I poveri dimenticati dell’America ricca – Paul Kennedy

Questo articolo parla della parte nascosta della società statunitense di oggi, ma comincia con un riferimento a un articolo pubblicato molto tempo fa, nel 1931. L’articolo in questione si intitola “The Spike”, e porta la firma di George Orwell. Fu la prima di una serie di famose inchieste giornalistiche sulla vita dei poveri in Gran Bretagna.

Oltre a denunciare la ferocia del colonialismo britannico, Orwell cercava anche di raccontare le misere condizioni di vita del sottoproletariato del paese. Nonostante una spiccata ironia e un forte autocontrollo, Orwell non era capace di nascondere il suo sdegno per le ingiustizie sociali causate, secondo lui, dalla classe sociale a cui apparteneva.

Pur avendo studiato per qualche anno a Eton, la più esclusiva tra le scuole private britanniche, era dalla parte dei lavoratori. L’andatura e i tratti spigolosi da etoniano, però, tradivano la sua estrazione sociale. Il portiere dello Spike – uno squallido ostello notturno per soli uomini dove si dormiva su una branda – capì subito che Orwell era un gentiluomo in difficoltà e lo trattò con rispetto.

E quando, mentre faceva il raccoglitore di luppolo, Orwell passava la pausa pranzo a leggere un romanzo francese sotto un melo nel Kent, i suoi compagni di lavoro si incuriosirono: “Non è un libro sporco, come tutti i libri francesi?”. Nonostante questo Orwell colse in modo brillante il misto di disfattismo, curiosità e cameratismo e le occasionali esplosioni di rabbia e violenza della gente, anche se da osservatore esterno.

La disperazione descritta da Orwell fa davvero parte del nostro passato? Non ha proprio nulla a che vedere con il mondo ricco del ventunesimo secolo? Il sottoproletariato è davvero sparito dagli Stati Uniti di oggi, dove tanti politici continuano a ripetere di vivere “nel miglior paese del mondo?”. Temo proprio di no.

A New Haven, nel Connecticut, non lontano dall’Università di Yale, dove insegno da ventotto anni, ci sono dormitori pubblici e mense per i poveri. In una di queste mense faccio volontariato da quando ho cominciato a insegnare. Offriamo un pasto caldo e abbondante, un posto a tavola e un riparo dal freddo. Alle 11.30, quando apre la mensa per i poveri di St. Thomas More, i nostri ospiti entrano a centinaia: persone con problemi di soldi e di salute, malati cronici, gente che non sa dove passare la notte e, alla fine del mese, anche madri con figli piccoli.

Alcuni vengono da sempre, molti sono nuovi arrivati, vittime disorientate di questa tremenda recessione. L’ultimo mercoledì di ottobre la nostra mensa ha rischiato di andare in tilt sotto il peso di 434 pasti da servire. C’erano code lunghissime e la gente si accalcava pericolosamente davanti all’ingresso. A un certo punto è scoppiata una rissa, poi le due donne che stavano litigando sono state convinte ad andarsene e la tensione è calata. In questi casi è inutile dare la colpa a qualcuno: quando la gente è disperata e si sente minacciata scatta alla minima provocazione, anche casuale.

Lo Spike di Orwell è più che mai vivo nell’America di oggi e in molti altri paesi cosiddetti ricchi. Negli Stati Uniti ci sono 46 milioni di persone che vivono sotto la soglia ufficiale di povertà.

I soldi dello stimolo economico voluto da Obama aiuteranno pochissime di queste persone, spesso malate, deboli e prive di capacità professionali. Nessuna delle misure sconclusionate proposte da repubblicani come Rick Perry, Herman Cain e Mitt Romney farà nulla per aiutare queste persone, anzi: i repubblicani vogliono tagliare ancora i pochi servizi sociali rimasti. Stiamo assistendo a un’aggressione alla dignità umana che dovrebbe far rabbrividire qualsiasi persona di buon senso.

In fin dei conti, direte, politicamente queste persone non contano nulla: nessuno di loro vota, non hanno lobbisti al loro servizio e non hanno mai incontrato il loro senatore al country club. Questa gente non sa neanche cosa sia un country club.

A chi importa allora? E a chi importava degli articoli di Orwell ottant’anni fa? Non erano forse (come il mio lavoro settimanale alla mensa dei poveri) i deboli tentativi, fatti da un borghese che si sente in colpa, di capire come vive l’altra metà del mondo? Orwell non riusciva a concepire che fossero così poche le persone della sua classe sociale a voler difendere l’idea di “giustizia” e “dignità”. A mia volta, sono scandalizzato dall’indifferenza della stragrande maggioranza degli statunitensi di fronte allo scempio morale e sociale a cui stanno assistendo (forse non nelle case immerse nel verde nelle zone residenziali, ma sicuramente nelle città).

Esiste una soluzione intelligente a cui non abbiamo pensato? Ne dubito. Il socialismo non ha mai davvero aiutato i poveri e i disperati senza fare gravi danni in altri campi. La socialdemocrazia ci ha provato, ma è stata sconfitta e si è ritirata, tranne forse in Scandinavia, in Canada e in Nuova Zelanda. Il conservatorismo liberista predicato oggi negli Stati Uniti si disinteressa totalmente dei poveri. Non è bello essere ospite di uno Spike, oggi. Ma in fondo non lo è mai stato.

Traduzione di Fabrizio Saulini.

Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011

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L’eredità dell’11 settembre – Paul Kennedy

Dieci anni fa, grazie a un piano ben congegnato, un gruppo di terroristi riuscì a dirottare quattro voli di linea e a sferrare un attacco micidiale agli Stati Uniti, con gravissime perdite umane. La reazione del governo americano fu rapida, decisa e brutale. Prima l’attacco all’Afghanistan dei taliban legati ad Al Qaeda. Due anni dopo, nel 2003, le forze armate statunitensi si riversarono in massa in Iraq per la seconda volta dal 1991, deponendo Saddam Hussein e il suo odioso regime. Fu una impressionante dimostrazione di forza militare. Ma quanto poteva durare? E quanto avrebbe aiutato gli Stati Uniti a mantenere la loro posizione di forza? Con il passare degli anni, le guerre in Iraq e specialmente in Afghanistan sono diventate sempre più sanguinose e meno comprensibili agli occhi dell’opinione pubblica americana. Tutti pensano che la Casa Bianca e il congresso dovrebbero smetterla di litigare per concentrarsi invece sui problemi interni del paese.

Siamo dunque di fronte a un nuovo isolazionismo? Certo che sì. Negli Stati Uniti nessuno parla dell’ascesa della Cina, a parte gli intellettuali e le scuole militari. A nessuno importa niente della Russia di Putin. L’America Latina e l’Africa, a meno che non si tratti di aiutare i bambini che muoiono di fame, non sono nei pensieri di nessuno. C’è una consapevolezza solo parziale dell’importanza dell’India. Il Medio Oriente è un ginepraio da cui tutti pensano che sarebbe meglio tirarsi fuori.

L’Europa non interessa: nessuno sapeva chi fosse Dominique Strauss-Kahn fino a quando non è stato tirato giù da quel famoso volo in prima classe dell’Air France. Alla domanda “per quale paese straniero sareste disposti a combattere”, la maggioranza degli americani risponderebbe “la Gran Bretagna”, ma solo perché sono convinti che sia l’unico paese che ha combattuto a fianco degli Stati Uniti in un mondo in cui la superpotenza si sente sempre più sola e stanca di occuparsi di tutto. Per l’americano medio, sono pochi i paesi per cui vale la pena di combattere.

Il giorno del decimo anniversario dell’11 settembre, le cerimonie organizzate dalla Casa Bianca saranno certamente commoventi, intelligenti e appropriate. Qualcuno di noi, tuttavia, cercherà di fare un passo indietro e si farà qualche domanda sul posto dell’America nel mondo rispetto a dieci anni fa. Gli Stati Uniti si sono indeboliti o rafforzati? E come è cambiata la loro politica internazionale? L’effetto più importante della tragedia dell’11 settembre è stato quello di distrarre gli Stati Uniti. In primo luogo, l’America ha trascurato molti altri fatti avvenuti nel mondo e inoltre non si è preoccupata dell’erosione della sua forza economica e della sua competitività internazionale.

Concentriamoci per un attimo sul primo punto. A sud degli Stati Uniti sta emergendo, in modo diseguale ma visibile, una nuova America Latina. Ci sono la catastrofe umanitaria di Haiti e l’incerto futuro di Cuba, le idiozie del regime di un malconcio Chávez in Venezuela e la guerra della droga e della criminalità dalla Bolivia al Messico. Ma assistiamo anche alla straordinaria trasformazione del Brasile, all’affermazione del Cile, alla silenziosa ripresa dell’Argentina. Gli Stati Uniti hanno una strategia chiara per l’America Latina? Ovviamente no. L’Africa, a parte poche luci di speranza, è sull’orlo della catastrofe ambientale e demografica, ma Washington scarica il problema sulla Banca mondiale. Il declino dell’Europa continua.

Nessuno si occupa della Russia. L’attuale politica indopachistana degli Stati Uniti è, francamente, difficile da descrivere. La posizione nei confronti della Cina varia dall’entusiasmo più incondizionato all’invocazione della marina militare. A tutto questo si aggiunge l’indifferenza per le avventure in Afghanistan e in Iraq, da dove ci stiamo progressivamente ritirando. Tra cinquant’anni sarà difficile spiegare queste cose agli studenti di storia.

Ancora più preoccupanti sono i dieci anni in cui si è trascurato il common wealth, il “bene comune” dell’America e dei suoi cittadini. A causa delle dispendiose operazioni militari all’estero e degli ingiustificabili tagli fiscali a beneficio dei ricchi, l’amministrazione Bush ha inferto un colpo micidiale al bilancio del paese e al futuro del dollaro: gli Stati Uniti sono sempre più dipendenti dall’estero. Inoltre, il tessuto sociale si sta sgretolando, i poveri sono in aumento e la scuola pubblica è a pezzi. L’effetto dei mancati investimenti nelle reti stradali, ferroviarie ed energetiche è sotto gli occhi di tutti. E, se non fosse abbastanza, ecco il Tea party con una serie di proposte che peggiorerebbero ulteriormente la situazione.

Questa, forse, dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalle alture dell’Hindu Kush, in Afghanistan, è la vera eredità dell’11 settembre. In questo decennio, gli Stati Uniti hanno distolto l’attenzione dai loro problemi interni e dalla necessità di avere una strategia più ampia per affrontare i cambiamenti globali.

Traduzione di Fabrizio Saulini.

Internazionale, numero 914, 9 settembre 2011

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