Che cosa sta realmente accadendo in Iraq?

Gli attentati di Baghdad sono solo l’ultimo esempio della crescente tensione interconfessionale in Iraq. Il tono dello scontro è stato dettato dalla battaglia in atto proprio nel cuore del governo iracheno. Ma si tratta di una contrapposizione che riflette il più ampio conflitto tra l’Iran e la Turchia rispetto alla situazione siriana.

di Abdulla Hawez (giornalista freelance curdo iraqeno)

Gli attentati di questa settimana a Baghdad sono solo l’ultimo esempio della crescente tensione interconfessionale in Iraq.

Il tono dello scontro è stato dettato dalla battaglia in atto nel cuore del governo iracheno, tra il primo ministro sciita Nouri Al-Maliki da un lato e, dall’altro il suo vice Salih Mutlaq e il vicepresidente Tariq al-Hashimi, entrambi sunniti.

Si tratta di una contrapposizione che però riflette il più ampio conflitto tra l’Iran e la Turchia rispetto alla situazione siriana.

Maliki rappresenta infatti la posizione di Teheran e per questo si è offerto di mediare tra il governo di Damasco e le forze anti-Assad. Non molto tempo fa una delegazione irachena si è recata in visita nella capitale siriana, apparentemente per questo scopo.

Sull’altro versante, i sunniti iracheni vantano invece forti legami con la Turchia, specialmente Tariq Al-Hashimi, che ha un rapporto speciale con i leader turchi del partito di governo.

Le tensioni tra l’Iran e la Turchia rispetto alla questione siriana e alla difesa missilistica della Nato stanno così pesantemente influenzando la cooperazione fra i politici iracheni, senza contare che l’aspirazione della maggioranza delle province sunnite di Salahadeen, Anbar e, più recentemente, di Dyala a diventare più autonome, se non addirittura indipendenti dall’autorità centrale, trova il sostegno proprio della Turchia e dell’Arabia Saudita.

Gli sciiti accusano ora i sunniti accusano di cercare di “dividere il paese”, accuse che hanno incoraggiato le milizie di Muqtada Al-Sadr a intervenire nella provincia di Diyala, che conta il 20 per cento di sciiti.

Tutto questo caos lascia spazio alle speculazioni. Per esempio, a seguito del recente viaggio a Londra del re di Giordania Abdullah, sono state diffuse delle voci rispetto al consolidamento dei rapporti tra le regioni sunnite a ovest e il regno hashemita.

Si mormora anche che la provincia di Mossul, attualmente dominata dal presidente del Parlamento Osama al-Nujeifi (sunnita), possa presto diventare una regione federale sotto la supervisione turca.

Gli arabi lascerebbero quindi Kirkuk, dove rimarrebbero solo curdi e turcomanni, con le autorità del Kurdistan e della Turchia che si dividerebbero i proventi del petrolio.

Paul Bremer, paragonando ciò che al-Maliki sta facendo con i sunniti a quello che Saddam fece agli sciiti, ha affermato che le tensioni di questi giorni sono il frutto del suo approccio autoritario alla politica irachena.

Dopo aver avuto scarso successo nel ridurre i livelli di violenza durante il suo primo mandato, quest’ultimo periodo al-Maliki ha rafforzato il suo controllo sul governo e soprattutto sulle forze di sicurezza.

Ora il premier vuole andare oltre.

Solo un giorno dopo il ritiro ufficiale degli Stati Uniti dall’Iraq ha accusato Tariq Al-Hashimi di essere il mandante occulto di alcuni attacchi terroristici e revocato l’incarico del suo vice Salih Mutlaq in seguito a un’intervista rilasciata alla CNN, in cui sosteneva che a differenza di Saddam (“il dittatore buono”), Al-Maliki era diventato il “nuovo dittatore cattivo”.

Una fonte vicina a Tariq Al-Hashimi mi ha rivelato che anche il vicepresidente ha le prove del coinvolgimento di Al-Maliki in atti terroristici.

Sta di fatto che il clima è più che teso: in molti temono che il premier stia cercando di eliminare i suoi rivali, compresi alcuni alleati sciiti.

Da parte sua al-Maliki smentisce queste voci, parlando di “un Iraq diverso”, che verrà rappresentato da una vasta gamma di partiti in Parlamento.

Solo il tempo ci dirà se le sue decisioni serviranno a creare uno Stato più stabile o meno.

Per ora i curdi si stanno presentando come la parte neutrale di questa contrapposizione, ma in realtà non lo sono. Storicamente, il partito del presidente iracheno Jalal Talabani ha forti legami con l’Iran, come confermano anche le frequenti visite a Teheran. Recentemente sembra che Talabani abbia anche rifiutato di incontrare Al-Hashimi.

Paradossalmente, l’altro leader curdo, Masoud Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan, non ha solo ‘visto’ il vicepresidente, ma si è anche rifiutato di consegnarlo alle autorità di Baghdad. Da parte sua Barzani ha forti legami con la Turchia.

L’impasse dentro il quale è finito l’Iraq sembra essere solo all’inizio, e gli eventi di questi giorni potrebbero essere il campanello d’allarme di una sanguinosa guerra civile – con conseguenze impossibili da prevedere – o semplicemente una ‘parte’ delle manovre politiche dettate dalla partenza degli Stati Uniti.

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