Un Muro di carta

Quando il muro di Berlino è franato sotto il peso degli insuccessi del socialismo reale, Klaus Steiner era in India. “Sono stati alcuni amici indiani ad avvertirmi”.

L’idea di raccontare la sua esperienza nei mesi che seguirono quell’evento gli accende gli occhi. Ci accoglie nella sua stanza della scuola di giornalismo Klara, che ha fondato proprio nel cuore del quartiere multietnico berlinese di Kreuzberg. Klaus Steiner conosce i limiti e la differenza tra la stampa di regime e quella che si usa definire libera. Ne ha fatto esperienza in prima persona

Klara è la sua ultima figlia, ma alle spalle Steiner, nato nell’ovest della Germania, ha una lunga carriera: prima giornalista – è stato, tra l’altro, vicedirettore del Berliner Zeitung -, poi riorganizzatore di media e docente di giornalismo. Dal 1992 al 2003 è stato direttore della Henri Nannen di Berlino, la scuola del più grande gruppo editoriale europeo, la Grünen+Jahr (G+J) e del settimanale die Zeit.

Nell’89 era vicedirettore della prestigiosa scuola di Amburgo. “Qualche tempo dopo la caduta del muro abbiamo invitato da noi alcuni giornalisti dell’est”. E’ stata l’occasione per capire quanto lo stesso lavoro possa essere diverso: “La differenza fondamentale è che in Occidente il compito della stampa è quello di informare, dare le notizie in maniera più neutrale possibile per permettere di farsi un’opinione. Nei sistemi socialisti la notizia diventa uno strumento per qualcos’altro: la formazione dell’uomo socialista”. Ovvio, la realtà non è poi sempre descritta in maniera oggettiva in Occidente, Steiner lo sa bene e i lettori italiani ancora meglio. Ma il senso della sua considerazione rimane inscalfibile. “I nuovi corsi sono stati un successo: le richieste ci hanno sommerso”. Sorride, Klaus Steiner, ripensando a quei tempi: “I giornali della Ddr spesso erano scritti malissimo, perché non erano redatti dai giornalisti. Ci si limitava a riportare le veline e i dispacci scritti magari dalla polizia o dai politici”.

Non era questione di pigrizia: si cambiava il meno possibile di quello che arrivava perché spesso i comunicati erano il frutto e lo specchio di un equilibrio di poteri interno al partito che sarebbe stato rischioso toccare. “Cambiare un testo avrebbe potuto irritare qualcuno. Abbiamo dovuto chiarire che normalmente non si sarebbe mai pubblicato un comunicato di polizia così com’era scritto”.

Anche l’attualità non era un elemento importante: “Non c’era concorrenza vera ed era più importante concordare le notizie che non rincorrere le ultime”. I quotidiani fungevano anche da termometro del popolo: “Attraverso le lettere il partito cercava di tastare il polso della situazione. Alla fine comunque erano più le buone notizie a finire sul giornale”.

Nella Repubblica democratica, in apparenza, il panorama della stampa sembrava piuttosto variopinto. Quotidianamente uscivano 39 giornali con una tiratura complessiva di 8,5 milioni di copie, in un paese che contava poco più di 16 milioni di abitanti. In più c’era una gran varietà di settimanali e periodici. La Sed, il Partito di unità socialista, aveva 16 testate, oltre alle nazionali Neues Deutschland e Berliner Zeitung anche i giornali dei 14 Bezirk, i distretti – così si chiamavano i Länder dell’est – che formavano la Ddr. “C’erano poi i giornali delle grandi aziende”, ci ricorda Steiner. Tutti gli altri partiti, che esistevano formalmente ma erano sostanzialmente senza potere, avevano un loro giornale stampato a Berlino.

Formalmente la costituzione garantiva la libertà di stampa. Sostanzialmente si legge sul Dizionario del giornalismo socialista su cui si formavano all’Università Karl Marx di Lipsia, i giornalisti erano “propagandisti, agitatori e organizzatori collettivi” in senso leninista. E ogni giovedì, racconta Steiner, “i direttori dovevano presentarsi al ministero dell’interno per l’Argu, come si chiamava in gergo, l’argomentazione, la discussione del loro lavoro”.

Steiner ci regala anche un esempio un po’ da ridere: “A un collega dell’est si era rotta la serratura di un armadio e non era riuscito a trovarne una nuova da nessuna parte: a lui ne serviva una per l’anta sinistra, ma erano disponibili solo per l’anta destra. Si lamentò pubblicamente del fatto e poco dopo fu richiamato dal Comitato centrale che gli spiegò l’inopportunità di quella critica. Le fabbriche erano programmate per fabbricare sei mesi un tipo di serrature e sei mesi l’altro. Era capitato nel momento sbagliato e non era il caso per questo di mettere in discussione l’organizzazione dello stato”.

L’indipendenza dei giornalisti era una bella utopia: le redazioni erano pesantemente infiltrate da uomini della Stasi, la famigerata polizia politica, e dagli informatori, gli Informelle Mitarbeiter (IM). “Quando ho lavorato alla riorganizzazione del Berliner Verlag ne ho avuto esperienza diretta: diverse persone sono venute da me e mi hanno confidato di non aver esperienza giornalistica, di essere stati messi lì per controllare. E se ne sono andati. Altri hanno tentato di raccontarmi che erano stati sempre critici del regime. Difficile da credere: i giornalisti erano dei privilegiati, gli stipendi non erano male, le redazioni erano affollate. Nel Berliner Verlag c’era il doppio del personale rispetto all’ovest, uno stuolo di segretarie, 100 auto con autisti e officina, un medico in sede, pullman per le vacanze”.

A differenza che in altri settori, nei giornali della Ddr rimasti in vita nella Repubblica federale, tranne che in rari casi, non c’è stata un’indagine approfondita sul passato. Saltate le teste, organiche alla nomenklatura, sugli altri, sui tanti IM si è indagato poco. Gli ultimi due redattori con un passato da informatori sono stati scoperti nel 2008. Lavoravano ancora per il Berliner Zeitung. Tra ufficiali e IM, del resto, la Stasi era praticamente ovunque. Nel 1989 il rapporto tra questi e la popolazione era di 1:180, contro l’1:595 del Kgb russo e l’1:1553 della Securitate romena.

Con la caduta del muro i grandi editori dell’ovest comprarono a est, illudendosi di far subito grandi affari vista l’altissima tiratura media complessiva. Investirono molto per adeguare tecnologicamente le redazioni e fecero male i loro calcoli: “Tantissimi cancellarono gli abbonamenti e iniziarono a leggere i giornali dell’ovest. Anche gli inserzionisti mancavano e alla fine sono sopravvissuti solo i vecchi giornali regionali, che sul loro territorio avevano praticamente il monopolio”.

Un lato curioso e, in parte, divertente la stampa della Ddr ce l’aveva: lo stile piatto e burocratico dei giornali socialisti aveva aguzzato l’ingegno dei lettori. “I cittadini della Repubblica democratica”, ci ha detto Steiner, “avevano sviluppato una capacità singolare: quella di leggere tra le righe. I messaggi che il Politburo voleva far arrivare, o che i membri del partito si mandavano attraverso i media erano da cogliere, da interpretare. Per questo i giornali dell’ovest risultavano così noiosi ai lettori dell’est”.

Articolo tratto da: Quiberlino

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