Per un sorriso in più… progettare insieme per ricordare un’amica

Qualcuno ha detto che “solo chi sogna impara a volare”: questo è il messaggio più importante che volevamo lasciare attraverso il film ‘la famiglia Belièr’ e il libro ‘Tutto è possibile’, in questa settima edizione del progetto “Per un sorriso in più…”, che si è svolta a Covelo sabato 29 ottobre 2016.

Segui i tuoi sogni: tutto è possibile” è infatti solo l’ultimo capitolo di una storia iniziata per noi sei anni e mezzo fa, con la morte di Elisa, avvenuta a causa di un tumore, il 30 marzo 2010. E’ una storia fatta di serate di beneficenza e di pomeriggi di festa sotto il sole di settembre. Una storia fatta di molte riunioni organizzative, ma anche di tante, tantissime soddisfazioni. Una storia scritta a molte mani da un gruppo di amici di Elisa, provenienti anche, ma non solo, dal Gruppo Giovani Interparrocchiale Vezzano.

eloElisa era per noi un’amica sincera, una persona che si spendeva in prima persona attraverso il volontariato, ma anche lo studio e il lavoro, per cercare di aiutare gli altri. Anche durante i mesi in cui era malata, ha sempre cercato di non smettere di sorridere alla vita. Per ricordarla, abbiamo quindi pensato di creare un progetto, che sapesse dare spazio non solo alla memoria, ma anche all’informazione e alla solidarietà, in particolare su temi legati alla lotta contro il cancro.

In tutti questi anni, abbiamo potuto contare sull’aiuto di tante singole persone e tante realtà, in particolare il Comune, la Pro Loco, il Gruppo Anziani e il Gruppo Giovani di Terlago, oltre a molte altre associazioni, che hanno di volta in volta accettato di collaborare con noi. A tutti loro va il nostro grazie più sincero, nella speranza di continuare anche in futuro la nostra collaborazione.

La partnership più importante e duratura, però, è stata di certo quella con la delegazione “Valle dei Laghi” della Lega Italiana per la Lotta ai Tumori, una realtà che si occupa di educazione sanitaria e di sostegno ai pazienti oncologici e alle loro famiglie, ma anche di diagnosi precoce dei tumori.

Ecco perché, negli ultimi tre anni, abbiamo deciso di impegnarci in prima persona nella raccolta di fondi a favore di un progetto sezione Trentina della LILT, guidata dal dott. Mario Cristofolini, che ci è piaciuto da subito moltissimo: “Accoglienza Bambini in Oncologia Pediatrica”.

L'inaugurazione dell'appartamento

L’inaugurazione dell’appartamento – febbraio 2015

Nella primavera 2015 è stato infatti aperto a Trento un centro di Protonterapia, una tecnica che – rispetto alla radioterapia tradizionale – ha il vantaggio di ridurre i danni ai tessuti sani vicini a quelli malati ed è pertanto utile e indicata nel trattamento di tumori al sistema nervoso centrale, in particolare in pazienti pediatrici. In Italia gli unici centri di protonterapia attivi sono a Catania, Pavia e Trento.

La LILT ha quindi attivato il progetto “Accoglienza Bambini in Oncologia Pediatrica” proprio per aiutare i bambini, in particolare quelli che vengono da molto lontano, in cura presso il centro di protonterapia, offrendo loro la possibilità di alloggiare con i loro cari in un luogo in cui sentirsi come a casa, durante tutta la durata delle cure.

Nel febbraio 2015 è stato inaugurato un primo appartamento protetto, in cui sono stati ospitati ad oggi 12 bambini insieme alle loro famiglie per i cinquanta giorni di durata della terapia. Ora che il Ministero della Salute ha deciso di inserire la protonterapia nei Livelli Essenziali di Assistenza è previsto un maggiore afflusso di piccoli pazienti dalle altre regioni d’Italia e la LILT di Trento sta pensando di attrezzare una seconda struttura, per poterli ospitare.

Laboratorio Ri-ScattoQuest’anno abbiamo inoltre deciso di contribuire ad un altro nuovo progetto, si tratta di “Ri-Scatto” un laboratorio curato da una fotografa e da una psicologa rivolto ad adulti e bambini che hanno perso una persona cara a causa di un tumore.

Conosciamo tutti il dolore che provoca la perdita, soprattutto se improvvisa di una persona cara: si passa dall’iniziale incredulità alla disperazione e infine alla tristezza. Superare il senso di perdita non sempre è facile per chi rimane e ognuno trova un modo diverso di reagire: uno di questi può essere l’immagine (disegni, fotografie), uno strumento che evoca emozioni, attraverso il ricordo, ed offre un mezzo per esprimersi anche a chi non riesce ad usare le parole.

Un grazie sincero va a tutti coloro che in questi anni hanno contribuito con le loro offerte a queste raccolte fondi. In questi tre anni abbiamo raccolto un totale di 4386€, che sono stati devoluti interamente alla LILT.

Per quanto ci riguarda, credo di poter dire che “per un sorriso in più…” è stato un modo per aggiungere, lungo tutti questi anni, tanti ricordi nuovi e bellissimi alla nostra amicizia con Elisa, oltre che di tentare, nel nostro piccolo, di donare un sorriso in più a chi ne ha bisogno!

tumori

COMBATTERE IL CANCRO IN PRIMA PERSONA

Il cancro oggi è la seconda causa di morte in Italia, preceduta solo dalle patologie cardiovascolari. Molta enfasi viene data alle scoperte nella ricerca e nella terapia, alimentando aspettative e speranze che purtroppo non sempre sono realistiche. La vera sfida, però, si gioca soprattutto sul fronte prevenzione: e qui tutti noi possiamo fare la differenza ed essere protagonisti.

La prevenzione primaria si ottiene attraverso l’educazione sanitaria ed è volta a correggere stili di vita, che rappresentano fattori di rischio non solo per i tumori, ma spesso anche per molte delle più comuni malattie croniche. Adottare una dieta sana, ricca di frutta e verdura, smettere di fumare, evitare l’eccessiva esposizione ai raggi UV, la sedentarietà e l’obesità sono scelte che dipendono in gran parte dalla nostra volontà e che ci consentono di fare la nostra parte in prima persona per prenderci cura della nostra salute.

La prevenzione secondaria (o diagnosi precoce) viene messa in campo dal sistema sanitario attraverso campagne di screening rivolte ai gruppi a rischio per la prevenzione di alcuni dei tumori più comuni.

Le campagne di screening offerte gratuitamente dal Sistema Sanitario sono:

 

nastrorosaMAMMOGRAFIA, per la diagnosi precoce del tumore al seno, viene proposto ogni due anni di norma a tutte le donne tra 50 e 69 anni, ma è importante già a partire dai 25 anni eseguire con regolarità una corretta autopalpazione per individuare eventuali noduli.
paptestil PAP-TEST, viene proposto ogni tre anni a tutte le donne tra i 25 e i 64 anni per individuare il tumore della cervice uterina.
colonrettoRICERCA DEL SANGUE OCCULTO NELLE FECI, come screening per il tumore del colon-retto (terzo tumore per frequenza tanto nei maschi quanto nelle femmine), viene proposto a uomini e donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni.

Importante per prevenire i tumori maschili sarebbe la autopalpazione dei testicoli per la ricerca di noduli, nei giovani sotto i 30 anni e una visita andrologica per la diagnosi precoce del tumore della prostata negli uomini sopra i 45 anni

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Uranio impoverito, la storia infinita

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\r\n\r\nIl caso “Sindrome dei Balcani” scoppia dodici anni fa. Cominciano ad ammalarsi o a morire di cancro militari italiani di ritorno dalle missioni nei Balcani. Responsabili sarebbero i bombardamenti della Nato del 1995 e 1999 su Bosnia Erzegovina, Serbia e Kosovo, con proiettili all’uranio impoverito. Cosa sta accadendo oggi in Italia e oltre Adriatico?\r\n\r\n

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\r\n\r\nNel 2001 scoppia il caso “Sindrome nei Balcani”, con l’emergere dei primi casi di militari italiani ammalatisi o deceduti al rientro dalle missioni in Bosnia Erzegovina e Kosovo. Due paesi che erano stati bombardati dalla Nato, nel 1995 e nel 1999, con proiettili all’uranio impoverito (DU). Da allora è una battaglia: tra chi nega l’esistenza di una correlazione tra esposizione al DU e malattia, e chi sostiene il contrario con numeri di morti e malati alla mano e sentenze di condanna a carico del ministero della Difesa.\r\n\r\nL’uranio impoverito (Depleted Uranium) deriva da materiale di scarto delle centrali nucleari e viene usato per fini bellici per il suo alto peso specifico e la sua capacità di perforazione. Quando un proiettile al DU colpisce un bunker o un carro armato, vi entra senza incontrare alcuna resistenza e alla sua esplosione ad altissima temperatura rilascia nell’ambiente nano-particelle di metalli pesanti. Ad oggi, viene confermato dalla ricerca scientifica che questi proiettili sono pericolosi sia per la radioattività emanata sia per la polvere tossica che rilasciano nell’ambiente. Una “neverending story” anche per i cittadini di Bosnia, Serbia e Kosovo: nonostante il grande battage mediatico, poco si è fatto per analizzare in maniera approfondita le conseguenze di quei bombardamenti.\r\n\r\n\r\n

Battaglia giuridica e politica

\r\nUna sentenza dello scorso 18 marzo, emessa dalla Corte dei Conti della Regione Lazio, accoglie il ricorso presentato da un militare ammalatosi di tumore, al quale il ministero della Difesa aveva rigettato la richiesta di pensione privilegiata. Il ministero della Difesa ha rifiutato la richiesta in base al parere negativo del Comitato di verifica per le cause di servizio che ha definito la malattia del militare di tipo ereditario e non dipendente dal servizio svolto nei Balcani. Dalla sentenza della Corte laziale emergono invece due fatti: la diagnosi del Comitato è errata e la malattia è correlata alle condizioni ambientali in cui è stato prestato il servizio in Kosovo.\r\n\r\nIl Caporal Maggiore dell’esercito italiano, recita il testo della sentenza, “(…) aveva soggiornato presso la base militare italiana vicino a Peć/Peja e aveva svolto attività di piantonamento (…), in ambiente esterno sottoposto a intemperie e devastato dai bombardamenti; (…), aveva svolto altri servizi tra cui quello di pulizia della zona antistante la caserma, sistemazione dei magazzini, scorta al personale civile, servizi di pattugliamento consistenti in perlustrazione del territorio con mezzi militari”. Al rientro dal Kosovo il militare viene ricoverato a Milano, poi messo in congedo illimitato e ricoverato in altro centro clinico: gli viene riscontrata una linfadenopatia in diverse parti del corpo e un adenocarcinoma intestinale.\r\n\r\nDiverse perizie medico legali nominate nella sentenza, attestano che nei tessuti neoplasici del militare sono state trovate molte nano-particelle “estranee al tessuto biologico, che quindi testimoniano un’esposizione a contaminazione ambientale”. Tra le numerose sentenze vinte dall’avvocato Tartaglia, legale dell’Osservatorio Militare, questa è la prima che mette in correlazione la malattia ai pasti consumati nelle cucine delle mense sottoufficiali.\r\n

La manifestazione di Roma del 5 giugno – per concessione di gruppo Vittime uranio impoverito

\r\n“Dagli atti risulta che tutti gli alimenti distribuiti alla mensa e allo spaccio della base ove prestava servizio il ricorrente, compresa l’acqua utilizzata sia per l’alimentazione sia per l’igiene personale, erano oggetto di approvvigionamento in loco, e che era stato consentito ai militari di acquistare autonomamente carne macellata e verdure coltivate in loco” e dunque “quei luoghi dichiaratamente inquinati da DU e dalle sue micro polveri sono da porsi in rapporto etiologico con l’insorgenza della neoplasia”. Un dato certo è che la zona del Kosovo posta sotto protezione del contingente italiano è quella che nel 1999 fu più bombardata (fonte Nato/Kfor ): 50 siti per un totale di 17.237 proiettili.\r\n\r\n“Sono 307 i militari morti e oltre 3.700 i malati, per quanto riguarda i dati di cui siamo in possesso” ha dichiarato Domenico Leggiero – portavoce dell’Osservatorio Militare – a Osservatorio Balcani e Caucaso (Obc), raccontando di tutti i recenti sforzi per ottenere risposte dalle rappresentanze politiche ai diversi problemi irrisolti. Il 9 maggio, Leggiero ha incontrato un gruppo di deputati e senatori del Movimento 5 Stelle e il 3 giugno è stato il turno dell’incontro della delegazione formata da Leggiero, familiari di militari deceduti e militari ammalati con Domenico Rossi, indicato da Scelta Civica quale parlamentare di riferimento per la questione uranio impoverito. Incontri importanti, dice Leggiero: “Perché per la prima volta abbiamo avuto incontri ufficiali con forze politiche che hanno deciso di affrontare a fondo la questione e proposto una strategia per chiarire definitivamente il nesso tra le malattie e il DU, oltre a lavorare su normative apposite per sostenere i malati dal punto di vista dell’assistenza sanitaria ed economica”.\r\n\r\nL’intento degli incontri è anche risollevare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla “Sindrome dei Balcani” che, secondo i dati dell’Osservatorio, continua a mietere vittime. Per questo, lo scorso 5 giugno, davanti a Montecitorio, hanno manifestato quasi duecento persone tra militari ed ex-militari ammalati, familiari e rappresentanti di associazioni. Racconta Leggiero a Obc: “Un pomeriggio intenso. Abbiamo proiettato video del Pentagono, fatto conoscere al pubblico le sentenze e distribuito documenti sul tema DU, resi pubblici in tutto il mondo eccetto che in Italia”. Aggiunge inoltre che non hanno ancora ottenuto l’incontro richiesto con la presidente della Camera, Laura Boldrini, e non hanno ottenuto risposta da PD, Pdl e Fratelli d’Italia. Ma Scelta Civica e Movimento 5 Stelle hanno assicurato che si terrà presto una seduta ad hoc in Commissione difesa. Presenti Il deputato Domenico Rossi che ha ribadito il forte impegno personale e di Scelta Civica “per sciogliere i nodi fondamentali di questa vicenda”, ma anche il deputato Matteo Dell’Osso del M5S, membro della Commissione affari sociali che ha incontrato alcune vittime del DU o loro familiari .\r\n\r\nConcludeva in maniera netta il testo del comunicato stampa dell’iniziativa: “I loro diritti sono affidati alla magistratura e sono 17 le sentenze di condanna per l’amministrazione della Difesa in vari ordini di giudizio. Tar, tribunali civili, corte dei conti di varie zone d’Italia indicano l’uranio come colpevole delle malattie dei militari e condannano l’amministrazione perché sapeva ed aveva taciuto i pericoli”. I militari, ma anche civili che hanno operato nei Balcani, si sono rivolti agli avvocati per non aver ottenuto dallo stato il riconoscimento della causa di servizio e gli indennizzi per i quali era stato istituito un fondo di 30 milioni di euro con la legge finanziaria del 2008. Come emerge dalla relazione finale della terza Commissione d’inchiesta sul DU, approvata lo scorso 9 gennaio, ad oggi sono pochissime le domande prese in esame e accolte.\r\n\r\n\r\n

DU che appare e scompare

\r\nHadžići, località a 27 km da Sarajevo, è uno dei siti bosniaci maggiormente bombardati dalla Nato con proiettili al DU nell’estate del 1995. Con la fine della guerra, circa 5.000 abitanti, tutti serbo-bosniaci, sfollano nella cittadina di Bratunac che gli accordi di pace di Dayton attribuiscono alla Republika Srpska, una delle due entità della Bosnia Erzegovina.\r\n\r\nAgli inizi degli anni duemila la primaria dell’ospedale di Bratunac, Slavica Jovanović, aveva rilevato un allarmante numero di morti per tumore tra i cittadini provenienti da Hadžići. “Era stata inascoltata, aveva denunciato che in città i morti per tumore tra gli sfollati di Hadžići erano quattro volte superiore al resto della popolazione” ha dichiarato lo scorso 31 marzo, all’agenzia tedesca Deutsche Welle, Jelina Đurković. La Đurković, che nel 2005 presiedeva la Commissione di indagine governativa della Bosnia Erzegovina sulle conseguenze dei proiettili al DU, sottolinea infine che nel rapporto della Commissione erano stati inseriti i dati sulle conseguenze del DU e il dettaglio delle azioni da perseguire per risolvere alla radice il problema, ma nulla è stato messo in atto.\r\n\r\nRiguardo agli sfollati di Hadžići è intervenuto sulla Deutsche Welle anche il vicesindaco di Bratunac: “Sono circa 800 i morti per tumore, in base ai dati che abbiamo ricevuto dalle autorità ospedaliere ed ecclesiastiche dove viene registrata la causa del decesso”. Di diverso avviso Irena Jokić, a capo del Servizio di medicina sociale dell’Istituto sanitario della Federazione della Bosnia Erzegovina, intervistata da Dnevni List lo scorso 19 aprile: “Nel 2008 abbiamo analizzato i dati sanitari degli abitanti di Hadžići per valutare se vi era un aumento di malattie neoplasiche. Non abbiamo rilevato un aumento significativo rispetto alla media nazionale”. La Jokić dichiara inoltre che l’analisi è stata ripetuta nel 2010 ed è emerso un aumento medio in linea con i due anni passati, che era stato dello 0.5% nel 2008 e 0.1% nel 2009. Conclude che non è possibile asserire con certezza il nesso tra affezioni tumorali ed esposizione all’inquinamento provocato dai proiettili al DU ma – aggiunge – che se con la fine della guerra si fossero avviate ricerche scientifiche ed epidemiologiche accurate, oggi avremmo la risposta alla domanda.\r\n\r\nSempre rispetto a Hadžići, durante recenti operazioni di sminamento sono stati ritrovati proiettili al DU nei pressi di una delle fabbriche dell’area pesantemente bombardata nel 1995. La notizia è stata data dal quotidiano bosniaco Dnevni Avaz il 18 maggio. E’ stato richiesto l’immediato intervento dell’Agenzia nazionale per la sicurezza radioattiva e nucleare (DARNS – Državna regulatorna agencija za radijacijsku i nuklearnu sigurnost), il cui direttore Emir Dizdarević ha dichiarato: “I nostri ispettori sono intervenuti subito sul luogo e dopo aver verificato con le apparecchiature l’esistenza dei proiettili hanno dato agli sminatori tutte le istruzioni su come raccoglierli, poi li abbiamo stoccati”.\r\n\r\nAnche Bećo Pehlivanović, professore ordinario di Fisica dell’Università di Bihać, ha parlato del problema del territorio contaminato. Sulle pagine del Dnevni Avaz dello scorso 27 maggio ha dichiarato: “Purtroppo non è mai stata fatta un’analisi accurata, perché mancano i fondi e le necessarie attrezzature”. Pehlivanović ha inoltre aggiunto che sono stati ritrovati di recente resti al DU in territori non inclusi nelle liste Nato: “Abbiamo indizi che il territorio sia contaminato anche nella regione della Krajina bosniaca, vicino alla città di Ključ”. Un problema che oltretutto si trascinerà nel tempo: “I resti di queste munizioni al DU sono tossici e con un’emivita, cioè tempo di dimezzamento, di circa 4.5 miliardi di anni” ha concluso.\r\n\r\n\r\n

Montagne di scorie e tumori in aumento

\r\nAnche in Serbia il tema degli alti quantitativi di scorie raccolte negli interventi di bonifica dei terreni bombardati dalla Nato nel 1999, è stato al centro dell’attenzione dei media di quest’anno. Oltre a questo, sono emerse denunce delle associazioni di ex-militari dell’esercito serbo che si trovavano nei pressi dei siti bombardati, di alti numeri di mortalità tra i reduci. Mentre alcuni media, come il quotidiano Politika, continuano ad offrire notizie sull’andamento dei procedimenti giudiziari avviati dai militari italiani.\r\n\r\nIl 29 marzo sul media online Srbija Media viene pubblicata la lista delle località bombardate nel 1999 e poi bonificate, rese note dal generale in pensione e specialista in difesa da attacchi atomico-biologico-chimici, Slobodan Petković. “Erano zone pericolose per l’eco-sistema e per le persone, così nei primi cinque anni dopo il bombardamento è stata fatta la decontaminazione di cinque zone: a nord di Vranje, a sud e sudovest di Bujanovac, a Bratoselce e Reljan entrambi nella zona della città di Preševo”.\r\n\r\nLa mappatura dei luoghi contaminati era stata fatta, subito dopo il conflitto, dall’esercito serbo in collaborazione con altre istituzioni del paese, come l’Istituto di scienze nucleari Vinča di Belgrado. Il direttore dell’ente nazionale di stoccaggio JP Nuklearni objekti, Jagoš Raičević, spiega i motivi: “Considerata la pericolosità, si doveva iniziare subito la bonifica. Ma all’inizio la Nato ci mandò delle mappe, non so se per volontà o meno, sbagliate. Alcuni dei siti da loro segnalati non erano stati toccati dai bombardamenti, mentre abbiamo trovato proiettili al DU in luoghi che non risultavano nella lista della Nato”.\r\n\r\nIl generale Slobodan Petković racconta che quei territori sono stati ripuliti, i resti di proiettili radioattivi sono stati stoccati e le decine di tonnellate di terra contaminata sotterrate in luoghi posti sotto sorveglianza. Un “cimitero” di DU che allarma: “I resti dei proiettili sono stati inseriti in sacchi di plastica e container appositi, poi messi nel deposito di materiale radioattivo dell’Istituto Vinča”. Esattamente nei sotterranei del palazzo numero 4 a soli 12 chilometri da Belgrado. Risale solo alla fine del 2011 lo spostamento delle scorie in luogo più sicuro, quando è stato aperto nelle vicinanze un deposito costruito in base a standard europei, definito dal media serbo Radio B92 il più grande deposito di materiale radioattivo d’Europa. Slobodan Čikarić – presidente dell’Associazione nazionale contro il cancro – conclude allarmato, sulle pagine di SMedia: “E’ materiale che ha bisogno di miliardi di anni per divenire inerte. In caso di terremoto, alluvione o incendio di grandi proporzioni… siamo a poca distanza dalla capitale, abitata da due milioni di abitanti!”.\r\n\r\nAd aprile l’attenzione dei media viene attratta anche da altri due aspetti: il dato nazionale sui malati di tumore e l’alto numero di reduci dell’esercito che, secondo alcune associazioni, si sarebbero ammalati a causa dell’esposizione al DU. Il quotidiano serbo Blic del 14 aprile ha aperto con i dati dell’Istituto per la Salute pubblica Batut : nell’ultimo decennio i malati di leucemia e linfoma sono aumentati del 110 per cento, mentre il numero dei morti per le stesse affezioni è salito del 180%. Sullo stesso giornale è intervenuto Slobodan Čikarić, presidente dell’Associazione nazionale contro il cancro: “Abbiamo analizzato l’andamento dei tumori maligni nel paese tra il 2010 e il 2011. Oltre al dato denunciato dall’Istituto Batut, posso aggiungere che c’è stato un aumento di tumori solidi del 20%”. E prevede un aumento nel prossimo anno: “Perché il tempo di latenza delle affezioni cancerogene solide da uranio impoverito è di 15 anni, mentre è di 8 anni per le leucemie e i linfomi. Infatti, questi ultimi hanno avuto un picco nel 2006”.\r\n\r\nIl 2 maggio, il quotidiano Večernje Novosti apre con il titolo “L’uranio della Nato uccide i veterani”. La denuncia è di Dušan Nikolić, presidente dell’associazione degli ex-militari della città di Leskovac: ”Solo negli ultimi tre mesi, nella nostra municipalità sono morti più di cento reduci della guerra. Si tratta per lo più di militari che hanno operato in Kosovo, di un’età che va dai 37 ai 50 anni. Il 95% è morto di cancro”. Nikolić spiega che ha scoperto i dati grazie alle denunce dei familiari degli ex-militari deceduti, i quali si sono rivolti all’associazione per cercare di ottenere il riconoscimento della causa di servizio. Saša Grgov, primario di medicina interna del Servizio sanitario della città, aggiunge: “E’ possibile, considerato che il numero di tumori in città è in crescita. Sebbene il Servizio sanitario non stia facendo un monitoraggio specifico sulla categoria dei reduci che hanno operato in zone contaminate da DU”.\r\n\r\nSecondo Predrag Ivanović, presidente dell’Unione delle vittime militari di guerra, la situazione dei reduci di Leskovac è stata pompata per interessi interni all’associazione che li rappresenta. Sebbene dichiari, per il quotidiano Vesti del 4 maggio, che il problema esiste: “Anche le nostre informazioni indicano che è in crescita il numero dei malati di cancro tra coloro che hanno partecipato al conflitto. Ma purtroppo non abbiamo un numero nazionale esatto, perché ancora oggi nessuno sta facendo una specifica raccolta dei dati“.\r\n\r\nIn sintesi, dall’Italia ai Balcani, un panorama di cui non si vede ancora l’orizzonte. Né per i militari italiani – e le centinaia di civili volontari delle organizzazioni umanitarie – né per i cittadini di Bosnia Erzegovina, Serbia e Kosovo.\r\n\r\n

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\r\nQuesta pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell’Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l’Europa all’Europa .\r\n\r\n(vai all’articolo originale)\r\n\r\n

Sud Africa: Atroiza, una compressa a basso costo contro l’HIV

 Cape Town, 11 aprile 2013, Nena News – Una monocompressa per semplificare il regime di trattamento terapeutico per i malati di Aids. Atroiza, questa la denominazione della nuova capsula introdotta dal Dipartimento della Salute sudafricano, è la combinazione di tre farmaci antiretrovirali: il tenofovir, l’emtricitabine e l’efavirenz. A confermarne la distribuzione negli ospedali pubblici a partire da questo mese è stato il Ministro della Salute, Aaron Motsoaledi , lunedì in vista al Phedisong Community Health Centre di GaRankuwa, a nord di Pretoria.\r\nSi tratta di una pillola salvavita monodose che presa quotidianamente una sola volta va a sostituire l’attuale somministrazione di più farmaci più volte al giorno. Una confezione di 28 capsule costerà alle tasche dello stato circa 8 euro mensili per paziente contro gli attuali 34. Un risparmio notevole considerando che sono circa 1,7 milioni i Sudafricani sotto trattamento antiretrovirale, in gran parte nelle strutture sanitarie pubbliche, su un totale si stima di circa 5,6 milioni di Hiv positivi, il più grande a livello mondiale. A beneficiarne per ora saranno solo i nuovi pazienti, le donne in gravidanza sieropositive e quelle in allattamento.\r\n\r\nCirca 390,000 le unità di Atroiza in distribuzione a livello nazionale per circa 180,000 pazienti previsti nella prima fase. A lanciarlo sul mercato e a distribuirlo negli ospedali a partire da aprile l’americana Mylan che, insieme ad altre due case farmaceutiche, l’anno scorso ha vinto l’appalto di più di 400 milioni di euro per la fornitura del farmaco monodose fino al 2014. Il presidente nazionale del Treatment Action Campaign, Nonkosi Khumalo, ha accolto con favore l’iniziativa, ma ha espresso critiche sui criteri di distribuzione che in questa fase privilegeranno solo i pazienti sotto trattamento antiretrovirale da questo mese.\r\n\r\nSecondo quanto dichiarato dall’economista Anban Pillay, del Dipartimento della Salute, il basso costo del farmaco, che al momento risulta essere quello monodose antiretrovirale più economico al mondo, permetterà al governo di estendere il trattamento terapeutico a molti più malati da Hiv. Inoltre, come sostenuto dal capo dipartimento degli appalti pubblici, Gavin Steel, “la combinazione a dose fissa è più facile da prendere e occupa meno spazio sugli scaffali delle farmacie e delle cliniche. E questo permetterà lo stoccaggio di una quantità maggiore di farmaci per volta”.\r\n\r\nGrazie all’introduzione di questa nuova compressa, il Dipartimento della Salute stima di poter estendere il trattamento a 500,000 nuovi pazienti all’anno per i prossimi tre anni, in un Paese che ha impiegato circa 10 anni per mettere sotto trattamento circa 1,7 milioni di malati da Hiv. Secondo Steel, i costi più bassi di questo tipo di farmaci permetterà di risparmiare circa 170 milioni di euro grazie ai quali sarà possibile curare così tanti nuovi pazienti in tempi più brevi rispetto al passato.\r\n\r\nPeraltro, secondo quanto detto da Pillay, è vero che al momento ci sono solo tre case farmaceutiche autorizzate alla fornitura del farmaco in Sud Africa – Aspen Pharmacare, Cipla Medpro e Mylan Pharmaceuticals – ma altre due hanno fatto richiesta per ottenere la licenza. Questo significa che nel giro di poco tempo la competizione sul mercato potrebbe portare a un calo ulteriore dei costi.\r\n\r\nIl South African National AIDS Council ha notato come l’introduzione di un unico farmaco semplifichi notevolmente la somministrazione riducendo il numero di compresse giornaliere e questo si spera incoraggi i malati da HIV a restare in regime di trattamento terapeutico.\r\n\r\nIl Sud Africa è attualmente, a differenza dei tempi passati, il Paese con il più esteso programma di trattamento antiretrovirale al mondo. La nuova monocompressa, che a partire dalla fine di settembre sarà accessibile a tutti coloro che ne avranno bisogno, verrà introdotta in sei fasi per garantire i tempi necessari alla produzione. Nena News\r\n\r\n(vai all’articolo originale)

Toxic Somalia, gli effetti del traffico illegale di rifiuti nel Corno d’Africa

Sulla spiaggia di Mareeg, trecentocinquanta chilometri a nord di Mogadiscio, l’andirivieni monotono delle onde porta con sé la paura della morte. Un po’ tutti da queste parti si ricordano della cisterna lunga sei metri, corrosa dall’acqua salata, restituita dal mare in un giorno qualsiasi del 1997. Non fu certamente quello l’inizio del flagello che continua a mietere vittime in Somalia, ma è da allora che gli abitanti dei villaggi costieri hanno cominciato a trovare una spiegazione alle strane eruzioni cutanee, alle malformazioni di neonati e alle patologie tumorali che si verificavano in quelle zone. Sono le terribili conseguenze di decenni di smaltimento illegale di rifiuti tossici, compiuto al largo delle coste somale dalla criminalità organizzata con l’omertosa complicità dei governi occidentali. Approfittando del caos della guerra civile che fin dagli inizi degli anni ’90 ha dilaniato il Paese, essi non hanno esitato a stipulare dei patti diabolici con i Signori della Guerra locali: soldi o armi in cambio del consenso a scaricare indiscriminatamente in mare sostanze altamente inquinanti. Ciò accadeva nella Somalia di Ali Mahdi Mohamed, meta preferita di molte navi dei veleni. Centinaia di bidoni d’acciaio pieni di rifiuti speciali di ogni genere affondati in quel tratto di Oceano Indiano per soli 8 dollari la tonnellata (ma c’è anche chi parla addirittura di 2,5 dollari…), quando il costo di smaltimento in Europa sarebbe potuto arrivare fino a 1000 dollari. Un business colossale che ha trasformato il paese africano nella più grande discarica marina del mondo.\r\n\r\nLe grandi navi mercantili europee apparivano all’orizzonte e gli abitanti dei villaggi costieri cominciavano a stare male e a morire. Eppure, terrorizzata dalle bande armate e stremata dalla carestia, la gente di Mareeg ha ignorato per molto tempo di essere vittima dei veleni. Anche le lamentele dei pescatori sugli strani frammenti metallici urticanti che a volte rimanevano impigliati nelle reti sembravano soltanto dicerie a cui non dare troppa importanza. In fondo si moriva spesso e in tanti modi in Somalia per stare a sottilizzare. Poi qualcuno cominciò a capire e a farsi delle domande.\r\nNel marzo del 1994 la reporter del TG3 Ilaria Alpi venne uccisa a Mogadiscio a colpi di kalashinikov, mentre stava portando avanti un’inchiesta su un traffico internazionale di veleni verso il Corno d’Africa. A novembre dello stesso anno era toccata uguale sorte al suo informatore, l’agente del Servizio Segreto Militare (SISMI) Vincenzo Li Causi, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite nella città di Balad.\r\nTre anni dopo questi fatti il professor Mahdi Gedi Qayad, docente di chimica e consulente dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la tutela dell’ambiente fu tra i primi a svolgere delle accurate indagini lungo la costa somala per verificare le voci di scarichi illegali di sostanze tossiche. Fu proprio lui a fotografare la cisterna sulla spiaggia tra Mareeg e Ige e a raccogliere le testimonianze della gente del posto secondo cui quel contenitore, così come molti altri, sarebbe stato scaricato in mare da navi straniere. Le prove raccolte, seppure importanti, non riuscirono tuttavia a rompere il muro di silenzio. In Somalia, paese allo sbando, a causa dello scarso livello di sicurezza non fu possibile valutare con esattezza l’entità di questo gravissimo crimine ambientale.\r\nNel 2005 il maremoto nell’Oceano Indiano è arrivato a colpire anche la costa somala. Le enormi onde hanno rivoltato il mare, distruggendo i barili arrugginiti seppelliti negli abissi e sparpagliando lungo le spiagge tonnellate di piombo, cadmio, mercurio, rifiuti ospedalieri e scorie nucleari. Uno scempio che secondo un recente studio, il primo promosso dal governo di Mogadiscio, ha compromesso gravemente la salute di migliaia di cittadini somali. Infezioni, malattie respiratorie e tumori sono di gran lunga superiori alla media nei villaggi che si affacciano sull’Oceano. Un caso emblematico rimane la regione di Puntland, dove in seguito allo tsunami sono state trovate delle discariche di rifiuti tossici coperte solo da pochi centimetri di sabbia.\r\nI veleni non hanno risparmiato neppure il fragile ecosistema marino. Alcuni residenti delle zone a nord di Mogadiscio continuano a riferire di centinaia di pesci morti ogni giorno a causa del mare contaminato. Un fenomeno che ha ridotto alla fame migliaia di famiglie di pescatori somali.\r\nSembra quindi tragicamente ironico che la stampa internazionale si interessi alla Somalia soltanto quando una nave europea cade preda dei cosiddetti pirati nel golfo di Aden. I corsari di oggi sono i figli dei pescatori di ieri. Quelli che hanno inziato ad assaltare le navi che sospettavano trasportare il materiale nocivo e non di rado hanno chiesto svariati milioni di euro di riscatto promettendo di impegnare il denaro per bonificare la costa dai rifiuti. «Le nostre coste sono state distrutte» ha detto il capo del commando di somali che nel 2008 ha sequestrato il mercantile ucraino MV Faina, «crediamo che questi soldi non siano nulla rispetto alla devastazione che abbiamo visto sui mari».\r\nIl quadro si fa confuso: chi sono i veri pirati?\r\n\r\n(vai all’articolo originale)