Desaparecidos del Mediterraneo. Le madri: “dove sono i nostri figli?”

Un “viaggio della speranza” che si è trasformato in un buco nero. Da un anno non si sa più nulla degli oltre 800 i ragazzi tunisini che, per il loro primo assaggio di libertà dopo la fine del regime di Ben Alì, hanno deciso nel marzo 2011 di imbarcarsi dal loro Paese verso l’Italia. “Che ne è stato di loro? Perchè non hanno più dato notizie di sé? Sono vivi o sono morti?” Il grido di dolore partito ben presto dalle loro madri e dai loro padri ha fatto molto rumore in Tunisia, mentre qui in Italia è passato un po’ in sordina. In ogni caso, finora nulla si è mosso. Così, stanchi di aspettare inutilmente una risposta istituzionale, all’inizio di febbraio una delegazione di questi genitori tunisini è venuta in Italia per provare a cercare i loro ragazzi di persona. Perchè almeno di una cosa sono sicuri: le barche con i loro figli, in Italia ci sono arrivate.

Lo sanno perchè alcuni di loro, tutti giovanissimi, dai 19 ai 35 anni, hanno chiamato a casa una volta arrivati. Altri sono stati riconosciuti nei vari video fatti all’arrivo a Lampedusa e passati nei TG sia in Italia sia in patria. Poi il silenzio totale, tanto che ormai vengono chiamati i “desaparecidos del Mediterraneo”. E proprio come le madri argentine di Plaza de Mayo, anche quelle tunisine si sono munite di fotografie, date di nascita, carte d’identità dei ragazzi scomparsi e hanno cominciato una triste via crucis di consolato in consolato, di Cie in Cie, di Questura in Questura in cerca di risposte. All’inizio il loro viaggio in Italia era stato sovvenzionato dal Ministero degli Esteri tunisino, che poi si è tirato indietro, abdicando alle proprie responsabilità.

E infatti, durante la prima tappa del loro viaggio a Palermo, la delegazione non solo ha dovuto dormire nella moschea, ma contrariamente a quanto aveva assicurato loro il Ministero, si è vista sbattere in faccia le porte del consolato e di quasi tutti i Cie. “Quando siamo arrivati a Palermo il console tunisino non si aspettava di vederci – racconta Soltani Imed, zio di due ragazzi scomparsi di 25 e 30 anni arrivati di certo a Linosa – Ha comunque assicurato che i nostri cari erano vivi, forse in qualche centro del nord Italia. Poi però il Ministro aveva chiesto al consolato di ritirare la dichiarazione perché non c’erano fondamenti certi. E allora ci chiediamo: è il governo tunisino che fa pressioni per non dire la verità?”

Alcuni di loro, per protesta contro il muro di gomma istituzionale, avevano pure cominciato uno sciopero della fame, ma sono stati ricoverati dopo qualche giorno. Alla fine, in Sicilia la delegazione ha potuto visitare il Cie di Trapani, mentre a Caltanissetta non sono stati fatti entrare. Pochissimi i riscontri, l’unica buona notizia è stata l’identificazione, da parte dei mediatori, di due ragazzi che avevano trascorso nel centro qualche mese. Ad Agrigento sono stati accolti dalla Questura, che in teoria dovrebbe custodire un database con le impronte digitali di tutti coloro che sono passati da Lampedusa. “Peccato che quelli di marzo 2011 siano stati degli arrivi di massa, di enormi dimensioni – continua Imed – perciò le impronte digitali sono state prese solo una volta smistati i ragazzi nei vari centri. Perciò, eravamo di nuovo punto e a capo”.

La questione delle impronte digitali è cruciale. Attraverso lo scambio delle impronte, ovvero facendo il confronto tra quelle depositate presso il Ministero degli Interni di Tunisi con quelle presenti sulle carte d’identità dei ragazzi identificati in Italia, per queste persone sarebbe infatti molto più facile avere notizie dei propri figli. Perché ciò avvenga, però, è necessaria una collaborazione tra il governo tunisino e quello italiano, che però in questo caso tarda ad arrivare.

“Si tratta di un gesto semplice, perché in Tunisia le carte di identità hanno tutte le impronte digitali e in Italia esistono i rilievi dattiloscopici dei migranti identificati o detenuti”. Spiega Federica Sossi, componente del collettivo Le venticinque undici che, insieme all’Associazione Pontes dei tunisini in Italia e alla Giuseppe Verdi tunisini di Parma, hanno dato inizio alla campagna “Da una sponda all’altra, vite che contano”, proprio per sollecitare i governi a farsi carico della situazione.

“Lo scambio delle impronte viene fatto in genere per espellere le persone o per far tornare un richiedente asilo nel primo paese dov’era arrivato – continua Sossi – infatti le istituzioni italiane, europee e tunisine quando si tratta di politiche migratorie e di espulsioni sono sempre prontissime a collaborare. Ma quando si tratta di rispondere al dolore dei familiari non sanno che fare, si rimpallano le responsabilità, e non c’è nessuna volontà vera di rispondere”.

A metà febbraio la delegazione è infine arrivata a Roma. Anche qui ha trovato le porte dell’ambasciata tunisina chiuse. “Ci hanno detto che non era un loro problema” racconta Rebecca Kraiem dell’associazione Giuseppe Verdi. I parenti sono però stati ricevuti dal ministro italiano per la cooperazione internazionale e per l’integrazione Andrea Riccardi, che li ha rassicurati sul fatto che avrebbe pensato al loro caso nella sua prossima visita a Tunisi. Il 21, invece, la delegazione ha incontrato i rappresentanti del ministero dell’Interno in Viminale, i quali, oltre a rifiutare loro il permesso per entrare nel Cie di Ponte Galeria, hanno addossato la responsabilità del ritardo nella consegna delle impronte alle autorità tunisine.

Intanto, il visto per la delegazione tunisina sarebbe dovuto scadere alla fine di febbraio. Grazie al sostegno della società civile e delle associazioni, e al lavoro degli avvocati italiani, sono riusciti ad avere la proroga di un altro mese. “Sarei stata pronta a diventare clandestina pur di continuare a cercare mio figlio – dichiara Meherzia Rawafi, madre di Mohamed, partito da Tunisi a marzo scorso a soli 19 anni – Per ora i ragazzi segnalati e riconosciuti dopo l’arrivo in Italia sono 250, ma nelle quattro imbarcazioni arrivate in Italia nel marzo 2011 si contano almeno 800 persone”. E allora la domanda è una, semplice e disarmante: dove sono questi ragazzi? Sono morti, inghiottiti dal mare più controllato e monitorato del mondo, oppure sono in qualche Cie o carcere, isolati e impossibilitati a comunicare? Alle istituzioni italiane e tunisine il compito, il dovere di una risposta.

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Bombe cluster: l’Italia ha finalmente ratificato la Convenzione di Oslo

Dopo quasi tre anni dalla prima firma nel dicembre del 2008, il 21 settembre scorso l’Italia ha finalmente ratificato la Convenzione di Osloche mette al bando le bombe a grappolo. La firma apposta nella Giornata Internazionale per la Paceindetta dalle Nazioni Unite fa dell’Italia il 65 Stato che ha ratificato la Convenzione sulle Munizioni Cluster (Convention on Cluster Munitions – CCM).

“E’ una grande notizia che l’Italia si sia unita alla crescente lista dei paesi impegnati a contrastare i danni provocati da queste armi” – ha dichiarato Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna Italiana contro le mine. “Questo dimostra che anche i grandi produttori ed i detentori di scorte di munizioni cluster ora sono favorevoli ad adottare i principi umanitari che guidano questo trattato, ed a lavorare insieme per un mondo più sicuro” – aggiunge Schiavello.

La Campagna contro le mine – che fin dall’inizio è stata impegnata a sostenere lapromulgazione della Convenzione e la ratifica da parte del nostro paese – segnala chel’Italia possiede scorte di munizioni cluster ed in passato è stata un paese produttore. “Non si sa se l’Italia abbia esportato munizioni cluster, ma ora è legalmente obbligatorio interrompere ogni uso, produzione e commercio, e distruggere le scorte ‘nel più breve tempo possibile’ e non oltre gli otto anni successivi all’adesione alla Convenzione” – sottolinea Schiavello.

L’Italia inoltre è obbligata dalla Convenzione a non assistere nessuno Stato, compresi i suoi alleati della NATO, prendendo parte ad azioni proibite dal Trattato. Attualmente 16 dei 28 paesi NATO sono Stati Parte della Convenzione sulle Munizioni Cluster. “Le bombe cluster non dovrebbero più venire usate nel corso di operazioni NATO” – ha commentato Amy Little, Campaign Manager per la Cluster Munition Coalition. “Speriamo che i restanti paesi NATO aderiscano presto alla Convenzione, e rispettino gli standard umanitari protetti dal trattato” – ha aggiunto la dottoressa Little.

L’Italia ha partecipato sin dall’inizio al Processo di Oslo che ha portato a definire il testo della Convenzione. La posizione del nostro Paese si è evoluta significativamentedal 2006 al 2008: l’Italia ha firmato la Convenzione ad Oslo il 3 dicembre 2008

Va ricordato, inoltre, che prima della ratifica l’Italia ha approvato una legge per implementare i provvedimenti contenuti nella Convenzione. La legge n°95/2011contiene sanzioni penali e multe per le violazioni alle proibizioni della Convenzione che mette al bando la “produzione, uso, riparazioni, promozione, vendita, distribuzione, importazione, esportazione, immagazzinamento, o trasporto di mine antipersona, bombe a grappolo e sub-munizioni”: nello specifico, la legge italiana stabilisce sanzionifino alla “reclusione da tre a dodici anni” anche per chi “assiste anche finanziariamente, incoraggia o induce altri ad impegnarsi in tali attività”.

“Pur essendo molto soddisfatti della ratifica italiana, ci chiediamo come tutti questi impegni sottoscritti possano convivere con i tagli di fondi a cui da anni e sottoposta la cooperazione internazionale, non ultimo un taglio di 700mila euro allo già scarno Fondo 58 dedicato proprio alle attività richiamate anche dalla Convenzione sulle Cluster” – ha concluso Schiavello.

Nei giorni scorsi anche la Repubblica Ceca ha ratificato la Convenzione portandoa 17 il numero di Paesi appartenenti alla NATO che l’hanno ratificata. Su 28 Paesi appartenenti all’Alleanza Atlantica, tre stati membri hanno firmato ma non ancora ratificato (Canada, Islanda e Ungheria) la Convenzione mentre altri otto membri della NATO rimangono completamente fuori dalla Convenzione (Estonia, Grecia, Lettonia, Polonia, Romania, Slovacchia, Turchia e Stati Uniti).

“ I paesi NATO che ancora non hanno aderito alla Convenzione, in particolare gli Stati Uniti, dovrebbero comprendere che costituiscono una minoranza tra i loro colleghi militari e che dovrebbero unirsi ai paesi che hanno aderito alla Convenzione” – hacommentato Amy Little. “Per capire la differenza che ciò potrebbe produrre, basterebbe parlare con gli abitanti del Kosovo, dove centinaia di persone sono state uccise e ferrite dalle bombe a grappolo inesplose lanciate nel 1999 dalla NATO” – ha concluso l’attivista della Cluster Munition Coalition.

La Convenzione di Oslo mette al bando in maniera globale l’uso, la produzione, l’immagazzinamento ed il trasferimento delle munizioni cluster, prevede severe scadenze per la bonifica delle aree contaminate e la distruzione delle scorte delle armi, ed include provvedimenti innovativi a favore dell’assistenza alle vittime e per le comunità affette. Un totale di 111 paesi hanno aderito al Trattato, che è entrato in vigore come legge obbligatoria internazionale il 1 agosto 2010.

Italia e Repubblica Ceca diventeranno ufficialmente “State Party” (Stato Parte) della Convenzione il primo marzo 2012 dopo il periodo di attesa previsto dal Trattato. [GB]

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11 settembre: rafforzare il pensiero

Cosa accadde il day after l’11 settembre? Bush, con una straordinaria capacità di sintesi, disse: “non preoccupatevi; continuate a far shopping. Il nostro stile di vita non cambia”. Ed è qui la chiave di volta. La preoccupazione massima è che si stoppi di un sol giorno l’ipermercato mondo: il Pil. E’ la destra? Non solo. Sullo stesso credo è sintonizzato anche il pensiero riformatore o progressista che sembra in ogni dove (Italia – Europa – Mondo) incapace di proporre altro. Resto è poesia. Se non bastasse anche il sindacato dà la stessa indicazione: crescita, crescita e crescita.

La litania delle percentuali, delle 2 o 3 + delle agenzie di Rating, dell’approvazione dei mercati è sempre più un disco rotto. La valutazione passa sempre e solo per la quantità e mai per la qualità.

Ma, anche qui, il problema siamo noi. Non altri. Qual’è il pensiero altro che abbiamo da mettere sul piatto? Siamo sinceri: alcuno. Forse siamo orfani di Alexander Langer (lentius profundius suavius) ma non mi sembra di intravvedere novità alcuna.

Certo. Alla crescita si può opporre, anche nella morfologia grammaticale stessa, il concetto di decrescita. Ma siamo sinceri…ci convince? Chi va a dirlo alle moltitudine di cassintegrati o disoccupati? Crescere è poi nella natura delle cose. Dimostrare a se stessi che le performance degli anni passati sono peggiori degli anni presenti è un fondamento che non vige solo ove v’è parassitismo o assistenzialismo.

Un paio d’esempi. Sono amministratore di una delle più grandi cooperative di commercio equo italiane; se mi presento all’Assemblea annuale dimostrando un fatturato inferiore l’anno precedente mi viene ipso facto tolta la fiducia. Lo stesso vale per questo portale. Se il numero di lettori decresce di anno in anno vengo defenestrato. E per fortuna mi trovo al piano terra.

Ma ciò che vale per la finanza solidale, il commercio equo e tutti i 130 temi a noi cari per i quali ci auguriamo una crescita esponenziale vale anche per gli “altri”. Ed ecco che per l’armatore vendere un cacciatorpediniere in più dello scorso anno è un traguardo. Per i generali italiani, probabilmente, è sacrosanto mantenere un budget di 30 miliardi di euro per la Difesa mentre non è rilevante tagliarne 8 per la scuola.

Chi ha il compito di discernere? La politica. Ed è qui che ci meravigliamo. Va bene che la sinistra sul tema della crescita è fotocopia della destra ma perché mai, per dirla con Zanotelli, non riesce a dire una sola parola per la riduzione delle spese militari? Per la riconversione delle industrie di morte? Qui serve un pensiero forte, idee, orizzonti da contrapporre al tifo, alle fazioni, al bianco e nero.

E vorrei scusarmi con i molti amici che partecipano alla “forse ultima” Perugia Assisi. Perché tantissime persone alla marcia e poche alle giornate di studio che la precedono? Non rischiamo anche noi la semplificazione del pensiero? A proposito di pacifismo non mi convincono nemmeno gli scritti né di Marinella Correggia e né di Mao Valpiana riguardo la guerra in Libia. Al di là dell’accusa gratuita e generalista di non esserci occupati della cosa (decine di articoli tutti ritrovabili on line più un nostro inviato a Misurata ed una ricerca che ha dato il “la” alle news di TG3 che riguardano l’export di armi italiane in Libia) ci sembra irresponsabile tagliare il conflitto in due. Una semplificazione del pensiero. Certo. La Nato ha fatto decine di morti, ma il regime di Tripoli ha sterminato come provano le fosse comuni e gli eccidi che emergono in questi giorni. Dovevamo rimanere a guardare come stiamo facendo per Damasco?

Può essere la risposta la guerra? No. Certo. Ma credo che gli Assad, i Bin Laden, gli Hussein ed i Gheddafi non conoscano molti altri linguaggi. Peccato che, una volta catturati, non vengano consegnati ad un Tribunale Internazionale come accaduto per i Milosevic, Karagic, Mladic ma facciano sempre la fine dei Ceausescu. Peccato che con la Siria non si possano sperimentare alcune misure “ferme, immediate e nonviolente” come l’immediato blocco dei beni al dittatore ed entourage (l’Italia ha tardato nel blocco per interessi di bottega) l’invio di una forza sovranazionale d’interposizione sotto l’egida dell’Onu, la chiusura progressiva di ambasciate e consolati, l’espulsione progressiva di ambasciatori da tutti gli organismi sovranazionali ed il rafforzamento di tutte le politiche regionali d’area che dissuadano il dittatore nel proseguire nell’eccidio del proprio popolo che manifesta pacificamente come noi nella Perugia Assisi.

Ed allora? Proseguiamo nel rafforzare il nostro pensiero debole. Alimentiamo le nostre conoscenze. Diffidiamo dei luoghi comuni e dei pregiudizi che sono cibo per i partiti xenofobi. E va bene. Continuiamo a fare shopping, ma non per questo ci comporteremo come dei decerebrati. Anzi. Ci preoccuperemo. Acquisteremo “meno e meglio”. Abiteremo i piccoli negozi e le grandi biblioteche. Il nostro stile di vita dovrà pur cambiare.

Fabio Pipinato

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Emergenza Somalia: carestia, violazioni e crimini di guerra anche sui bambini

riporta la nota della FAO

In un rapporto diffuso ieri, l’agenzia dell’Onu avverte che nei prossimi uno o due mesi la carestia si diffonderà in tutto il sud della Somalia. “Insieme alla crisi in corso nel resto del paese, il numero di somali che hanno bisogno di assistenza umanitaria è aumentato 2,4 a 37 milioni negli ultimi sei mesi. Complessivamente, circa 12 milioni di persone nel Corno d’Africa necessitano attualmente di assistenza d’emergenza” – afferma l’agenzia. La presidenza francese del G20 ha chiesto alla FAO di organizzare il 25 luglio a Roma un vertice sull’emergenza nel Corno D’Africa.

“La carestia era stata dichiarata ufficialmente in questa zona l’ultima volta nel 1993, e tutti speravano di non dover più sentire questa parola orribile. Ma la combinazione letale di instabilità politica, siccità e aumento dei prezzi delle derrate alimentari, riporta purtroppo a questi scenari apocalittici” – commenta la coalizione di Ong italiane Agire che rinnova l’appello per la raccolta fondi per garantire i necessari soccorsi di emergenza. Nove delle Ong di Agire (ActionAid, Amref, Avsi, Cesvi, Coopi, Cisp, Intersos, Save the Children e Vis) possono contare su una presenza radicata e un’attività di lungo periodo nelle aree oggi colpite dalla grave siccità. La loro risposta alle necessità attuali obbliga quindi a interventi immediati, concreti ed integrativi rispetto a quanto già in corso.

Secondo le stime di Save the Children più della metà della popolazione nelle zone più colpite della Somalia è costituita da bambini. “Sono 2 milioni quelli che soffrono le conseguenze più terribili della grave crisi alimentare e per 1 milione di loro c’è il rischio concreto di perdere la vita ” – afferma Save the Children. “La dichiarazione dello stato di carestia deve scuotere la comunità internazionale,” – ha detto Ben Fot, Direttore Save the Children in Somalia. “Save the Children sta sfamando e curando migliaia di bambini nel Paese ma assistiamo al raddoppio del numero dei bambini malnutriti e non ci sono risorse sufficienti per far fronte alle necessità. L’intervento umanitario deve moltiplicarsi in modo massiccio e urgente.”

Ma la crisi in Somalia ha ripercussioni drammatiche su tutta la regione, in particolare in Kenya ed Etiopia, paesi che accolgono il maggior numero di sfollati somali e che sono a loro volta colpiti da una grave siccità. 11,5 milioni di persone risultano direttamente interessate dalla crisi nel corno d’Africa. “La situazione è estremamente grave – afferma dal campo profughi di Dadaab Leonida Capobianco, rappresentante di AVSI in Kenya.Ogni giorno arrivano quasi 1500 profughi dalla Somalia. Tra loro ci sono famiglie che hanno camminato per un mese. Alcuni hanno perso i figli, sono stati attaccati dalle iene e non hanno mangiato per giorni interi. Chi come noi lavora nel campo da anni vive oggi la difficoltà di non riuscire a far fronte a questa tragedia umana”. “Le organizzazioni umanitarie hanno bisogno di fondi subito – dice Marco Bertotto, direttore di Agire. La comunità internazionale ha stimato che nei prossimi due mesi siano necessari oltre 300 milioni di dollari. Facciamo appello alla generosità di tutti”.

Intanto, in un nuovo rapporto diffuso ieri da Amnesty International, l’associazione denuncia l’estensione dei crimini di guerra di cui sono vittime le bambine e i bambini in Somalia, tra cui il sistematico arruolamento di soldati di età inferiore a 15 anni da parte dei gruppi armati islamisti. Il rapporto dal titolo “Sulla linea del fuoco. Bambine e bambini sotto attacco in Somalia” (in inglese in pdf) rivela l’impatto complessivo del conflitto armato in corso nel paese. Nel rapporto Amnesty International denuncia, oltre agli arruolamenti forzati, anche il diniego dell’accesso all’istruzione e le uccisioni e i ferimenti nel corso degli attacchi indiscriminati contro aree densamente popolate.

Quella della Somalia non è solo una crisi umanitaria. È una crisi dei diritti umani e una crisi delle bambine e dei bambini” – ha dichiarato Michelle Kagari, vicedirettore per l’Africa di Amnesty International. “Se sei un bambino in Somalia rischi la vita in ogni momento: puoi essere ucciso, reclutato e spedito al fronte, punito da al-Shabab perché ti hanno trovato mentre ascoltavi musica o indossavi ‘vestiti sbagliati’, costretto ad arrangiarti da solo perché hai perso i genitori o puoi morire perché non hai accesso a cure mediche adeguate” – ha spiegato Kagari, sottolineando che “la crisi umanitaria che ha colpito le bambine e i bambini in Somalia è anche la conseguenza del fatto che negli ultimi due anni al Shabab ha impedito l’accesso agli aiuti”.

Il rapporto analizza oltre 200 testimonianze di rifugiati somali, bambini e adulti, che si trovano attualmente in Kenya e a Gibuti. Molti hanno affermato di essere stati costretti a fuggire dalle regioni centromeridionali per evitare l’arruolamento da parte dei gruppi armati. Il Governo federale di transizione della Somalia è a sua volta accusato dalle Nazioni Unite di aver reclutato, impiegato, ucciso e ferito i bambini nel conflitto armato. Sebbene si sia impegnato a rispettare i diritti dei minori, non ha ancora preso alcuna misura concreta per porre fine all’uso dei bambini nei ranghi delle forze che combattono dalla sua parte.

miliziani islamici di Al-Shabab, il principale gruppo armato che si oppone al governo, ha imposto severe limitazioni al diritto all’istruzione, impedendo ad alcune alunne di frequentare la scuola, vietando l’insegnamento di alcune materie o usando le scuole per indottrinare i bambini e farli partecipare ai combattimenti.Al-Shabab sta ricorrendo sempre di più a metodi minacciosi per reclutare i bambini, offrendo loro telefonini o danaro o compiendo raid e rapimenti nelle scuole o in luoghi pubblici. Alcuni bambini intervistati da Amnesty International hanno riferito di insegnanti uccisi durante gli assalti alle scuole e di bambine obbligate a sposare i miliziani. A causa delle violazioni subite o cui hanno assistito, la dimensione del trauma tra i rifugiati somali, inclusi i bambini, è elevata.

La comunità internazionale deve aumentare le misure di protezione riguardanti il crescente numero di bambini somali separati dalle loro famiglie e accrescere il sostegno psicosociale e i programmi d’istruzione. “Questo è un conflitto senza fine, in cui ogni giorno i bambini vivono orrori inimmaginabili. Il rischio di diventare una generazione perduta è concreto, se il mondo continuerà a ignorare i crimini di guerra che colpiscono così tanti di loro” – ha concluso Kagari. [GB]

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