potrebbero avere le stesse conseguenze di quelle imposte all’Iraq, che rafforzarono Saddam Hussein e furono definite “genocide” dagli stessi diplomatici dell’Onu che dovevano applicarle e che si dimisero per protesta. Si discute poco dei motivi per cui l’Iran dovrebbe essere considerato pericoloso, anche se un’opinione autorevole sul tema ci è stata fornita dagli stessi servizi segreti militari statunitensi. Nel loro intervento al congresso hanno lasciato intendere che Teheran non costituisce una minaccia a livello militare. Non ha un grande esercito e la sua strategia è essenzialmente difensiva, diretta soprattutto a scoraggiare un’eventuale invasione. Se l’Iran sta costruendo armi atomiche (il che è ancora da provare), questo farebbe parte della sua tattica dissuasiva.

Un’altra accusa che l’occidente lancia a Teheran è quella di cercare di estendere la sua influenza sui paesi vicini attaccati e occupati da Stati Uniti e Gran Bretagna, e di appoggiare la resistenza all’aggressione israeliana in Libano – aggressione appoggiata dagli angloamericani – e all’occupazione illegale dei Territori palestinesi. Come il suo tentativo di evitare un attacco da parte dei paesi occidentali, anche questa strategia dell’Iran è considerata un’insopportabile minaccia “all’ordine globale”.

Ma la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che l’ideale sarebbe se non ci fossero armi di distruzione di massa nei paesi del Medio Oriente, compresi l’Iran, Israele e possibilmente anche le altre due potenze asiatiche che si sono rifiutate di firmare il Trattato di non proliferazione: l’India e il Pakistan, dove, come in Israele, i programmi nucleari sono stati realizzati con il sostegno di Washington. Ma con tutto il chiasso che si sta facendo sull’Iran, l’opzione di una zona denuclearizzata in Medio Oriente sembra essere stata messa da parte.

Eppure sarebbe il modo migliore per affrontare la minaccia nucleare nella regione, che per la “comunità internazionale” è costituita dal programma nucleare iraniano e per buona parte del resto del mondo è rappresentata dall’unico stato in possesso di armi atomiche con una lunga storia di aggressioni e dalla superpotenza che lo protegge.

Nessuno ricorda agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna che dovrebbero dedicare tutti i loro sforzi a realizzare l’obiettivo di un Medio Oriente senza armi nucleari. Furono proprio Londra e Washington, tentando di giustificare legalmente l’invasione dell’Iraq, a invocare la risoluzione 687 del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 1991, sostenendo che Baghdad la stava violando. Quella risoluzione impegna esplicitamente i suoi firmatari a costruire una zona libera dalle armi di distruzione di massa in Medio Oriente.

Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 939, 9 marzo 2012

C’era un’alternativa alla guerra? – Noam Chomsky

È il decimo anniversario delle spaventose stragi dell’11 settembre 2001, che a detta di tutti hanno cambiato il mondo. Le conseguenze di quegli attentati sono indiscutibili. Tanto per limitarci all’Asia occidentale e centrale, diremo che da allora l’Afghanistan sopravvive a stento, l’Iraq è stato devastato e il Pakistan è sempre più sull’orlo di una crisi che potrebbe rivelarsi catastrofica.

Il 1 maggio di quest’anno Osama bin Laden è stato assassinato proprio in Pakistan, e in quel paese si sono registrate anche le conseguenze più significative dell’11 settembre. A febbraio uno dei massimi specialisti di questioni pachistane, lo storico militare britannico Anatol Lieven, ha scritto sulla rivista The National Interest che la guerra in Afghanistan “sta destabilizzando e radicalizzando il Pakistan, e questo comporta, per gli Stati Uniti e per il resto del mondo, il rischio di una catastrofe geopolitica che farebbe impallidire qualsiasi cosa possa mai accadere in Afghanistan”.

A tutti i livelli della società pachistana, scrive ancora Lieven, si registrano consensi nei confronti dei taliban afgani: non perché i pachistani li amino, ma perché li considerano “una legittima forza di resistenza contro l’occupazione straniera”, proprio come venivano visti i mujahidin afgani negli anni ottanta, quando lottavano contro i sovietici.

Questi sentimenti sono condivisi dai militari pachistani, che detestano Washington perché li ha coinvolti nella guerra contro i taliban. In Pakistan le forze armate sono un’istituzione stabile, quella che tiene insieme il paese. Gli interventi statunitensi rischiano, scrive ancora Lieven, “di provocare rivolte in alcuni settori dell’esercito”. Se dovesse succedere, “lo stato pachistano si disgregherebbe rapidamente, con tutte le disastrose conseguenze del caso”. Aggravate dal fatto che il Pakistan possiede un arsenale nucleare enorme e che nel paese esiste un forte movimento jihadista. Nel suo libro, Lieven sintetizza così la sua tesi: “Si può dire che i militari americani e britannici vanno a morire in Afghanistan per rendere il mondo più pericoloso per il popolo americano e per quello britannico”.

Più di un analista ha osservato che nella sua guerra contro gli Stati Uniti, Osama bin Laden ha ottenuto alcuni importanti successi. Per esempio, nel numero di maggio di The American Conservative, Eric S. Margolis scrive: “Osama ha ripetutamente affermato che l’unico modo per cacciare gli Stati Uniti dal mondo musulmano è attirare gli americani in una serie di guerre piccole ma costose, che alla fine li mandino in fallimento”. E subito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 si è capito che Washington era decisa a realizzare gli obiettivi di Bin Laden. Michael Scheuer è un analista della Cia che ha seguito le tracce di Bin Laden dal 1996.

Nel suo libro del 2004, Imperial hubris, Scheuer scrive: “Bin Laden è stato chiarissimo quando ha spiegato all’America per quali motivi ci fa la guerra. Vuole modificare la politica degli Stati Uniti, e di tutto l’occidente, verso il mondo islamico”, e in larga misura è riuscito a farlo. Prosegue Scheuer: “Le scelte politiche statunitensi stanno causando la radicalizzazione del mondo islamico, cosa che Osama bin Laden aveva tentato di fare con un successo relativo, fin dai primi anni novanta. Quindi mi sembra lecito concludere che Washington rimane l’unico alleato indispensabile di Osama bin Laden”. E si può dire che continui a esserlo anche dopo la sua morte.

La sequenza di orrori che ha segnato questi dieci anni fa sorgere una domanda: c’era un’alternativa alla reazione dell’occidente agli attentati dell’11 settembre? Dopo le stragi del 2001, il movimento jihadista, in gran parte critico verso Bin Laden, si sarebbe potuto dividere e neutralizzare se il “crimine contro l’umanità” – come quegli attentati sono stati giustamente definiti – fosse stato affrontato appunto come un crimine, cioè con un’operazione internazionale per catturare i presunti responsabili. Ma nella fretta di fare la guerra quest’idea non è stata neanche presa in considerazione. Anche se Osama bin Laden era stato condannato in gran parte del mondo arabo per gli attentati.

Al momento della sua uccisione Bin Laden era da tempo una figura sempre più sbiadita, e negli ultimi mesi era stato eclissato anche dalla primavera araba. Il suo peso è stato ben descritto dal titolo di un articolo pubblicato sul New York Times da Gilles Kepel, noto specialista di questioni mediorientali: “Bin Laden era già morto”. Quel titolo avrebbe potuto essere fatto molto tempo prima, se gli Stati Uniti, con il loro attacco per rappresaglia contro l’Afghanistan e l’Iraq, non avessero mobilitato il movimento jihadista. Certo, nei gruppi jihadisti Osama bin Laden era venerato come un simbolo, ma ormai non sembra che avesse più un ruolo di primo piano all’interno di Al Qaeda, divisa in sezioni che agiscono spesso in modo indipendente.

Insomma, anche i dati di fatto più evidenti e più elementari di questo decennio ci spingono a riflessioni amare nel momento in cui valutiamo l’11 settembre, le sue conseguenze e le ipotesi sul futuro.

Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 913, 2 settembre 2011

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Israele rimandato a settembre – Noam Chomsky

In una riunione tra imprenditori israeliani che si è svolta a maggio, Idan Ofer, uno degli uomini più ricchi del paese, ha ammonito: “Stiamo diventando come il Sudafrica. Ogni famiglia israeliana subirà un duro colpo economico dalle sanzioni”.

Gli imprenditori stavano discutendo della sessione dell’Assemblea generale dell’Onu che si aprirà a settembre. In quella sede l’Autorità palestinese vuole chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese. Dan Gillerman, ex ambasciatore israeliano all’Onu, ha avvertito: “La mattina dopo l’annuncio del riconoscimento dello stato palestinese, comincerà un processo drammatico di sudafricanizzazione”.

Nella riunione di maggio e in altre simili l’élite economica israeliana ha esortato il governo a iniziative ispirate alle proposte saudite, cioè della Lega araba, e agli accordi di Ginevra del 2003, in cui dei negoziatori palestinesi e israeliani proposero una soluzione a due stati accolta con favore da molti paesi, ma liquidata da Israele e ignorata da Washington. Nel marzo 2011 il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha messo in guardia contro la possibile iniziativa dell’Onu definendola “uno tsunami”. Il timore è che Israele sia condannato dal mondo per aver violato il diritto internazionale in uno stato occupato ormai riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Per scongiurare questo tsunami, Stati Uniti e Israele stanno conducendo un’intensa attività diplomatica. Se dovesse fallire, l’esito probabile è il riconoscimento di uno stato palestinese. Sono già più di cento, infatti, i paesi che riconoscono la Palestina. La Gran Bretagna, la Francia e altri paesi europei hanno promosso la delegazione palestinese “al rango delle missioni diplomatiche di solito riservato agli stati veri e propri”, osserva Victor Kattan sulle pagine dell’American Journal of International Law. Inoltre la Palestina è stata ammessa in varie organizzazioni internazionali.

L’Onu potrebbe riconoscere uno stato palestinese all’interno di confini internazionalmente accettati, composto dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, e le alture del Golan – che Israele si è annesso illegalmente nel 1981 – dovrebbero tornare alla Siria. Per quanto riguarda la Cisgiordania, gli insediamenti israeliani e tutte le iniziative portate avanti per sostenerli, sono un’evidente violazione del diritto internazionale. Nel giugno del 2010 l’assedio di Gaza è stato condannato dal comitato internazionale della Croce rossa (Cicr), che lo ha definito “una punizione collettiva imposta in aperta violazione” del diritto internazionale umanitario. Secondo la Bbc, il Cicr “ha fatto un quadro allarmante delle condizioni di vita a Gaza: ospedali a corto di attrezzature, lunghi black out quotidiani, qualità insufficiente dell’acqua potabile”, oltre, naturalmente, a un’intera popolazione imprigionata.

Il criminale assedio di Gaza è la naturale conseguenza della politica adottata da Stati Uniti e Israele fin dal 1991: separare Gaza dalla Cisgiordania per fare in modo che un eventuale stato palestinese fosse circondato da potenze ostili, cioè da Israele e dalla dittatura giordana. Negli ultimi tempi questo “fronte del rifiuto” statunitense-israeliano si è scatenato contro un’altra minaccia: la Freedom flotilla, la flotta umanitaria che cerca di sfidare il blocco di Gaza. L’ultimo di questi tentativi, compiuto nel maggio del 2010, è stato oggetto di un sanguinoso assalto in acque internazionali da parte delle forze speciali israeliane.

In queste settimane gli Stati Uniti e Israele hanno fatto di tutto per bloccare la flotta. La Grecia ha acconsentito a impedire alle imbarcazioni (cioè a quelle che non erano già state sabotate) di salpare dai suoi porti. Nel gennaio 2009, durante il brutale attacco statunitense-israeliano a Gaza, la Grecia si era distinta per aver rifiutato di far partire dai suoi porti armamenti statunitensi diretti in Israele. Ma oggi, a causa della durissima crisi finanziaria, Atene non è più così indipendente da poter mostrare tanta integrità. Chris Gunnes è il portavoce del-l’Unrwa, la principale agenzia umanitaria dell’Onu che si occupa di Gaza.

A chi gli chiedeva se la flotta fosse “una provocazione”, Gunnes ha descritto una situazione disperata: “Se a Gaza non vi fosse una crisi umanitaria, se non vi fosse una crisi in quasi ogni aspetto della vita, di questa flotta non ci sarebbe alcun bisogno. A Gaza il 95 per cento dell’acqua non è potabile e il 40 per cento di tutte le malattie è portato dall’acqua. Il 45,2 per cento delle persone in età lavorativa è disoccupato, l’80 per cento degli abitanti è interamente dipendente dagli aiuti umanitari e i poveri assoluti sono triplicati dall’inizio del blocco israeliano. Liberiamoci di questo blocco e non ci sarà più bisogno di nessuna flotta umanitaria”.

Le iniziative diplomatiche e in generale tutte le azioni non violente sono una minaccia per chi detiene il quasi monopolio della violenza. Stati Uniti e Israele stanno tentando di sostenere posizioni indifendibili e di sovvertire il consenso, ormai maggioritario e consolidato, sull’opportunità di una soluzione pacifica a questo conflitto.

Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 906, 15 luglio 2011

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Israele non vuole Chomsky

Il 16 maggio la polizia israeliana ha impedito a Noam Chomsky di entrare in Cisgiordania. Ma forse il fatto può tornare utile, scrive Amira Hass.

“Il fatto che mi abbiano negato l’ingresso è un episodio trascurabile”, ha detto Noam Chomsky martedì al pubblico dell’università di Bir Zeit in videoconferenza. “Ma segnala la crescente irrazionalità dello stato d’Israele”.

Poi ha parlato degli Stati Uniti e del mondo, spiegando che l’occupazione israeliana va letta nel contesto dell’imperialismo statunitense. È stato invece annullato l’incontro con il primo ministro palestinese Salam Fayyad.

Domenica pomeriggio è stato fermato al confine tra Giordania e Cisgiordania (controllato da Israele) dopo un interrogatorio durato quasi quattro ore. Un ispettore di confine un po’ imbarazzato gli ha spiegato che la decisione veniva dall’alto: le sue opinioni non sono gradite in Israele.

Ho pubblicato un articolo online sulla vicenda prima ancora di parlare con lui (la sorella di un mio amico si trovava al checkpoint). Poi il mondo intero ha cominciato a parlarne e la portavoce del ministero dell’interno ha dovuto ammettere che era stato un errore.

In un’intervista telefonica a Chomsky, gli ho detto che il suo incidente ci ha fatto un grosso favore. La pubblicità ricevuta dall’episodio equivale a venti fantastilioni di articoli sugli abusi commessi da Israele nei Territori.

A quanto pare il timido ispettore di confine gli ha chiesto se era mai stato fermato prima. “Sì”, gli ha risposto Chomsky. “Nel 1968, quando volevo andare a trovare Alexander Dubcek, che era agli arresti domiciliari dopo la repressione della primavera di Praga”.

Amira Hass è una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, e scrive per il quotidiano Ha’aretz (altri articoli di Amira Hass pubblicati da Internazionale).

Articolo tratto da: Internazionale

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