Caso Alpi-Hrovatin, vent’anni di misteri e depistaggi

«1400 miliardi di lire: dov’è finita questa impressionante quantità di denaro?», aveva scritto Ilaria Alpi su uno dei suoi taccuini poco prima di venire uccisa. Dopo vent’anni questa domanda scomoda sull’uso degli aiuti della cooperazione italiana in Somalia rimane ancora senza una risposta, così come sono rimasti nell’ombra i nomi dei mandanti dell’omicidio della giornalista del «TG3» e del cameraman triestino Miran Hrovatin, avvenuto il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.

Ilaria e Miran erano arrivati in Somalia l’11 marzo al seguito della fallimentare operazione militare “Restor Hope”, condotta dagli Stati Uniti con l’aiuto di altre nazioni alleate nel tentativo di riportare l’ordine nell’ex colonia italiana. Un Paese divenuto incontrollabile, devastato dalla guerra civile e in preda all’anarchia più sanguinaria. In questo scenario da brividi Ilaria Alpi stava cercando di portare avanti un’inchiesta sui misteriosi traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici tra l’Italia e il Corno d’Africa. Una sporca faccenda in cui sospettava il coinvolgimento diretto del settore governativo della cooperazione e dei servizi segreti italiani. Per questo motivo aveva passato i primi giorni del suo soggiorno in Somalia cercando di programmare alcune interviste tra Mogadiscio, Bosaso e Garowe, nel nord Paese, con l’obiettivo di trovare delle conferme alla presunta attività “parallela” delle navi donate della cooperazione. Si trattava delle imbarcazioni della Shifco (Somali Hight Fisching Company), una società amministrata da un tale Mugne, un somalo con passaporto italiano, che all’inizio degli anni 90 si dedicava ufficialmente alla pesca d’altura e al commercio ittico attraverso una flotta di pescherecci donati dall’Italia ai pescatori somali. Navi che secondo molte supposizioni, sempre smentite dalla Shifco, sarebbero state in realtà solo un mezzo per trafficare armamenti e occultare in Somalia rifiuti tossici e radioattivi. Un intreccio affaristico complesso che fu al centro dell’ultima intervista di Ilaria Alpi con il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor (http://youtu.be/YMD1SXBeXnA). Un colloquio contenuto in alcune cassette, arrivate in Italia dopo la morte della giornalista, in cui si notano alcuni tagli…

Nel febbraio del 2006 nella sua deposizione davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare presieduta da Carlo Taormina, Bogor riferirà di essere stato a conoscenza delle voci circolate con insistenza sul territorio somalo riguardo all’esistenza di un traffico internazionale di rifiuti tossici, forse interrati lungo la strada Garowe-Bosaso. Veleni prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate con le fazioni in lotta per il potere in Somalia. Era precisamente questa la pista su cui stava lavorando Ilaria Alpi.

«Perché questo caso è particolare?». Dal porto alla strada per Garowe, ogni infrastruttura importante costruita nell’area di Bosaso è frutto della cooperazione italiana. Opere realizzate negli anni 80 grazie al rapporto di amicizia tra il leader somalo Said Barre e il governo di Roma a guida PSI. All’apparenza nulla di strano, eppure secondo alcune ipotesi giornalistiche, nel loro soggiorno nella capitale della Migiurtinia, la Alpi e Hrovatin avevano raccolto delle prove in grado di mettere in difficoltà governi ed istituti bancari italiani ed europei. «Perché questo caso è particolare?», scriveva Ilaria Alpi sul suo bloc-notes, pensando che Bosaso potesse essere davvero il crocevia degli affari nascosti tra la Somalia e l’Europa. Un luogo appartato per lo scambio di armi e rifiuti tossici e radioattivi tra il primo e il terzo mondo, una zona tanto sicura per i traffici illeciti quanto pericolosa per gli eventuali ficcanaso, come ha confermato un  appunto informativo della DIA di Genova datato 1997: “Si apprende che la provincia di Bosaso è la zona interessata allo scambio di armi e di scaricamento di rifiuti nucleari e industriali e che nel 1993 la zona era off-limits per i giornalisti, soprattutto italiani”.

«Ilaria mi aveva detto che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa – ha detto nel Faduma Mohammed Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio, ascoltata nel 1999 dai giudici della seconda Corte d’assise di Roma –. Lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste somale. Aveva appreso che erano stati scaricati rifiuti tossici; cose che noi sapevamo già. Ma eravamo impotenti, non potevamo farci niente. Io le ho detto che dal 1988 le cose avevano cominciato ad andare alla deriva; non avevamo guardiacoste, non avevamo niente. Avevo sentito che in quasi tutto il litorale somalo, a Merca, a Mogadiscio, a Obbia, nel Moduk, in Migiurtinia (l’area di Bosaso, ndr) erano sepolti dei fusti di cui non si conosceva il contenuto. Ho inoltre fatto notare a Ilaria che erano comparse in Somalia delle malattie nuove, e che si erano registrate morie di pesci».

Erano soprattutto i circa 260 chilometri della strada Garowe-Bosaso, costruita dagli italiani nel biennio 87-88, ad attirare maggiormente l’attenzione della reporter italiana. Secondo la signora Luciana Alpi (http://www.ilariaalpi.it/?p=3061), madre di Ilaria, proprio quella ostinata indagine potrebbe nascondere il reale movente dell’omicidio di sua figlia e del cameraman triestino: «È possibilissimo un legame tra l’assassinio e le indagini che Ilaria aveva condotto in Somalia sulla strada che da Garowe conduce al porto di Bosaso. Di fronte alla commissione d’inchiesta della scorsa legislatura, il sultano di Bosaso confermò che quando tenne la sua ultima intervista Ilaria era già al corrente dei traffici di rifiuti pericolosi tra l’Italia e la Somalia. Da anni si dice che durante i lavori di costruzione di quella strada fossero stati interrati fusti contenenti sostanze tossiche o radioattive. L’ipotesi fu rafforzata da una testimonianza resa in commissione da Vittorio Brofferio, un ingegnere impegnato nella realizzazione della strada per conto della società italiana Lofemon. Disse che gruppi locali e stranieri manifestarono interesse a interrare i fusti, ma che lui si rifiutò».

Va sottolineato che la testimonianza dell’ingegner Brofferio, resa nel 2005, è stata considerata attendibile dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’omicidio Alpi-Hrovatin «sia perché non ha trovato smentite in altri tecnici pure impegnati nei medesimi lavori; sia perché in quella zona, una successiva spedizione giornalistica […] ha consentito di acquisire informazioni da parte di lavoratori locali assunti dalle imprese italiane, secondo cui effettivamente, nel periodo sopra indicato, erano stati trasportati rifiuti scaricati nei porti somali».

Nella testimonianza dell’ingegnere rimane tuttavia un nodo che la Commissione non è riuscita a sciogliere. Si tratta di un episodio che Brofferio ha sostenuto aver avuto come protagonista Giancarlo Marocchino, un piemontese esperto di logistica che viveva in Somalia dagli anni 80. «Ricordo che in occasione di una sua visita – ha raccontato l’ingegner Brofferio – mi mostrò un telex, chiedendomi se fossi interessato a quanto il messaggio diceva: ricevere dei container da interrare in zone disabitate lungo la nostra strada, relativamente al troncone che partiva da Garowe fino a circa la metà, più o meno all’altezza di Gardo, alla sola condizione di non aprirli per controllarne il contenuto».

Sentito in merito, Marocchino ha negato categoricamente l’episodio appena descritto. Nemmeno il successivo confronto tra i due, ha concluso la Commissione d’inchiesta,  “ha consentito di ottenere alcuna evidenza in ordine alla veridicità o meno del racconto di Brofferio”.

Giancarlo Marocchino è anche colui che il 20 marzo 1994 accorse per primo sul luogo dell’agguato mortale ai giornalisti del «TG3». Una coincidenza che negli anni ha alimentato ipotesi  e sospetti, anche questi mai confermati, sul ruolo dell’uomo nell’intera vicenda.

L’esecuzione di Mogadiscio. È il 20 marzo 1994. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono appena ritornati a Mogadiscio. Sono molto soddisfatti. «Ho cose grosse, un ottimo servizio», dice la Alpi ai colleghi del «TG3».

Dopo una piccola paura all’Hotel Sahafi, la giornalista e cameraman, salgono a bordo di un fuoristrada Toyota insieme ad un autista e a una guardia del corpo armata. Vanno nella zona nord della capitale, all’Hotel Amana, dove forse sperano di incontrare un collega dell’Ansa. Un incontro che non avverrà mai perché la persona che cercano ha già lasciato la Somalia. Pochi minuti più tardi si trovano di nuovo in macchina per le strade di una Mogadiscio da incubo. Ancora non lo sanno ma la loro vita è vicina alla fine.

Tutto accade nei pressi dell’ambasciata italiana, è lì che scatta l’agguato. La Toyota degli italiani viene affiancata da una Land Rover blu. A bordo sono in sette, tutti armati: è una condanna a morte. L’autista intuendo ciò che sta per accadere pesta il piede sul freno e ingrana la retromarcia, ma il disperato tentativo di fuga termina appena ottanta metri contro un muro. Non c’è più via di scampo. In un attimo l’autista della Toyota e l’uomo di scorta si dileguano per salvarsi la vita, mentre i due italiani rimangono a bordo, fermi sui sedili. Sono loro l’unico bersaglio degli uomini del commando: Ilaria Alpi viene uccisa con un proiettile alla nuca sparato da distanza ravvicinata, Miran Hrovatin con uno alla tempia destra.

Sul luogo dell’agguato, come mostrano le immagini girate dall’operatore della tv americana «ABC», è presente Giancarlo Marocchino, che in quella circostanza dichiara: «Non è stata una rapina. Si vede che sono andati in certi posti che non dovevano andare».

La dinamica dell’azione criminale non pare lasciare dubbi, almeno nelle ore immediatamente successive all’agguato. La stampa parla apertamente di omicidio premeditato ma per chi si augurava di far emergere in fretta alla verità è solo l’inizio di un calvario lungo vent’anni. Tutt’oggi, infatti, la giustizia non è ancora riuscita nell’impresa di decifrare in modo netto i contorni della vicenda. Una confusione alla quale per altro hanno contribuito fin da subito alcuni fatti incresciosi, come la scoperta dalla sparizione dei alcune cassette girate da Hrovatin e di alcuni taccuini di appunti scritti della Alpi.

La Somalia dei morti e misteri. Il caso Alpi-Hrovatin sembra intrecciarsi con quelli di almeno altri due strani delitti. Il primo è quello dell’agente del SISMI Vincenzo Li Causi, attivo in precedenza presso il Centro Scorpione (la struttura di Gladio operante a Trapani) e poi informatore della stessa Ilaria Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano. Li Causi venne ucciso in Somalia nel novembre del 1993, pochi mesi prima dell’agguato in cui perse la vita la giornalista.

L’ex colonia italiana potrebbe essere anche l’anello di congiunzione con l’assassinio di Mauro Rostagno, ex leader di Lotta Continua, giornalista e fondatore, insieme a Francesco Cardella, della comunità Saman per il recupero dei tossicodipendenti. Secondo quanto dichiarato ai magistrati da Carla Rostagno, sorella di Mauro, il giornalista avrebbe filmato l’arrivo, in un aeroporto abbandonato nei pressi di Trapani, di alcuni aerei militari italiani che scaricavano aiuti umanitari e caricavano armi. Una copia del filmato sarebbe stata consegnata da Rostagno al suo socio, Francesco Cardella. Si tratta anche in questo caso di ipotesi che attendono ancora una conferma, eppure a marzo 2012 il complesso delle vicende è divenuto se possibile ancor più torbido. Un’inchiesta dei giornalisti Andrea Palladino e Luciano Scalettari pubblicata su Il Fatto Quotidiano ) ha infatti reso noti alcuni documenti inviati in Somalia dal  SIOS di La Spezia (il comando del servizio segreto della Marina Militare) il 14 marzo del 1994, proprio il giorno in cui Alpi e Hrovatin arrivarono a Bosaso.  “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda)” – scriveva il Sios – “ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”. Cosa significava quell’enigmatico messaggio? Per i due giornalisti del Fatto, “Jupiter” sarebbe lo pseudonimo del braccio destro di Francesco Cardella. «L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi» – scrivono Palladino e Scalettari – «traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi».

Ma serie dei fatti inquietanti non finisce qui. Dopo aver girato le immagini dei corpi senza vita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sono morti anche l’operatore dell’«ABC» e il suo collega della tv della Svizzera italiana («RTSI»). Il primo è stato trovato cadavere in una stanza d’albergo di Kabul, mentre il secondo è rimasto vittima di un incidente stradale a Lugano.

Anche  Ali Mohamed Abdi Said, l’autista della Toyota su cui viaggiavano i due giornalisti italiani, è morto nel 2001 in un’incidente stradale. Era appena tornato in Somalia dall’Italia con la promessa di nuove rivelazioni.

Vent’anni di indagini, nessuna verità. Nel gennaio del 1998 venne arrestato il somalo Hashi Omar Hassan,  riconosciuto dall’autista della Toyota come uno degli assassini di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Assolto nel 1999, Hassan fu nuovamente condannato all’ergastolo nel 2000 per duplice omicidio dalla Corte d’Assise e d’Appello di Roma. Tuttora è l’unico a pagare per la responsabilità dell’assassinio, anche se sono in molti a  credere che Hassan sia stato solo un capro espiatorio. La signora Luciana Alpi ad esempio, che più di tutti ha a cuore la ricerca della verità sulla morte di sua figlia. «Hashi è innocente – ha detto in una recente intervista rilasciata al quotidiano «La Stampa» (http://www.lastampa.it/2014/03/16/italia/cronache/la-madre-di-ilaria-alpi-la-procura-non-ha-fatto-nulla-solo-depistaggi-o58Tj6kG37pHCc7HhcsM1O/pagina.html) – è tornato in Italia dopo l’assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c’entra niente in questa storia. E adesso, la situazione è da Grand Guignol…».

L’impressione è quella di essere ancora fermi al punto zero. Nel 2007, dopo due anni, anche i lavori della Commissione d’Inchiesta sul caso Alpi-Hrovatin, quelli che avrebbero dovuto chiarire quanto accaduto a Mogadiscio, sono terminati senza una versione dei fatti condivisa. All’interno della Commissione i deputati di maggioranza hanno approvato le conclusioni proposte dal Presidente Carlo Taormina in cui si afferma in particolare che la morte dei due giornalisti sarebbe stata causata da una rapina finita male («I due giornalisti nulla mai hanno saputo e in Somalia passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente», ha detto Taormina a l’Unità il 7 febbraio 2007). L’opposizione ha invece presentato un contro-documento, lamentando anomalie «nel modo di procedere della Commissione d’inchiesta, che potrebbero averne falsato le risultanze».

L’avvilente balletto istituzionale ha prodotto questi risultati: vent’anni di indagini, cinque magistrati e un solo colpevole che per altro, secondo la mamma di Ilaria,  è «sicuramente innocente».

20 marzo 1994 – 20 marzo 2014. Nel giorno del ventesimo anniversario dell’agguato di Mogadiscio, le speranze di ottenere finalmente giustizia sono riposte alla procedura di desecretazione degli atti acquisiti dalle Commissioni d’inchiesta sui rifiuti e sul caso Alpi-Hrovatin, avviata dalla Presidenza della Camera a dicembre 2013. Si tratta di oltre 600 dossier prodotti dai servizi segreti civili e militari (ex SISMI e SISDE), che potrebbero finalmente far sì che il caso esca dalla desolante terra dei misteri irrisolti della Repubblica. Fatti “inspiegabili” per cui le prove raccolte non bastano mai, dove gli infiniti condizionali sono diventati una malattia cronica e in cui la verità giudiziaria corre sempre su binari opposti rispetto al sentire comune. Fatti, insomma, come la morte di due investigatori della notizia che per qualcuno erano semplicemente in vacanza, mentre per qualcun altro «erano in Somalia per completare un’indagine sulla movimentazione clandestina dei rifiuti radioattivi ad opera di faccendieri “tutelati” dai servizi segreti, dagli Stati di mezzo mondo, non escluso il governo italiano, dalla ‘ndrangheta calabrese» (cit. Francesco Gangemi, Il Dibattito).

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La via della spada: l’eroina aghana inquieta Mosca

Uno degli aspetti, forse sottovalutato, legati al ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan è quello della lotta al narcotraffico. La produzione di eroina in Afghanistan risulta, dalle ricerche delFederal Drug Control Service of the Russian Federation (FSKN), in costante aumento e si ritiene che la partenza statunitense del 2014 non farà che peggiorare la situazione.

Il problema investe in pieno l’Asia Centrale, ormai rotta quasi esclusiva per far giungere l’eroina afghana in Europa, e la Russia, che vede una preoccupante crescita del tasso di tossicodipendenza tra i suoi cittadini: sarebbero infatti ormai più di 8 milioni i russi eroinomani. Nel 2012 le forze di polizia russe hanno arrestato 88 mila persone per reati connessi agli stupefacenti, e sequestrato droghe per 85 tonnellate, ma il vero problema resta il confine tra Tagikistan e Afghanistan. La frontiera tra il montagnoso stato centroasiatico ed il paese afghano è assolutamente porosa, vero e proprio corridoio da dove l’eroina si diffonde in tutta l’Asia Centrale, e non solo. Secondo le stesse autorità tagike la crescita dei carichi sequestrati è da mettere in relazione con un vertiginoso aumento delle quantità di droga contrabbandate.

Per far fronte a questo problema Mosca ha deciso di mettere in atto una cooperazione economica con i paesi centroasiatici, stanziando circa 2 miliardi di dollari e creando un progetto di sostegno allo sviluppo della regione, che tra le altre cose dovrebbe portare alla creazione di circa 30 mila nuovi posti di lavoro.  La Russia sta anche stringendo accordi con altri attori della regione, come l’Iran, per contrastare la piaga del traffico di eroina. La lotta al narcotraffico potrebbe essere inoltre un importante strumento per la collaborazione con l’Unione Europea e gli Stati Uniti, sebbene verso questi ultimi le autorità russe non nutrano molta  fiducia.

La corruzione diffusa tra i regimi della regione potrebbe tuttavia vanificare gran parte degli sforzi russi, sebbene gli stessi governanti centroasiatici abbiano tutto l’interesse a combattere il fenomeno. Infatti il traffico di droga si lega strettamente al fondamentalismo islamico, grande paura dell’Afghanistan post-2014, di cui è spesso la principale fonte economica; e proprio in quest’ottica va letta la linea di condotta russa. Un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione renderebbe meno attraenti i profitti derivati dal narcotraffico, in sostanza l’economia interverrebbe dove la religione non riesce ad arrivare dato che, e va ricordato, Afghanistan ed Asia Centrale sono paesi islamici dove la coltivazione e l’uso di droghe sono espressamente proibiti.

Quello del traffico di droga rappresenta un grande tema di confronto nel mondo islamico, di fronte alla sempre più evidente contraddizione di gruppi islamisti che commerciano e si finanziano con qualcosa di haram (ossia di proibito). L’islam centroasiatico, in maggioranza di scuola hanafita, è sempre stato caratterizzato da forme di moderazione – ad eccezione di zone come la Valle di Ferghana – e si connota sempre più come opposizione politica ai corrotti regimi della regione. Se da un lato esiste il pericolo di una crescita del fondamentalismo islamico, dall’altro non va dimenticato il ruolo dei movimenti islamici in quanto opinione pubblica.

In realtà anche nell’Afghanistan talebano si tentò di stroncare la produzione ed il commercio di eroina. Era il luglio del 2000 ed il mullah Omar proibì la coltivazione del papavero da oppio: il risultato fu un veloce ritiro del provvedimento a causa di fortissime proteste dei contadini. L’eroina rende infinite volte più che qualunque prodotto proposto dai programmi internazionali. E questo è il grosso rischio contro al quale possono infrangersi i programmi di Mosca.

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Maledetto oro

Ioan Grillo, Gatopardo, Messico

In Colombia sono state aperte decine di miniere d’oro illegali. È un business molto redditizio. E per paramilitari, guerriglieri e narcotrafficanti sta sostituendo quello della cocaina.

Il corridoio della miniera d’oro clandestina è così basso che devo strisciare per terra e aiutarmi con le mani per passare. Sono solo a venticinque metri di profondità, ma si soffoca per la mancanza di ossigeno. Se mi sentissi male, potrei attaccarmi a un tubo di plastica per prendere fiato. Il tubo penzola tra le rocce e porta aria dalla superficie, ma serve anche per comunicare con gli operai che sono all’entrata della miniera. Spero di non doverlo usare per chiedere aiuto.

Sei mesi fa in questi stessi tunnel alcuni minatori hanno chiamato i soccorsi attraverso il tubo, perché c’era un odore terribile. Due di loro non ce l’hanno fatta a uscire in tempo. Una delle cause principali di morte per i minatori è l’asfissia a causa di uno dei tanti gas velenosi che si nascondono sottoterra e che fuoriescono quando qualcuno rompe la roccia sbagliata.

Questa miniera è illegale, come molte delle miniere d’oro colombiane nate negli ultimi anni in seguito all’impennata del prezzo dell’oro. Per arrivare in questo corridoio, due uomini mi hanno calato con una corda e una carrucola che sembra del seicento. Gli strumenti da lavoro in questa miniera hanno fatto molti progressi da quell’epoca. Quando arrivo a venticinque metri di profondità, giro a sinistra. Il percorso passa sotto al fiume Cauca e riesco a sentire sopra di me i milioni di litri di acqua del fiume che provengono dalle Ande e arrivano fino al mar dei Caraibi. Ho paura che l’acqua spezzi le rocce, inondi il tunnel e riempia i miei polmoni di fango. È un altro dei modi in cui muoiono spesso i minatori.

Tutti gli abitanti di questo paese hanno perso qualcuno nelle miniere. Penso al fango, alle pareti che potrebbero crollare. Sento che sto per cedere a un attacco di panico. Ma vedo i minatori che scavano e mi tranquillizzo. Mi sorridono, mi chiedono cosa penso delle donne colombiane. Molti hanno cominciato a scendere in questi pozzi da bambini e non hanno paura della profondità. Si concentrano sul lavoro nella speranza di trovare un bel filone d’oro e diventare miliardari o almeno pagarsi una settimana di sbronze all’osteria del paese.

Il prezzo dell’oro è schizzato alle stelle e questo è il momento di fare fortuna. Mentre l’economia mondiale barcolla tra una recessione e l’altra, le quotazioni dell’oro continuano a salire. È rischioso investire in azioni o in titoli di stato. Allora gli investitori sono tornati a comprare i lingotti d’oro, un metallo malleabile e brillante che è stato un investimento sicuro fin dall’epoca dei sumeri, tremila anni prima di Cristo. Nel 2001 a New York un’oncia troy (unità di misura dei metalli preziosi, equivale a 31,1034768 grammi) valeva 370 dollari. Nel 2007 valeva già 700 dollari. Nel 2011, mentre l’economia mondiale crollava, valeva più di 1.600 dollari. Chi ha comprato un lingotto dieci anni fa oggi ha quadruplicato i soldi investiti.

Una storia esemplare

La nuova corsa all’oro è cominciata in molti paesi, in particolare in Sudamerica. La Colombia sta attraversando un vero e proprio boom con migliaia di nuove miniere e investimenti stranieri per miliardi di dollari. L’anno scorso è stato esportato oro per un valore di due miliardi e mezzo di dollari a New York, in Svizzera, a Londra e nelle altre capitali finanziarie del mondo.

Ma questo processo è un’arma a doppio taglio. Come dicono a Irra, un paese di minatori nel dipartimento di Risaralda, “l’oro è maledetto”. Il nuovo affare ha attirato l’attenzione dei gruppi paramilitari, della guerriglia e dei narcotrafficanti, che hanno approfittato della mancanza di regole dell’industria mineraria e hanno cominciato a costruire miniere illegali. È un’attività che serve anche a riciclare il denaro sporco. Le condizioni delle miniere illegali sono raccapriccianti, alcune sono usate come discariche per materiali inquinanti. Per decenni il mercato della cocaina è servito a finanziare gruppi armati, sicari e armi. Ma ora l’oro sta prendendo il posto della cocaina.

“L’oro vale più della coca”, afferma Jaime Montoya, un minatore di Irra. La storia di Jaime testimonia i cambiamenti nell’industria dell’oro. Jaime ha 23 anni, ma lavora nelle miniere da quando ne aveva sei. Suo padre l’ha portato per la prima volta in una miniera da bambino. Tutti gli uomini della sua famiglia da generazioni sono minatori. “Mio padre è uno dei migliori minatori di Irra. Nessuno sa trovare l’oro come lui. Ma non è mai diventato ricco, perché spende tutto in alcol e donne. È la maledizione di molti minatori. Ma io voglio essere diverso. Voglio comprare un negozio d’abbigliamento o un alimentari. Voglio lasciare un’eredità ai miei figli”.

Jaime è basso di statura e atletico. Ha dei muscoli forti, ma è snello e per lui è più facile passare attraverso i corridoi stretti della miniera. A Irra tutti sembrano avere un fisico adatto a questo lavoro. Jaime è un bel ragazzo. Ha un’espressione simpatica mentre racconta la sua vita. Come i minatori di tutto il mondo, è orgoglioso del suo mestiere e parla del suo lavoro con venerazione. A tredici anni ha capito che la miniera poteva essere crudele. Stava lavorando in un grande scavo chiamato El Pescador quando una parete è crollata e l’acqua del fiume ha riempito il tunnel.

Jaime ha visto affogare suo fratello di quattordici anni, senza poter fare niente. Ha lottato per tornare in superficie e ci è arrivato con i polmoni pieni di fango. È sopravvissuto per miracolo: in quell’incidente sono morte 53 persone. “Ho avuto paura per un po’. Avevo degli incubi. È orribile vedere qualcuno intrappolato e non poterlo aiutare. Dopo un mese sono tornato in miniera. È il mio lavoro”.

Il governo colombiano ha avviato una campagna contro il lavoro infantile nelle miniere, ha promesso di chiudere quelle dove lavorano minorenni. Negli ultimi dieci anni il numero dei minori che lavorano sottoterra si è ridotto. Ma sono state aperte così tante miniere che è impossibile controllarle. Per i bambini è più facile entrare nei pozzi. A diciassette anni Jaime ha lasciato la miniera e si è messo a raccogliere foglie di coca, la pianta da cui si ricava la cocaina. I campi erano accanto a un laboratorio che produceva pasta di coca, a centinaia di chilometri da Irra, nel dipartimento di Antioquia.

La zia di Jaime che lavorava nei campi, gli ha trovato un lavoro. “Raccogliere la coca è facile. Non rischi la vita. Ma ti rovini le mani perché tocchi foglie appuntite tutto il giorno. La polizia ti ferma sull’autobus e se vede le ferite sulle mani vuole sapere dove sono i laboratori di coca. Ho lasciato per questo”. Dopo essere tornato a casa, Jaime ha seguito la febbre dell’oro a Zaragoza, in una regione che si affaccia sul Pacifico. Questa zona, dal punto di vista minerario, è stata meno sfruttata di Irra. Per questo si sono trasferite qui centinaia di persone in cerca dell’oro. “Era una follia, a volte c’erano anche mille persone in miniera”. Jaime insieme ad altri tre compagni ha scavato un pozzo di cinque metri come aveva imparato a Irra. Guadagnava ventimila dollari al mese, da dividere in quattro. Ma la sua fortuna ha attirato l’attenzione dei paramilitari della zona.

Paramilitari

Chiamati paracos, i gruppi paramilitari colombiani hanno una storia violenta che risale agli anni sessanta. Erano gruppi che combattevano contro la guerriglia di sinistra, ma si sono convertiti velocemente in gruppi criminali che controllano il traffico di droga e di armi. Le politiche dell’ex presidente Álvaro Uribe sono riuscite a sciogliere le organizzazioni più importanti, ma molti paracos hanno fondato gruppi più piccoli come Águilas negras e Rastrojos, che controllano Zaragoza. Una sera, dopo il lavoro, i paramilitari hanno fatto visita a Jaime e ai suoi compagni. Quindici uomini armati. Gli hanno detto: “Da ora avrete un nuovo socio”. Hanno chiesto il 20 per cento dei guadagni e da allora i profitti sono stati divisi in cinque parti. “Cosa potevamo fare? Le armi comandano da queste parti”, racconta Jaime. “Una sera stavamo bevendo e un paramilitare era un po’ troppo affettuoso con la moglie di un contadino. L’uomo ha reagito e i paramilitari lo hanno ucciso. È gente pericolosa. Meglio evitarli”.

Ma non è stata la violenza a spaventare Jaime. Era contento dei soldi che guadagnava. A farlo tornare a casa è stata la malaria, una malattia molto comune nelle foreste del sud della Colombia. “La malaria è terribile. Credevo di morire. Sono arrivato a Irra e ho dovuto spendere quasi tutti i soldi che avevo guadagnato per curarmi”.

Per capire meglio cosa sono e come funzionano i gruppi paramilitari sono andato a conoscere un ex soldato che ne ha fatto parte e ora è nel business dell’oro. Il soldato accetta di vedermi nella miniera che dirige, nel dipartimento di Tolima, una regione lacerata dalla guerra tra i paramilitari e la guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc).

Per raggiungere la miniera devo guidare per dieci chilometri su una strada sterrata. La miniera è un pozzo a cielo aperto dove lavorano venticinque persone, è molto più grande di quella di Irra. Sotto una capanna di paglia incontro Iván, trentadue anni. Gli prometto di non usare il suo cognome perché potrebbe non piacere ai boss paramilitari. “Questa miniera sta fruttando un bel po’ di soldi. Si trova molto oro qui”, mi dice. “Mi piace questo lavoro, ma mi manca la guerra. Soprattutto la disciplina”.

Può sembrare strano che qualcuno abbia nostalgia della guerra, ma molti veterani lo dicono. La vita quotidiana li spaventa. Iván ha dodici ferite, gli hanno sparato con un kalashnikov. Undici sul busto e una sulla faccia. Sulla guancia si vede il punto dov’è entrata la pallottola.

È sopravvissuto per miracolo. Soffre di disturbo post-traumatico da stress. Quando dorme sogna di essere in mezzo a una sparatoria e si sveglia sudato. È cresciuto nella violenza fin dall’infanzia a Medellín, quando i sicari di Pablo Escobar governavano la città. A sedici anni si è arruolato nell’esercito, proprio quando la guerra civile stava entrando in una fase molto violenta. Era bravo e quindi l’hanno promosso nelle forze speciali.

Ha partecipato a centinaia di operazioni contro le Farc. È stato in questo modo che Iván è entrato in contatto con i paramilitari. “Ci coordinavamo con i paramilitari per combattere contro la guerriglia. A volte noi attaccavamo da una parte e loro dall’altra. Entrambi lottavamo contro lo stesso nemico”. Iván lavorava insieme a un ufficiale dell’esercito molto vicino al boss paramilitare Ramiro Vanoy detto Cuco, alla guida di un gruppo chiamato Bloque minero. Il gruppo si chiama così perché molti dei suoi membri provengono dai villaggi di minatori del nord di Antioquia.

Il benefattore
Cuco Vanoy, come Pablo Escobar, si è guadagnato la simpatia degli abitanti di Antioquia finanziando progetti sociali. Ha restaurato una casa di riposo, ha pagato le spese mediche ai poveri, ha distribuito da mangiare ai bisognosi. Lo chiamavano El Señor. “El Señor era molto crudele”, mi dice Iván. Come Pablo Escobar, Cuco Vanoy vendeva cocaina ai cartelli messicani. Iván ricorda che una volta ha dovuto sorvegliare una pista dove atterravano gli aerei dei trafficanti. “I messicani sono arrivati su un Cessna. Avevano una tonnellata di cocaina”, ricorda Iván.

“Eravamo militari dell’esercito che lavoravano con i narcotrafficanti. Io mi limitavo a eseguire gli ordini. Il mio comandante mi diceva cosa fare. Gli ufficiali erano pagati bene”. Cuco Vanoy aveva la reputazione di essere uno dei comandanti più spietati della guerra civile colombiana. Le sue truppe hanno commesso massacri brutali nei villaggi frequentati dalle Farc.

La complicità dell’esercito colombiano nella violazione dei diritti umani ha infangato la cosiddetta sicurezza democratica, un processo politico messo in atto dall’ex presidente Álvaro Uribe per pacificare il paese. Cuco Vanoy è stato arrestato nel 2006 ed estradato negli Stati Uniti nel 2008, dove sta scontando diverse condanne per traffico di droga, in un carcere di Miami. Iván è rimasto nelle forze speciali dell’esercito a combattere le Farc, fino alla sparatoria che per poco non l’ha ucciso.

“Stavamo sparando contro i guerriglieri. Mi sono voltato e ho visto una ragazzina che avrà avuto al massimo quindici o sedici anni che mi ha sparato undici volte. Sono caduto a terra, ma non ho perso i sensi. Sono riuscito a tirare fuori la pistola e a ucciderla. Ma è arrivato il suo comandante e mi ha sparato il colpo di grazia”.

Iván ha lottato contro la morte. Ha passato diversi mesi in coma, ma si è ripreso. Si è congedato dall’esercito per motivi di salute. Ma aveva bisogno di lavorare e allora ha contattato alcuni dei suoi vecchi compagni paramilitari che gestivano delle miniere d’oro. “Molti sono ancora narcotrafficanti. Ma vendere la coca è diventato complicato, allora hanno deciso di investire nell’oro. Basta comprare un paio di macchinari e un pezzo di terra e i soldi arrivano a palate”. In un primo tempo Iván ha lavorato come responsabile della sicurezza in una miniera illegale, era a capo di una banda di dieci sicari. I paramilitari ricorrono alla forza per allontanare qualsiasi minatore che scavi nelle zone in cui stanno operando, spiega Iván. “Se un minatore vede le armi sa che l’unica cosa da fare è andarsene. Ma alcuni fanno resistenza e allora vengono uccisi”. Visto che si guadagnava bene, Iván ha deciso di diventare socio della miniera in cui lavora. La miniera produce utili per 25mila dollari al mese.

Anche se il Bloque minero è stato ufficialmente sciolto, 250 sicari che ne facevano parte controllano ancora la regione nel nord di Antioquia. I paramilitari gestiscono direttamente alcuni giacimenti ed estorcono denaro ad altre miniere nella zona.

Chiedono un milione di pesos colombiani (500 dollari) al mese per ogni ruspa. Il territorio che confina con la miniera di Iván è controllato dalle Farc. Anche loro chiedono un milione di pesos colombiani per ogni ruspa.

“È la tariffa standard. La guerriglia e i paramilitari lavorano nello stesso modo. Si tratta di affari. Il mercato è disposto a pagare molto per l’oro. Perché dovrebbero preoccuparsi di chi ci guadagna? Perché a qualcuno dovrebbe importare se i profitti dell’oro servono a finanziare la guerra civile?”.

Il governo colombiano sa che le Farc e i paramilitari gestiscono l’industria mineraria illegale. Negli ultimi mesi il presidente Juan Manuel Santos ha deciso di reagire e ha inviato l’esercito nelle aree dove ci sono le miniere illegali. I soldati e i poliziotti abituati alle retate nei laboratori di produzione della cocaina ora fanno irruzione nelle cave. “Dobbiamo essere molto fermi nella lotta contro le miniere illegali, perché sono controllate da gruppi armati e sono un’importante fonte di finanziamento per attività criminali”, ha detto Santos.

La guerra contro le miniere illegali, dice Santos, è la stessa che il governo sta combattendo contro le Farc e i narcotrafficanti. Santos ha denunciato anche i rischi per l’ambiente di queste attività. L’industria mineraria non rispetta nessuna regola e l’ambiente intorno alle miniere viene distrutto, il paesaggio finisce per somigliare a quello lunare.

L’attività mineraria rovina le strade, inquina le fogne e danneggia il corso dei fiumi. Negli scavi si usa il mercurio, un minerale velenoso, che serve per separare l’oro dalla terra. Secondo uno studio pubblicato recentemente dalle Nazioni Unite, la Colombia è il paese con più mercurio pro capite del mondo a causa dell’attività mineraria su piccola scala. In alcune comunità di minatori, secondo l’Onu, i livelli di mercurio sarebbero fino a mille volte più alti di quelli ritenuti accettabili dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). La ricerca spiega che l’inquinamento dovuto al mercurio costringe molti minatori a sottoporsi a un trapianto di polmone. Il mercurio può provocare la perdita della memoria e nei bambini deficit di attenzione e problemi di memoria e linguaggio.

La risposta di Santos
Il governo propone una soluzione semplice e duratura a tutti questi problemi: sostituire l’attività mineraria su piccola scala con quella industriale, gestita da compagnie straniere. Il governo ha concesso decine di permessi a giganti minerari come la sudafricana AngloGold Ashanti, e le canadesi B2Gold e Greystar Resources (oggi Eco Oro Minerals). L’industria mineraria è il fulcro della nuova politica economica della Colombia. Ora che gli anni più bui della guerra civile sono stati superati, le compagnie minerarie si presentano in massa nella terra dell’Eldorado.

Per incentivare gli investimenti stranieri il governo colombiano offre condizioni molto vantaggiose per l’estrazione mineraria. Le compagnie trattengono il 96 per cento dei guadagni e versano solo il 4 per cento di tasse al popolo colombiano. Inoltre il governo offre la possibilità alle compagnie di assumere delle divisioni dell’esercito nazionale per proteggere le loro attività dall’estorsione dei guerriglieri e dei paramilitari.

Le miniere industriali straniere usano nuovi macchinari all’avanguardia e tunnel attraverso cui è possibile camminare comodamente in piedi invece di strisciare. David Ángel, un avvocato che lavora con il gruppo ambientalista Oro verde, ammette che le grandi compagnie sono più sicure e inquinano meno delle miniere illegali. “Una grande compagnia difficilmente usa il mercurio o si serve di manodopera infantile perché sa che uno scandalo farebbe scendere il prezzo delle sue azioni in tutto il mondo” , spiega. “Ecco perché le grandi industrie sono più responsabili”.

Ángel denuncia però che i guadagni milionari hanno spinto il governo colombiano a concedere concessioni per l’estrazione di minerali senza che fossero fatti studi adeguati sulle conseguenze per il territorio. “Ho visto una valutazione d’impatto ambientale per una miniera d’oro fatta con il copia e incolla da un altro studio relativo a una zona diversa del paese”, racconta.

“Il governo ha fretta, ma non ce n’è motivo. L’oro è una risorsa che può essere sfruttata gradualmente”. Oro verde lavora con i minatori che usano l’antico metodo di setacciare l’oro sul fondale dei fiumi. In questo modo l’ambiente non viene danneggiato e lo sfruttamento della risorsa è più graduale. Non c’è da stupirsi che le compagnie straniere non siano molto gradite alle comunità di minatori della Colombia.

Come gli spagnoli
I colombiani accusano i canadesi e i sudafricani di rubare i minerali preziosi dai loro territori, come fecero gli spagnoli che depredarono l’America Latina. I minatori colombiani che lavorano per gli stranieri guadagnano uno stipendio fisso e non hanno opportunità di fare fortuna. Inoltre molte comunità sono state costrette a lasciare i loro villaggi per far posto a progetti di estrazione mineraria su larga scala. Quelli che si rifiutano di andarsene sono minacciati da gruppi armati. Sembra che in Colombia sia difficile abbandonare la tradizione di usare la violenza per fare affari.

Nonostante la volontà del governo, le grandi compagnie minerarie non sostituiranno in tempi brevi le miniere illegali. Ci sono migliaia di cave nella foresta e nelle montagne di tutto il paese, ed è impossibile bloccarle tutte. Quando l’esercito è riuscito a chiudere alcune miniere clandestine, ci sono state manifestazioni di protesta di chi ha perso il lavoro. “Il governo non ha nulla da offrire a queste persone. Almeno se fanno i minatori lavorano e guadagnano soldi”, dice Juan Henao, comproprietario di un negozio di oro a Irra. I piccoli negozi che comprano oro, come quello di Henao, sono uno dei molti anelli nella catena economica che comincia con l’estrazione illegale e finisce con i lingotti d’oro nei caveau di sicurezza delle banche in Svizzera. Una sera di un giorno feriale mi siedo nel negozio per osservare il costante viavai di minatori che arrivano con la loro polvere d’oro avvolta in un pezzo di carta.

Il sudore di una decina di minatori che hanno lavorato tutto il giorno nei pericolosi tunnel sotterranei si riduce a un mucchietto di polvere brillante. I minatori lo pesano in vecchie bilance e usano antiche unità di misura. Per loro non esistono grammi e chili, solo tomines e castellanos. Henao prende una bilancia digitale che tiene nascosta in un cassetto. “Perché non l’hai usata con i minatori?”, gli chiedo. “La gente non si fida. Vogliono le bilance tradizionali”.

Henao e i suoi soci fondono l’oro e lo portano in blocchi a Medellín, dai grossisti che lo fondono di nuovo e fanno lingotti più grandi da vendere sul mercato internazionale. Quando si commercia oro a New York o in Svizzera non si sa da dove proviene, se da una multinazionale o da una miniera, se c’è stato bisogno di corrompere un gruppo paramilitare, se un boss del narcotraffico ha investito soldi nell’operazione, se un bambino è morto scavando.

I minatori escono dal negozio di Henao con una manciata di banconote. Quelli che ho visto sudare nei minuscoli pozzi sotto il fiume Cauca guadagnano solo una decina di dollari al giorno. Ma dopo aver fatto il bagno nel fiume per togliersi di dosso lo sporco della miniera, tornano sorridenti a casa. Non sono diventati miliardari, ma hanno soldi a sufficienza per dar da mangiare alla loro famiglia e hanno la speranza di diventare ricchi. Entro in un vecchio tunnel di una miniera vicino a Irra e rimango seduto per un momento nel silenzio dell’oscurità. Mi siedo in pace e mi chiedo se è questo che fa sentire orgogliosi i minatori e li fa affezionare al loro mestiere, una specie di legame spirituale con la terra. Lo chiedo a Jaime Montoya e lui scoppia a ridere. Secondo lui la loro passione non ha niente a che vedere con la pace, ma con l’emozione della ricerca.

“L’aspetto migliore di questo lavoro è la sensazione che si prova quando si trova una pepita d’oro. È quello che mi manca quando sono fuori dalla miniera”, mi confessa. Jaime mi racconta diverse storie di minatori di Irra che hanno fatto fortuna, ma sono tutte finite male. Mi racconta di un minatore chiamato el Pastor che aveva trovato un’enorme quantità d’oro. El Pastor andò all’osteria e passò una settimana a bere e a fare baldoria. Il settimo giorno cadde dalla sedia e morì. “L’oro è maledetto”, mi ripete Jaime. E mi racconta un’ultima storia. Un indigeno vede un minatore che estrae oro dalla montagna. “Perché prendi quell’oro?”, chiede l’indigeno al minatore. “Per trasformarlo in lingotti e portarlo in una banca importante”, risponde il minatore. “Ah, per metterlo al sicuro”, dice l’indigeno. “Ma allora lascialo sottoterra, lì è già al sicuro”.

Traduzione di Francesca Rossetti

Internazionale, numero 938, 2 marzo 2012

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Gioia e veleni

Il megaporto di Gioia Tauro appare in lontananza percorrendo il lungomare di San Ferdinando. All’ora del tramonto, nel silenzio desolante della Piana, le sue vertiginose gru sembrano mostri mitologici messi a guardia di chissà quale regno proibito.

A settanta chilometri da Reggio Calabria, il primo terminal per il transhipment del Mediterraneo inizia oltre la recinzione metallica da dove si scorgono le prime pile di container grigi con la stella della Maersk Line. Tutto attorno c’è un paesaggio da profondo sud, fatto di terreni aridi e lontani viadotti autostradali che contemplano quel colosso di cemento e acciaio mentre accoglie di continuo navi mercantili grandi come montagne. Circa tre milioni di container vengono movimentati nel porto ogni anno; scovare quelli usati per lo smaltimento illegale di sostanze tossico-nocive è come trovare un ago in un pagliaio.

Le origini delle vicende legate al traffico di rifiuti a Gioia Tauro risalgono agli anni immediatamente successivi alla costruzione di quest’opera faraonica, concessa in contropartita ai reggini dopo gli scontri che misero a ferro e fuoco la città per l’assegnazione del capoluogo a Catanzaro. Il porto venne realizzato in una vasta area costiera, dove alla fine degli anni settanta c’erano ancora uliveti centenari e spettacolari aranceti. Una fetta di lussureggiante natura calabrese spazzata via al solo scopo di creare una cattedrale nel deserto, lontana centinaia di chilometri dalle industrie del nord e trasformata ben presto dalle cosche ‘ndranghetiste in un crocevia strategico per i traffici illeciti. Armi e droga soprattutto, senza trascurare il ricco affare dei rifiuti pericolosi spediti verso paesi-pattumiera africani. Un fenomeno ancora in buona parte misterioso che frutta alla criminalità organizzata una enorme mole di denaro.

L’ecomafia sa soddisfare le esigenze di un mercato dove i broker di rifiuti illegali sono per lo più imprenditori legati alla criminalità organizzata, ed i clienti le aziende bisognose di smaltire grandi quantità di materiali tossico-nocivi. A loro le ‘ndrine reggine sanno offrire a buon mercato un servizio che vale oro: far scomparire i rifiuti spedendoli in paesi lontani. Ogni anno, violando le leggi nazionali e comunitarie che ne imporrebbero la preventiva trasformazione, spariscono dall’Italia circa quaranta milioni di tonnellate di scorie pericolose e nonostante le settemilaquattrocento tonnellate di rifiuti sequestrati nel 2009 le cosche riescono ancora ad aggirare il controllo degli scanner ai container.

Molte le operazioni delle forze di polizia compiute nel porto di Gioia Tauro negli ultimi cinque anni. Nel gennaio del 2006 la scoperta di un carico illegale di materiale plastico portò sei mesi dopo al sequestro di ben centotrentacinque container diretti in Asia e Africa del nord. All’interno: settecentoquaranta tonnellate di rifiuti di plastica, millecinquecento tonnellate di metalli, centocinquanta tonnellate di contatori elettrici, settecento tonnellate di carta e dieci tonnellate di componenti automobilistici e pneumatici usurati. Episodi che hanno progressivamente cancellato le ipotesi di fatti isolati, mettendo in luce un mercato clandestino di notevoli proporzioni.

Nel 2008 finì nel mirino dei carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) un’altra spedizione di ventuno tonnellate di rifiuti speciali destinata al Pakistan, mentre per il Ghana, l’Egitto e la Somalia, sarebbero partiti quattro container zeppi di parti ferrose di veicoli demoliti. Ma è soprattutto la Cina ad accogliere le quantità più rilevanti di rifiuti tossici spediti da Gioia Tauro. Le mastodontiche portacontainer post-Panamax lasciano l’Italia dirette ad Hong Khong, dove gli odiati materiali di scarto delle aziende italiane vengono lavorate nei sudici laboratori delle province cinesi, diventando giocattoli e merce della più svariata natura. Prodotti potenzialmente pericolosi per la salute che invadono i mercati europei e, come per vendetta, tornano in Calabria. Reti per l’agricoltura made in China con un’alta concentrazione di piombo sono arrivate a contaminare anche le gustose olive calabresi. «Noi forniamo la materia prima per auto-inquinarci di ritorno», ha detto il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, «questo è veramente assurdo».

Il suono di una sirena. Una nave rossa si stacca dalla banchina e comincia lentamente a prendere il mare. Per Giuseppe C, da sempre abitante della Piana di Gioia Tauro, le sirene delle navi mercantili avrebbero dovuto rappresentare lo squillo di tromba per il riscatto economico di queste terre. «Invece…».

La promessa di un grande polo siderurgico, mai realizzato, strettamente collegato al porto aveva illuso un po’ tutti. «All’inizio la gente di qui era entusiasta dell’idea del porto. Diciamo che lo considerava come casa propria», sorride Giuseppe, raccontandomi di alcuni furti di materiale edile avvenuti durante la costruzione del terminal calabrese: blocchi di cemento riapparsi per magia nei giardini di alcune villette della zona sotto forma di fioriere.

Ma la vera padrona del porto è stata fin da subito la ‘ndrangheta. Negli anni ’80 molte assunzioni erano soggette al pagamento di un pizzo di dieci milioni di lire ai padroni della piana: la cosca Piromalli-Molè. Le infiltrazioni della criminalità hanno pesato fortemente sullo sviluppo di Gioia Tauro e negli ultimi anni l’arrivo della crisi economica ha sollevato dei seri timori sul futuro dello scalo. La riduzione dei flussi di movimentazione dei container cominciano a dare segnali preoccupanti a causa dall’agguerrita concorrenza di Tangeri e Genova, mentre continua la preoccupante crescita del business dell’ecomafia legato al traffico di materiali pericolosi per l’ambiente. Un fenomeno che è riuscito a mettere in allarme addirittura gli Stati Uniti D’America. Secondo alcuni file pubblicati da Wikileaks l’amministrazione americana considera il porto di Gioia Tauro una vera e propria  falla nei controlli doganali europei. Funzionari “disponibili a guardare dall’altra parte mentre si compiono illegalità” e “doganieri spesso riluttanti a fermare i container per i controlli” fanno temere agli USA che dal porto baricentrico del Mediterraneo riesca ad entrare ed uscire di tutto, compreso del materiale nucleare. Un sospetto che troverebbe una conferma nella scoperta, a luglio 2010, di un container contentente cobalto-60 nel porto di Genova. Un carico misterioso, proveniente dall’Iran e destinato formalmente ad una ditta di Alessandria, transitato tranquillamente dalla Calabria.

C’è da sottolineare però che in questo caso i controlli effettuati a Gioia Tauro non sono stati del tutto inefficaci e sono serviti anzi ad intercettare un’altra parte del materiale pericoloso: sette tonnellate di esplosivo T4 che, insieme al cobalto-60, sarebbe probabilmente dovuto servire alla costruzione di una “bomba sporca”. A chi era realmente destinato quel carico? A cosa sarebbe servito l’ordigno? Tutte domande che rimangono ancora senza risposta.

Per ora, il timore che dei gruppi terroristici riescano a far arrivare negli Stati Uniti del materiale nucleare tramite i porti italiani ha dato vita ad un progetto del Dipartimento per l’ Energia USA denominato “Megaport”. Una misura sperimentale, secondo quanto riferisce il Secolo XIX, che prevede l’installazione di uno speciale mexi-scanner per ispezionare a fondo tutte le merci destinate all’esportazione e che sarà presto attiva anche a Gioia Tauro.

Basterà per cambiare la storia di un porto in cui, leggendo Wikileaks, “ci sono occhi dappertutto”?

Passeggiando per le banchine l’impressione di essere sempre sotto controllo è evidente. Ci sono le telecamere, tante, e la security. Ma c’è anche quello che non si vede: il controllo della mafia. E ancora, la quasi certezza che ciò che non si vede non sia tutto.

Un documento scoperto dal magazine Terra all’inizio del 2011 e ancora coperto da segreto di stato, confermerebbe infatti che la ‘ndrangheta non sia stata l’unica ad utilizzare Gioia Tauro come scalo per lo smaltimento illegale di rifiuti tossici. Anche i servizi segreti sarebbero stati degli abituè della zona di Reggio Calabria ed avrebbero avuto a disposizione centinaia di milioni per provvedere allo “stoccaggio di rifiuti radioattivi ed armi”. Il documento datato 11 dicembre 1995 è ora agli atti della commissione sul ciclo dei rifiuti (protocollo 294/55) presieduta dall’On. Pecorella e al vaglio della commissione per controllo dei servizi segreti (Copasir).

Sono passati quindici anni ed il documento potrebbe (e dovrebbe) essere presto desecretato, svelandoci finalmente una storia di collusioni tra stato e criminalità organizzata. Una storia di navi cariche di veleni che sono partite, anche da Gioia Tauro, senza mai arrivare da nessuna parte. Navi affondate, inghiottite dal Mediterraneo. Ma questa è un’altra storia.

Fonte: Ecoinchiesta

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