Droga, armi e rifiuti: il lato oscuro di Sahara e Sahel

Oceani di sabbia, popoli nomadi e piste in terra battuta che collegano sperduti villaggi ad antiche città. Da sempre le regioni del Sahara e il Sahel offrono atmosfere magiche, affascinanti, ma negli ultimi anni sono diventate anche un rifugio sicuro per bande criminali e gruppi terroristici come Al-Qaeda nel Maghreb (AQIM).

Siamo in quel pezzo del puzzle africano compreso tra Algeria del sud, Mali e Mauritania del nord, Marocco e Sahara Occidentale. Terre aride, estreme, dove narcotrafficanti e islamisti radicali hanno stretto tra loro un’alleanza che, approfittando dell’isolamento e della povertà delle popolazioni locali, fa prosperare il traffico di droga. Sahara e Sahel sono divenuti un corridoio in cui transitano gli stupefacenti provenienti dal Sud America e destinati al Vecchio Continente. Un business enorme, che Al-Qaeda nel Maghreb utilizza per finanziare la sua attività terroristica e per attrarre nuovi militanti.

È questo lo scenario denunciato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), secondo cui un’altissima percentuale della cocaina venduta in Europa transita attraverso quella “cintura di instabilità” rappresentata dall’Africa Occidentale. I numeri sono da capogiro: 1,25 miliardi di dollari è il valore della droga proveniente dall’Africa Occidentale. In questo modo l’illegalità nel Sahara e nel Sahel si è trasformata da problema locale a minaccia globale.

Drugs airlines. Per trovare l’origine del patto criminale tra Al-Qaeda e i cartelli sudamericani bisogna tornare al 2004. Nei successivi quattro anni, narcos e gruppi islamici sono riusciti a stringere legami sempre più stretti con i governi corrotti del Sahara e del Sahel per consentire l’arrivo di aerei carichi di droga dal Sud America. Ma il collegamento inequivocabile tra terrorismo e narcotraffico è venuto alla luce per la prima volta solo nel novembre del 2009 con la sorprendente scoperta della carcassa di un Boeing 727 in una zona remota del nord-est del Mali. Un velivolo, secondo la ricostruzione delle autorità maliane, che sarebbe stato utilizzato per trasportare cocaina direttamente dal Venezuela.

Anche il flusso dell’eroina sembra essere stato deviato nel deserto, al punto che questo tipo di droga arriva sempre più spesso in Europa passando prima per il Mali, la Mauritania, il Ciad o il Niger.

I traffici sembrano divenuti inarrestabili, nonostante l’allarme lanciato lo scorso anno dal segretario dell’ONU Ban Ki-Moon sulla preoccupante deriva criminale di questi territori, attraversati di  continuo da numerose carovane di contrabbandieri armati. Così la legge dei delinquenti del deserto continua ad imporsi sullo sbandierato impegno dei deboli governi della regione contro l’estremismo islamico e il narcotraffico che hanno portato finora solo a risultati molto modesti.

Nel 2010, in una delle rare azioni di un certo rilievo contro il traffico di stupefacenti, l’esercito della Mauritania ha intercettato nei pressi del confine con il Mali un carico di 9,5 tonnellate di droga custodite da un clan di militanti salafiti. Il denaro generato dal traffico illegale avrebbe dovuto consentire al gruppo di acquistare nuovi armamenti per imporre la propria presenza nella regione. Lo conferma Abdelmalek Sayeh, capo dell’Ufficio nazionale algerino per la lotta alla droga, che sottolinea come i gruppi terroristici riescano ad armarsi grazie ai proventi ottenuti trafficando  droga. Ma non solo…

Sabbia, armi e veleni. Nel deserto non c’è solo un viavai continuo di droga. Secondo quanto ha scritto Thierry Oberle su Le Figaro, «nulla impedisce ad AQIM di beneficiare delle nuove rotte africane per diversificare le sue fonti di finanziamento». Il Sahara e il Sahel, afferma John Godonou Dossou, esperto di sicurezza internazionale, sarebbero anche al centro di «un fiorente commercio illecito di rifiuti radioattivi, armi, sigarette, esseri umani, veicoli e medicinali». Traffici organizzati da leader islamisti come l’algerino Mokhtar Belmokhtar, soprannominato “Mr. Marlboro” per il suo impero fondato sul contrabbando di sigarette, o da quei combattenti Tuareg che dopo la morte di Gheddafi hanno lasciato la Libia migrando verso sud con un immenso arsenale: circa 10 o 20.000 tra fucili d’assalto, mitra, mortai, missili a spalla e lanciagranate (dati dell’ultimo rapporto UNODC n.d.a.).

Le milizie degli “uomini blu” si spostano sicuri a bordo dei loro pick-up. Sembrano aver compreso che i territori desertici dell’Africa Occidentale sono la nuova Tortuga. E come sempre, dovunque si crei una Tortuga arrivano immediatamente dei pirati spregiudicati, pronti ad approfittare dello stato di anarchia. Non a caso da qualche tempo girano strane voci, rumors, sulla presenza nel nord della Mauritania di alcuni uomini “d’affari” intenzionati ad entrare in contatto con degli esponenti del Fronte Polisario (l’organizzazione militante e politica attiva nel Sahara Occidentale n.d.a.) vicini ai jihadisti maliani, allo scopo di organizzare un traffico di rifiuti tossici in cambio di chissà cosa.

Per ora l’unica certezza è che il Sahara e il Sahel sono luoghi perfetti per questo genere di crimini. Troppo spesso infatti, danni provocati dai traffici di rifiuti fanno notizia soltanto quando provocano morte e malattie. Le aree desertiche quindi, essendo pressoché disabitate, fungono bene da fedeli custodi di segreti scomodi. Lo avevano capito già negli anni ’80 i membri delle logge massoniche e delle multinazionali coinvolte nel famigerato “Progetto Urano”, ovvero lo smaltimento di rifiuti, anche nucleari, in una depressione dell’ex Sahara spagnolo. Una volta uno di loro disse: «Pensa quando tra mille anni qualcuno, scavando, troverà i container e si chiederà cosa sono e cosa c’è dentro».

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11 SETTEMBRE, DIECI ANNI DOPO.

come trovare la giusta collocazione nella coscienza collettiva per una tragedia che ha segnato in negativo con le sue conseguenze il primo decennio del nuovo millennio.

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In questi giorni mi è capitata in mano una rassegna stampa di articoli raccolti nei giorni successivi all’11 settembre e fa uno strano effetto rileggerli adesso a dieci anni di distanza. Quelle pagine piene di immagini shockanti trasmettono anche a dieci anni di distanza la difficoltà di raccontare quella che prima di tutto è stata una tragedia in cui ciascuno di noi si è sentito coinvolto dal punto di vista emotivo.

In quelle ore di incertezza in cui vedevamo. stupiti e spaventati, le immagini in diretta dal cuore di Manhattan, abbiamo capito che martedì 11 settembre non sarebbe stata una data qualunque tra un lunedì 10 e un mercoledì 12. Mentre guardavamo le torri cadere abbiamo capito che l’11 settembre avrebbe segnato per molto tempo una linea di demarcazione: che ci sarebbe stato un prima e un dopo. E la domanda fissa che sorgeva spontanea dentro ognuno di noi non era “perché è successo” ma “che cosa succederà ora?”.

Tre articoli fra i tanti pubblicati il 12 settembre credo abbiano qualcosa di importante da dire, anche a dieci anni di distanza.

Purtroppo molte dei timori di quelle ore si sono concretizzati e hanno segnato in profondità il primo decennio del nuovo millennio, con ferite che sono ancora aperte. Quello di oggi pertanto non è un anniversario qualunque perché è impossibile ricordare le vittime dell’11 settembre senza tenere conto di tutto quello che è venuto dopo. La guerra in Iraq e in Afghanistan pesano su questo anniversario come macigni e offuscano quello che avrebbe dovuto e potuto essere un momento per ricordare senza retorica le tante persone innocenti (di ogni nazionalità e ceto sociale) morte a Manhattan l’11 settembre 2001. A loro e a tutte le altre vittime delle guerre combattute dopo l’11 settembre dovrebbe andare oggi il nostro pensiero.

Sei articoli fra i tanti pubblicati in questi giorni in occasione del decimo anniversario dell’11 settembre descrivono secondo me al meglio la difficoltà con cui l’occidente ha celebrato questo anniversario.

L’eredità dell’11 settembre – Paul Kennedy

Dieci anni fa, grazie a un piano ben congegnato, un gruppo di terroristi riuscì a dirottare quattro voli di linea e a sferrare un attacco micidiale agli Stati Uniti, con gravissime perdite umane. La reazione del governo americano fu rapida, decisa e brutale. Prima l’attacco all’Afghanistan dei taliban legati ad Al Qaeda. Due anni dopo, nel 2003, le forze armate statunitensi si riversarono in massa in Iraq per la seconda volta dal 1991, deponendo Saddam Hussein e il suo odioso regime. Fu una impressionante dimostrazione di forza militare. Ma quanto poteva durare? E quanto avrebbe aiutato gli Stati Uniti a mantenere la loro posizione di forza? Con il passare degli anni, le guerre in Iraq e specialmente in Afghanistan sono diventate sempre più sanguinose e meno comprensibili agli occhi dell’opinione pubblica americana. Tutti pensano che la Casa Bianca e il congresso dovrebbero smetterla di litigare per concentrarsi invece sui problemi interni del paese.

Siamo dunque di fronte a un nuovo isolazionismo? Certo che sì. Negli Stati Uniti nessuno parla dell’ascesa della Cina, a parte gli intellettuali e le scuole militari. A nessuno importa niente della Russia di Putin. L’America Latina e l’Africa, a meno che non si tratti di aiutare i bambini che muoiono di fame, non sono nei pensieri di nessuno. C’è una consapevolezza solo parziale dell’importanza dell’India. Il Medio Oriente è un ginepraio da cui tutti pensano che sarebbe meglio tirarsi fuori.

L’Europa non interessa: nessuno sapeva chi fosse Dominique Strauss-Kahn fino a quando non è stato tirato giù da quel famoso volo in prima classe dell’Air France. Alla domanda “per quale paese straniero sareste disposti a combattere”, la maggioranza degli americani risponderebbe “la Gran Bretagna”, ma solo perché sono convinti che sia l’unico paese che ha combattuto a fianco degli Stati Uniti in un mondo in cui la superpotenza si sente sempre più sola e stanca di occuparsi di tutto. Per l’americano medio, sono pochi i paesi per cui vale la pena di combattere.

Il giorno del decimo anniversario dell’11 settembre, le cerimonie organizzate dalla Casa Bianca saranno certamente commoventi, intelligenti e appropriate. Qualcuno di noi, tuttavia, cercherà di fare un passo indietro e si farà qualche domanda sul posto dell’America nel mondo rispetto a dieci anni fa. Gli Stati Uniti si sono indeboliti o rafforzati? E come è cambiata la loro politica internazionale? L’effetto più importante della tragedia dell’11 settembre è stato quello di distrarre gli Stati Uniti. In primo luogo, l’America ha trascurato molti altri fatti avvenuti nel mondo e inoltre non si è preoccupata dell’erosione della sua forza economica e della sua competitività internazionale.

Concentriamoci per un attimo sul primo punto. A sud degli Stati Uniti sta emergendo, in modo diseguale ma visibile, una nuova America Latina. Ci sono la catastrofe umanitaria di Haiti e l’incerto futuro di Cuba, le idiozie del regime di un malconcio Chávez in Venezuela e la guerra della droga e della criminalità dalla Bolivia al Messico. Ma assistiamo anche alla straordinaria trasformazione del Brasile, all’affermazione del Cile, alla silenziosa ripresa dell’Argentina. Gli Stati Uniti hanno una strategia chiara per l’America Latina? Ovviamente no. L’Africa, a parte poche luci di speranza, è sull’orlo della catastrofe ambientale e demografica, ma Washington scarica il problema sulla Banca mondiale. Il declino dell’Europa continua.

Nessuno si occupa della Russia. L’attuale politica indopachistana degli Stati Uniti è, francamente, difficile da descrivere. La posizione nei confronti della Cina varia dall’entusiasmo più incondizionato all’invocazione della marina militare. A tutto questo si aggiunge l’indifferenza per le avventure in Afghanistan e in Iraq, da dove ci stiamo progressivamente ritirando. Tra cinquant’anni sarà difficile spiegare queste cose agli studenti di storia.

Ancora più preoccupanti sono i dieci anni in cui si è trascurato il common wealth, il “bene comune” dell’America e dei suoi cittadini. A causa delle dispendiose operazioni militari all’estero e degli ingiustificabili tagli fiscali a beneficio dei ricchi, l’amministrazione Bush ha inferto un colpo micidiale al bilancio del paese e al futuro del dollaro: gli Stati Uniti sono sempre più dipendenti dall’estero. Inoltre, il tessuto sociale si sta sgretolando, i poveri sono in aumento e la scuola pubblica è a pezzi. L’effetto dei mancati investimenti nelle reti stradali, ferroviarie ed energetiche è sotto gli occhi di tutti. E, se non fosse abbastanza, ecco il Tea party con una serie di proposte che peggiorerebbero ulteriormente la situazione.

Questa, forse, dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalle alture dell’Hindu Kush, in Afghanistan, è la vera eredità dell’11 settembre. In questo decennio, gli Stati Uniti hanno distolto l’attenzione dai loro problemi interni e dalla necessità di avere una strategia più ampia per affrontare i cambiamenti globali.

Traduzione di Fabrizio Saulini.

Internazionale, numero 914, 9 settembre 2011

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C’era un’alternativa alla guerra? – Noam Chomsky

È il decimo anniversario delle spaventose stragi dell’11 settembre 2001, che a detta di tutti hanno cambiato il mondo. Le conseguenze di quegli attentati sono indiscutibili. Tanto per limitarci all’Asia occidentale e centrale, diremo che da allora l’Afghanistan sopravvive a stento, l’Iraq è stato devastato e il Pakistan è sempre più sull’orlo di una crisi che potrebbe rivelarsi catastrofica.

Il 1 maggio di quest’anno Osama bin Laden è stato assassinato proprio in Pakistan, e in quel paese si sono registrate anche le conseguenze più significative dell’11 settembre. A febbraio uno dei massimi specialisti di questioni pachistane, lo storico militare britannico Anatol Lieven, ha scritto sulla rivista The National Interest che la guerra in Afghanistan “sta destabilizzando e radicalizzando il Pakistan, e questo comporta, per gli Stati Uniti e per il resto del mondo, il rischio di una catastrofe geopolitica che farebbe impallidire qualsiasi cosa possa mai accadere in Afghanistan”.

A tutti i livelli della società pachistana, scrive ancora Lieven, si registrano consensi nei confronti dei taliban afgani: non perché i pachistani li amino, ma perché li considerano “una legittima forza di resistenza contro l’occupazione straniera”, proprio come venivano visti i mujahidin afgani negli anni ottanta, quando lottavano contro i sovietici.

Questi sentimenti sono condivisi dai militari pachistani, che detestano Washington perché li ha coinvolti nella guerra contro i taliban. In Pakistan le forze armate sono un’istituzione stabile, quella che tiene insieme il paese. Gli interventi statunitensi rischiano, scrive ancora Lieven, “di provocare rivolte in alcuni settori dell’esercito”. Se dovesse succedere, “lo stato pachistano si disgregherebbe rapidamente, con tutte le disastrose conseguenze del caso”. Aggravate dal fatto che il Pakistan possiede un arsenale nucleare enorme e che nel paese esiste un forte movimento jihadista. Nel suo libro, Lieven sintetizza così la sua tesi: “Si può dire che i militari americani e britannici vanno a morire in Afghanistan per rendere il mondo più pericoloso per il popolo americano e per quello britannico”.

Più di un analista ha osservato che nella sua guerra contro gli Stati Uniti, Osama bin Laden ha ottenuto alcuni importanti successi. Per esempio, nel numero di maggio di The American Conservative, Eric S. Margolis scrive: “Osama ha ripetutamente affermato che l’unico modo per cacciare gli Stati Uniti dal mondo musulmano è attirare gli americani in una serie di guerre piccole ma costose, che alla fine li mandino in fallimento”. E subito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 si è capito che Washington era decisa a realizzare gli obiettivi di Bin Laden. Michael Scheuer è un analista della Cia che ha seguito le tracce di Bin Laden dal 1996.

Nel suo libro del 2004, Imperial hubris, Scheuer scrive: “Bin Laden è stato chiarissimo quando ha spiegato all’America per quali motivi ci fa la guerra. Vuole modificare la politica degli Stati Uniti, e di tutto l’occidente, verso il mondo islamico”, e in larga misura è riuscito a farlo. Prosegue Scheuer: “Le scelte politiche statunitensi stanno causando la radicalizzazione del mondo islamico, cosa che Osama bin Laden aveva tentato di fare con un successo relativo, fin dai primi anni novanta. Quindi mi sembra lecito concludere che Washington rimane l’unico alleato indispensabile di Osama bin Laden”. E si può dire che continui a esserlo anche dopo la sua morte.

La sequenza di orrori che ha segnato questi dieci anni fa sorgere una domanda: c’era un’alternativa alla reazione dell’occidente agli attentati dell’11 settembre? Dopo le stragi del 2001, il movimento jihadista, in gran parte critico verso Bin Laden, si sarebbe potuto dividere e neutralizzare se il “crimine contro l’umanità” – come quegli attentati sono stati giustamente definiti – fosse stato affrontato appunto come un crimine, cioè con un’operazione internazionale per catturare i presunti responsabili. Ma nella fretta di fare la guerra quest’idea non è stata neanche presa in considerazione. Anche se Osama bin Laden era stato condannato in gran parte del mondo arabo per gli attentati.

Al momento della sua uccisione Bin Laden era da tempo una figura sempre più sbiadita, e negli ultimi mesi era stato eclissato anche dalla primavera araba. Il suo peso è stato ben descritto dal titolo di un articolo pubblicato sul New York Times da Gilles Kepel, noto specialista di questioni mediorientali: “Bin Laden era già morto”. Quel titolo avrebbe potuto essere fatto molto tempo prima, se gli Stati Uniti, con il loro attacco per rappresaglia contro l’Afghanistan e l’Iraq, non avessero mobilitato il movimento jihadista. Certo, nei gruppi jihadisti Osama bin Laden era venerato come un simbolo, ma ormai non sembra che avesse più un ruolo di primo piano all’interno di Al Qaeda, divisa in sezioni che agiscono spesso in modo indipendente.

Insomma, anche i dati di fatto più evidenti e più elementari di questo decennio ci spingono a riflessioni amare nel momento in cui valutiamo l’11 settembre, le sue conseguenze e le ipotesi sul futuro.

Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 913, 2 settembre 2011

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