Carissime stupidaggini

Qualche giorno fa in Inghilterra e Galles sono diventati legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Il tutto si è svolto senza drammi: la grande maggioranza della popolazione era già d’accordo con l’introduzione di questa norma, appoggiata perfino dal premier conservatore David Cameron con lo slogan: “Sostengo il matrimonio gay perché sono un conservatore”.

In Francia le cose sono andate diversamente: cavalcando il malcontento per la politica del presidente Hollande, l’anno scorso i gruppi e le associazioni che si opponevano al matrimonio per tutti sono riusciti a provocare una stupefacente mobilitazione di piazza.

Una volta che il parlamento ha definitivamente approvato il matrimonio gay il conflitto si è spostato nelle scuole, dove gli oppositori dei diritti civili hanno creato una campagna di terrore tra i genitori, soprattutto via sms e email, presagendo l’imminente introduzione dell’insegnamento della cosiddetta “théorie du genre”.

Ho chiesto al mio amico Eric, professore in una scuola superiore di Parigi, di spiegarmi di che cosa si trattasse. Mi ha risposto così:

C’è un programma didattico del governo per promuovere l’uguaglianza tra maschi e femmine. Ma quelli che parlano di “Théorie du genre” hanno fatto girare via sms la voce secondo cui ci sarebbero state lezioni pratiche per imparare a masturbarsi (impartite da militanti gay) o che i ragazzi sarebbero stati obbligati a vestirsi da ragazza. Insomma hanno fatto circolare l’idea che si volessero trasformare i ragazzi in ragazze o forzarli a diventare tutti gay. Un’assurdità.

Ora che ho illustrato in grandi linee la situazione, vi faccio una domanda: secondo voi in Italia quale modello abbiamo seguìto, quello inglese o quello francese?

Ma è chiaro: quello d’oltralpe. La Rivoluzione Francese non ci pensiamo neanche a rifarla qui da noi, ma la mobilitazione omofoba non ce la facciamo sfuggire.

Così è cominciato anche in Italia lo spauracchio dell’insegnamento a scuola della masturbazione gay, e di tutti i suoi derivati, con l’aggravante che in Francia almeno si tratta di una reazione a un grande passo avanti nella conquista dei diritti civili, mentre in Italia ci becchiamo la reazione senza neanche l’ombra di una legge sui matrimoni gay!

Vi riporto un esempio di una di queste lettere che girano tra i genitori delle elementari (e di cui l’autrice ha chiesto massima divulgazione):

Carissima, ti scrivo perché io ed altre mamme siamo preoccupate per l’educazione sessuale che l’Unione europea vuole imporre ai nostri figli attraverso la scuola di ogni ordine e grado a partire dai piccolissimi della scuola materna.

Il nemico è subito chiaro, ed è quello più gettonato del momento: la terribile Unione Europea.

Purtroppo la situazione è grave perché con la scusa di insegnare il rispetto per gli altri (e credo che ai nostri figli abbiamo già insegnato a rispettare gli altri) viene imposta ai bambini, attraverso lezioni di educazione sessuale, l’EDUCAZIONE DI GENERE (teoria del gender).

Dunque questa madre ritiene che il suo lavoro di insegnamento del rispetto degli altri si sia concluso, e sia andato a buon fine, prima ancora che suo figlio finisca le elementari. Temo che in casa loro l’adolescenza non sarà una passeggiata per nessuno.

Cioè vengono indotti a credere che il genere maschile e femminile non abbia alcun valore e che è normale se un bambino ha una famiglia con due mamme (lesbiche) o due papà (gay). Ora con tutto il rispetto che posso avere per queste persone

Di solito frasi come “anche se io non ho niente contro di loro” o “con tutto il rispetto che posso avere per queste persone” preannunciano dettami contro la dignità del genere umano. Vediamo:

non intendo che la scuola educhi i miei figli a vedere tutto ciò come normale ed ad essere invitati a fare lo stesso. Credo che la diversità uomo-donna sia una grande ricchezza. Vi immaginate una famiglia i cui genitori sono due uomini? Poveri bambini!!!

Infatti. E poi la lettera comincia l’elenco degli orrori, cioè le misure che l’Unione Europea starebbe per imporre a tutte le scuole, di ogni ordine e grado, di tutti gli stati membri:

Solo alcuni esempi: in una materna di Perugia obbligano i bambini a scambiarsi i vestiti con le bambine in modo che imparino ad essere “genericamente elastici”, visto che prima o poi dovranno scegliere come sentirsi. In altre scuole materne hanno introdotto il gioco del dottore dove i bambini sono costretti a spogliarsi e a esplorare il proprio corpo e quello degli altri. In una scuola superiore di Padova hanno fatto andare due gay a testimoniare il loro amore.

Costringere dei bambini a giocare al dottore. Ma sul serio signora? Per non parlare poi dell’ignobile scempio che si è consumato a Padova.

I Giuristi per la Vita ogni giorno ricevono segnalazioni e domande di aiuto.

I Giuristi per la Vita. E non dico altro.

Le locuzioni apparentemente neutre di: contrasto al bullismo, educazione alla diversità, alla affettività e alla sessualità, nascondono programmi di autentico sovvertimento delle categorie logiche e naturali su cui si fonda da sempre la società umana. Ovviamente dietro a tutto ciò ci sono gli interessi economici.

Ed ecco che il finale complottistico raggiunge il suo apice: carissime, è tutta una mafia! Anzi, non mi stupirebbe se dietro tutto questo ci fossero le multinazionali del petrolio.

Carissime, vorrei aggiungere io, dormite pure sonni tranquilli: è chiaro che nessun militante gay farà corsi di masturbazione nelle scuole e nessuna maestra obbligherà i bambini a giocare al dottore.

Pensavamo che la diffusione di internet e le altre tecnologie di comunicazione servissero a combattere l’ignoranza e invece sms o email come queste sono perfetti veicoli di ignoranza della più bassa specie. Una sorta di catena di Sant’Antonio per genitori facilmente impressionabili.

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L’allarme corruzione viene dall’Europa

VannucciUna volta tanto a suscitare preoccupazioni sulla perdurante emergenza corruzione in Italia non è l’ennesimo scandalo made in Italy. Stavolta a suonare forte e chiaro il campanello d’allarme è la Commissione Europea, che ieri ha presentato il suo primo rapporto sulla corruzione in Europa. L’immagine dell’Italia, e non è certo una sorpresa, risulta piuttosto appannata. Poca trasparenza, troppe resistenze e ambiguità nella necessaria azione di contrasto all’illegalità politica.

A giudizio dell’Europa, negli ultimi anni i principali passi in avanti sono stati fatti sul versante della prevenzione, grazie alle disposizioni dalla legge 190 del 2012. Che coincidenza: proprio pochi giorni fa, alla fine di gennaio, è scaduto il termine per la presentazione dei piani anticorruzione in tutti gli enti pubblici. Un adempimento assolto da molte amministrazioni con fatica, e che rischia per giunta di tradursi nell’ennesima inondazione cartacea di buone intenzioni tradotte nero su bianco. A norma di legge, infatti, nella lotta alla corruzione non vale comunque la pena di investire: tutta l’attività di prevenzione dovrebbe essere realizzata “a costo zero”, affidata al controllo ultimo di un’Autorità nazionale (l’Anac) a corto di mezzi e strumenti – una specie di Alto burocrate dell’anticorruzione. Del resto l’impegno in questo campo non paga, né per i funzionari che rischiano in prima persona – si pensi ai responsabili anticorruzione, che scontano la debolezza degli strumenti a loro disposizione – né i politici, per i quali l’impegno etico raramente produce consenso o voti.

L’altro progresso che l’Europa ci riconosce è infatti, a ben guardare, un drammatico segnale di debolezza. L’introduzione per legge di criteri di ineleggibilità a incarichi pubblici in caso di condanne per gravi reati riflette il fallimento di tutti quei meccanismi di controllo politico e sociale che in altri paesi d’Europa rendono semplicemente inconcepibile che pregiudicati per frode fiscale o corruzione possano venire candidati dai loro partiti (tanto meno guidarli), od ottenere il sostegno degli elettori.

In effetti nell’opinione pubblica italiana sembra regnare una sorta di schizofrenia su questi temi. Nel sondaggio europeo che accompagna il rapporto, infatti, i livelli di preoccupazione risultano altissimi: il 97% degli italiani ritiene che la corruzione sia un fenomeno dilagante – quasi il 20% in più della media europea. Per l’88 per cento degli italiani tangenti e raccomandazioni sono spesso il modo più facile per accedere ai servizi pubblici – oltre il 15% in più degli altri paesi europei. Eppure le rilevazioni sulle esperienze personali nel 2013 sono in linea con quelle dei partner europei: solo il 2% dei cittadini e il 4% delle imprese si è visto chiedere una tangente nei 12 mesi precedenti.

Forse questa sensibilità nasce dalla percezione diffusa che il fenomeno si è “stratificato”, arroccandosi nei principali centri di spesa pubblica, dove finisce per degradare in modo intollerabile la qualità dei servizi erogati ai cittadini: vale nel settore sanitario e assistenziale, e se ne osservano i sintomi nella catastrofica ricostruzione post-terremoto, nello scempio urbanistico e ambientale di molti territori, nell’emergenza permanente della gestione rifiuti – solo per citare casi saliti di recente agli onori della cronaca.

E qui arrivano le colpe della classe politica italiana, su cui il rapporto della Commissione europea non risparmia gli affondi. La classe politica si è di fatto auto-assolta, visto che non ha previsto per sé l’adozione di codici etici, né di strumenti per rendicontare il proprio operato. E’ latitante da due decenni per quanto concerne tutte le misure più necessarie e urgenti: la riforma dei tempi di prescrizione dei processi – attualmente garanzia di impunità per gli imputati – la trasparenza degli appalti pubblici, il rafforzamento del reato di falso in bilancio, l’autoriciclaggio, il voto di scambio politico-mafioso, la trasparenza delle situazioni patrimoniali, la corruzione nel settore privato. E poi un’ultima frecciata: l’assenza di una seria regolazione di quel groviglio inestricabile di conflitti di interessi che – come dimostra la recente vicenda del dimissionario presidente Inps Mastropasqua – avvelenano la vita pubblica ad ogni livello.

Il Professor Alberto Vannucci è direttore del Master APC Analisi Prevenzione e Contrasto della Criminalità organizzata e della Corruzione dell’Università di Pisa è autore del libro “Atlante della corruzione” edizioni EGA, bibbia di riferimento della campagna Riparte il futuro.

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Sulla stessa barca

Secondo la mia vicina di casa ginevrina, tra le conseguenze dell’adesione del suo paese agli accordi di Schengen, alla fine del 2008, ce n’è una particolarmente odiosa: “Con l’aumento della criminalità, nessuna gioielleria di rue du Rhone lascia più i gioielli in vetrina in orario di chiusura!”.

E poi giù a raccontarmi dei bei tempi d’oro, di quando la domenica le strade del centro brulicavano di coppie, famiglie e bambini, tutti lì ad ammirare i gioielli nelle vetrine dei negozi chiusi. “Adesso ci sono solo espositori vuoti. È una tristezza, e allora la gente se ne resta in casa e le strade sono deserte”.

Devo confessare che ho trovato molto romantica questa sua interpretazione del voto popolare che domenica scorsa ha sancito la fine della libera circolazione tra Svizzera e Unione Europea. Ma la mia vicina è un’adorabile ed eccentrica signora che vive su un pianeta tutto suo.

I motivi per cui gli svizzeri hanno appoggiato, seppur con una minuscola maggioranza, la reintroduzione delle quote di entrata di cittadini stranieri non riguarda affatto i gioielli nelle vetrine. E neanche il razzismo.

Per quanto esista una parte consistente di svizzeri in perenne panico da accerchiamento e convinti che l’identità e l’agiatezza del proprio paese vadano preservate a ogni costo, a convincere la fetta di popolazione che ha fatto la differenza sono ragioni molto pragmatiche, e in un certo modo comprensibili.

Ottantamila nuovi stranieri all’anno – questa è la cifra degli ultimi anni – per alcuni sono davvero troppi. In proporzione alla popolazione è come se in Francia arrivassero ottocentomila persone l’anno.

L’idea di chi ha votato a favore della mozione “contro l’immigrazione di massa”, sostenuta dal partito di destra e di carattere populista Udc, è che il paese non riesce a stare dietro a questo enorme flusso. I posti negli asili, il vertiginoso aumento degli affitti, gli ingorghi cronici alle frontiere nelle ore di punta sono diventati punti caldissimi del dibattito politico. Ma soprattutto c’è il fatto che i frontalieri italiani, francesi e tedeschi accettano salari più bassi, riducendo così il livello generale dei salari anche per i locali che hanno un costo della vita molto maggiore.

Per non parlare poi della convinzione – questa non solo svizzera – che l’apertura dei confini apra la porta alla criminalità. E ai ladri di gioielli.

“Nessuno sta dicendo che dobbiamo chiudere le porte all’immigrazione”, mi ha detto un altro amico, “ma solo mettere un freno, perché la nostra economia va meglio delle altre ma non riesce a reggere un tale ritmo di nuovi arrivi. La barca è piena, se monta qualcun altro affondiamo tutti”.

È interessante però notare che al di là del Ticino, che ha da sempre una storia a sé, tutti i cantoni interessati maggiormente dalla presenza di stranieri hanno votato contro questa iniziativa. In tutta la Svizzera francese, a Zurigo e a Basilea ha vinto il no, perché ha prevalso la consapevolezza che il 40 per cento delle nuove aziende nate in Svizzera ogni anno sono fondate da cittadini stranieri. Che queste aziende nel 2013 hanno creato 30mila posti di lavoro e che gli espatriati sono grandissimi consumatori.

Al di là del discorso xenofobo e populista del partito che ha proposto il referendum, io comunque non sono d’accordo con chi grida al razzismo degli elvetici. La Svizzera resta un paese globale che accoglie al suo interno un 23 per cento di residenti stranieri. È un piccolo stato nel centro dell’Europa che è riuscito a mantenere un’identità fortissima senza poter contare su una realtà nazionale omogenea e che continua ad essere un esempio più unico che raro di democrazia diretta.

Ma credo che chi ha votato per la sospensione della libera circolazione abbia fatto una scelta molto miope. Per come funziona il mondo oggi, alzare muri e chiudere le frontiere non risolve nessun problema, perché nel lungo termine il movimento delle persone alla ricerca di condizioni di vita migliori non si può fermare. L’economia globale non ha confini ed è inutile continuare a tentare di gestirla con questo mezzo obsoleto delle barriere fisiche. All’amico che parla di barca piena, potrei rispondere che la Svizzera è solo la cabina di lusso di una nave molto più grande: siamo tutti sulla stessa barca, e c’è il pericolo che coli a picco portandosi dietro anche loro.

Intanto, nel breve periodo può essere che il 50,3 per cento degli svizzeri avrà l’impressione di aver alleggerito la pressione dal proprio paese. Forse i gioielli ricominceranno a brillare di domenica nelle vetrine di Rue du Rhone e le famiglie torneranno a passeggiare felici per le strade. Ma l’illusione non potrà durare.

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Putin ha fatto male i conti

Il presidente russo sembra aver dimenticato la lezione della rivoluzione arancione del 2004. Ora le proteste a Kiev minacciano tutta la sua politica estera.

Negli ultimi dieci anni nessun avvenimento ha spaventato il Cremlino più della “rivoluzione arancione” ucraina nel 2004. Adesso quello di Vladimir Putin pare trasformarsi in un incubo ricorrente, dato che i dimostranti sono tornati a riempire la piazza dell’Indipendenza di Kiev chiedendo a gran voce che il loro paese si avvicini all’Ue e prenda le distanze dalla Russia.

Le dimostrazioni in Ucraina sono un’umiliazione e al tempo stesso un pericolo per Putin. Mentre elogia i profondi legami culturali e storici esistenti tra Ucraina e Russia, il presidente russo scopre che decine di migliaia di ucraini preferiscono affrontare le rigide temperature e i manganelli delle forze dell’ordine che entrare un po’ di più nella sfera di influenza della Russia.

Se la folla in tumulto riuscisse ancora una volta a minacciare di rovesciare un governo ucraino corrotto e dispotico, la lezione politica per la Russia sarebbe molto chiara. Dopo tutto sono trascorsi meno di due anni da quando i manifestanti si sono riversati per le strade di Mosca per protestare contro la seconda nomina di Putin, ribattezzando il suo partito Russia Unita “il partito dei corrotti e dei ladri”.

Se gli ucraini decideranno di guardare a ovest invece che a est la politica estera di Putin andrà in briciole
Una sollevazione filo-Ue in Ucraina mette a repentaglio anche la visione di Putin di una Russia influente nel mondo. Il suo principale obiettivo in politica estera è la realizzazione di una sfera di influenza che occupi buona parte dell’ex Unione Sovietica. Con i suoi 45 milioni di cittadini, il suo vasto territorio, le sue risorse economiche e i suoi rapporti di lunga data con la Russia, l’Ucraina avrebbe dovuto essere il gioiello della corona, e conta molto più della Moldavia o della Bielorussia. Se gli ucraini decideranno di guardare a ovest invece che a est la politica estera di Putin andrà in briciole.

Eppure il governo russo può biasimare soltanto sé stesso per questa svolta imprevista degli eventi. Ha avviato una brusca schermaglia con l’Ue per il futuro del paese vicino, dimenticando la lezione della prima rivoluzione arancione: se cerchi di decidere tu il destino dell’Ucraina, passando sopra al volere della sua popolazione, essa scenderà in piazza in modo così massiccio ed eclatante da poter cambiare la direzione politica imboccata dalla nazione.

Nel tentativo di persuadere l’Ucraina a guardare a Mosca e non a Bruxelles, i russi hanno trattato con il governo di Janukovyč utilizzando sia la carota sia il bastone. Nel corso dell’estate sono state istituite alcune restrizioni commerciali per i prodotti ucraini, giusto per far capire che il paese avrebbe pagato un prezzo assai salato se avesse voltato le spalle alla Russia. Al tempo stesso i russi hanno lanciato un appello diretto agli interessi finanziari ucraini, e – quanto mai pertinente – a quelli dell’élite ucraina.

Sembra che due recenti incontri tra Putin e Janukovyč si siano rivelati decisivi per persuadere il leader ucraino che i suoi interessi – come quelli della sua famiglia e dei suoi più stretti collaboratori – stanno nell’allinearsi con Mosca. Spesso, in Ucraina, la vicinanza al potere è una strada verso la ricchezza. Il figlio del presidente, Alexander, ha studiato ed è diventato dentista, ma oggi è un uomo d’affari molto ricco e con i contatti giusti.

Nel momento in cui il leader ucraino ha annunciato che non avrebbe firmato l’accordo di associazione con l’Ue, Mosca ha assaporato una dolce vittoria. Ma il trionfo ha avuto vita breve. Anche se la polizia di Janukovyč riuscirà a mettere a tacere l’opposizione a colpi di sfollagente, il governo ucraino ne uscirà gravemente indebolito. E ne uscirà compromessa l’idea stessa di un’Unione euroasiatica.

Paura del complotto

Probabilmente Putin ha sbagliato i suoi calcoli perché ha creduto alla sua stessa propaganda sulla rivoluzione arancione. Dal suo punto di vista, lungi dall’essere un’autentica sollevazione popolare, si trattò di un episodio architettato dalle intelligence occidentali, sfruttando alcune organizzazioni non governative statunitensi ed europee.

Per Putin le cosiddette rivoluzioni “colorate” sono state doppiamente sinistre. Prima di tutto hanno minacciato di far uscire le nazioni dalla naturale sfera di influenza della Russia e di farle entrare nell’orbita dell’occidente. In secondo luogo possono essere prese a modello per insurrezioni simili nella Russia stessa. In effetti, quando nell’inverno del 2011-12 esplose la contestazione delle elezioni russe, la reazione del Cremlino fu proprio quella di reprimere e mettere a tacere le ong occidentali che si presumeva le avessero alimentate.

L’idea che una rivolta popolare possa essere veramente popolare e non il prodotto di una manipolazione pare non sfiorare il governo Putin. Questa visione limitata e cospiratoria delle rivoluzioni colorate originali può aver esposto Mosca a un’altra spiacevole sorpresa che arriva dalle strade ucraine, in quanto gente del tutto ordinaria è riuscita a mandare a vuoto gli accordi presi a loro insaputa da leader considerati corrotti e illegittimi.

Essendo un nazionalista russo, Putin ama sostenere che la Russia è una “civiltà” unica, distinta da quella europea. Di conseguenza la battaglia per l’Ucraina per lui non è soltanto una questione di ricchezza o di potere politico, ma una battaglia di civiltà. L’idea stessa che la classe media ucraina, quanto meno nella capitale e nella parte più sviluppata e occidentale del paese, si senta maggiormente attratta dalle culture di Varsavia, Berlino e Londra, invece che da quella di Mosca, è offensiva per i nazionalisti russi al Cremlino.

Eppure in realtà la prospettiva di un’Ucraina che si avvicina al resto d’Europa, diventando così più ricca e meglio governata, in definitiva sarebbe nell’interesse della Russia. Anzi potrebbe essere presa a modello per lo sviluppo futuro della Russia stessa. Ma per questo stesso motivo gli eventi in Ucraina sono minacciosi per gli interessi di Putin e della sua cerchia di collaboratori.

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