IL FALLIMENTO DELLE POLITICHE CONTRO L’ABUSO DI ALCOOL

In una recente statistica che tratta i problemi collegati al consumo di alcolici, elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità della Regione Europea nei primi mesi del 2006, viene dipinta una situazione che è un eufemismo definire preoccupante.

L’Europa infatti, emerge da questa relazione, si pone al primo posto tra le regioni dell’OMS per il consumo di alcol pro-capite, con un valore addirittura doppio rispetto alla media mondiale.

In una recente stima del Ministero della Salute viene messo in evidenza che la spesa sanitaria, sostenuta nel corso dell’anno 2005 dall’erario per i problemi alcol-correlati, raggiunge, in alcune regioni italiane, il 10% della spesa sanitaria totale e non scende mai sotto il 5%.

Il consumo e soprattutto l’abuso degli alcolici ha pertanto un costo per la società veramente ingente, che, a livello europeo, è approssimato per eccesso ai diecimila miliardi di euro annui; costi questi che non comprendono minimante i danni sociali, relazionali, affettivi che una persona con problemi alcol-correlati spesso accusa.

Nel dicembre 1995 l’OMS convocò a Parigi una conferenza, alla quale parteciparono tutti i Ministri della Salute europei, al fine di definire una serie di obbiettivi condivisi per affrontare il problema in maniera coesa e con una scadenza precisa il 2006. Nel documento finale della conferenza, gli stati europei misero in risalto cinque obiettivi e dieci strategie da attuare.

L’obiettivo ambizioso che si poneva questo documento era quello di agire prevenendo il consumo di alcool, in particolare da parte delle nuove generazioni, attraverso una corretta informazione sui rischi per la salute e promuovendo regolamenti che limitassero il contatto dei minori con alcolici.

In questi undici anni in Italia, si ha la percezione diffusa che non sia stato compiuto alcun passo avanti verso la soluzione del problema, soprattutto a causa dell’inefficienza di una classe politica che, pur approvando leggi in linea con la Conferenza di Parigi, come l’Art. 691 del Codice Penale, che vieta la vendita di alcolici ai minori oppure l’Art. 14 che vieta la vendita di superalcolici da banco lungo le Autostrade nelle ore notturne, non fornisce alle forze dell’ordine gli strumenti necessari per far rispettare tali normative. Le proporzioni di questo fallimento sono sintetizzabili nell’aumento del numero di decessi alcol-correlati nei giovani tra i 15 e i 29 anni di età, che si attestano attualmente attorno al 25% del totale contro il 5% del periodo 1980-1993.

Neppure dal punto di vista della sicurezza stradale i dati sono confortanti: nonostante la riduzione del limite di alcol nel sangue 0,25 g/l, attualmente nel 33% degli incidenti mortali è coinvolta almeno una persona in stato di ebbrezza, percentuale che si alza al 50% se si considerano tutti gli episodi di infortunistica stradale denunciati alle autorità.

Un significativo passo avanti, nel reinserimento nella società di soggetti con problematiche alcol-correlate, è stato compiuto con l’istituzione di specifici percorsi di trattamento, che coinvolgono anche le famiglie, ad opera di alcune organizzazioni di volontariato.

I risultati ottenuti su questo fronte sono incoraggianti e dimostrano un notevole miglioramento della qualità di vita dei soggetti in trattamento e molto spesso un perfetto reinserimento nella società civile, con il totale superamento della dipendenza da alcol. Per quanto tuttavia sia importante un attività di cura del disagio sociale provocato dal consumo, maggiori energie dovrebbero essere rivolte ad una seria e determinata politica di prevenzione, che lo stato non può o meglio non vuole affrontare. Le ragioni di questa reticenza dello stato sono prettamente legate ad interessi economico-commerciali. L’Italia infatti si attesta ai primi posti per la produzione di prodotti alcolici, che esporta in tutto il mondo, con grandi proventi in termine di PIL e di occupazione. Una seria campagna di informazione sui danni dell’alcol, che a questo punto risulterebbe necessaria, andrebbe pertanto a ledere non solo l’economia primaria, ma avrebbe anche importanti ripercussioni sul tasso di disoccupazione in tutto il territorio nazionale.

Si è preferito pertanto delegare il problema alle Aziende Sanitarie, che, purtroppo, per fondi e ordini priorità, sono costrette, per affrontarlo, ad appoggiarsi a loro volta sul mondo associazionistico, che dispone di scarse risorse economiche, arenando tutte le politiche avviate in questa direzione.

Se pensiamo che lo stato attualmente investe maggiori risorse economiche per la  prevenzione del consumo di stupefacenti illegali, che a parità di consumatori, hanno un impatto sulla sanità nazionale pari alla metà di quello degli alcolici e addirittura ad un terzo di quello del tabacco, ci rendiamo conto che le direttive sanitarie, in materia di dipendenze, sono determinate non tanto dalla ricerca di un reale benessere della popolazione, quanto piuttosto da ragioni legate agli interesse di alcuni precisi gruppi economici.