Toxic Somalia, gli effetti del traffico illegale di rifiuti nel Corno d’Africa

Sulla spiaggia di Mareeg, trecentocinquanta chilometri a nord di Mogadiscio, l’andirivieni monotono delle onde porta con sé la paura della morte. Un po’ tutti da queste parti si ricordano della cisterna lunga sei metri, corrosa dall’acqua salata, restituita dal mare in un giorno qualsiasi del 1997. Non fu certamente quello l’inizio del flagello che continua a mietere vittime in Somalia, ma è da allora che gli abitanti dei villaggi costieri hanno cominciato a trovare una spiegazione alle strane eruzioni cutanee, alle malformazioni di neonati e alle patologie tumorali che si verificavano in quelle zone. Sono le terribili conseguenze di decenni di smaltimento illegale di rifiuti tossici, compiuto al largo delle coste somale dalla criminalità organizzata con l’omertosa complicità dei governi occidentali. Approfittando del caos della guerra civile che fin dagli inizi degli anni ’90 ha dilaniato il Paese, essi non hanno esitato a stipulare dei patti diabolici con i Signori della Guerra locali: soldi o armi in cambio del consenso a scaricare indiscriminatamente in mare sostanze altamente inquinanti. Ciò accadeva nella Somalia di Ali Mahdi Mohamed, meta preferita di molte navi dei veleni. Centinaia di bidoni d’acciaio pieni di rifiuti speciali di ogni genere affondati in quel tratto di Oceano Indiano per soli 8 dollari la tonnellata (ma c’è anche chi parla addirittura di 2,5 dollari…), quando il costo di smaltimento in Europa sarebbe potuto arrivare fino a 1000 dollari. Un business colossale che ha trasformato il paese africano nella più grande discarica marina del mondo.

Le grandi navi mercantili europee apparivano all’orizzonte e gli abitanti dei villaggi costieri cominciavano a stare male e a morire. Eppure, terrorizzata dalle bande armate e stremata dalla carestia, la gente di Mareeg ha ignorato per molto tempo di essere vittima dei veleni. Anche le lamentele dei pescatori sugli strani frammenti metallici urticanti che a volte rimanevano impigliati nelle reti sembravano soltanto dicerie a cui non dare troppa importanza. In fondo si moriva spesso e in tanti modi in Somalia per stare a sottilizzare. Poi qualcuno cominciò a capire e a farsi delle domande.

Nel marzo del 1994 la reporter del TG3 Ilaria Alpi venne uccisa a Mogadiscio a colpi di kalashinikov, mentre stava portando avanti un’inchiesta su un traffico internazionale di veleni verso il Corno d’Africa. A novembre dello stesso anno era toccata uguale sorte al suo informatore, l’agente del Servizio Segreto Militare (SISMI) Vincenzo Li Causi, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite nella città di Balad.

Tre anni dopo questi fatti il professor Mahdi Gedi Qayad, docente di chimica e consulente dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la tutela dell’ambiente fu tra i primi a svolgere delle accurate indagini lungo la costa somala per verificare le voci di scarichi illegali di sostanze tossiche. Fu proprio lui a fotografare la cisterna sulla spiaggia tra Mareeg e Ige e a raccogliere le testimonianze della gente del posto secondo cui quel contenitore, così come molti altri, sarebbe stato scaricato in mare da navi straniere. Le prove raccolte, seppure importanti, non riuscirono tuttavia a rompere il muro di silenzio. In Somalia, paese allo sbando, a causa dello scarso livello di sicurezza non fu possibile valutare con esattezza l’entità di questo gravissimo crimine ambientale.

Nel 2005 il maremoto nell’Oceano Indiano è arrivato a colpire anche la costa somala. Le enormi onde hanno rivoltato il mare, distruggendo i barili arrugginiti seppelliti negli abissi e sparpagliando lungo le spiagge tonnellate di piombo, cadmio, mercurio, rifiuti ospedalieri e scorie nucleari. Uno scempio che secondo un recente studio, il primo promosso dal governo di Mogadiscio, ha compromesso gravemente la salute di migliaia di cittadini somali. Infezioni, malattie respiratorie e tumori sono di gran lunga superiori alla media nei villaggi che si affacciano sull’Oceano. Un caso emblematico rimane la regione di Puntland, dove in seguito allo tsunami sono state trovate delle discariche di rifiuti tossici coperte solo da pochi centimetri di sabbia.

I veleni non hanno risparmiato neppure il fragile ecosistema marino. Alcuni residenti delle zone a nord di Mogadiscio continuano a riferire di centinaia di pesci morti ogni giorno a causa del mare contaminato. Un fenomeno che ha ridotto alla fame migliaia di famiglie di pescatori somali.

Sembra quindi tragicamente ironico che la stampa internazionale si interessi alla Somalia soltanto quando una nave europea cade preda dei cosiddetti pirati nel golfo di Aden. I corsari di oggi sono i figli dei pescatori di ieri. Quelli che hanno inziato ad assaltare le navi che sospettavano trasportare il materiale nocivo e non di rado hanno chiesto svariati milioni di euro di riscatto promettendo di impegnare il denaro per bonificare la costa dai rifiuti. «Le nostre coste sono state distrutte» ha detto il capo del commando di somali che nel 2008 ha sequestrato il mercantile ucraino MV Faina, «crediamo che questi soldi non siano nulla rispetto alla devastazione che abbiamo visto sui mari».

Il quadro si fa confuso: chi sono i veri pirati?

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