REFERENDUM E DIVISIONI LINGUISTICHE

Molto è stato scritto in questi giorni a proposito della vittoria del no in Trentino. Tra le analisi pubblicate, anche sulle pagine di questo giornale, è prevalsa una lettura politica del dato, mentre credo non sia stata posta abbastanza enfasi su un aspetto che a mio avviso può aver influito molto più di altri su questo risultato: le differenze linguistiche.\n\nNon c’è dubbio che almeno a livello locale, il dato più interessante emerso dal referendum di domenica 4 dicembre sia stato la vittoria del sì in Alto Adige.\n\nAndando più a fondo, però, salta all’occhio che, in Alto Adige, come anche in Trentino, il no è risultato in netto vantaggio in tutti i comuni – e nel caso della città di Bolzano persino nelle circoscrizioni – con una popolazione appartenente in maggioranza al gruppo linguistico italiano, mentre il sì ha vinto solo nei comuni abitati in prevalenza dalla minoranza tedesca.\n\nLa popolazione di lingua tedesca, per ragioni sociali, politiche ma anche soprattutto linguistiche, è probabilmente stata meno esposta in questi mesi al dibattito politico nazionale e anche in questa occasione, ha seguito le indicazioni della SVP, diffuse dai media in lingua tedesca altoatesini.\n\nLa popolazione di lingua italiana al contrario, in Trentino come in Alto Adige, ha probabilmente seguito molto di più il dibattito nazionale sul referendum, formandosi un opinione sulla riforma più slegata dal contesto provinciale e dalle indicazioni dei politici locali.\n\nMolti hanno cercato di spiegare questa differenza, come un minor attaccamento della maggioranza italiana all’autonomia o come uno scollamento tra gli elettori e i partiti del centro sinistra autonomista che si erano schierati per il sì. A mio avviso però la spiegazione più semplice è invece proprio quella linguistica, e di solito, almeno secondo il rasoio di Occam, la spiegazione più semplice è da preferire.\n\nMolti giuristi sono infatti concordi nell’affermare che la riforma Renzi-Boschi non avrebbe aggiunto alcuna reale protezione alle autonomie speciali. Se da un lato con l’articolo 30 veniva introdotta l’obbligo di intesa nella revisione degli statuti speciali, dall’altro, il contesto neocentralista creato dalla riforma avrebbe finito per esacerbare le differenze di competenze rispetto alle altre regioni, con il rischio di alimentare sul lungo periodo gli attacchi ai privilegi delle autonomie. \n\nInoltre molti tra i trentini con cui ho avuto occasione di confrontarmi, non avevano neppure colto le implicazioni dell’art.30 della riforma sulla revisione degli statuti e quindi presumo che il voto della maggioranza italiana in regione sia stato influenzato più da dinamiche e valutazioni di livello nazionali che di carattere locale.\n\nAl di là del referendum, ritengo però che tutto questo dovrebbe farci riflettere molto sulla difficoltà nel superare le divisioni linguistiche nella nostra regione. \n\nI dati del  infatti non mostrano tanto due schieramenti (uno per il sì e uno per il no), quanto piuttosto due popolazioni molto diverse tra loro. L’assenza di una reale opinione pubblica comune, che vada oltre le divisioni linguistiche, dovrebbe essere motivo di riflessione non solo per la politica, ma anche e soprattutto per i media locali e dovrebbe a mio avviso essere il vero argomento del dibattito post-referendum.\n\n Continua a leggere