La rotta di Barca

24480970Dopo aver visto il ministro Fabrizio Barca in tv da Lilli Gruber mi ero avvicinato alla lettura del suo manifesto con un bel po’ di diffidenza. Temevo di trovarmi di fronte a qualcosa di retrò, vetero-Pci, togliattiano fin dal titolo («Un partito nuovo per un buon governo»), e poi giù federazioni, circoli, la scelta del ministro di iscriversi al Pd in una giornata in cui molti militanti, anche i più pazienti, avrebbero avuto voglia di strappare la tessera…

Terminata la lettura delle 55 pagine della “memoria politica” di Barca il giudizio però cambia e torna in linea con quello che abbiamo capito del personaggio in questi sedici mesi di governo: profondo, affilato, spiazzante, mai banale. Così come il suo documento: distantissimo, per linguaggio, passione, vibrazione dai tanti scritti che abbiamo dovuto buttare giù rapidamente a sinistra negli ultimi anni, carte d’intenti di imbarazzante sciatteria, manifesti ridondanti di scontatezze sull’unione dei riformisti (ma anche dei progressisti), giovani conservatori, wiki-programmi in otto, dieci, dodici, cento punti, fotocopie uno dell’altro, dall’angelo del ciclostile agli uffici studi del taglia-e-incolla, ripetitivi, desolanti, inutili (l’Agenda Monti non faceva eccezione). Una delle migliori elaborazioni politiche degli ultimi anni. Richiede un po’ di tempo, uno spazio di concentrazione, non ha l’ambizione di evaporare in un titolo di giornale. Restituisce alla politica quel minimo di piacere intellettuale di capire qualcosa che prima non sapevi che da tempo si è perduta, e pazienza se alla quinta riga della seconda pagina ti spara un «catoblepismo» che ti lascia attonito. Perché è la denuncia del rapporto siamese tra Stato arcaico (la macchina) e partiti Stato-centrici la parte più nuova del documento: l’occupazione perversa dello Stato, la sovrapposizione tra il partito e il pubblico. Barca vuole spezzare questa simbiosi: e già solo questo permette di dire che non è un nostalgico, non è un rosso antico, non è un partitista, non è un giovane turco, e sarebbe un grave errore consegnarlo alla vecchia anima della Ditta.

Si iscrive al Pd, il ministro, ma di com’è adesso il partito non gli piace quasi nulla. Cosa sono i partiti oggi, infatti? Ecco il ritratto nelle parole di Barca: «Partiti Stato-centrici che anziché trarre legittimazione e risorse finanziarie dai propri iscritti nel territorio le traggono dal rapporto con lo Stato, “attraverso un generoso finanziamento pubblico, la colonizzazione dell’amministrazione, il patronage e il clientelismo”. Dove il vertice (il “leader”) si rivolge direttamente a iscritti o cittadini senza cercare un confronto con i gruppi dirigenti locali. Dove si sono rarefatte o mancano l’attitudine, la conoscenza e la capacità di elaborare gli orientamenti e gli indirizzi generali delle politiche pubbliche; ovvero tale elaborazione viene ricercata in “associazioni” che singole componenti del gruppo dirigente costituiscono al di fuori del partito, ulteriormente impoverendolo. Dove, in nome di un comodo relativismo etico, risultano assenti meccanismi sistematici di prevenzione di comportamenti abusivi, quando non arrivano a manifestarsi fenomeni di contiguità con la criminalità. Dove l’enunciazione stanca di principi generali si accompagna a un diffuso giudizio cinico sulla natura umana – schiacciata sulla (pur rilevante, ma ben sappiamo non solitaria) dimensione egoistica – e sulla presunta “natura italica” che ci inchioderebbe al cattivo governo».

Colonizzazione, clientelismo, relativismo etico l’enunciazione stanca dei principi che convinve con il cinismo e perfino con fenomeni di contiguità con le mafie. Mentre la politica viene delegata in outsourcing ad associazioni (fondazioni italianeeuropee?) esterne fedeli a singoli leader e correnti. Non parla per sentito dire, Barca: «la lontananza dei partiti dalla società, la loro estrema debolezza nell’interpretare bisogni e soprattutto nel portare le ipotesi elaborate o le soluzioni praticate nei diversi luoghi del paese, la loro incapacità di incalzare lo Stato con forza e intelligenza ma anche di dargli fiducia e di verificarne gli impegni, l’ho personalmente avvertita con nitidezza nei mesi di governo», scrive il ministro.

Chi parla e scrive così non è un conservatore. E non è un ritorno al passato affrontare il tema del cambiamento dal lato della forma-partito, nel paese della rappresentanza sostituita dalla rappresentazione, dei partiti personali, dei “finali di partito”, come si chiama il bel libro di Marco Revelli, del doppio infarto del Sistema provocato dal governo dei tecnici e dall’irruzione del movimento di Grillo. Anche se, fa poi notare Revelli, il vecchio partito di massa era l’altra faccia del fordismo: tramontato quel modello di produzione sparisce anche il partito sezione e radicamento territoriale, nella società liquida tutti siamo tante cose nei vari momenti della giornata, non più solo operai e comunisti o contadini e democristiani. Anche se poi nella memoria di Barca mancano tante cose. Non c’è un ragionamento sulle istituzioni, che sono l’altra faccia del problema italiano: inutile fare partiti nuovi se le istituzioni restano vecchie. Non servono chiacchiericci sulla riforma elettorale, basta per carità, e neppure i brodini caldi sulla riduzione del numero dei parlamentari riproposti anche oggi dai saggi nominati da Napolitano, ma una rivoluzione nel rapporto tra i cittadini e lo Stato. Infine, nella memoria di Barca, manca il contesto, non c’è un prima e non c’è un dopo, è assente una riflessione sul perché siamo arrivati a questo punto, con quali responsabilità. Non c’è la storia: solo due nomi vengono citati nelle 55 pagine del testo, Enrico Berlinguer, il Berlinguer dell’austerità, e Raffaele Mattioli, lo storico amministratore delegato della Comit, per decenni alla guida del capitalismo italiano, predecessore di Cuccia e più riservato e misterioso di lui (Barca gli ha dedicato numerose pagine della sua storia del capitalismo italiano), inventore del termine catoblepismo, le barche che controllano le industrie in cui hanno versato il capitale, il rapporto incestuoso tra controllati e controllori. Un comunista e un capitalista, un leader politico quasi religioso e un banchiere laico espressione delle elìte, un doppio riferimento che ritorna nella storia italiana e nella biografia personale del ministro, figlio di un grande dirigente di partito ma anche da sempre impegnato nelle tecnostrutture.

In alcuni punti lo sperimentalismo democratico, il metodo Barca mutuato da Amartya Sen, sembra davvero un esercizio da laboratorio. Così come gli Addendum finali. Un modello econometrico applicato alla politica. E quel che traspare del progetto organizzativo e culturale sul partito nuovo di sinistra, come il recupero della figura del funzionario o la critica delle primarie e della rottamazione («un insensato conflitto generazionale»), mette Barca su una rotta diversa da quella di Matteo Renzi. Assurdo, però, in questo momento montare giornalisticamente e politicamente una rivalità (inesistente) o una possibilità di convivenza tra i due (impossibile). Di certo il ministro della Coesione dovrà superare, e molto in fretta, l’allergia per il conflitto: «dovremo superare le dure resistenze che il rinnovamento incontrerà in coloro che dalla perversa fratellanza fra parti e Stato hanno tratto guadagno e potere». Scoprirà presto, Barca, anzi lo sa già molto bene, che le resistenze non sono all’esterno, sono dentro. E la sua navigazione non sarà facile.

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Un corteo invaso dalle bandiere di partito

Karim Metref, nato in Algeria nel 1967, vive in Italia dal 1998. È giornalista e scrittore.

Una settimana fa, il 17 ottobre, centomila manifestanti sono arrivati da tutta Italia a piazza della Repubblica, a Roma. Immigrati, italiani, giovani, meno giovani, donne, uomini, movimenti, associazioni, sindacati e partiti si sono riuniti per dire “no al razzismo diffuso, no al razzismo di stato, no alla guerra tra i poveri”.

È stata una manifestazione diversa dalle proteste contro il razzismo che si sono svolte negli ultimi vent’anni. E anche il modo in cui è nata è stato diverso. Per la prima volta, sono state le organizzazioni autonome di immigrati a chiamare a raccolta le altre componenti della società civile. Gli immigrati non si sono limitati a fare da portabandiera “colorati” per conto dei tradizionali movimenti della sinistra, del sindacalismo e dell’associazionismo progressista.

Tutto questo, però, chi ha visto i tg della sera e chi ha letto i quotidiani del giorno dopo di certo non l’ha capito. Perché i giornalisti hanno scelto la strada più facile e sono andati a intervistare i soliti personaggi stranoti. In realtà, il non meglio identificato Comitato organizzativo è stato guardato con diffidenza fin dall’inizio. Qualcuno ha perfino provato a ostacolarlo, ma soprattutto si è cercato di ignorarlo. E così è sembrato che questa manifestazione fosse nata dal nulla.

Prima del 17 ottobre, i mezzi d’informazione hanno diffuso pochissime informazioni. Ma il lavoro capillare degli organizzatori ha costretto le direzioni di partiti e sindacati a fare una scelta: continuare a far finta di niente (e affrontare le incomprensioni con la propria base) o partecipare. La maggior parte ha scelto di partecipare e ha sottoscritto la piattaforma (considerata da molti troppo radicale) all’ultimo minuto. Alcuni sono scesi in piazza senza nemmeno prendere posizione. Alla fine, però, la manifestazione era invasa dalle bandiere di partito.

L’accordo con i politici era di lasciare la testa del corteo a chi aveva convocato la manifestazione: gli sconosciuti del Comitato 17 ottobre. Il patto è stato rispettato dai movimenti. Ma non dai pezzi grossi. Il comitato organizzativo ha dovuto fare una vera e propria caccia alla personalità, respingendo un Nichi Vendola da una parte o un Paolo Ferrero dall’altra. E mentre con Marco Ferrando si negoziava, Franco Grillini e Vittorio Agnoletto erano già sotto lo striscione di testa, circondati dalla stampa. E quando si pensava di aver ricacciato tutti indietro, ecco Dario Franceschini che arriva in contromano con una scia di giornalisti e curiosi alle calcagna e spacca in due il corteo come Mosè sul mar Rosso.

Possedere o annientare
È andata avanti così tutto il pomeriggio. Questa è l’ennesima prova che, mentre la base è piena di vitalità ed entusiasmo quando si tratta di risolvere problemi reali, la classe politica continua a essere piena solo di sé. Non si unisce a niente se non può prenderne la testa. È sempre pronta a fare discorsi, ma mai ad ascoltare. O possedere o annientare: sembra questo l’unico modo che ha di affrontare le cose.

Alla fine del percorso i manifestanti erano sfiniti, la giornata era stata piena. Molti avevano trascorso la notte viaggiando in autobus per arrivare a Roma. I pezzi grossi, invece, erano scomparsi da un po’. Figuriamoci se rimanevano ad ascoltare dei perfetti sconosciuti che parlavano dal palco. Aboubakar Soumahoro, Edda Pando, chi sono?

Di fronte a situazioni del genere c’è da riflettere. Forse un giorno riusciremo ad avere un mondo diverso su questo pianeta. Ma una manifestazione diversa, con politici come questi, sarà mai possibile? Karim Metref

Articolo tratto da: Internazionale

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