Caso Alpi-Hrovatin, vent’anni di misteri e depistaggi

«1400 miliardi di lire: dov’è finita questa impressionante quantità di denaro?», aveva scritto Ilaria Alpi su uno dei suoi taccuini poco prima di venire uccisa. Dopo vent’anni questa domanda scomoda sull’uso degli aiuti della cooperazione italiana in Somalia rimane ancora senza una risposta, così come sono rimasti nell’ombra i nomi dei mandanti dell’omicidio della giornalista del «TG3» e del cameraman triestino Miran Hrovatin, avvenuto il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.

Ilaria e Miran erano arrivati in Somalia l’11 marzo al seguito della fallimentare operazione militare “Restor Hope”, condotta dagli Stati Uniti con l’aiuto di altre nazioni alleate nel tentativo di riportare l’ordine nell’ex colonia italiana. Un Paese divenuto incontrollabile, devastato dalla guerra civile e in preda all’anarchia più sanguinaria. In questo scenario da brividi Ilaria Alpi stava cercando di portare avanti un’inchiesta sui misteriosi traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici tra l’Italia e il Corno d’Africa. Una sporca faccenda in cui sospettava il coinvolgimento diretto del settore governativo della cooperazione e dei servizi segreti italiani. Per questo motivo aveva passato i primi giorni del suo soggiorno in Somalia cercando di programmare alcune interviste tra Mogadiscio, Bosaso e Garowe, nel nord Paese, con l’obiettivo di trovare delle conferme alla presunta attività “parallela” delle navi donate della cooperazione. Si trattava delle imbarcazioni della Shifco (Somali Hight Fisching Company), una società amministrata da un tale Mugne, un somalo con passaporto italiano, che all’inizio degli anni 90 si dedicava ufficialmente alla pesca d’altura e al commercio ittico attraverso una flotta di pescherecci donati dall’Italia ai pescatori somali. Navi che secondo molte supposizioni, sempre smentite dalla Shifco, sarebbero state in realtà solo un mezzo per trafficare armamenti e occultare in Somalia rifiuti tossici e radioattivi. Un intreccio affaristico complesso che fu al centro dell’ultima intervista di Ilaria Alpi con il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor (http://youtu.be/YMD1SXBeXnA). Un colloquio contenuto in alcune cassette, arrivate in Italia dopo la morte della giornalista, in cui si notano alcuni tagli…

Nel febbraio del 2006 nella sua deposizione davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare presieduta da Carlo Taormina, Bogor riferirà di essere stato a conoscenza delle voci circolate con insistenza sul territorio somalo riguardo all’esistenza di un traffico internazionale di rifiuti tossici, forse interrati lungo la strada Garowe-Bosaso. Veleni prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate con le fazioni in lotta per il potere in Somalia. Era precisamente questa la pista su cui stava lavorando Ilaria Alpi.

«Perché questo caso è particolare?». Dal porto alla strada per Garowe, ogni infrastruttura importante costruita nell’area di Bosaso è frutto della cooperazione italiana. Opere realizzate negli anni 80 grazie al rapporto di amicizia tra il leader somalo Said Barre e il governo di Roma a guida PSI. All’apparenza nulla di strano, eppure secondo alcune ipotesi giornalistiche, nel loro soggiorno nella capitale della Migiurtinia, la Alpi e Hrovatin avevano raccolto delle prove in grado di mettere in difficoltà governi ed istituti bancari italiani ed europei. «Perché questo caso è particolare?», scriveva Ilaria Alpi sul suo bloc-notes, pensando che Bosaso potesse essere davvero il crocevia degli affari nascosti tra la Somalia e l’Europa. Un luogo appartato per lo scambio di armi e rifiuti tossici e radioattivi tra il primo e il terzo mondo, una zona tanto sicura per i traffici illeciti quanto pericolosa per gli eventuali ficcanaso, come ha confermato un  appunto informativo della DIA di Genova datato 1997: “Si apprende che la provincia di Bosaso è la zona interessata allo scambio di armi e di scaricamento di rifiuti nucleari e industriali e che nel 1993 la zona era off-limits per i giornalisti, soprattutto italiani”.

«Ilaria mi aveva detto che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa – ha detto nel Faduma Mohammed Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio, ascoltata nel 1999 dai giudici della seconda Corte d’assise di Roma –. Lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste somale. Aveva appreso che erano stati scaricati rifiuti tossici; cose che noi sapevamo già. Ma eravamo impotenti, non potevamo farci niente. Io le ho detto che dal 1988 le cose avevano cominciato ad andare alla deriva; non avevamo guardiacoste, non avevamo niente. Avevo sentito che in quasi tutto il litorale somalo, a Merca, a Mogadiscio, a Obbia, nel Moduk, in Migiurtinia (l’area di Bosaso, ndr) erano sepolti dei fusti di cui non si conosceva il contenuto. Ho inoltre fatto notare a Ilaria che erano comparse in Somalia delle malattie nuove, e che si erano registrate morie di pesci».

Erano soprattutto i circa 260 chilometri della strada Garowe-Bosaso, costruita dagli italiani nel biennio 87-88, ad attirare maggiormente l’attenzione della reporter italiana. Secondo la signora Luciana Alpi (http://www.ilariaalpi.it/?p=3061), madre di Ilaria, proprio quella ostinata indagine potrebbe nascondere il reale movente dell’omicidio di sua figlia e del cameraman triestino: «È possibilissimo un legame tra l’assassinio e le indagini che Ilaria aveva condotto in Somalia sulla strada che da Garowe conduce al porto di Bosaso. Di fronte alla commissione d’inchiesta della scorsa legislatura, il sultano di Bosaso confermò che quando tenne la sua ultima intervista Ilaria era già al corrente dei traffici di rifiuti pericolosi tra l’Italia e la Somalia. Da anni si dice che durante i lavori di costruzione di quella strada fossero stati interrati fusti contenenti sostanze tossiche o radioattive. L’ipotesi fu rafforzata da una testimonianza resa in commissione da Vittorio Brofferio, un ingegnere impegnato nella realizzazione della strada per conto della società italiana Lofemon. Disse che gruppi locali e stranieri manifestarono interesse a interrare i fusti, ma che lui si rifiutò».

Va sottolineato che la testimonianza dell’ingegner Brofferio, resa nel 2005, è stata considerata attendibile dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’omicidio Alpi-Hrovatin «sia perché non ha trovato smentite in altri tecnici pure impegnati nei medesimi lavori; sia perché in quella zona, una successiva spedizione giornalistica […] ha consentito di acquisire informazioni da parte di lavoratori locali assunti dalle imprese italiane, secondo cui effettivamente, nel periodo sopra indicato, erano stati trasportati rifiuti scaricati nei porti somali».

Nella testimonianza dell’ingegnere rimane tuttavia un nodo che la Commissione non è riuscita a sciogliere. Si tratta di un episodio che Brofferio ha sostenuto aver avuto come protagonista Giancarlo Marocchino, un piemontese esperto di logistica che viveva in Somalia dagli anni 80. «Ricordo che in occasione di una sua visita – ha raccontato l’ingegner Brofferio – mi mostrò un telex, chiedendomi se fossi interessato a quanto il messaggio diceva: ricevere dei container da interrare in zone disabitate lungo la nostra strada, relativamente al troncone che partiva da Garowe fino a circa la metà, più o meno all’altezza di Gardo, alla sola condizione di non aprirli per controllarne il contenuto».

Sentito in merito, Marocchino ha negato categoricamente l’episodio appena descritto. Nemmeno il successivo confronto tra i due, ha concluso la Commissione d’inchiesta,  “ha consentito di ottenere alcuna evidenza in ordine alla veridicità o meno del racconto di Brofferio”.

Giancarlo Marocchino è anche colui che il 20 marzo 1994 accorse per primo sul luogo dell’agguato mortale ai giornalisti del «TG3». Una coincidenza che negli anni ha alimentato ipotesi  e sospetti, anche questi mai confermati, sul ruolo dell’uomo nell’intera vicenda.

L’esecuzione di Mogadiscio. È il 20 marzo 1994. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono appena ritornati a Mogadiscio. Sono molto soddisfatti. «Ho cose grosse, un ottimo servizio», dice la Alpi ai colleghi del «TG3».

Dopo una piccola paura all’Hotel Sahafi, la giornalista e cameraman, salgono a bordo di un fuoristrada Toyota insieme ad un autista e a una guardia del corpo armata. Vanno nella zona nord della capitale, all’Hotel Amana, dove forse sperano di incontrare un collega dell’Ansa. Un incontro che non avverrà mai perché la persona che cercano ha già lasciato la Somalia. Pochi minuti più tardi si trovano di nuovo in macchina per le strade di una Mogadiscio da incubo. Ancora non lo sanno ma la loro vita è vicina alla fine.

Tutto accade nei pressi dell’ambasciata italiana, è lì che scatta l’agguato. La Toyota degli italiani viene affiancata da una Land Rover blu. A bordo sono in sette, tutti armati: è una condanna a morte. L’autista intuendo ciò che sta per accadere pesta il piede sul freno e ingrana la retromarcia, ma il disperato tentativo di fuga termina appena ottanta metri contro un muro. Non c’è più via di scampo. In un attimo l’autista della Toyota e l’uomo di scorta si dileguano per salvarsi la vita, mentre i due italiani rimangono a bordo, fermi sui sedili. Sono loro l’unico bersaglio degli uomini del commando: Ilaria Alpi viene uccisa con un proiettile alla nuca sparato da distanza ravvicinata, Miran Hrovatin con uno alla tempia destra.

Sul luogo dell’agguato, come mostrano le immagini girate dall’operatore della tv americana «ABC», è presente Giancarlo Marocchino, che in quella circostanza dichiara: «Non è stata una rapina. Si vede che sono andati in certi posti che non dovevano andare».

La dinamica dell’azione criminale non pare lasciare dubbi, almeno nelle ore immediatamente successive all’agguato. La stampa parla apertamente di omicidio premeditato ma per chi si augurava di far emergere in fretta alla verità è solo l’inizio di un calvario lungo vent’anni. Tutt’oggi, infatti, la giustizia non è ancora riuscita nell’impresa di decifrare in modo netto i contorni della vicenda. Una confusione alla quale per altro hanno contribuito fin da subito alcuni fatti incresciosi, come la scoperta dalla sparizione dei alcune cassette girate da Hrovatin e di alcuni taccuini di appunti scritti della Alpi.

La Somalia dei morti e misteri. Il caso Alpi-Hrovatin sembra intrecciarsi con quelli di almeno altri due strani delitti. Il primo è quello dell’agente del SISMI Vincenzo Li Causi, attivo in precedenza presso il Centro Scorpione (la struttura di Gladio operante a Trapani) e poi informatore della stessa Ilaria Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano. Li Causi venne ucciso in Somalia nel novembre del 1993, pochi mesi prima dell’agguato in cui perse la vita la giornalista.

L’ex colonia italiana potrebbe essere anche l’anello di congiunzione con l’assassinio di Mauro Rostagno, ex leader di Lotta Continua, giornalista e fondatore, insieme a Francesco Cardella, della comunità Saman per il recupero dei tossicodipendenti. Secondo quanto dichiarato ai magistrati da Carla Rostagno, sorella di Mauro, il giornalista avrebbe filmato l’arrivo, in un aeroporto abbandonato nei pressi di Trapani, di alcuni aerei militari italiani che scaricavano aiuti umanitari e caricavano armi. Una copia del filmato sarebbe stata consegnata da Rostagno al suo socio, Francesco Cardella. Si tratta anche in questo caso di ipotesi che attendono ancora una conferma, eppure a marzo 2012 il complesso delle vicende è divenuto se possibile ancor più torbido. Un’inchiesta dei giornalisti Andrea Palladino e Luciano Scalettari pubblicata su Il Fatto Quotidiano ) ha infatti reso noti alcuni documenti inviati in Somalia dal  SIOS di La Spezia (il comando del servizio segreto della Marina Militare) il 14 marzo del 1994, proprio il giorno in cui Alpi e Hrovatin arrivarono a Bosaso.  “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda)” – scriveva il Sios – “ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”. Cosa significava quell’enigmatico messaggio? Per i due giornalisti del Fatto, “Jupiter” sarebbe lo pseudonimo del braccio destro di Francesco Cardella. «L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi» – scrivono Palladino e Scalettari – «traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi».

Ma serie dei fatti inquietanti non finisce qui. Dopo aver girato le immagini dei corpi senza vita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sono morti anche l’operatore dell’«ABC» e il suo collega della tv della Svizzera italiana («RTSI»). Il primo è stato trovato cadavere in una stanza d’albergo di Kabul, mentre il secondo è rimasto vittima di un incidente stradale a Lugano.

Anche  Ali Mohamed Abdi Said, l’autista della Toyota su cui viaggiavano i due giornalisti italiani, è morto nel 2001 in un’incidente stradale. Era appena tornato in Somalia dall’Italia con la promessa di nuove rivelazioni.

Vent’anni di indagini, nessuna verità. Nel gennaio del 1998 venne arrestato il somalo Hashi Omar Hassan,  riconosciuto dall’autista della Toyota come uno degli assassini di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Assolto nel 1999, Hassan fu nuovamente condannato all’ergastolo nel 2000 per duplice omicidio dalla Corte d’Assise e d’Appello di Roma. Tuttora è l’unico a pagare per la responsabilità dell’assassinio, anche se sono in molti a  credere che Hassan sia stato solo un capro espiatorio. La signora Luciana Alpi ad esempio, che più di tutti ha a cuore la ricerca della verità sulla morte di sua figlia. «Hashi è innocente – ha detto in una recente intervista rilasciata al quotidiano «La Stampa» (http://www.lastampa.it/2014/03/16/italia/cronache/la-madre-di-ilaria-alpi-la-procura-non-ha-fatto-nulla-solo-depistaggi-o58Tj6kG37pHCc7HhcsM1O/pagina.html) – è tornato in Italia dopo l’assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c’entra niente in questa storia. E adesso, la situazione è da Grand Guignol…».

L’impressione è quella di essere ancora fermi al punto zero. Nel 2007, dopo due anni, anche i lavori della Commissione d’Inchiesta sul caso Alpi-Hrovatin, quelli che avrebbero dovuto chiarire quanto accaduto a Mogadiscio, sono terminati senza una versione dei fatti condivisa. All’interno della Commissione i deputati di maggioranza hanno approvato le conclusioni proposte dal Presidente Carlo Taormina in cui si afferma in particolare che la morte dei due giornalisti sarebbe stata causata da una rapina finita male («I due giornalisti nulla mai hanno saputo e in Somalia passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente», ha detto Taormina a l’Unità il 7 febbraio 2007). L’opposizione ha invece presentato un contro-documento, lamentando anomalie «nel modo di procedere della Commissione d’inchiesta, che potrebbero averne falsato le risultanze».

L’avvilente balletto istituzionale ha prodotto questi risultati: vent’anni di indagini, cinque magistrati e un solo colpevole che per altro, secondo la mamma di Ilaria,  è «sicuramente innocente».

20 marzo 1994 – 20 marzo 2014. Nel giorno del ventesimo anniversario dell’agguato di Mogadiscio, le speranze di ottenere finalmente giustizia sono riposte alla procedura di desecretazione degli atti acquisiti dalle Commissioni d’inchiesta sui rifiuti e sul caso Alpi-Hrovatin, avviata dalla Presidenza della Camera a dicembre 2013. Si tratta di oltre 600 dossier prodotti dai servizi segreti civili e militari (ex SISMI e SISDE), che potrebbero finalmente far sì che il caso esca dalla desolante terra dei misteri irrisolti della Repubblica. Fatti “inspiegabili” per cui le prove raccolte non bastano mai, dove gli infiniti condizionali sono diventati una malattia cronica e in cui la verità giudiziaria corre sempre su binari opposti rispetto al sentire comune. Fatti, insomma, come la morte di due investigatori della notizia che per qualcuno erano semplicemente in vacanza, mentre per qualcun altro «erano in Somalia per completare un’indagine sulla movimentazione clandestina dei rifiuti radioattivi ad opera di faccendieri “tutelati” dai servizi segreti, dagli Stati di mezzo mondo, non escluso il governo italiano, dalla ‘ndrangheta calabrese» (cit. Francesco Gangemi, Il Dibattito).

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I veri colpevoli della tragedia

Nuruddin Farah, The Washington Post, Stati Uniti

La carestia somala è il frutto di vecchi errori. E se non si prenderanno provvedimenti, rischia di ripetersi ancora.

Da tempo le televisioni di tutto il mondo mostrano immagini che spezzano il cuore: bambini somali malnutriti che, con le pance gonfie, poppano seni scarni senza latte, mentre le mosche gli ronzano sugli occhi. Gli ambientalisti pontificano sulla siccità ricorrente che affligge la Somalia. Le organizzazioni umanitarie bussano alla porta dei ricchi di tutto il mondo in cerca di fondi per dar da mangiare a chi sta morendo di fame. I governi fanno promesse che non mantengono. Intanto la fiumana di profughi che lascia la Somalia per il Kenya sta diventando una marea. Una marea che verrà incanalata nei campi profughi, straripanti di miseria umana.

Un paio di anni fa sono andato a trovare a Mogadiscio il mio amico Abdullahi Mohamed Shirwa, uno dei leader della società civile somala. Si chiedeva se il paese sarebbe sopravvissuto, considerate le circostanze. Una settimana fa mi ha telefonato. La situazione, mi ha detto, era “disastrosa, quasi senza rimedio”. Si chiedeva: “Perché lasciamo che tutte queste persone muoiano di fame, decennio dopo decennio?”.

La catastrofe
Secondo l’Onu, da gennaio quasi 170mila persone sono arrivate nei campi profughi. Eppure questo fiume di esseri umani in fuga è solo indicativo della catastrofe che minaccia una moltitudine perfino più vasta di somali. Parlo di quelli che sono rimasti indietro, quelli tra cui la morte reclama il suo tributo giorno dopo giorno. Sono i più poveri, quelli che hanno un disperato bisogno di aiuto. Un aiuto che molto probabilmente non riceveranno mai, perché le organizzazioni umanitarie non possono raggiungerli. L’accesso è bloccato da Al Shabaab, un gruppo di fanatici vicino ad Al Qaeda che invoca pene divine e dichiara morte alle orde in fuga.

In qualche modo oggi la situazione della Somalia è peggiore rispetto al 1992. Allora, durante la carestia, i signori della guerra tenevano il paese in ostaggio. Milioni di somali si trovarono tra due fuochi e centinaia di migliaia morirono di fame. In risposta alla crisi, gli Stati Uniti mandarono i marines a compiere l’“opera di Dio”, come disse l’allora presidente Geor­ge Bush. Ma si trattò di un intervento inadeguato, una missione incompiuta che ha portato alla calamità di oggi.

L’azione militare statunitense del 1993 in Somalia si concluse con la morte di 18 americani. Alcuni criminali vicini al signore della guerra che gli americani stavano cercando di stanare trascinarono i cadaveri per i vicoli di Mogadiscio. Umiliati, gli Stati Uniti batterono in ritirata. Al Qaeda rivendicò l’attacco e cominciò ad andare in giro ad arruolare terroristi, pressoché indisturbata. Cinque anni dopo era già in grado di sferrare un attacco alle ambasciate statunitensi in Tanzania e in Kenya.

Ritirandosi, gli Stati Uniti fecero il gioco di chi ostacolava la pace e, quindi, dei terroristi. L’Onu concesse onori immeritati ai signori della guerra, descrivendoli come leader, invece di trattarli da criminali. I signori della guerra furono invitati a una serie di conferenze sulla riconciliazione nazionale per formare un nuovo governo. Intanto ai somali sembrava che questa svolta inaspettata equivalesse ad affidare un immenso gregge di pecore a un branco di iene. Solo un folle poteva pensare che il gregge non avrebbe subìto danni.

Il mondo sta a guardare
Dopo la partenza degli americani, il resto del mondo si è limitato a guardare, permettendo ai signori della guerra di mettere a profitto le loro azioni criminali. Al Qae­da ha rafforzato la sua presenza. Molte imbarcazioni straniere impegnate nella pesca illegale sono entrate nelle acque territoriali somale e la pirateria è aumentata in modo spaventoso. La vita della Somalia è stata ipotecata da ogni tipo di criminali. Un mondo ideale per far prosperare i terroristi.

Se fossimo stati tanto lungimiranti da prevedere cosa sarebbe successo e avessimo agito di conseguenza, se i marines avessero disarmato i signori della guerra, se il Consiglio di sicurezza dell’Onu avesse emesso subito dei mandati d’arresto per i signori della guerra, impedendogli di far cadere in rovina definitivamente il pae­se, o se avesse almeno affrontato in modo deciso – come aveva fatto in Serbia, Ruanda, Sierra Leone e Sudan – il problema dei signori della guerra che impedivano a milioni di morti di fame l’accesso ai viveri, allora Al Qaeda non sarebbe riuscita a stabilire in Somalia una base operativa da cui sferrare attacchi terroristici in tutta sicurezza. Il nostro paese non sarebbe stato reso impotente dall’enormità dei suoi problemi né si sarebbe trasformato nel peggiore disastro umanitario del mondo.

Per vent’anni molti gruppi legati a interessi particolari, tutti ostili alla Somalia, hanno stretto alleanze e hanno collaborato per destabilizzare il paese. Il premio Nobel per l’economia Amartya Sen ha spiegato che le carestie sono facili da prevenire e che tendono a sparire nelle democrazie, dove è assicurata la libertà di stampa e c’è una vera opposizione politica. In Somalia non abbiamo niente del genere. Sappiamo invece che la siccità ricorrente deriva dal collasso politico, dal fallimento di una classe dirigente incapace di affrontare le catastrofi incombenti, che spesso impiegano anni a materializzarsi.

Troppo tardi
Quando sopraggiunge la siccità, spesso è già troppo tardi. Durante la mia ultima visita in Somalia, a febbraio e marzo, si poteva già prevedere che sarebbero arrivati tempi difficili, che all’orizzonte c’era una stagione senza piogge. La gente ne scorgeva le avvisaglie nei venti aridi del deserto. Molte persone mi dicevano di essere certe che ci sarebbe stata una carestia. La parola carestia era sulla bocca di tutti a Galkayo, nel centro del paese. I pozzi erano già prosciugati e c’erano frequenti scontri con i nomadi che rivendicavano il diritto di usare l’acqua per abbeverare le loro mandrie.

A tutt’oggi, il mondo ha mosso solo qualche piccolo passo per affrontare la crisi somala. Finora non ha funzionato niente. È ora che il Consiglio di sicurezza denunci la Somalia alla Corte penale internazionale, chiedendo un’indagine approfondita, come è successo per altri disastri umanitari recenti. Solo un processo internazionale può assicurare che sia fatta giustizia e far sì che la Somalia diventi un paese governabile. L’alternativa è che la comunità internazionale si prepari a tornare in Somalia tra dieci o vent’anni. A quel punto, per riuscire a raggiungere i milioni di somali affamati, le organizzazioni umanitarie dovranno negoziare con nuovi gruppi criminali intenti a uccidere la propria gente, sicuri – come in passato – di poter agire impunemente.

Traduzione di Alessandra Di Maio.

Internazionale, numero 912, 26 agosto 2011

Nuruddin Farah è uno scrittore somalo. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Nodi.

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Toxic Somalia, gli effetti del traffico illegale di rifiuti nel Corno d’Africa

Sulla spiaggia di Mareeg, trecentocinquanta chilometri a nord di Mogadiscio, l’andirivieni monotono delle onde porta con sé la paura della morte. Un po’ tutti da queste parti si ricordano della cisterna lunga sei metri, corrosa dall’acqua salata, restituita dal mare in un giorno qualsiasi del 1997. Non fu certamente quello l’inizio del flagello che continua a mietere vittime in Somalia, ma è da allora che gli abitanti dei villaggi costieri hanno cominciato a trovare una spiegazione alle strane eruzioni cutanee, alle malformazioni di neonati e alle patologie tumorali che si verificavano in quelle zone. Sono le terribili conseguenze di decenni di smaltimento illegale di rifiuti tossici, compiuto al largo delle coste somale dalla criminalità organizzata con l’omertosa complicità dei governi occidentali. Approfittando del caos della guerra civile che fin dagli inizi degli anni ’90 ha dilaniato il Paese, essi non hanno esitato a stipulare dei patti diabolici con i Signori della Guerra locali: soldi o armi in cambio del consenso a scaricare indiscriminatamente in mare sostanze altamente inquinanti. Ciò accadeva nella Somalia di Ali Mahdi Mohamed, meta preferita di molte navi dei veleni. Centinaia di bidoni d’acciaio pieni di rifiuti speciali di ogni genere affondati in quel tratto di Oceano Indiano per soli 8 dollari la tonnellata (ma c’è anche chi parla addirittura di 2,5 dollari…), quando il costo di smaltimento in Europa sarebbe potuto arrivare fino a 1000 dollari. Un business colossale che ha trasformato il paese africano nella più grande discarica marina del mondo.

Le grandi navi mercantili europee apparivano all’orizzonte e gli abitanti dei villaggi costieri cominciavano a stare male e a morire. Eppure, terrorizzata dalle bande armate e stremata dalla carestia, la gente di Mareeg ha ignorato per molto tempo di essere vittima dei veleni. Anche le lamentele dei pescatori sugli strani frammenti metallici urticanti che a volte rimanevano impigliati nelle reti sembravano soltanto dicerie a cui non dare troppa importanza. In fondo si moriva spesso e in tanti modi in Somalia per stare a sottilizzare. Poi qualcuno cominciò a capire e a farsi delle domande.

Nel marzo del 1994 la reporter del TG3 Ilaria Alpi venne uccisa a Mogadiscio a colpi di kalashinikov, mentre stava portando avanti un’inchiesta su un traffico internazionale di veleni verso il Corno d’Africa. A novembre dello stesso anno era toccata uguale sorte al suo informatore, l’agente del Servizio Segreto Militare (SISMI) Vincenzo Li Causi, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite nella città di Balad.

Tre anni dopo questi fatti il professor Mahdi Gedi Qayad, docente di chimica e consulente dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la tutela dell’ambiente fu tra i primi a svolgere delle accurate indagini lungo la costa somala per verificare le voci di scarichi illegali di sostanze tossiche. Fu proprio lui a fotografare la cisterna sulla spiaggia tra Mareeg e Ige e a raccogliere le testimonianze della gente del posto secondo cui quel contenitore, così come molti altri, sarebbe stato scaricato in mare da navi straniere. Le prove raccolte, seppure importanti, non riuscirono tuttavia a rompere il muro di silenzio. In Somalia, paese allo sbando, a causa dello scarso livello di sicurezza non fu possibile valutare con esattezza l’entità di questo gravissimo crimine ambientale.

Nel 2005 il maremoto nell’Oceano Indiano è arrivato a colpire anche la costa somala. Le enormi onde hanno rivoltato il mare, distruggendo i barili arrugginiti seppelliti negli abissi e sparpagliando lungo le spiagge tonnellate di piombo, cadmio, mercurio, rifiuti ospedalieri e scorie nucleari. Uno scempio che secondo un recente studio, il primo promosso dal governo di Mogadiscio, ha compromesso gravemente la salute di migliaia di cittadini somali. Infezioni, malattie respiratorie e tumori sono di gran lunga superiori alla media nei villaggi che si affacciano sull’Oceano. Un caso emblematico rimane la regione di Puntland, dove in seguito allo tsunami sono state trovate delle discariche di rifiuti tossici coperte solo da pochi centimetri di sabbia.

I veleni non hanno risparmiato neppure il fragile ecosistema marino. Alcuni residenti delle zone a nord di Mogadiscio continuano a riferire di centinaia di pesci morti ogni giorno a causa del mare contaminato. Un fenomeno che ha ridotto alla fame migliaia di famiglie di pescatori somali.

Sembra quindi tragicamente ironico che la stampa internazionale si interessi alla Somalia soltanto quando una nave europea cade preda dei cosiddetti pirati nel golfo di Aden. I corsari di oggi sono i figli dei pescatori di ieri. Quelli che hanno inziato ad assaltare le navi che sospettavano trasportare il materiale nocivo e non di rado hanno chiesto svariati milioni di euro di riscatto promettendo di impegnare il denaro per bonificare la costa dai rifiuti. «Le nostre coste sono state distrutte» ha detto il capo del commando di somali che nel 2008 ha sequestrato il mercantile ucraino MV Faina, «crediamo che questi soldi non siano nulla rispetto alla devastazione che abbiamo visto sui mari».

Il quadro si fa confuso: chi sono i veri pirati?

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Emergenza Somalia: carestia, violazioni e crimini di guerra anche sui bambini

riporta la nota della FAO

In un rapporto diffuso ieri, l’agenzia dell’Onu avverte che nei prossimi uno o due mesi la carestia si diffonderà in tutto il sud della Somalia. “Insieme alla crisi in corso nel resto del paese, il numero di somali che hanno bisogno di assistenza umanitaria è aumentato 2,4 a 37 milioni negli ultimi sei mesi. Complessivamente, circa 12 milioni di persone nel Corno d’Africa necessitano attualmente di assistenza d’emergenza” – afferma l’agenzia. La presidenza francese del G20 ha chiesto alla FAO di organizzare il 25 luglio a Roma un vertice sull’emergenza nel Corno D’Africa.

“La carestia era stata dichiarata ufficialmente in questa zona l’ultima volta nel 1993, e tutti speravano di non dover più sentire questa parola orribile. Ma la combinazione letale di instabilità politica, siccità e aumento dei prezzi delle derrate alimentari, riporta purtroppo a questi scenari apocalittici” – commenta la coalizione di Ong italiane Agire che rinnova l’appello per la raccolta fondi per garantire i necessari soccorsi di emergenza. Nove delle Ong di Agire (ActionAid, Amref, Avsi, Cesvi, Coopi, Cisp, Intersos, Save the Children e Vis) possono contare su una presenza radicata e un’attività di lungo periodo nelle aree oggi colpite dalla grave siccità. La loro risposta alle necessità attuali obbliga quindi a interventi immediati, concreti ed integrativi rispetto a quanto già in corso.

Secondo le stime di Save the Children più della metà della popolazione nelle zone più colpite della Somalia è costituita da bambini. “Sono 2 milioni quelli che soffrono le conseguenze più terribili della grave crisi alimentare e per 1 milione di loro c’è il rischio concreto di perdere la vita ” – afferma Save the Children. “La dichiarazione dello stato di carestia deve scuotere la comunità internazionale,” – ha detto Ben Fot, Direttore Save the Children in Somalia. “Save the Children sta sfamando e curando migliaia di bambini nel Paese ma assistiamo al raddoppio del numero dei bambini malnutriti e non ci sono risorse sufficienti per far fronte alle necessità. L’intervento umanitario deve moltiplicarsi in modo massiccio e urgente.”

Ma la crisi in Somalia ha ripercussioni drammatiche su tutta la regione, in particolare in Kenya ed Etiopia, paesi che accolgono il maggior numero di sfollati somali e che sono a loro volta colpiti da una grave siccità. 11,5 milioni di persone risultano direttamente interessate dalla crisi nel corno d’Africa. “La situazione è estremamente grave – afferma dal campo profughi di Dadaab Leonida Capobianco, rappresentante di AVSI in Kenya.Ogni giorno arrivano quasi 1500 profughi dalla Somalia. Tra loro ci sono famiglie che hanno camminato per un mese. Alcuni hanno perso i figli, sono stati attaccati dalle iene e non hanno mangiato per giorni interi. Chi come noi lavora nel campo da anni vive oggi la difficoltà di non riuscire a far fronte a questa tragedia umana”. “Le organizzazioni umanitarie hanno bisogno di fondi subito – dice Marco Bertotto, direttore di Agire. La comunità internazionale ha stimato che nei prossimi due mesi siano necessari oltre 300 milioni di dollari. Facciamo appello alla generosità di tutti”.

Intanto, in un nuovo rapporto diffuso ieri da Amnesty International, l’associazione denuncia l’estensione dei crimini di guerra di cui sono vittime le bambine e i bambini in Somalia, tra cui il sistematico arruolamento di soldati di età inferiore a 15 anni da parte dei gruppi armati islamisti. Il rapporto dal titolo “Sulla linea del fuoco. Bambine e bambini sotto attacco in Somalia” (in inglese in pdf) rivela l’impatto complessivo del conflitto armato in corso nel paese. Nel rapporto Amnesty International denuncia, oltre agli arruolamenti forzati, anche il diniego dell’accesso all’istruzione e le uccisioni e i ferimenti nel corso degli attacchi indiscriminati contro aree densamente popolate.

Quella della Somalia non è solo una crisi umanitaria. È una crisi dei diritti umani e una crisi delle bambine e dei bambini” – ha dichiarato Michelle Kagari, vicedirettore per l’Africa di Amnesty International. “Se sei un bambino in Somalia rischi la vita in ogni momento: puoi essere ucciso, reclutato e spedito al fronte, punito da al-Shabab perché ti hanno trovato mentre ascoltavi musica o indossavi ‘vestiti sbagliati’, costretto ad arrangiarti da solo perché hai perso i genitori o puoi morire perché non hai accesso a cure mediche adeguate” – ha spiegato Kagari, sottolineando che “la crisi umanitaria che ha colpito le bambine e i bambini in Somalia è anche la conseguenza del fatto che negli ultimi due anni al Shabab ha impedito l’accesso agli aiuti”.

Il rapporto analizza oltre 200 testimonianze di rifugiati somali, bambini e adulti, che si trovano attualmente in Kenya e a Gibuti. Molti hanno affermato di essere stati costretti a fuggire dalle regioni centromeridionali per evitare l’arruolamento da parte dei gruppi armati. Il Governo federale di transizione della Somalia è a sua volta accusato dalle Nazioni Unite di aver reclutato, impiegato, ucciso e ferito i bambini nel conflitto armato. Sebbene si sia impegnato a rispettare i diritti dei minori, non ha ancora preso alcuna misura concreta per porre fine all’uso dei bambini nei ranghi delle forze che combattono dalla sua parte.

miliziani islamici di Al-Shabab, il principale gruppo armato che si oppone al governo, ha imposto severe limitazioni al diritto all’istruzione, impedendo ad alcune alunne di frequentare la scuola, vietando l’insegnamento di alcune materie o usando le scuole per indottrinare i bambini e farli partecipare ai combattimenti.Al-Shabab sta ricorrendo sempre di più a metodi minacciosi per reclutare i bambini, offrendo loro telefonini o danaro o compiendo raid e rapimenti nelle scuole o in luoghi pubblici. Alcuni bambini intervistati da Amnesty International hanno riferito di insegnanti uccisi durante gli assalti alle scuole e di bambine obbligate a sposare i miliziani. A causa delle violazioni subite o cui hanno assistito, la dimensione del trauma tra i rifugiati somali, inclusi i bambini, è elevata.

La comunità internazionale deve aumentare le misure di protezione riguardanti il crescente numero di bambini somali separati dalle loro famiglie e accrescere il sostegno psicosociale e i programmi d’istruzione. “Questo è un conflitto senza fine, in cui ogni giorno i bambini vivono orrori inimmaginabili. Il rischio di diventare una generazione perduta è concreto, se il mondo continuerà a ignorare i crimini di guerra che colpiscono così tanti di loro” – ha concluso Kagari. [GB]

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